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Full text of "Mitteilungen des Kaiserlich Deutschen Archaeologischen Instituts, Roemische Abtheilung = Bullettino dell'Imperiale instituto archeologico germanico, sezione romana"

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EX LIBRIS 




CAROLI WÄLDSTEIN 



"PCSOOS 

.y^UrMS LIBRARY 



JOHNS HOPKINS UNIVERSITY 




PRESENTED BY 



Lady Walston 




MITTHEILUNGEN 

DES KAISBBLICH DEUTSCHEN 

ARCHAEOLOGISCHEN INSTITUTS 

ROEMISCHE ABTHEILUNG 
Band IV. 



BÜLLETTINO 

DELL' IMPERIALE 

ISTITÜTO AßCHEOLOGlCO GEßMANlCO 

SEZIONE ROMANA 
Vol. IV. 




ROM 

VERLAG VON LOESCHER & C.° 

1889 






3lWr OF L/ADV "Wä1.3*üW. 



ßoma — Tip. dclla R. Accaderaia dei Lincei 



SCAVI DI POMPEI 1886-88. 
INSULA IX, 7. 

(Tav. I). 



Contemporaneamente agli scavi descritti Bull. 1888 p. 181 sgg. 
fu dissotterrata in gran parte l'isola ad E della casa detta del Cen- 
tenario (Bull. 1881 p. 113 sgg.); le fu dato il n. 7 nella regione IX. 
Ne diamo la pianta sulla tav. I e la descriviamo cominciando dal 
lato N, procedendo da ad E. 

N. 1, 2, [11] (cf. Not. d. sc. 1888 p. 514 sg.). 

La casa angolare NO esisteva essenzialmente fin da tempi 
antichi neirestensione attuale ; perö nella disposizione interna vi 
fu qualche cambiamento. Kimonta airepoca del primo stile deco- 
rativo la facciata, il muro E fino a tutto h ed il muro in fondo 
ad a, ove perö la porta e posteriore. La decorazione nello stile 
suddetto si conserva in /; le puö essere contemporanea la colonna 
angolare SO di /i, che e di tufo ; k-o sono d'origine posteriore, e 
ferse da questo lato la casa non ebbe sempre la stessa estensione. 

Che fosse iina caupona, me lo fanno credere la bottega con- 
giunta con l'atrio trasformato in un locale coperto, ed i grandi 
triclinii, senza comunicazione fra loro e semplicissimi, mentre in 
case particolari triclinii di questa estensione sogliono essere deco- 
rati con un po' piu di cura. 

«, bottega spaziosa (m. 5,52 X 4,36). Nel podio (largo 0,82) 
sono incastrati quattro vasi, di cui quello ad e in parte co- 
perto dai cinque piccoli gradini (opera incerta rivestita di stucco) 
destinati a collocarvi vasetti ed altri utensili. Nel muro d., appena 
dietro il podio, e ricavata una nicchia a volta, alta 0,42, larga 



4 SCAVI DI POMPEI 

0,43, profonda da 0,17 a 0,21. — Manca la soglia, che era pro- 
babilmente di legno. II rialzo di materiale nell'angolo SO e il 
principio d'una scala di legno, la quäle, addossata al muro d. si 
iirigeva verso N ed era in origine accessibile anche da c ; poi 
qiiell'ingresso fu murato e avanti ad esso, in c, fu fatto un fiiso- 
rium, vale a dire un poggiuolo di fabbrica col margine rialzato e 
superficie inclinata verso l'angolo, ove un foro nel muro conduceva 
l'acqua sulla strada. ün tubo di creta incastrato nel muro sin. presso 
l'angolo NE puö provenire dalla latrina del locale superiore. a q c 
erano strettamente uniti per mezzo della larga porta, e l'atrio fa- 
ceva quasi le veci d'una retrobottega (^). 

b, fauce (1,65 X 4,68) con porta (soglia di lava) postaimuie- 
diatamente sulla strada ; nella massa ordinaria del pavimento e 
immessa una pietra di lava con incavo per la trave obbliqua che s'ap- 
poggiava contro la porta per fermarla ; suUe pareti da circa m. 1,40 
in SU intonaco grezzo dell'epoca del primo stile, inieriormente in- 
tonaco posteriore bianco diviso in scompartimenti da linee rosse. 

c (7,45 X 6,62) occupa il posto dell'atrio. Pare certo che 
fosse coperto e servisse agli usi della caupona : manca l'impluvio ; 
la bocca di cisterna, fra le porte di d ed e, sta quasi nel punto 
piü alto, senz'apparecchio di sorta per farvi entrar l'acqua; il pa- 
vimento, d'una massa non molto resistente e che mostra di non es- 
sere recente, non potrebb'essere cosi conservato, se fosse stato a cielo 
aperto. SuUe pareti stucco di mattoni fino a m. 1,32, quindi into- 
naco bianco e piü sopra stucco grezzo dell'epoca del primo stile; 
la parete d. e bianca del tutto. Sul muro fra i?* e la porta di a era 
dipinto rozzamente in color rossastro qualche oggetto sospeso con 
una corda, forse un aniraale ucciso, piü in su qualche altra cosa, 
pure irriconoscibile, in turchino. La scala addossata al mm'O d. con- 
duceva con 15 gradini a locali sovrapposti a defg; e tutta mu- 
rata, sorretta da tre volte (-). 



(1) Nella bottega furono trovate 2 monete di bronzo (di Tiberio e di 
Galba); 2 tazze ed una lucerna di terracotta, quest'ultima con maschera sce- 
nica in rilievo ; una bottiglia di vetro ; framraenti indefinibili di ferro. 

(2) Sotto la piü alta di queste sta un mulino a mano della forma bassa, 
a. 0,35 diam. 0,40, di lava. I due incavi per i manichi sono rivestiti di piorabö ; 
mancano quelli del solito ferro perforato nell'apertura del catillus, e pare che 



INSDLA IX, 7 6 

La porta di d era in origine nell'angolo SO di c, ed era fatta 
a volta ; costruendosi la scala si procurö di lasciarla accessibile. 
Pu murata prima della decorazione di d, che h nel terzo stile. 

d triclinio, 4,15 X 3,38 ; ha una finestra su c ed un'altra 
sulla strada, a. 0,58, 1. circa 0,37, discosta dal pavimento 2,33, 
con impronta del telaio di legno. Una porta che nell'angolo SO 
metteva in comunicazione d e /", fu miirata anch'essa prima che 
si facesse la decorazione del terzo stile a fondo bianco. 

e triclinio con larga apertura, 3,30 X 3,4G. Per formarlo fu- 
rono riuniti (lo si conosce dal pavimento) una camera (cubicolo ?) 
e un corridoio (1. m. 1,0) a sin. di essa, e tale carabiamento fu 
seguito da una decorazione della pareti a fondo bianco simile a 
quella che in d si fece depo l'abolizione delle due porte : pare 
adunque che nell'epoca del terzo stile la casa fosse ridotta a cau- 
pona ('). 

Questi sono i locali aperti sull'atrio c. Per e, triclinio e pas- 
saggio nel tempo stesso, qq (1,94 [2,07] X 3,90), che non era altro 
che un passaggio, s'entra nel portico dell'ambiente che per analogia 
'chiameremo peristilio. 

Centro della parte posteriore della casa e lo spazio aperto (giar- 
dino ?) 2, circondato dal portico h. Credo che nell'estate qui pure 
si trattenessero i frequentatori della caupona : vi e un ingresso 
.largo m. 0,90 dalla parte dei triclinii ed un altro stretto dal lato 
della cucina. La larghezza del posticum (m. 1,73) lascia supporre 
che anch'esso fosse un ingresso per gli avventori. II tetto del por- 
tico era sorretto in origine da colonne di tufo (l'unica conservata, 
nell'angolo SO, e poligona nella parte superiore, liscia probabil- 
mente nella parte piü bassa coperta di stucco), piü tardi da pi- 



in questo caso se ne facesse a meno. Di piü vi si trova un altaretto di tra- 
vertino, a. 0,18, largo 0,16 X 0,11 di sotto, 0,215 X 0,14 di sopra, con incavo 
(diam. 0,055 ; prof. 0,01) nel centro della superficie. — Fu raccolta anche 
neH'atrio, sul lato d., una secchia di bronzo frammentata e due anfore, fra 
cui una con iscr. poco chiara (Not. 1887 p. 244: SOHP ; ma mi sembro 
piuttosto greca: «^eHP). 

(}) Ivi d e furono trovati fraramenti indefinibili di feiTo, un piccolo un- 
guentario di vetro, 16 globetti forati di pasta vitrea, una lucerna di terra- 
cotta con maschera scenica in rilievo (Not. 1887 p. 244). 



b SCAVI DI POMPEI 

lastri oblongi, di lunghezza diversa, grossi m. 0,295 senza lo 
stucco, coDgiunti da un podio alto 1,0 siil lato 0, 0,80 sul lato N, 
interrotto dai due passaggi giä menzionati. E probabile che i pi- 
lastri si facessero tanto forti per poter sorreggere un ambulacro 
siiperiore, e m'e sembrato di vedere, aU'estremitä S del lato 0, 
la traccia dell'ultima delle sue travi, che stava m. 0,15 piii in 
alto del soffitto di k. Appie del podio scorre un canaletto rivestito 
di signinum, dal quäle l'acqua piovana scolava, per due tubi di 
creta, in un piccolo bacino nell'angolo NO e quindi, sotto il 
pilastro angolare, passava nella cisterna : il puteale scanalato di 
travertino sta nel portico presso l'angolo. Un altro canaletto 
nell'angolo SO gira intorno la colonna angolare e passando sotto 
il portico ed il muro conduce sulla strada. AI lato N del pilastro 
angolare e addossato un piccolo focolare con tracce di fuoco 
(m. 0,86 X 0,49, alto 0,27) : anche questa una testimonianza che 
nel giardino si pranzava, giacche spesse volte vicino ai triclinii 
murati, che in non pochi giardini s'incontrano, si vedono focolari 
simili ('). 

Nel muro 0, corrispondente alla metä del portico N, evvi la 
nicchia dei Lari, 1. m. 0,40, pro f. 0,30, disc. dal pavim. 1,27 ; 
l'altezza non e conservata ; nel fondo avanzi di pitture su fondo 
bianco, nel piano un incavo per una statuetta. Sotto di essa la 
solita pittura (1,40 X 0,46) : a sin. il serpente fra plante con 
fiori rossi si dirige verso l'altare, sul quäle si distingue l'uovo ; a 
d. dell'altare il Genio in atto di libare, col corno d'abbondanza, 
coronato, vestito di toga bianca con largo orlo rosso e tunica bianca 
con larga striscia verticale rossa sul lato d. del petto (a sin. e co- 
perta dalla toga) ; il panno rosso che cuopre la testa pare che non 
faccia parte della toga ; a d. del Genio un giovanetto coronato, in 
tunica bianca con le sollte due strisce verticali rosse, che porta 
sulla sin. un piatto con oggetti non definibili, nella d. abbassata 
bende e fronde. Piii a d. il 2^0'pa, coronato, nuda la parte supe- 
riore del corpo, conduce il niaiale cinto da larga benda rossa ; stende 
la d. col coltello verso il piatto tenuto dal giovane, forse per pren- 
derne la mola salsa. Esecuzione grossolana. Del resto le pareti di h 
rassomigliano a quelle di c. 

(1) Overbeck-Mau Pompeji * p. 305. Bull. 1884 p. 128 ; cf. qui avanti p. 11. 



INSÜLA IX, 7 7 

Nell'angolo SE del portico N di h sta un mucchio di calce, 
e appie del prossimo pilastro un mucchio di mattoni o cocci pesti : 
materiali per fare un pavimento di opus signinum. 

Sopra h si apre il grande triclinio f (5,54 X 3,51). La de- 
corazione nel primo stile — che presuppone l'estensione attuale — 
vi rimase fino agli ultimi tempi, soltanto lo zoccolo fu rimpiaz- 
zato d'uno stucco rozzamente dipinto. Rimane oscuro lo scopo delle 
due porte. Murando il passaggio fra f q d (nell'angolo NO di f) 
fu lasciata la porta di legno, di cui nella muratura si vede rira- 
pronta. II pavimento e di signinum. 

Tutta la parte a S di A ^ e di costruzione piü recente : gli 
stipiti son di mattoni alternati regolarmeute con pietre di forma 
simile, le decorazioni tutte dell'ultimo stile. 

La cucina ^; ha nell'angolo SE il focolare (1,80 X 0,93, a 
0,88) formato da tegoloni posti sopra tavole di legno sorrette da 
due sostegni murati ed inoltre con una estremitä incastrate nel 
muro E. L' angolo NO e occupato dalla latrina : soltanto qui 
e sul lato E fino al focolare le pareti son rivestite di stucco 
grezzo; del resto son prive d'intonaco. La cucina uguagliava 
in altezza le camere sovrapposte alle localitä adiacenti ; ha una 
ünestra sulla strada (circa 0,40 X 0,50) discosta dal pavimento 
ra. 3,00 ('). 

Per il passaggio /, con pareti rozze e finestra su i (0,87 X 0,73, 
disc. dal suolo 0,93) si entra nel cuhicolo m (3,25 X 2,64), anch'esso 
con finestra su i (0,93 X 0,86, disc. dal pavim. 0,87). La caraera 
e alta 2,64 ; immediatamente sotto il soffitto evvi nel muro E una 
piccola finestra che si restringe verso l'esterno : superflua per dar 
luce ed aria essa non poteva avere altro scopo che di far entrare 
il primo raggio del sole. In questa sola camera la decorazione e 
quasi completamente conservata : e fatta nell' ultimo stile a fondo 
giallo, con zoccolo rosso ornato di plante, la parte superiore ha i 
soliti motivi, qui semplicissimi, su fondo bianco. In ognuno degli 
scompartimenti grandi del muro di fondo e cosi anche a d. della 



Q) Vi si raccolsero una vaschetta, una pentola, una caldaia ed una 
conca di bronzo, un tripode, un rastrello ed una lama di coltello di ferro 
(Not. 1887 p. 243). 



8 ÖCAVI DI POMPEI 

tinestra, e dipinto un piccione bianco ; se ne vedono due, che s'im- 
boccano, in mezzo al muro d. (*). 

n scala del piano di sopra: due, e piü in lä un terzo gra- 
dino verso S, uno verso 0, sette (di cui tre conservati) verso N. 
Dal pianerottolo fra il secondo ed il terzo gradino si scende sopra 
due gradini in o, che credo un cubicolo servile, con pareti rozze 
e piccola finestra, che esternamente si restringe, nel muro E. In / m o 
mancano le soglie, che probabilmente erano di legno. 

II pavimento dei locali superiori stava a m, 3,50 sopra quello 
di h k. Dalla scala n s'entrava in una camera sopra /, da questa 
in una grande sopra in o, ambedue precedute sul lato N da una 
loggia (son visibili i buchi delle travi) larga 0,82, munita di un 
parapetto muräto, alto almeno 0,90, come si vede sul muro E del 
giardino. La loggia era accessibile per una porta larga 1,55 sopra 
m e per un'altra porta, di larghezza ignota, sopra l. Sopra m eravi 
inoltre una finestra larga 1,20 verso E. Dal locale sopra / s'entrava 
ancora in uno sovrapposto a k^ cioe all'estremitä S del portico 0, 
dipinto nelVultimo stile a fondo giallo. 

Quanto al tetto della casa, non si puö dubitare che quello 
della parte posteriore, compresi forse d e, non fosse inclinato verso i. 
Quello ^\ ab c poteva essere inclinato verso la strada (2). 

Poche iscrizioni graffite si leggono sulla parete sin. della 
fauce b (cf. Not. p. 514). 

1. CIILIIRVIRTORIV {Not. 1. c. Sil invece di VI). 

2. a d. di 1 : ALLICI^II GAR-VMI (l'ultima asta e forse casuale). 

3. sotto 1 : FAVSTVS 



(1) In m si trovarono una bottiglia ed un balsamario di vetro, una taz- 
zolina ed una lucerna di ten-acotta, quest'ultima ornata d'una testa di Selene 
sormontata dalla mezza luna (Not. 1887 p. 248). 

(2) Aggiungo alcune misure. II muro di strada e grosso 0,405, quello fra 
a e h 0,29, fra a e c 0,39, quelli ixa, d e & fg, fra d e e c, fra /' e g h son 
grossi 0,41, fra d eä e 0,28. L'ingresso n. 2 e largo 1,70, quello della bot- 
tega a 3,50; la porta fra ß e c 1,66, quella murata ivi stesso 0,73. La porta 
di d misura internamente 1,15, esternamente 1,08 ; la finestra äi d h larga 
0,74, la scala 1,145 col parapetto. 



INSULA IX, 7 9 

N. 3-5 (cfr. Not. 1. c. p. 515 sg.). 

La casa segiiente ha una bottega su ciascun lato della fauce a, 
n. 4. Kimonta all'epoca sannitica la facciata e tutto ciö che sta 
avanti all'atrio, compreso lo stucco di « e ^, bucato per ricevere 
una niiova decorazioue. L'ingresso a, alto almeno m. 3,50, era 
traversato all'altezza di 2,30 da una trave ; la porta dunque non 
poteva arrivare ad un'altezza maggiore di questa, e possiamo sup- 
porre che sopra di essa il vano fosse chiuso da una inferriata. La 
soglia di travertino ha nella parte esterna e piü alta gli incavi 
delle antepagmenta, nella parte interna e piü bassa quelli dei 
catenacci, non perö quelli dei cardini. 

L'atrio d ha il medesimo pavimento di signinum come la 
fauce, senza impluvio, e dobbiamo perciö crederlo coperto ; la ci- 
sterna (apertura in lava presso l'angolo sin. della fauce) doveva 
ricevere acqua dal peristilio. Non lo credo un airium teüudinatum 
quäle lo descrive Viti-uyio, non vedendosi alle pareti le tracce degli 
apparecchi per portar via I acqua piovana ; forse il tetto era incli- 
nato parte verso la strada parte sul giardino. 

De' locali adiacenti ^ e la scala dei piano superiore, col sot- 
toscala che poteva chiudersi e servire p. es. da dormitorio servile. 
/■ (a. m. 3,0) poträ chiamarsi ala. A ?, con finestra e porta sul 
giardino, con ingresso senza porta (cosi pare) dal lato dell'atrio, 
poträ forse darsi il nome di tablino. Gli sta accanto il triclinio Ä, 
anch'esso con finestra sul giardino ed accesso al piccolo cubicolo g. 

La decorazione e semplicissima. II lato d. deH'atrio ha uno 
zoccolo nero a. 1,40, e sopra di esso lo stucco grezzo dell'epoca 
sannitica coperto rozzamente d'un tenue strato di color bianco. 
Posteriori allo zoccolo nero sono le decorazioni deH'ultimo stile 
sul lato sin. dell'atrio, in ac g h i. Nell'atrio e nella fauce a (e 
similmente in c) il fondo rosso e diviso in .scompartimenti per 
mezzo di strisce gialle. In f il fondo e bianco, meno lo zoccolo, 
che e rosso : gli scompartimenti grandi delle pareti laterali con- 
tengono ognuno un uccello, sul muro di fondo quello a d. un qua- 
dretto con pesci (0,35 X 0,18); quello a sin. non e conservato. 
In i il fondo e nero sopra zoccolo rosso. Nel centro dei mui'O d 
un quadro mal conservato e poco riconoscibile rappresenta il noto 



10 SCAVI DI POMPEI 

gruppo di Chiron e ed Achille. Sul muro d. a d. e rappresentato 
un pezzo di carne cruda (a. 0,18, 1. 0,30), sul muro sin. a sin. due 
pani (a. 0,22, 1. 0,38). In h il fondo e rosso. La decorazione e 
rozza, senza quadri. Sul muro sin. e dipinto a sin. un cigno che 
nel becco ed ai piedi porta un nastro; sul muro d'ingresso vedonsi 
due fantastiche figure alate, delle quali quella a d. ha la testa 
d'un gatto e porta un nastro come il cigno, quella a sin. ha la 
testa d'uomo vecchio con cappello, messa in caricatura ; ambedüe 
hanno coda e piedi d'uccelli, a guisa di Sirene, e sono eseguite 
negligentemente in giallo. — Ä ha la soglia di lava e si chiudeva 
con una porta a due battenti. 

II cubicolo g ha le pareti rosse fino a m. 1,60, quindi blanche. 
Manca la soglia. AU'estremitä d. del muro di fondo evvi l'incavo 
per il lato corto d'un letto, che stava dunque appie del muro d., 
nel quäle si vedono due buchi per i mutuli di una scansia. 

Per i si passa nel giardino, preceduto da un rialzo largo 1,25, 
k, rivestito, come anche il canaletto che scorre appie di esso 
(largo 0,75), di signinum. II canale e traversato incontro alla 
porta di i da un ponticello formato da tegoloni posti sopra punte 
di anfore, dal quäle sopra un gradino si scende nel viridario. Sopra 
il rialzo k^ protetto senza dubbio dal tetto sporgente della casa, 
sta a sin. di chi esce dalla porta un gran puteale di terracotta 
(diam. interno 0,62) sopra un basso cilindro murato, nel quäle e 
incastrata esteriormente sul lato S una pietra di color grigio, 
larga 0,23, con un incavo (0,06 X 0,05, prof. 0,035) nella super- 
ficie : forse qui era immesso qualche apparecchio per tirar l'acqua; 
nel puteale stesso son pochissime le tracce delle corde. 

Nell'estremitä del muro di fondo (N) di k e ricavata una 
nicchia a volta, a. 0,40, 1. 0,40, profonda 0,12, probabilmente il 
larario. Avanti ad essa giace sul suolo un cubo (0,24) di traver- 
tino, che poteva servire da altare. 

Sul lato anteriore del giardino evvi ancora a sin. una stanza l 
con due grandi porte, evidentemente un triclinio, perö le pareti 
son rivestite soltanto di stucco di mattoni, il pavimento di signinum. 
Un sedile murato sta a d. fuori dell'ingresso occidentale. II pic- 
colo vauo adiacente m non poteva essere che una specie di armadio ; 
vi sono nelle pareti vari buchi come di chiodi. 

Nel giardino n troviamo a sin. un triclinio murato , rivestito — 



INSULA IX, 7 11 

com'anche la parte corrispondente del muro E — di stucco rosso. 
E curioso, ne saprei spiegaiio, che qui la parte d. del triclinio e 
di m. 0,40 piü lunga dell'altra, mentre generalmente lo e la si- 
nistra, conformemente al modo corae si giaceva a tavola. II tavo- 
lino e coperto d'una lastra di marrao bianco. Dirimpetto, presso 
il muro 0, sta un piccolo altare murato (0,43 X 0,37 di sotto, 
0,58 X 0,61 di sopra, ove stanno i piilvini da S a N) rivestito di 
stucco di mattoni. Poco piü avanti, in un angolo formato dal 
murD, sta un piccolo focolare, coperto a volta, internamente non 
piü grande di 0,52 X 0,96. 

Finalmente evvi ancom, in fondo al giardino, un piccolo edi- 
fizio contenente la cucina o ed il cesso p. La cucina ha il foco- 
lare addossato al muro E, la latrina nell' angolo NE ; nell'angolo SO 
la parte indicata nella pianta (1,70 X 1,90) e rinchiusa in un 
rialzo di stucco a. 0,12, e qui, nell'angolo stesso, giace un mucchio 
di calce. Accanto alla porta evvi una finestra, discosta dal suolo 
m. 1,83. — II cesso J9, alto 1,90, con finestra verso E, era sormon- 
tato da un basso locale sotto il tetto, anch'esso con finestrina 
Yerso E, accessibile soltanto per una porticina sopra il focolare 
di 0, alla quäle si doveva ascendere per mezzo d'una scala por- 
tatile. Una porta im o q p fu murata anticamente. Sopra ambedue 
son conservati i margini superiore ed inferiore del tetto inclinato 
verso N. 

La costruzione di o e ^ e posteriore allo stucco del muro cui 
sono addossati, Prescindendo da questo stucco le pareti di p non 
hanno rivestimento alcuno ; in o il muro d'ingresso ha stucco di 
mattoni fino all'altezza di 1,40, e la parte corrispondente alla la- 
trina fino a 1,10. 

Nel giardino n sono riconoscibili i buchi che segnano i posti 
delle plante (piccoli alberi, come pare), com'anche gli stradelli ac- 
canto ai quali la teiTa e rialzata un poco ; uno conduceya a sin., 
con curvatura a sin. dietro il triclinio, nel fondo della parte piü 
stretta del giardino, ove fu trovato qualche materiale proveniente 
da muri distrutti ; un altro si dirigeva dal focolare lungo il muro 
ad 0, poi passando avanti ad op imboccava in quel primo. 

Stanno appoggiate ad op cinque anfore piene di calce, due, 
ed una cui manca la parte superiore, piene a metä, una finalmente 
nella quäle non ve ne sono che tracce ; e un' altra simile sta 



12 SCAVI DI POMPEI 

nell'angolo SO del giardino. Due, che son vuote, stanno neH'an- 
golo NO di /*: e all'angolo di j). Presso l'angolo SO del giardino 
sta im recipiente cilindrico di tufo, al'o internamente 0,24, diara. 
interno 0,24, esterno 0,35. 

Basta UDO sguardo sulla pianta per convincersi che la parte E 
del giardino deve aver appartenuto una volta alla casa adiacente 
n. 6-8. In fatto lo stucco del muro di fondo (S) prosegue dietro 
il muro che divide i due giardini, e similmente sul lato anteriore 
lo stucco dell'arcata che precede il giardino del n. 6-8. Ma pare 
che in quel tempo il giardino del n. 6-8 si estendesse piü ancora 
verso : lo stesso stucco del muro di fondo comparisce sui muri 
cui op sono addossati, anche ad di o, fino al punto ove confina 
la casa 1.2 col n. [12.13] : quindi segue il miu'o piü recente dei 
locali posteriori di 1.2. Pare adunque che una volta il proprieta- 
rio di 6-8 abbia acquistata tutta la parte posteriore della casa 
[12.13], la quäle probabilmente non era sempre tanto ristretta, 
e ne abbia fatto un gran giardino, e che poi ne abbia ceduto una 
parte (con una striscia del suo giardino antico) al n. 3-5. Ovvero, 
quando fu acquistata la parte posteriore del n. [12.13], le due case 
3-5 e 6-8 erano riunite in una mano, e furono poi divisi le case 
ed il giardino fra piü eredi nel modo come adesso li vediamo. 

E da osservarsi ancora che dalle parti superiori, sopra i, pro- 
vengono, come potei osservare durante lo scavo, tre mezze colonne 
sporgenti da pilastri e due colonne, i cui rocchi ora stanno parte 
nell'atrio parte nel vico ad dell'isola. Erano alte circa 2,15 ;il 
diametro dei rocchi e fra 0,28 e 0,35 ; una delle colonne era piü 
grossa, ma l'altezza e esattamente quella delle altre. Sono di tufo, 
lavorate rozzamente e rivestite di stucco ; due delle mezze colonne 
erano congiunte, a m. 1,47 sopra la base, da una trave. 

La casa fin qui descritta si crede quella d'un chirurgo a causa 
d'un ritrovamento fatto il 2 sett. 1887 nell'angolo SE delFatrio 
(Not. 1887 p. 413) ('). Vi si trovarono gli avanzi di una cassa 
di legno totalmente disfatta e gli oggetti che in essa erano stati 
conservati, enumerati nelle Not. 1. c. Primeggia fra essi un gran 

(1) Si trovarono inoltre neU'atrio (Not. d. sc. 1887, p. 414 sg.): pochi 
vasi ed un coperchio di casseruola di bronzo ; un braciere di ferro ; un peso 
di piombo ; 16 cerniere di osso, e nell'angolo SO un'anfora con iscrizione. — 
In e (1. c. p. 564): una boccetta di vetro; pochi vasi di terracotta, fra cui 



INSULA IX, 7 13 

* 

numero di strumenti chirurgici : un speculum uteri, un forceps, 
pinzette, tasti, coltellini, un imbiitino ed altri strumenti non de- 
finibili, tutti di bronzo meno le lame dei coltelli che sono d'ac- 
ciaio ed in parte mancano. Di piü vi si trovarono, anche di bronzo, 
due calamai cilindrici. una misura d'un piede romano (0,295), di- 
viso sopra un *lato in 16, sopra un altro in 12 parti, una bilancia 
a due coppe coi pesi relativi, che sono in numero di cinque, se- 
gnati coi numeri greci 6 e q t i, vale a dire 4-7, 10, ed il cui 
peso conduce ad una unitä fra gr. 3,50 e 3,60 (i). Due altri pesi, 



un piatto aretino coi boUo L • N • P in forma di piede e coi numero XXXX 
grafiStovi esternaraente. — In i (1. c. p. 414 : « a dr. del tablino ») : 2 orec- 
chini d'oro, ognuno con un globetto di madreperla ; 2 globetti di sottili la- 
minette d'argento ; 3 boccette di vetro ; un vaso di alabastro ; una lucerna di 
creta coi lucignolo di stoppa. — In l (1. c. p. 528) : una vaschetta ed un 
piede di mobile di bronzo ; alcuni vasetti di vetro ; un pignattino e tre lu- 
cerne di creta, fra cui una con testa muliebre e con la marca STrobiL! ; 
un'antefissa con busto muliebre ; un'anfora senza iscrizione ; due frammenti 
di tegole, ambedue coi bollo dojwiti . alexn {C. I. L IL 8042,44). — In m : 
un'anfora con l'iscrizione M ' A • M. Nella parte anteriore, forse nella fauce 
(1. c. p. 411 sg.) : caraflnette di vetro; 9 globetti neri, 9 bianchi ed uno 
giallo di pasta vitrea ; due dadi di osso. — In n (1. c. p. 528) : un vaso di 
bronzo ; 2 anfore con iscrizioni poco leggibili ; un frammento di tegola coi 
noto bollo L • SAGINI • PRODM. — In Z» (1. c. p. 244) : un piccolo piede di 
mobile di bronzo in forma di grifo con piede leonino ; una bottiglia di vetro ; 
un'antefissa con testa muliebre ; 4 monete di bronzo. — In c (1. c. p. 412), 
suUa soglia : un piccolo anello d'oro ; 23 cerniere di osso ; una chiave, un 
coltello ed una lucerna di ferro ; una moneta, un ago saccale, un pomo tor- 
nito e qualche ornamento di mobile in bronzo ; un pezzo informe di cristallo 
di rocca. Piü in dentro : un orecchino d'oro; un piccone, una chiave, un col- 
tellino di ferro, quest'ultimo (1. m. 0,11) con manico d'avorio ; due borchie 
con anello, due pinzette, una pentola ed una casseruola di bronzo ornata nel 
fondo di un dischetto d'argento con una testa poco conservata in rilievo : vi 
stava dentro un cucchiaio d'argento ; due unguentari di vetro, un ramo di 
corallo, due monete di bronzo ed una d'argento. Tutti questi oggetti non 
permettono una conclusione sul genere del commercio che nella bottega si 
esercitava ; pare che vi si trovassero casualmente e per esser portati via. 

(') Vd. SU questi pesi Sogliano, Di alcuni pesi recentemente scoperti in 
Pompei, Napoli 1888 (estr. del vol. XIV degli Atti della E. Accademia di 
Archeologia, Lettere e Belle arti). Pernice Galeni de ponderibus et mensuris 
testimonia, Bonnae 1888 p. 63 sgg. Cf. Hultsch, Metrologie^ p. 149. 



14 SCAVI DI POMPEI 

di forma sferica, sono segnati l'imo con un pimto, l'altro con due 
punti in argento, del peso di gr. 27,70 e 56,55 ed uno in marmo 
nero, non segnato, di gr. 85,02. Di ferro si trovö uno scalpello, 
una lama di coltello ed una forbice; finalmente una cote di are- 
naria ed una pignatta di terracotta contenente una sostanza non 
determinata. Che la casa fosse abitata da un chirurgo, il prof. So- 
gliano (Not. 1. c. p. 516) lo trova confermato, non senza probabi- 
litä, dalla summentovata rappresentanza di Chirone. 

N. 6-7. 

Le moltissime anfore vinarie trovate in questa casa inducono a cre- 
dere ch'essa fosse abitata da un negoziante di vini, il quäle nella 
bottega n. 7, e forse nella casa stessa esercitasse il suo commer- 
cio. Puö darsi che anche la bottega n. 8 fosse proprietä sua ed 
affittata a chi vi faceva un commercio simile : oltre oggetti insi- 
gnificanti ivi pure si raccolsero 7 anfore, fra cui una con iscri- 
zione. 

La fauce a (2,0 X 4,45) in origine era aperta sulla strada 
nell'intera sua larghezza : delle ante che la restringono quella a 
sin. fu aggiunta posteriormente, mentre a d l'intero muro di strada 
di h, che una volta era una bottega, e d'origine posteriore ; sol- 
tanto lo stipite a d. dell'antica bottega, il pilastro fra 6 e 7 ed 
il muro da 7 fino a tutto il muro divisorio fra 7 e 8, rimontano 
all'epoca sannitica. 

La porta stava immediatamente alla strada. La soglia di lava 
conserva il cilindretto in ferro del cardine a d. ; a sin. manca il 
pezzo relative della soglia. I buchi dei catenacci, l'uno grande, 
discosto m. 1,16 dallo stipite d., l'altro piü piccolo, a 0,74 da 
quelle sin., provano che il battente d. era piü grande e piü for- 
temente ferraato dell'altro. Senza dubbio per lo piü s'apriva que- 
st' ultimo soltanto, ed in fatto e visibilmente piü consumata la 
parte corrispondente del pavimento. Apple del mura d., a m. 1,65 
dal cardine, e immesso nel pavimento un pezzo lavorato di marmo, 
per appoggiarvi contro la trave obliqua con la quäle si assicurava 
la porta. 

Nel muro sin. evvi, immediatamente alla porta, un buco con- 
tenente un tubo di terracotta, mentre a d. nulla vi e di corrispon- 



INSÜLA IX, 7 16 

dente. Pare adunque che in tempi piü antichi s'adoperasse la sera 
e che dopo le siimmentovate ricostruzioni a d. vi rinunziassero, 
contentandosi della trave obliqua. 

Vi sono nella casa quattro bocche di cisterna : presso l'an- 
golo interiore a d. di a ; neU'angolo corrispondente deH'atrio d ; 
nel corridoio /";* neU'angolo anteriore a sin. del giardino. I puteali 
nell'atrio ed in / (ambedue di travertino) hanno molte tracce delle 
corde ; quest' ultimo h pure stato rovesciato, e le tracce sono an- 
cora piü forti nel margine che ora sta di sotto. Le due altre aper- 
ture non hanno puteali ; ma ne sta uno neU'angolo posteriore a 
sin. deH'atrio, anch'esso con tracce delle corde. Perö non si com- 
pr«nde in quäl modo Tacqua sia entrata nella cisterna. Dal canale 
che precede il giardino un canaletto coperto si dirige sulla strada, 
passando sotto fda, con chiusino presso la porta fra a q c, senza 
scolo nella cisterna. Soltanto, nell'apertura in f si vede imboccare 
sotto terra, dal lato SO, dunque dalla parte del giardino n. 3-5, 
un tubo foderato inferiormente di metallo (probabilmente di piombo); 
ma non si vede da dove possa provenire. 

Fra 1 ritrovamenti fatti in d notansi tre lucerne di terracotta: 
una in forma di nave, a 16 lumi, che sono disposti nelle sponde, 
con due manubri ad anello nella superficie; una a tre lumi, vale 
a dire una lucerna piü grande sormontata da due piccole ; final- 
mente una lucerna a due lumi. Siccome accennano ad un^illumina- 
zione piuttosto forte, e perciö a riunioni serali di piü persone, cosi 
sembrano favorire la supposizione che qui s'esercitasse non soltanto 
il commercio del vino, ma anche una caupona, supposizione che 
dagli altri ritrovamenti non e ne confermata ne contraddetta (^). 

(1) Vi si trovü di bronzo ; un'asta di bilancia e 12 anelletti diversi fra 
loro ; di terracotta : un collo d'anfora con iscrizione poco leggibile ; un'an- 
tefissa con testa muliebre e tre maschere comiche per grondaia ; di marmo 
un mortaio col pestello in forma di dito piegato ; di pasta vitrea 98 globetti 
turchini. In a di bronzo: 12 chiodi e una moneta; di vetro : due boccette; 
di terracotta: una lucerna (Not. 1887 p. 412-414). — NeU'angolo NO di d sta 
un recipiente di lava, fatto da un'antica meta di mulino ; diam. interno al mar- 
gine 0,53. L'antefissa e le grondaie sembrano indicare che l'atrio d fosse sco- 
perto e che verso di esso si abbassasse qualche tetto ; non vorrei pero dar 
troppa importanza a simili ritrovamenti, visto che antefisse spesso si trovano 
anche in luoghi ove non potevano essere in opera ; cosi p. es. nella bottega 
n. 3 (vd. sopra p. 13). 



16 SCAVI DI POMPEI 

A sin. di d eravi la scala del piano superiore (N a S, un 
gradino di pietra, il resto di legno) ove forse abitava il proprie- 
tario. Ivi si trovarono («^ negli strati superiori delle terre " Not. 
1887 p. 452) 7 lucerne bilychne e 2 monolychne ('). 

Sul miiro d'ingresso dell'atrio copiai due iscrizioni graffite : 

1. IVCVNDVS 
VIINVS 

VITALIS ROV/// 
RE VT NOMINII (2) 

2, SOtto 1 : QVOIVS 

LABORE 

Due camere ^ e ^ si aprono suH'atrio; in h {cella penaria'?) 

stanno ancora al posto almeno otto anfore, e ne fu tolta un'altra 

con riscrizione 

T • HAD • COL (3) 

Sul principio del muro sin. evvi una nicchietta (a. 0,45, 1- 0,41, 
prof. 0,18, disc. dal pavim. 1,27) dipinta di color bianco con mac- 
chie gialle, verdi e paonazze, che sembrano indicare fiori: proba- 
bilmente la nicchia dei Lari; nel muro di strada, a m. 2,50 dal 
suolo, una finestrina che esternamente si restringe. Le pareti in 
a b d f hanno intonaco grezzo ; il pavimento e d'una massa ordi- 
naria grigia. 

g fa r impressione d'una stanza per gli avventori della cau- 

Q) Fra le bilychne una ha il manico ad anello sormontato dall'aquila 
con le ali spiegate, sul disco una Corona d'alloro ; un'altra ha in rilievo l'a- 
quila con le ali spiegate stante sopra il fulmine, dietro cui la luna crescente ; 
qui pure sul disco Corona d'alloro ; una terza mostra un fiore di loto in uno 
scudo triangolare sovrapposto al manico ad anello. Fra le monolychne una 
ha sul disco un rosone ed il manico ad anello sormontato da scudo triango- 
lare in cui h a rilievo il busto radiato di Helios fra due comi d'abbondanza ; 
un'altra ha sul disco un'anitra e sul fondo la lettera H. 

(2) L'ultima riga non h molto chiara : la terza lettera h piuttosto v che 
II ; dell'o si vede soltanto la parte d., e l'ultima asta dell' n si confonde con 
un'altra linea. 

(3) II gentilizio di Hadius si ha nel graffito Bull. 1878 p. 190. Forse 
la persona qui indicata e identica col Columbus dell'anfora C. L L. IV 2633. 



INSULA IX, 7 17 

pona, per la cui decorazione si e voluto far qualche cosa, in modo 
perö da spendere poco: appie dello zoccolo di stucco di mattoDi (') 
(a. 1,45) alcuni tiori son dipinti rozzamente in giallo ebianco; di 
sopra intonaco grezzo ; pavimento di slf/nmum^ conservato soltanto 
in parte. Una 'finestra (1. 1,45) sul passaggio h poteva dare poca 
nessuna luce, ma era commoda per il servizio. Neue pareti contai 
le tracce di almeno 12 chiodi. 

Fra i ritrovamenti notiamo 2 anfore ed un coUo d'anfora con 
iscrizioni (cf. Not. 1887 p. 561): 

1, in un collo d'anfora (forma XII, dal collo lungo), con 

color bianco : 

SVRR FAB 

IMP • VESPASIANO • II • COS (70 d. C.) 

cf. C. I. L. IV 2556-2559 : quattro anfore del medesimo viuo Sor- 
rentino Fabiano, ma dell'a. 72. 

2, (forma XI) in rosso : 

AR//////// 
C • CAESIO • RESTITVTO 

Not. 1. c. vs. 1 : AB ; mi sembrö di vedere avanzi che possono far 
parte d'un'A , quindi R e tracce illeggibili. 

3, (f. XII) con r inchiostro : 

O V 
R ASL 

cosi pubblicata Not. 1. c. ; io non vidi che tracce incerte. Gli altri 
ritrovamenti (-) nulla hanno di caratteristico, ma non contradicono 
alla congettura suaccennata. 

<?, bofctega n. 7 ; la porta che la congiunge con a anticamente 
era situata piü in dentro; quella attuale (a. 1,73, 1. 0,79) era a 

{}) Non sarä forse inutile di rammentare che io chiamo. stucco di mat- 
toni uno stucco cui per Taggiunta di mattoni polverizzati e stato dato un color 
giallastro. 

(2) Di vetro: 2 vasetti, di cui uno (a. 0,045), contiene della cordicina ; 
2 boccette ed un unguentario. Di ferro : parte d'un'asta di bilancia. Di bronzo : 
un paio di pinzette ed un cucchiaio. Di pasta vitrea : .5 globetti violacei (Not. 
1887 p. 412, 29 ag. p. 561, 3 nov.). 

2 



18 sc AVI DI POMPEI 

due battenti, ferraata con catenacci dalla parte di c. Neil' ingresso 
dalla strada evvi la solita soglia delle botteghe (Overbeck-Mau 
Pompeji ^ p. 378). L'angolo a sin. per chi entra, separate per mezzo 
d'un sottile tramezzo, poteva servire per collocarvi p. es. anfore 
vinarie. Le pareti a sin., fino all' ingresso di e , son rosse fino a 
m. 1,80, a d. hanno stucco di mattoni fino a 2,10, di sopra son 
bianebe ; il pavimento, di una massa ordinaria grigia, e poco con- 
servato. 5 file di linee tracciate col carbone sul muro di fondo, a 
d. deir ingresso di e , evidentemente significano conti. Vi furono 
trovate 5 anfore, fra cui una con iscrizione; un piatto aretino con 
marca in forma di piede; una moneta ed un piombino di bronzo 
(12 sett. 1888); e negli strati superiori un fuso di osso ed un 
ago saccale di bronzo (Not. 1887 p. 415). 

^, spaziosa retrobottega, alta tino al nascimento della volta 
decorativa m. 2,72 ; le pareti son dipinte assai modestamente a 
fondo bianco, meglio perö che in g. Negli scompartimenti son con- 
servate le seguenti piccole rappresentanze. 

1 , muro d' ingresso a sin. : vaso posto sopra una pietra qua- 
drangolare, e due giavellotti appoggiativi. 

2, muro sin. a sin.: nel mezzo un tavolino; a sin. due giavel- 
lotti appoggiati non si sa bene dove, per terra una pietra cubica ; 
a d. un'anfora cui e appoggiato un ramo di palma. 

3, nel centro del muro sin.: grifone che salta verso d. 

4, muro di fondo a sin. : tavolino cui sono appoggiati, non si 
vede bene come, due rami di palma; a sin. un'anfora. 

5, muro d. a sin. : una palma sta inclinata a d. sotto un arco ; 
a sin. im ruUo ; a d. un vaso panciuto azzurrognolo sopra base cubica 
rossastra, un alto vaso rossastro ad un manico, un cerchio verde. 

6, muro d. a d. : nel mezzo un'anfora turchina, che invece dei 
manichi ha su ciascun lato al margine superiore della pancia una 
maschera barbata ; a sin. due giavellotti appoggiati non si sa a che 
cosa; per terra una pietra cubica; a d. un grande scudo rotondo 
rosso appoggiato ad un oggetto poco ehiaro che ha due piedi; vi 
sta appresso, appoggiato non si sa come, un ramo di palma ornato 
di nastri (^). 



(1) Non vidi sgombrata la retrobottega ; in uno strato alquanto superiore 
al pavimento si raccolsero un vasetto cilindrico di terracotta dalla patina inve- 



INSULA IX, 7 19 

Torniarao ora nell' interno della casa. 

f, corridoio che daU'atrio si dirige verso le parti posteriori ('), 
ha a d. il passaggio h, con pareti rozze; esse ci porta in /, che 
piiö credersi uua dispensa: tutt'e qiiattro le pareti, con stucco di 
mattoni, mostrano tracce di tre scansie, La soglia e di lava, senza 
indizio di chiusura. Vi sta per terra il margine di un dolium ; del 
resto nuUa vi fu trovato. 

Proseguendo in / troviamo, anche a d., k; non e la ciicina: 
il rialzo di fabbrica appie del muro di fondo e un letto (1,90 X 0,80) 
destinato forse per il servo che custodiva le parti anterior!. Vi si 
trovarono sette anfore fra cui una con 1' iscrizione dipinta in rosso : 

A 
FAL • ARB • CAL 

La R non e molto chiara e puö credersi B ; invece la C mi sembrö 
certa (cf. Not. 1887 p. 414). E chiaro che si tratta di vino falerno, 
mentre in ARB • CAL pare abbreviato il nome del producente. 

II portico m, che precede il giardino p, e di una forma sin- 
golarmente irregolare. II suo tetto era sorretto da pilastri di pietra 
di Sarno rivestiti di stucco, " di cui il primo a d. e congiunto col 
mufo d. mediante un arco, mentre la congiunzione col prossimo 
pilastro a sin., e cosi pure fra quest' ultimo e Jl'angolo NO di ji , 
ove un pilastro simile e incastrato, era fatta per mezzo di archi- 
travi di legno. E ciö non rimonta a cambiamenti posteriori, ma e 
chiaro che, da quando vi furono i pilastri, e sempre stato cosi. 
E chiaro anche, che in tempi piü antichi il portico proseguiva sul 
lato sin. (E) del giardino : nel muro di no sono incastrati, a 
distanze uguali (2,80-2,88), quattro pilastri simili, fra cui due agli 



triata con due uccelli ed un quadrupede in rilievo, un vasettino di vetro, un 
martello di ferro, un frammento di mattone col bollo circolare ACTI e nel 
mezzo S (Not. 1887 p. 415, 17 seti). 

(') Vi furono trovati i frammenti, fra cui uno piü considerevole, d'un 
cerchio di legno dal diametro di m. 0,15 « ornato esternamente di piastrine 
« rotonde di bronzo, disposte a tre a tre in serie verticali, ad uguale distanza 
« fra loro. In tre punti queste serie verticali di piastrine sono divise da una 
« doppia serie verticale di piccole borchie di bronzo » (Not. 1887, p. 414, 
5 sett.). Non si tratta di un tamburino, come si potrebbe congetturare. 



20 SCAVI DI POMPEI 

angoli NO e SO ; non si piiö decidere, se proseguisse oltre il posto 
ora occupato da ^ o . Su tutto questo tratto il motivo dell'arco non 
era ripetuto: pare che in tal modo si sia voluto marcare il pas- 
saggio corrispondente a /. L'arco e alto 3,30, l'architrave di legno 
stava all'altezza di 3,25, in modo che col corpo dell'arco stesso da 
una parte, e l'opera incerta sovrapposta all'architrave dall'altra, fu 
raggiunta la stessa altezza. I pilastri, disposti in maniera da cor- 
rispondere a / e /, sono congiunti da un podio che incontro a l 
e alto 0,75, grosso 0,58 ed ha nel mezzo un passaggio largo 0,85, 
mentre a d. ed a sin. e grosso 0,28, alto a sin. 1,08, a d. 1,0 : 
qui cioe doveva restare al disotto dell'altare addossato al muro d., 
alto 1,13, ßopra il quäle e incavata nel muro stesso la nicchia del 
larario (a. 0,44, 1. 0,40, prof. 0,18), rivestita di stucco bianco. II 
lato interno del podio e le parti corrispondenti dei pilastri erano 
dipinti di color nero; esternamente hanno fino alla stessa altezza 
strisce irregolari yerdastre e nere su fondo bianco : forse ima rozza 
indicazione di plante. 

In ognuno dei pilastri e incavata dal lato interno una nic- 
chietta, a. 0,08, 1. 0,12, prof. 0,10, discosta dal pavimento 1,47; 
difificilmente potevano servire ad altro che a mettervi delle lucerne, 
e vi si potrebbe scorgere un indizio che fin qui pure s'estendesse 
l'esercizio della caupona. 

Sulla parete in fondo al portico uno zoccolo nero a. 1,44, 
terminato da una striscia rossa, s'estende fino ad un'anta corrispon- 
dente all'angolo di n, dipinta semplicemente con strisce rosse e 
blanche su fondo nero. Nell'estremitä del portico, corrispondente 
a w, com'anche al disopra dello zoccolo suddetto, non evvi che 
stucco grezzo. 

Merita attenzione la porta fra f e m. E larga 1,47, fra gli 
incavi delle antepagmenta 1,25. I cardini stavano al margine po- 
steriore della soglia, la quäle e di uguale altezza in tutte le sue 
parti ; mancano gli incavi dei catenacci. Invece evvi quasi nel 
mezzo, un poco piü verso E (a m. 0,60 dalle antepagmenta ad 0, 
0,57 da quelle ad E) un grosso incavo, profondo circa 0,25. Pare 
dunque che qui era immessa una trave verticale, contra la quäle 
battevano le due partite della porta e alla quäle furono fermate. 
E giova ricordare che in modo simile erano fatte le porte del 
calcidico della basilica {Bull. 1888 p. 60). 



INSÜLA IX, 7 21 

II portico in un tempo anteriore era in diretta comunicazione 
coi locali adiacenti del n. 3-5. II muro divisorio fu addossato al 
pilastro dell'arco summentovato mentre questo era giä rivestito di 
stucco, e nerameno esso fece una separazione, ma era interrotto da 
una porta larga 2,20, che piü tardi soltanto fu murata. Ciö con- 
ferma la congettura sopra espressa (p. 12), che cioe una volta le 
due case fossero riunite in una mano. 

Non pochi oggetti furono trovati Qel portico ('). Preyalgono 
di gran lunga i vasi di terracotta, fra i quali si notano due urcei 
con le iscrizioni 

1. G F SCOMBR 

AB SCAVRO 

2. LIQVMEN 

OPTIMVM 

CAMPAN I 

e un corno potorio perforato nella punta e ornato di una figura di 
Amorino. Fra gli altri oggetti notansi una bottiglia e cinque boc- 
cettine di vetro e sette pesi ; il resto e insignificante. 



Q) Not. 1887 p. 562. Sono, oltre i vasi sopracitati, di terracotta : Un'an- 
fora con iscrizione non intelligibile ; l'orlo di una pelvi col bollo prisci • af | 
DOMiTi ; una coppa contenente una sostanza non determinata involta in pa- 
glia ; un arceo frammentato contenente gusci di uova ; un piatto arretino sopra 
alto piede con animali in rilievo ed il bollo in forma di piede CN • TZ JR {CLL. 
X 8055,8), ed altri vasetti simili; 16 vasi rustici ad un manico; 6 pignatte; 
2 anforette ; 6 lucerne ad un lume, fra cui una ha nel disco la protome di 
Medusa e nel fondo la marca Sabinvs | f ; di argento : un piccolo cucchiaio; 
di bronzo : un ago saccale, una fibula ed un oleare ; un colt^llo con lama di 
ferro ; di osso : un manico di coltellino finiente a zampa di cavallo col piede 
rivestito di laminetta di bronzo ; altri due manichi, 3 aghi crinali, un listello 
rettangolare e varie cerniere ; di ferro : una palettina e quattro falcette ; un 
novo di marmo ; un ariete accovacciato di pasta smaltata egizia. I pesi sono 
4 di pietra in forma di cono tronco, di gr. 1086 (3 i libre ?) ; 324 ; 303 | ; 298 
due di pietra, rotondi con due facce piane, di gr. 289,2 (con l'indicazione . : . 
un quinto forellino fu impiombato anticamente) e di 288 1 (libre poco esatte, 
corae anche i precedenti ? non so spiegare i 4 punti) ; uno di piombo di gr. 1918 1 
(6 libre romane). Stanno ancora al posto, negli angoli ad del' portico, un 
piccolo dolium ed un altro vaso di creta pleno di calce. 



22 SCAVI DI POMPEI 

Sul portico si apre /, che ha la forma d'uno spazioso triclinio 
(4,60 X 6,54 ; a. tiuo alla cornice 4,27), e a tale uso probabil- 
mente fu fabbricato. La pittura semplice e noD bella, a fondo 
nero, rosso e bianco, e fatta negli Ultimi tempi del terzo stile ; 
non la credo un'imitazione di tempi posteriori, come si potrebbe 
sospettare. Di rappresentanze non v'e che qualche uccello e qual- 
che testa poco riconoscibile (sul muro di fondo una testa di Me- 
dusa) rinchiusa in medaglione. Sul rauro sin. scorgonsi tracce non 
dubbie d'incendio. II pavimento, di una massa ordinaria grigia, 
e meglio conservato, probabilmente perche piü nuovo, che nelle 
altre parti della casa. Pare perö che la stanza non fosse adibita, 
negli Ultimi tempi, all' uso cui fin da principio era destinata, ma 
dovesse servire anch'essa al commercio del vino. Vi furono tro- 
vate (Not. 1888 p. 527) 9 anfore, fra cui 5 con iscrizioni : 

1 (forma VIII), in rosso: TI ■ CL • ANTI (Ti. Claudi An- 
ti[ochi?J trovo fra le mie Schede due anfore, forme VIII e X 
coll'epigrafe K . ANTIOXOY). 

2 (XI), in rosso: TICL-ANTI; suU'altro lato in nero ; 

MOL 
LAA 

3 (forma 10, Bull. com. 1879 t. VII. VIII), in rosso: 

>< 

opepi 

4 (VIII), in rosso: P 

5 (urceo VI): LIQVAMEN 

OPTIMVM 

Nell'angolo NO sta un mucchio di calce; e tutti sanno che 
la calce fu adoperata nella preparazione dei vini ('). 

Due camere n o stanno sul lato E del viridario, ove prima 
si stendeva il portico. 



(1) Vi si trovö ancora un pignattino ed 8 lucerne di terracotta, fra 
cui una con rappresentanza di Giove con l'aquila ; una boccetta ed una va- 
schetta di vetro ; una casseruola e 7 pezzi di ornamento di mobile di bronzo ; 
un'accelta di ferro ; (S% globetti di pasta vilrea. 



INSULA IX, 7 23 

n (2,66 X 3,03 ; a. 3,43) e, o era in origine, un cubicolo 
estivo ; ha ima tinestra sul viridario (a. 1,31. 1. 1,25, disc. dal 
pavim. 0,65) e §opra questa una finestrina quadrangolare. La massa 
origia del pavimento e coperta d'un tenue strato di stucco rosso, 
conservato in una striscia larga circa m. 1,15 liiugo il muro E. 
II fondo bianco delle pareti e diviso in scompartimenti da linee 
rosse e nere. 

Pare che qui si trovassero {}) due boccette di vetro, un'anfora, 
un'anforetta e due urcei con le iscrizioni : 

1. G FLOS 2. MVR 

SEXTILLO 

i quali ritrovamenti sembrano indicare che anche questa camera 
serviva all'industria del proprietario. Nel muro N e conservato un 
grosso chiodo, uno piü piccolo nel muro S, e di altri si vedono 
i buchi. , 

Sopra ^ non eravi alcun altro locale. II margine superiore 
del tetto, che s'abbassava verso il viridario, sta all'altezza di 5,05, 
come anche quello del portico: senza dubbio lo stesso tetto di 
n copriva una volta quella parte del portico che si estendeva sul 
lato E del viridario. 

Invece o (5,69 X 2,74) erano due locali sovrapposti l'uno 
all' altro. L'inferiore era alto m. 2,20, la porta 1,55. Nel muro di 
fondo e ricavata la latrina preceduta da un grande fusorium 
(1,18 X 1,25) ; una larga apertura la matte in comunicazione con 
un canale sotterraneo. Nel tempo stesso il locale serviva come 
deposito di anfore vuote, che vi si trovarono capovolte in numero 
di 24, fra cui 11 con iscrizioni; di piü 4 frammenti ed un'anfo- 
retta pure con iscrizioni. Accanto alla porta una finestra rotonda 
e formata da un'anfora incastrata nel muro e rotta in ambedue 
le estremitä. II locale superiore era accessibile, presse il muro S, 
per un' apertura nel pavimento sorretto da travi rotonde (E ad 0) ; 
il muro non fii ancora pulito in modo da poter vedere se vi fosse 
addossata una scala. II locale era alto almeno m. 3 ; gli davano 
luce due finestre, una sul giardino (a. 0,90, 1. 1,15), l'altra, piccola 

(1) Not. d. sc. 1888 p. 523: stanzetta a dr. del viridario. 



24 SCAVI DI POMPEI 

e che esternamente si restringe, sulla strada. Le pareti pare che 
fossero rozze in ambedue i locali. 

Le summentovate iscrizioni di anfore furono pubblicate dal 
prof. Sogliano nelle Not. d. Sc. 1888 p. 571 sg. Ne rileviamo le 
seguenti, scritte, ove non dico altro, con Tinchiostro : 

1 (forma XI): MOL 

LCPM 
e con color rosso, posteriore : hELVI • ZOS 

2 (forma XI): MOL 

L-AA 

e in rosso : FELVI ■ ZOS 

3 (XI): MOL 

CSA 

e col carbone: CVI, e sotto il manico: XII 

4 (XI): si 5 (XI): st 6 (XI): SR 

C • S • F C • C • P R CSV// 

e in rosso: Z 

7 (XI): Sl 8 (XII): F-C-VITALJ 

S- P -P- j 

9 (XI): RVRIANVM 

MMVS 

In 9 non e possibile di leggere Alliamcm, come si potrebbe 
congetturare (Bull. 1877 p. 93). 

10 (XI) : AFRICANO (cosi Not. d. Sc. n. 12 ; non veduto da 
me); in rosso: TEB, e col carbone FIIII e VIII. 

11 (XI): Q.CP, e in rosso: QJ» C; e con carbone /lll\ e IIL 

12 (urceo VI): HALLEX 

OPTIMA 

In un'anfora, senz'altra iscrizione, il nome FELIX e sopra di 
esso una croce sono graffiti nell'argilla ancora molle. 

II viridario p^ col posticum n. 10, e preceduto da im cana- 
letto traversato da due ponticelli corrispondenti a / ed o, dalla cui 
estremitä l'acqua piovana di mm fu portata sulla strada per 
mezzo d'un canale coperto, che passa sotto fda. II canaletto, come 



INSULA IX, 7 25 

anche la bocca di cisterna nell'angolo NE, sono di opera iocerta 
riyestita di stucco di mattoni. 

Gli oggetti trovati in p in parte stanno tuttora al posto. 
Presso l'angolo NO sta im fornello rustico, formato da due anfore, 
di cui quella che doveva contenere il fuoco, alta m. 0,50 senza la 
punta che sta nella terra, e priva del collo ed ha nel ventre un 
buco quadi-angolare, a. 0,11, 1. 0,15; all'altra (a. 0,55), messa 
sopra quella prima in modo che la punta vi entra per m. 0,22, h 
stata tolta tutta la parte superiore che si restringe ; essa e chiusa 
con un coperchio. Ivi stesso un grande dolium coperchiato (a. 
senza il coperchio 0,90) e fermato con muratura sul suolo. Questi 
due oggetti stanno al posto loro; altri si vedono dispersi nel giar- 
dino, alcuni presso quell' angolo stesso, altri in altre parti; ma e 
chiaro che vi stanno per caso; sono materiali e avanzi di costruzioni, 
parti di mobili scartati e cose simili ('). 



(^) Presso l'angolo NO, di terracotta: 16 cilindri (diam. 0,15, 1. 0,54) 
pieni di cemento, che potevano fonmar la suspensura d'un bagno; un rozzo 
sostegno di tavola, vale a dire un cilindro poco regolare (1. 0,45, diam. sup. 
0,30) chiuso in una estremitä con una lastra quadrata (0,30); di « traver- 
tino » ; un sostegno di tavola scanalato, a. 0,53; di lava: una meta d'un mo- 
lino ridotta a recipiente cilindrico, a. 0,55, diam. interno al margine 0,42 ; 
una pietra per fermarvi sopra una cassa forte, rettangolare (1,30X0,75) con 
un incavo pure rettangolare in ogni angolo ; di marmo bianco : un masso non 
del tutto regolare (0,33X0^20X0,14). Nell'angolo NE: un recipiente di lava, 
anch'esso fatto da una meta (a. est. 1,0, int. 0,60, diam. int. 0,66) con avanzi 
di calce. Presso l'angolo S 0, di terracotta : un cilindro (puteale V) a. 0,57, 
diam. 0,32; una specie di margine, ovvero una lastra (0,60X0,64, gross. 0,06) 
sulla quäle intorno ad un'apertura (0,43X0,47) si alza un margine verticale, 
a. 0,12 e ripiegato alla sommitä orizzontalmente verso l'eöterno, in modo da 
presentar superiormente una superficie larga 0,055 — 0,07. Presso l'angolo SE, 
di terracutta: un sostegno di tavola a. 0,70; una tegola a grondaia che rapprc- 
senta la parte anteriore d'un cane con ovoli e dentelli al margine superiore, 
6 a ciascun lato del cane qualche cosa come una palmetta ; h nuova e di lavoro 
grossolano, a. 0,25, 1. 0,22, lunga 0,65. AI muro N di 5' : due grandi lastre di 
terracotta (0,68 X 0,96) dal margine rialzato (a. col margine 0,12) e perforato 
in un angolo ; una grande tegola 0,98X0,67 che pare dovesse formare il mar- 
gine d'un tetto ; ha ai lati corti i soliti margini alzati ; essi in una estremitä 
(al lato superiore, ove doveva sovrapporsi un'altra tegola) non arrivano fino 
all'angolo, neH'altra estremitä raggiungono gli angoli, i quali invece non sono 
raggiunti da un rialzo che riveste il lato lungo adiactnte — necessariamente 
r inferiore — mentre quello opposto ö senza margine; se nell'interstizio fra 



26 SCAVI DI POMPEI 

Deve notarsi perö, che nel giardino furono trovate almeno 42 
anfore, fra cui 26 con iscrizioni, pubblicate nelle Not. d. Sc. 1888 
p. 524 sg. n. 4-22; p. 530 n. 49-51. Ne rileviamo le seguenti : 

1 (anforetta, forma XV): OKTA 

KOKY 
A 

2 (forma VIII) : *IA AY . . . irOY : i punti segnano il posto 
di segni non leggibili. 

3 (VIII) in rosso : L^'CR, e suU'altro lato, in rosso: CA • LV 

IN 

4 (XI) in rosso : "^ FELVI ZOS • 

5 (VII) (Not. 1. c. n. 16) : iscrizione di C. Hostio Agatemero; 
cf. pag. 28. 

6 (XII) evanescente: • SER 

L E////NENHEL 

SuU'altro lato e grafiito: CALVI 

IVVIINA 

7 (VTII) in rosso: DAE 

8 Liy/'i/ (Liviae?) 9 (XI) vIr 
HEMERAES /V^ 

Pare che una volta il muro di n.o proseguisse lungo tutto 
quel lato del viridario, e che poi fosse demolito, lasciandone in 
piedi un pezzo all'estremitä S, lungo 1,95, che e il muro E di q; 
questo cioe sta nella direzione del muro di no, ed e chiaro che 
alla sua estremitä N non e terminato ma rotte per forza. A poca 
distanza da questa estremitä evvi incavata dal lato una nicchia 



i due margini dovevano entrar le anteflsse, esse lasciavano visibili, in modo 
insolito, i margini laterali; — due coperchi di dolii (diam. 0,54). — Furono 
raccolti ancora nel viridario — oltre qualche oggetto del tutto insignificante — 
due maniglie di bronzo e due guarnimenti di mobili pure di bronzo, che do- 
vevano stare, come pare, intorno alle toppe di due serrature. Fu trovato anche 
uno scheletro umano e vicino ad esso am bracciale d'argento, 4 monete d'är- 
gento e 2 di bronzo. Not. 1888 p. 525. 



INSÜLA IX, 7 27 

a. 0,45, 1. 0,38, prof. 0,24, discosta dal suolo 1,65, nella quäle 
fu trovata una 'fetatuetta di terracotta rappresentante un uomo 
dalla faccia grossa col naso prominente, avviluppato nella toga 
(a. 0,155). 

A questo pezzo di muro dunque ed a quello in fondo al vi- 
ridario fu pol addossata una piccola fabbrica q, coperta soltanto 
dal tetto a schiena N a S, senza soffitto, grande m. 3,11 X 3,45 
senza il muro E, alta fino al margine del tetto 2,05, con una porta 
nel lato 0, 1. 0,81, a. 1,60, e una finestra, che si restringe esterna- 
mente fino a 0,30 X 0,08, nel lato N". Non vidi sgombrato l'interno, 
che e rivestito di stucco bianco, ed ha nei muri tre nicchie a volta : 
una presso l'estremitä S del muro E, due nel muro N. Sotto que- 
ste ultime si vedono tre buchi dei mutuli di una scansia, quella 
e contorniata da una striscia colorata, sotto la quäle nel lato su- 
periore son dipinti due festoni o tenie. Nel mm-o E son conser- 
vati molti grossi chiodi di ferro, fra cui quattro disposti con una 
certa regolaritä intorno alla nicchia : mi par certo che questa ser- 
visse al culto dei Lari e che a quei chiodi si appendessero ghir- 
lande (cf. Bull. 1887 p. 114). — II tetto, conservato in modo da 
potersi ricostruire, e di pochissima pendenza; una trave maestra 
ed una trave ad essa parallela nella metä di ogni lato, tutte e 
tre tonde, sorreggevano le 10 e 11 travi oblique, tonde anch'esse, 
sulle quali posavano le tegole, fra cui una, presso l'angolo SO, 
con apertura tonda : e piü che probabile che il locale fosse la 
cucina — che nella casa stessa non trovammo — e che questo 
fosse il posto del focolare. Si raccolsero in ^, all'altezza di m. 1,20 
dal pavimento, tre vasetti di vetro (Not. 1888 p. 573, 20 luglio). 

N. 8. 

La bottega n. 8 coi locali annessi appena puö esservi un 
dubbio che non fosse auch' essa una caupona^ quali molte dovevano 
trovarsi in questa frequentissima strada. Fra gli oggetti trovativi, 
del resto insignificanti, 7 anfore ed un vaso di vetro in forma di 
cratere a. 0,08, diam. 0,11, incontrati, in uno dei locali poste- 
riori, possono confermare tale supposizione, fondata suUa disposi- 
zione dei locali stessi. Delle anfore una contoneva il vino che 
il producente, C. Hostio Agatemero, chiamava « linfa vecchia », 



28 SCAVI DI POMPEI 

lumpa vetus (cf. Not. 1881 p. 195 sg. 321). Essa cioe porta l'iscri- 
zione ('): 

Q_POST 

LYM VET 

ÄlIIÄ 

LX 
C HOSTl AGATHEMERI 

Dalla strada si entra nella bottega a, con podio piegato ad 
angolo retto e coperto nella parte anteriore con lastre di marmo 
giallo e bianco : due fra quelle blanche erano una volta collocate 
in qiialche porta e mostrano ancora gl'incavi per i cUindretti dei 
cardini. Manca la soglia, che forse era di legno, ne del pavimento 
rimane altro che qualche avanzo. Nell'angolo SE e addossato al 
muro di fondo (S) un muretto a. 0,80, sulla superficie del quäle 
un canaletto, traversando il muro, sbocca sul vico E. — Le pareti 
sono coperte d'intonaco grezzo; soltanto l'anta a d. dell'ingresso 
di ^ e rossa, e qui si vede dipinto: 

1. a. 0,65 : Mercurio, con petaso alato ed ali ai piedi, nudo 
meno la clamide turchina affibbiata sulla spalla d. e avYolta in- 
torno al braccio sin. ; cammina verso sin., reggendo nella sin. il 
caduceo, nella d. alzata fino al gomito la borsa bianca, con tre 
punte al fondo. E preceduto da un gallo che apre il becco come 
per cantare. 

2. Sul pilastro fra gli ingressi di b e c e dipinto rozzamente 
un eigne volante. 

3. Sul principio del muro sin., a circa m. 2,0 dal pavimento, 
sopra un ayanzo d' intonaco piü antico si e conservata la parte 
sin. della rappresentanza d'un combattimento di gladiatori (a d. 
rintonac<) e stato rimpiazzato da stucco piü recente) ; a. 0,60, 1. 0,50 : 
un oplomachus, armato di grande elmo, dello scudo grande qua- 
drangolare curvato orizzontalmente, d'un gambale alla gamba sin., 
che non arriva fino al ginocchio, e di una cintura (tutto questo 
dorato) ha nella d. il corto gladio con custodia che cuopre la 

Q) Cosi copiata dal prof. Sogliano (Not. 1887 p. 562); io la vidi molto 
meno completa. Nella prima riga, che io non vidi, egli lesse q_host: cf. 
pero Eph. ep. I p. 168 n. 208 ; Not. 1876 p. 27 = Bull. 1877 p. 134. 



INSÜLA IX, 7 29 

mano. Una specie_ di corto grembiale gli pende sul ventre ; corde 
che finiscono in fiocchi svolazzano daH'elmo, altre corde presso il 
braccio d. involto in bende indicate con linee traverse nere ; iina 
benda nera e avvolta intorno alla garaba d., sopra il ginocchio. 
Egli con im gran passo mette avanti il piede sin. ; protende lo 
scudo, abbassandolo quasi fino alla terra, ritira la d. col gladio 
accanto al fianco, come per colpire di punta, e volge in dietro la 
testa, senza dubbio verso il pubblico per saper la sua decisione 
suUa Sorte delVavversario caduto. A sin. della sua testa e scritto 
con lettere nere, alte 0,019 : 

//////IC////SVLE • XIIX 

II numero si riferisce ai combattimenti sostenuti dal vincitore. 

Gli oggetti raccolti nella bottega a sono registrati nelleNot.d.sc. 
1887 p. 561. 563, 4.22 nov. Vi si trovö un frammento d'un ri- 
lievo, rappresentante una figura muliebre, vestita di chitone mani- 
cato cinto da una corda con nodi; e veduta di faccia; ha intorno 
al collo una grossa collana della nota forma che finisce anterior- 
mente da ogni lato in un bottone ; il petto e molto abbassato ; 
aveva le mani sul dorso ; manca la testa e parte delle gambe ; 
una benda cade sulla spalla sin. ; alt. m. 0,38 {}). 

La retrobottega h (3,38 X 2,85, a. 2,85 ; l'ingresso 1. 1,75), 
h evidente che non era abitata dal proprietario, ma serviva agli 
avventori della caupona (2). Le pareti son dipinte semplicemente 
neir ultimo stile a fondo rosso e giallo, con zoccolo nero e la parte 
superiore a fondo bianco. Ognuna delle pareti ha due scomparti- 
menti ; quelli del muro di fondo e gli interni dei muri laterali 



(') Vi si trovö inoltrc una lucerna di terracotta che ha sul disco la 
testa radiata di Seleno con la luna falcata ; una scodella arretina con la 
marca in forma di piede sex M {G.I.L.X, 8055,25); un frammento di tegola 
col bollo SAB R PI {CLL. X, 8042, 98) ; una tazza e tre unguentarii di ve- 
tro ; 4 monete di bronzo. 

(2) Vi si trovu di bronzo: una serratura (ra. 0,11 in ogni lato); una te- 
stina ornamentale di tigre; una casseruola; una conca; di ferro: un martello 
(con manico di legno); una paletta ; una zappa ; di vetro: un vaso in forma 
di cratere; di terracotta: 7 anfore (vd. p. 27). Not. 1887 p. 561 sg. ; 1888 
p. 523. 



30 SCAVI DI POMPEI 

contenevano ognuno un quadro, gli anteriori dei muri laterali ima 
figura volante. Dei quadri uno soltanto e in parte coaservato : 

4, sul niuro di fondo a d., a. e 1. 0,31 : le tre Grazie (cf. 
Heibig 856-857). E riconoscibile quella che sta nel mezzo, veduta 
dalle spalle, e stende il braccio d. a d., e quella a d. che sta 
rivolta allo spettatore ma volge la testa a d. in modo da mostrarla 
di profilo ; mette la mano d. sulla spalla d,, la sinistra sulla mano d. 
della compagna. Di queste due e conservata la sola parte supe- 
riore, mentre della terza si vedono soltanto i piedi, e questi in 
modo assai indistinto. 

Anche delle figure volanti una soltanto e conservata. 

5, sul muro sin. ; fondo rosso ; a. 0,25 : Amore volante verso d. 
con veste svolazzante a guisa di sciallo ; porta con ambedue le mani 
im oggetto lungo a guisa di bastone, dei resto non riconoscibile. 

II corridoio cd conduce ai locali posteriori ; la prima parte c 
pai-e che nel tempo stesso servisse da cucina. Sembra cioe che 
fra il muro posteriore di a ed il primo dei due corti muricciuoli 
visibili sulla nostra pianta vi fosse il focolare : nell'angolo d. di 
quel vano vedonsi avanzi di materiale e di sopra il muro (senza 
intonaco) e annerito dal fumo ; all'altezza poi di circa m. 2,80 
usciva il fumo per un'anfora incastrata nel muro E e rotta in 
ambedue le estremitä. Non so che cosa fosse nel vano seguente, 
fra i due muricciuoli. 

Segue a sin. di d l'uscita secundaria n. 9, al di lä della 
quäle era addossata al muro sin. la scala di legno per montare al 
piano di sopra. 

e (3,0X4,23, non sgombrato); ha l'aspetto d'un triclinio ; pa- 
reti con stucco di mattoni ; nell'angolo SO un'anfora. Eiceveva luce 
per una finestra larga 1,60 da K, che perciö avrä a credersi un 
cortiletto scoperto e dava luce anche, per una finestra a. 0,56, 1. 
0,44. al cubicolo g (intonaco (?i mattoni), ove poteva dormire sia 
il caupo sia il suo servo. 

Del resto ^\ e f g h ^\ potrk forse giudicar meglio quando 
saranno dei tutto sgombrate. Intanto osserviamo che in h nell'an- 
golo NO sta UQ altare (0,50 X 0,35) la cui altezza (circa 1,60 sopra 
il pavimento di d) fa sospettare che il suolo fosse piü alto in h 
che in d. Sul lato esterno dei muro E di ^ e dipinto su fondo 
bianco un serpente che fra plante si dirige verso sin. 



INSULA IX, 7 31 

Per ciö che riguarda le camere superiori, pare che dal pia- 
nerottolo in cima alla scala in d si entrasse di fronte in qualche 
locale sovrapposto a fg, e a sin. in una camera sovrapposta ad e, 
e da questa in im'altra sopra b. Quanto alla bottega «, non vorrei 
ne negare ne affermare che sopra essa vi fosse qualche camera ; in 
ogni modo a era piü alta di ^ ; e se vi fosse stata una camera 
superiore, si aspetterebbe di trovare una scala in uno dei locali 
anterior! . 

h pare che fosse un cortiletto scoperto (vd. sopra) : su questo 
particolare si potrebbe giudicar meglio, se avessimo un' idea chiara 
del modo come l'intera casa n. G-9 era coperta. Certo mi pare che 
non s'abbia a pensare ad un tetto unico, che anzi Vaspetto della 
casa — e probabilmente della maggior parte delle case pompeiane — 
dovesse essere abbastanza irregolare. 

I due ingressi laterali n. 9-10 erano protetti ognuno da una 
piccola tettoia sporgente dal mm-o, e sotto di essa erano intisse nel 
muro, almeno sopra il n. 9, due travi, un poco a S degli stipiti. 
II loro scopo e ignoto; non servivano a sorreggere la tettoia, che 
era fatta senza legname e consisteva di una sola fila di embrici e 
tegole incastrate nel muro. 

{sarä conliruiato) 

A. Mau. 



BEITRAEGE ZUR GRIECHISCHEN IKONOGRAPHIE. 

(Tafel II, III) 



V. VI. SELEUKOS NIKATOR. PTOLEMAIOS SOTER. 

Derselben reichen Herkulan ischen Villa, welcher die Bd. III 
S. 113 auf Archidamos gedeutete Marmorherme entstammt, ver- 
danken wir auch die auf Tafel II abgebildete Erzbüste. Die ältere 
Litteratur und eine gute Vorderansicht bietet das schon genannte 
Werk Yon Comparetti und De Petra, La Villa Ercolanese 
Taf. 10, 1 S. 264, 19. 

Dass wir in diesem Bildniss einen König zu erkennen haben 
ist allgemein zugestanden und nicht wohl zu bezweifeln. Die 
breite Binde, welche das Haupt umgiebt, ist ein genügender Beweis 
für die Richtigkeit jener Annahme. Zwar fehlen jetzt die langen, 
lose herabfallenden Enden, welche für die Königsbinde charakte- 
ristisch sind ; wir werden aber annehmen dürfen, dass dieselben 
einst vorhanden waren, wenn wir auch ihre Bruchstellen nicht 
mehr sicher erkennen können ('). Denn- so wie die Binde heute 
ohne irgend eine Verknüpfuug zusammengelegt erscheint, so dass 
das vom linken Ohr herkommende Ende das andere bedeckt und 
weiterhin unter dasselbe gesteckt ist, und in Folge davon beide 
Enden in lange Spitzen auszulaufen scheinen, die nebeneinander 
liegend die Breit3 des übrigen Bandes ausfüllen, kann sie doch 
ursprünglich nicht dargestellt gewesen sein. Das Fehlen der langen 
Enden müssen wir also auf die Beschädigungen und zum Theil 

(') Ueber diesen Punkt verdanke ich E. Petersen und K. Wernicke 
einige Notizen. 



SELEUKOS NIKATOR. PTOLEMAIOS SOTER 33 

recht starken Ausbesserungen schieben, welche diese Erzwerke er- 
fahren haben. 

Die Herkulanischen Akademiker hatten die Büste für Ptole- 
maios VI Philometor erklärt; E. Q. Visconti {Iconografia greca 
111 S. 289 der Mailänder Ausgabe) glaubte vielmehr den ersten 
Lagiden, Ptolemaios Soter zu erkennen, und diese Ansicht ist die 
herrschende geblieben. 

Beide Deutungen scheinen mir unhaltbar. Leicht lässt sich 
die erstere zurückweisen, seit J. Six ein authentisches Bildniss 
des Philometor nachgewiesen hat (Athenische Mittheilungen XII 
^.212). Aber auch die zweite ist nicht haltbar. Eecht wechselnd 
zwar tritt uns das Bildniss dieses Königs auf der langen Reihe 
der Aegyptischen Münzen entgegen, oft mit einer fast karikirten 
üebertreibung der charakteristischen Züge ; aber diese eben kehren 
immer wieder (i). Die Stirn ist im unteren Theil stark vorge- 
wölbt, und auch die Nase ladet stark aus, während der verhält- 
nissmässig kleine und etwas eingefallene Mund dieser gegenüber 
ganz besonders tief liegt und das Kinn, an und für sich nicht 
klein, doch gegen Stirn und Nase zurücktritt. Charakteristisch sind 
auch die weit aufgerissenen Augen. Von alle dem finden wir nichts 
in dem Broncekopf der Herkulanischen Villa, während andererseits 
die starken Falten, welche seinen Mund umgeben, sich auf Münzen 
des Ptolemaios nie zeigen. Noch deutlicher wird der Unterschied 
durch den Vergleich mit dem auf Tafel III abgebildeten Kopfe, 
meiner Meinung nach dem ersten sicheren Bildniss des Ptolemaios 
Soter. Die Büste, an welcher Hals, Hinterkopf, die Ohren und die 
Nasenspitze ergänzt sind, von der also nur das eigentliche Gesicht 
und ein Stück Haar mit der Binde über der rechten Schläfe alt 
ist, stammt nach ihrer jetzigen Aufschrift (-) aus Griechenland 
und kam aus dem Besitz des Bildhauers Pajou in den Louvre, 
wo sie in der Salle du rjladiateur steht. Als Material wird Pa- 
rischer Marmor angegeben. Der Kopf gilt jetzt für Demetrios 



0) Vgl. Poole, The Ptolemies. Head, Historia numorum S. 711 ff. 

f2) Nach Conze's freundlicher Mittheilung, der auch die an gleicher 
Stelle angehrachten Angaben über die Ergänzungen, übereinstimmend mit 
meinen früheren Notizen, bestätigte und die Aufnahme der Photographie ver- 
mittelte. .Die Büste trägt die alte Museumsnuramer 457. 

3 



34 



BEITRAEGE ZUR GRIECHISCHEN IKONOGRAPHIE 



Poliorketes, früher für Otho. Die letztere Benennung ist mit Kecht 
aufgegeben, wie ein Vergleich mit dem steilen Profil, das uns die 
Münzen dieses Kaisers zeigen, ohne weiteres darthut. Aber auch 
mit den Münzen des Poliorketes (Irahoof-Blumer, Porträtköpfe 




Taf. 1, 4. 2, 7. 8) hat er nur eine oberflächliche Aehnlichkeit ; 
grade der so charakteristische tief liegende Mund kehrt dort nicht 
wieder. Dagegen finde ich alle die bezeichnenden Eigentümlich- 
keiten in diesem Antlitz, welche ich soeben an den Münzbildern 
des Ptolemaios Soter hervorhob ; die Wiederholung des dem Mo- 
narchen gleichzeitigen Goldstaters (Imhoof-Blumer, Porträtköpfe 
Taf. 1, 2) auf unserer Tafel wird das anschaulich machen. Nur 
in den Haaren scheint eine kleine Verschiedenheit obzuwalten : 
die des Marmors scheinen dichter, gleichmässiger, die der Münzen 



SELEÜKOS NIKATOR. PTOLEMAIOS SOTER 35 

lockerer und freier behandelt. Einen Zweifel an der Identität der 
Person wird auf diese Aeusserlichkeit niemand begründen. 




Die beiden bisherigen Deutungen des Herkulanischen Bronce- 
kopfes haben sich als unrichtig herausgestellt; ich möchte an 
ihrer Stelle eine neue vorschlagen. Wie die Ueberschrift dieser 
Zeilen andeutet glaube ich in ihm Seleukos Nikator zu erkennen. 

So viel ich weiss, ist bisher nur einmal der Versuch gemacht 
worden, ein Bildniss des Seleukos nachzuweisen. Die Herkulani- 



36 BEITRAEGE ZUR GRIECHISCHEN IKONOGRAPHIE 

sehen Akademiker haben ihn in einer Broncestatuette erkennen 
wollen (0, welche einen jungen Mann darstellt, der den rechten 
Fiiss auf einen ziemlich hohen Felsblock setzt, den rechten Arm 
auf das rechte Knie legt und in der Rechten einen Gegenstand ge- 
halten zu haben scheint. Eine dicke Chlamys ist auf der rechten 
Schulter zusammengesteckt und verhüllt den Rücken und den in 
die Seite gesetzten linken Arm ; die Füsse sind mit Stiefeln be- 
kleidet. Die äussere Erscheinung könnte zuerst an Hermes denken 
lassen, für welchen diese Stellung ja nicht ungewöhnlich ist (^) ; 
in der Rechten würde man alsdann ein Kerykeion voraussetzen. 
Aber gegen diese Annahme sprechen ausser dem Mangel der Fuss- 
üügel die kleinen Stierhörner über der Stirn ; diese führen zu- 
nächst auf ein Diadochenporträt (^). Lange giebt der Statuette 
Jagdspeere in die Hand : ihr Motiv würde dann ganz mit dem 
Münzbild von Segesta (Poole, Sicüi/ S. 133. Gardner, Types 
Taf. 6, 4. Head, Historia numorum S. 145) übereinstimmen, das 
uns einen jungen rastenden Jäger zeigt. In einer solchen Gestalt 
das Bild eines Diadochen wiederzufinden hat nichts befremdli- 
ches : aber bei der Deutung auf Seleukos Nikator haben sich die 
Akademiker oifenbar zu sehr von der Nachricht leiten lassen, dass 
die Statue dieses Königs Stierhörner getragen habe {^). Auch 
wenn diese Nachricht verständiger motivirt wäre würden wir weder 
folgern, dass alle Statuen des Seleukos gehörnt gewesen seien, noch 
dass alle gehörnten Porträts diesen Herrscher darstellen. E. Q. Vi- 
sconti ist deshalb von dieser Deutung abgewichen, da er keine 
genügende Ärmlichkeit mit den auf Münzen überlieferten Zügen 



(1) Bronzi II Taf. 60. Clarac V Taf. 840, 2113. E. Q. Visconti, Icono- 
grafia greca II Taf. 3 S. 80 der Mailänder Ausgabe. Müller-Wieseler I 
Taf. 50, 221 a. Im Neapeler Museum N. 5026. 

(2) K. Lange. Das Motiv des aufgestützten Fusses S. 20. 

(3) Athen. Mittheilungen III S. 294, 1 erwähnt Furtwängler eine dieser 
Statuette im Typus verwandte und eine zweite, sitzende, welche er auf Grund 
der Stierhörner für Diadochenbildnisse hält. Vgl. auch K. Lange, Motiv des 
aufgestützten Fusses S. 30. 

(*) E. Q. Visconti, Iconografia greca II S. 371 der Mailänder Ausgabe. 
Eckhel D. N. III S. 211. Appian, ^IvQtuxTJ 57. Suidas u. 2:e"/.svxog. Georgios 
Kodinos, JIaQsxßoXcd S. 27 der Bonner Ausgabe = Banduri, Imperium Orien- 
tale (1729) S. 110. Libanios, \4ynoxix6g I S. 301 Reisko. 



SELEUKOS NIKATOR. PTOLEMAIOS SOTER 87 

fand. Wie Recht er darin hatte lässt sich durch eine weitere Ver- 
gleichung zeigen Vorstehend S. 35 ist eine Marmorherme (') 
abgebildet, die ebenfalls der Herkulanischen Villa entstammt und, 
wie der Vergleich mit dem gegenüber wiederholten Kopf der Bron- 
cestatuette zeigt, mit dieser auf dasselbe Original zurückgeht. 
Die Herme, welche die Züge deutlicher erkennen lässt, zeigt aber 
klar, dass an Seleukos hier nicht gedacht werden darf. Die Herme 
gilt ohne genügenden Grund für Alexander, die Statuette hat 
Visconti für Demetrios Poliorketes erklärt {Iconografia greea II 
S. 86). Für unmöglich halte ich auch jetzt noch diese Beziehung 
nicht, obwohl zugestanden werden muss, dass die Aehnlichkeit 
der Herme mit den Münzen (Imhoof-Blumer, Porträtköpfe Taf. 1 . 4. 
2, 7. 8. Gardner, Tupes Taf. 12, 19) nicht grade schlagend ist {% 
und man auch andere Porträts zum Vergleich heran ziehen dürfte, 
etwa das des Antiochos II Theos, allerdings weniger das treuere, 
dem Vater so offenbar ähnelnde (Imhoof-Blumer Taf. 3, 11. Poole, 
Seleiicid kings Taf. 5) als das zum Hermes idealisirte (Poole 
Taf. 5, 2. Gardner, Tijpes Taf. 14, 28) (3). 



(') Villa Ercolanese Taf. 20, 3. S. 275, 73. 

(2) Von dem Fragment einer Büste des Demetrios, das 0. Müller, 
Handbuch § 158, 3 erwähnt, ist mir nichts genaueres bekannt. 

(3) Ich dalte daran fest, dass uns in der Herme und der Statuette Ko- 
pien einer Porträtstatue erhalten sind, besonders wegen der vielen gleichar- 
tigen Hermen der Herkulanischen Villa, in deren Gesellschaft diese gefunden 
wurde. Sonst könnte die oben berührte Uebereinstimmung mit den Segestaner 
Münzen zu einer ganz anderen Deutung führen ; der jugendliche Jäger auf 
diesen ist für den Flussgott Krimisos erklärt worden (Head, Historia numo- 
rum S. 144. 145. Gardner, Types S. 125. Servius zu Vergil V. 30). Diese 
Deutung des Jünglings ist höchst wahrscheinlich, obwohl er nur mitunter 
kleine Hörner zeigt (Salinas, Tetradrammi di Segesta, Periodico di Numis- 
matica III S. 14 ff.) : gegenüber dem ausdrücklichen Zeugniss des Aelian 
(Bunte Geschichte II, 33) und vor allem der Münzen wie etwa Poole, Italy 
S. 356, 111. 112 (Aisaros); S. 370, 1 (Krathis) ; Gardner, Types Taf. 2, 16 
(Hypsas) ; 6, 1 (Selinus) fällt das nicht ins Gewicht, wie auch die sonst nahe 
liegende Deutung auf den von Hunden umgebenen (Aelian, Thiergeschichte 
XI 20) mit der Lanze bewaffneten (Plutarch, Timoleon 12 zu Ende) Adranos, 
dessen Verehrung in ganz Sizilien Plutarch, in Messana eine Münze, in Ha- 
läsa eine Inschrift {CIG. HL 5594, 1 Z. 54. 62 ; vgl. Kaibel, De inscriptione 
Ilalaesina, Rostock 1882 S. 17) bezeugt, durch den Umstand widerlegt wird, 
dass Adranos auf der genannten Münze der Mamertiner behelmt und bärtig 



88 BEITRAEGE ZUR GRIECHISCHEN IKONOGRAPHIE 

Wir kehren zurück zu der Broncebüste aus Herkulaneum. 
Der Deutung auf Seleukos Nikator steht nach den obigen Erörte- 
rungen nichts im Wege ; es handelt sich also nun darum, aufzu- 
suchen, was für dieselbe spricht. 

Wir kennen die Züge des Seleukos (') von den Münzen, seinen 
eigenen, denen des Antiochos Soter und des Philetairos (-). Das 
beste Bild des Fürsten bieten uns ohne Zweifel die Tetradrachmen 
seines Sohnes (Imhoof, Monnaies grecques S. 424) ; auf imserer 
Tafel II ist links von der Büste eine derselben abgebildet {^), 
rechts zum Vergleich eine der Pergamenischen Münzen. Leider ist 
die Stellung des Kopfes auf den Münzen nicht ganz in Ueberein- 
stimmung mit der Büste, doch tritt die Verwandtschaft aller we- 
sentlichen Züge, wie ich meine, auch so hervor. Eigentümlich 
bestimmend wirkt bei diesem Bildniss nächst der klaren Zeich- 
nung des schön gewölbten Hinterkopfs die in ihrem grösseren un- 
teren Theile so stark gewölbte Stirne, von welcher sich die feine, 
wenig gebogene Nase deutlich absetzt, die dann aber nicht, wie 



erscheint (Poole, Sicily S. 109. Vgl. E. Q. Visconti, Opere varie II S. 197. 
Roscher's Lexikon S. 77). Ist also die Deutung der Segestaner Münze auf 
den Flussgott Krimisos richtig, so könnte man versucht sein auch die Her- 
kulanische Statuette auf einen solchen zu deuten, wozu die kleinen Hörnchen 
trefflich stimmen würden. Dagegen sprechen aber wie bemerkt die Fundum- 
stände der Herme sowie die Ungewöhnlichkeit des Gegenstandes. 

(1) Die im Catalogue of engraved gems in the British Museum S. 171, 
152G verzeichnete Gemme, welche nach der Inschrift 2EAE. doch wol Seleukos 
darstellen soll, schien mir von zweifelhafter Echtheit ; über den Künstlernamen 
KAPnOY, den sie trägt vgl. Brunn, G. G. K. II S. 615. 

(2) Vgl. Imhoof-Blumer, Porträtköpfe S. 28. Dynastie von Pergamon 
S. 22. Monnaies grecques S. 422. Gardner, The Seleucid kings of Syria. 
Dass ich neben diesen Veröffentlichungen eine ganze Eeihe von Münzab- 
drücken benutzen konnte verdanke ich der unermüdlichen Zuvorkommenheit 
Imhoof s. Ich bemerke nebenbei, dass ich in dem behelmten Kopfe auf Münzen 
des Seleukos (Gardner, Seleucid kings Taf. 1, 11-13. Types Taf. 14, 8. 9) 
Imhoof folgend [Monnaies S. 424. Porträtköpfe S. 5) kein Bild dieses Für- 
sten sondern des Alexander erkenne; das jugendlichste Bild des Seleukos auf 
dem Goldstater [Seleucid kings Taf. 1, 6) stimmt mit diesem jugendlichen 
Kopfe nicht genügend überein. 

(3) Es ist das aus der Sammlung des Baron L. von Hirsch stammende 
Exemplar; die zweite Münze ist das Dynastie von Pergamon Taf. 1, 4 abge- 
bildete Stück. 



SELEÜKOS NIKATOR. PTOLEMAIOS SOTER 39 

etwa bei dem Ptolemaios Soter noch weiter ausladet, sondern 
an der Wurzel gegen die Stirn zurückweichend im ganzen dieselbe 
Richtung zeigt, wie die Stirne. Auch das Kinn ist fein gezeichnet 
und hebt sich sehr klar gegen die weicheren Massen des ünter- 
gesichts ab ; starke Falten umgeben den Mund, eine besonders 
starke bildet sich bei der genannten Absonderung des Kinnes. 
Trotzdem zeigt sich in diesem Gesicht keine Schlaffheit ; nichts 
ist matt an ihm, vielmehr lässt besonders das durchgearbeitete 
Untergesicht eine angespannte geistige Kraft sichtbar werden, 
welche keine träge Ruhe kennt noch kennen will. 

Ich habe früher den Versuch gemacht, eine Büste in Mün- 
chen als Bild des Antiochos Soter nachzuweisen (') ; ich glaube 
auch jetzt noch an dieser Deutung festhalten zu dürfen, trotz des 
Widerspruches den Brunn (-) dagegen erhoben hat, und finde in 
der nicht geringen Aehnlichkeit der Münchener und der Neapeler 
Büste eine gegenseitige Stütze meiner Auffassung derselben. 

Wir haben Nachricht von einer ganzen Zahl von Bildnissen 
des Seleukos. Bryaxis (Plinius 43, 73), Aristodemos (43, 87) und 
Lysipp (Löwy I. G. B. 487) hatten ihn dargestellt ; ausserdem 
werden Statuen von ihm in Athen (Pausanias I, 16, 1), Olympia 
(VI, 11, 1), Antiochien (Libanios I, S, 301 Reiske und Malalas 
S. 276 der Bonner Ausgabe) auch in Konstantinopel (Kodinos, 
üaQexßoXai S. 27 Bonn) erwähnt. Letztere könnte mit einer der 
anderen identisch sein, auch die nach Künstlern und die nach 
Orten bekannten brauchen nicht durchaus verschieden zu sein. Bei 
diesem Stande der Ueberlieferung bleibt es natürlich ganz unsi- 
cher, wenn wir das erhaltene mit einem der erwähnten Werke in 
Beziehung setzen. Immerhin ist eins zu beachten. Die Nachricht 
über die Seleukosstatue des Bryaxis sowohl als des Lysippos hat 
den Forschern Bedenken erregt wegen des späten Datums, das sie 
für diese Künstler anzunehmen zwingt. Aber die Ueberlieferung 
scheint in diesem Punkte wirklich Recht zu haben (3) (vgl. Brunn, 

(1) Arch. Ztg. 1884 S. 157. 

(2) Glyptotheks S. 226, 172. 

(3) Aus dem Umstand allerdings, dass die Tyche von Antiochien nicht 
Lysipp selbst sondern seinem Schüler übertragen wurde, könnte man schlios- 
sen, dass der Künstler die Gründung Antiochiens nicht mehr, oder nicht 
mehr in voller Schaffenskraft erlebt habe. 



40 BEITRAEGE ZUR GRIECHISCHEN IKONOGRAPHIE 

G. G. K. 1. S. 251. 383; Löwy L G. B. 94. 487. 492; Athen. 
Mittheilungen X S. 149); sicher ist es'' für Bryaxis, bei dem äus- 
serlich die Bedenken am ersten begründet wären. Aber da er noch 
bei der Gründung Antiochiens die Apollostatue für das neu er- 
richtete Heiligthum in Daphne (') ausführte, liegt kein Grund vor, 
ihn nicht auch die Erhebung des Seleukos zum König erleben zu 
lassen. Unsere Büste stellt Seleukos in einem Alter von minde- 
stens vierzig Jahren dar ; die Kopfbinde beweist, dass er schon 
König war, als dies Bildniss gemacht wurde. Die Möglichkeit 
dasselbe Biyaxis zuzuschreiben wäre also da, doch sehe ich nichts, 
was besonders für diesen spräche. Dagegen kann ich nicht umhin, 
eine grosse Verwandtschaft der Büste mit dem Apoxyomenos her- 
vorzuheben. Es ist ja allerdings schwer, ein Porträt mit einer 
Idealfigur, einen gealterten Mann mit einem blühenden Jüngling 
zu vergleichen, aber trotzdem finde ich in der eigentümlichen 
Haltung des Kopfes, der Bildung der Augen, vor allem in derje- 
nigen der Haare eine so grosse Aehnlichkeit, dass ich die Frage 
aufzuwerfen wage, ob wir nicht in dieser Büste eine Wiederholung 
desselben Werkes des Lysipp besitzen, dessen einst in Kom be- 
findliche zweite Kopie uns durch die erhaltene Inschrift bekannt 
ist. Wie man aber auch hierüber und die versuchte Benennung 
urteilt, eines zeigt der Vergleich mit dem Lysippischen Werke 
klar : die Herkulanische Büste ist in der That ein Königsbildniss 
aus der ersten Diadochenzeit. 
Athen. 

Paul Wolters. 



(1) Der Ausweg, den Brunn vorschlägt, diese Statue schon aus Anti- 
gonia stammen zu lassen, scheint mir wegen des persönlichen Verhältnisses 
des Seleukos zum Apollokult im allgemeinen wie zu diesem Heiligthum im 
besonderen (0. Müller, Kunstarchäologische Werke V S. 43. Libanios I S. 302 
Keiske) nicht möglich ; aber auch wenn wir ihn einschlagen, müssen wir die 
Lebenszeit des Bryaxis bis nahe an die Seleukidenära ausdehnen. Klein's 
Leugnung der ganzen Nachricht (Mittheilungen aus Oesterreich V S. 96, 30) 
scheint mir nicht berechtigt. 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 



II monte Citorio, dove sorge la grandiosa fabbrica della Curia 
Innocenziana, ora palazzo del Parlamento, ha attirato l'attenzione 
dei topografi fin dal secolo XV e XVI. Molti lo credevano una 
collina naturale, altri rigettando giustamente questa opinione hanno 
sfoggiato molta dottrina per spiegarne la formazione. Generalmente 
a causa della denominazione mons Citatorius o Accepiorius da- 
tagli nel medio evo fu creduto stare in relazione con i comizi o i 
septi. L'unico avanzo allora visibile, il tronco di una enorme co- 
lonna di granito rosse sporgente fuori del suolo quasi sei metri, 
per conseguenza fu spiegato come la columna eitatoria che avesse 
servito per affiggervi citazioni giudiziarie e bandi di magistrati. 
Altri assurdamente lo ritenevano per un argine fatto per repri- 
mere le inondazioni del Tevere: infine nella bocca del volgo nöl 
XVI correva la favola, essere stata terra con cui Agrippa empi 
la Rotonda per fabbricarvi sopra la cupola (Nardini R. A. III p. 83 
ed. Nibby). 

Tutte queste opinioni erano prive del fondamento necessario, 
cioe di ricerche nel suolo dell'antica cittä. Tali ricerche non fiu'ono 
fatte nemmeno nella prima metä del secolo XVII, quando il Ber- 
nini cominciö ad erigervi un suntuoso palazzo per la famiglia Ludo- 
visi, e furono corainciate soltanto circa il 1700 sotto Innocenzo XII 
e demente XI, quando si terminö il palazzo Ludovisi per opera 
di Carlo Fontana. Nel 1703 e 1704 fu sterrata la sudetta colonna 
di granito e ne fu scoperto il basamento. I commenti perö fatti 
dagli scienziati contemporanei mirano piuttosto a problemi anti- 
quari e cronologici, mentre per le questioni topografiche le notizie 
finora conosciute erano assai scarse. Ciö diventa chiaro giä dai 
molti dubbi, con cui parlano anche i topografi moderni dell'an- 



42 ANTICHITA DI MONTE CITORIO 

tico stato della zona fra Piazza Colonna e l'obelisco solare di 
Aiigusto; dubbi, i quali almeno in parte saranno schiariti dalle 
notizie pubblicate nelle pagine seguenti. 

1. La colonna del Divo Pio. 

Quando si constatö per gli scavi del 1703, che sotto la co- 
lonna chiamata citatoria esisteva in uno stato abbastanza ben 
conservato il basamento con la sua iscrizione e rilievi figurati, 
qiiesta scoperta inattesa diede origine ad una lunga serie di pub- 
blicazioni ('). Gli antiquari del secolo XVII avevano, da certi tipi 
monetär!, la conoscenza di una colonna dedicata al Divo Pio, ma 
essi la ritennero erroneamente per identica a quella tuttora esi- 
stente in piedi: e siccome i rilievi di quest'ultima raffigurano i 
fatti della guerra Marcomannica, cosi avevano formato la strana 
teoria, che la colonna di Piazza Colonna fosse cominciata in onore 
del Divo Pio, ma terminata soltanto da Marco Aurelio o da Com- 
modo. AUora essi si videro costretti ad abbandonare le loro teo- 
rie e con molta erudizione vollero constatare l'identitä del mo- 
numento recentemente scoperto con quello conosciuto dalle mo- 
nete, e spiegar minutamente i rilievi rappresentanti l'apoteosi di 
Paustina, e le decursiones funebres. Del ritrovamento stesso la 
maggior parte dei libri pubblicati park come di una cosa abba- 
stanza conosciuta ed in termini generali. 

Intorno allo scoprimento ed al trasporto della colonna si co- 
nosceva giä una relazione abbastanza estesa, quella pubblicata dal 
Cancellieri (Effemeridi lett. di Roma II, 1821 p. 214-236): egli 
la trasse dalle Miscellanea del cardinal Garampi, e ne ritenne 
per autore l'abate Francesco Valesio, diligentissimo ricercatore 



(1) Fr. Bianchini de Kaiendario et cyclo Caesaris dissertationes duae, 
quibus inseritur descriptio et explanatio basis in Gampo Martio nuper de- 
tectae sub Columna Antonino Pio olim sacra. Romae, 1703, fol. ; Lettera 
del sig. Michelagnolo de la Chausse .... in cui si fa parola della Colonna 
nuovaniente trovata in Eoma nel Campo Marzo . . . data in luce da Niccolö 
Bulifoni, Napoli 1704 ; Journal de Trevoux 1704 Sett. ; Seconda lettera 
del sig. M. A. de la Chausse . . . Napoli 1705 ; lo. Vignoli de columna Im- 
peratoris Antonini Pii, Romae 1705. 4; Journal des Savans XXXII (1704) 
p. 542, XXXm p. 785 ; Ap. Zeno Giornale de' letterati t. Vm p. 12. 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 43 

degli avvenimonti romani del suo tempo. Confrcntando perö qnesta 
relazione pubblicata con i diarii autografi del Valesio conservati 
neH'archivio Capitolino, m'avvisai presto che essa non possa es- 
sere desunta da quegli Ultimi. Che nei casi di discrepanza la Ga- 
rampiana si debba considerare conie meno autentica, giä si rico- 
nosce da uno sbaglio cronologico grossolano, e che rende con- 
fuso tutto il racconto : sono attribuiti al luglio e settembre del- 
l'anno 1704 cose accadute nel 1705, vale a dire, l'autore racconta 
Toperazione come felicemente riuscita e torna poi a descrivere 
minutamente i vari tentativi fatti dopo la prima operazione non 
riuscita. Vi sono altre ragioni che m'inducono a ritenere per autore 
della relazione Garampiana non il Valesio, ma uno dei concorrenti 
con gli architetti Fontana, essendo che questi Ultimi vengono 
giudicati in un modo assai sfavorevole, mentre tali tendenze ostili 
sono affatto estranee alle notizie originali del Valesio. Ed e da 
notare, che quei passi, ove l'autore della relazione stampata parla 
di se stessö ('), non trovano riscontro nel Diario Capitolino. Si 
potrebbe per mezzo delle notizie di questo diario tessere l'intera 
storia di quell'avvenimento, che desto grandissimo Interesse in tutta 
la popolazione di Koma e fuori : siccome perö tale racconto oltre- 
passa i limiti del nostro BuUettino, cosi pubblico soltanto per 
darne un saggio, le prime notizie, aggiungendovi poi quelle che ci 
danno qualche particolare archeologico intorno al monumento. 

La prima notizia si trova nel diario sotto la data del 25 set- 
tembre 1703: 

Nel giardino de PP. di Monte Citorio si vedeva sopra terra eretta 
Testremitä d'una gran colonna di granito Orientale reputata da molti autori 
falsamente la supposta colonna citatoria, nel passato pontificato d'Innocenzo XII, 
allhora che fabric5 ivi appresso la Curia, si divulgo che sarebbe stata cauata 
e portata suUa piazza della med*. Curia, il che non segui, hora S. B. la fa 



(i) P. es. p. 11: 'al 1 di ottobre (1705) essendo io stato introdotto 
per trascrivere i caratteri greci che nella testa e piede di detta colonna si 
ritrovano . . . ecc. ' II diario Capitolino sotto questa data riferisce diversi 
fatti, senza accennar menomaniente alla cöpia dell'iscrizione greca, la quäle 
invece si trova giä riferita nel settembre del 1704. Puo essere perij benissimo 
che il Garampi abbia tratto questa relazione dalle carte del Valesio, essendo 
noto come quest'ultimo, oltre a compilar lui stesso delle notizie, fu anche 
raccoglitore di diarii compilati d'altrui. 



44 ANTICHITÄ DI MONTE CITORIO 

scoprire tutta, ed b stata ritrouata alta palmi 67 et la base guasta posta al- 
l'istesso piano di Piazza Colonna e disopra v'e intagliato in lettere greche 
Traiano Augusto, la base l'hanno scoperta nella casa che h quasi a mezzo 
il vicolo che b alle radici del Monte Citorio che viene da una banda for- 
mato dal muro del monastero delle monache di Campe Marzo (>). 

Segue: Martedi 4 dicembre 1703. 

Si h cessato di cavare la colonna dedicata ad Antonino in Monte Ci- 
torio, essendo stato scoperto digiä tutto il basamento, e si aspetta l'ordine 
di S.- B. per porre mano a cavarla fuori. 

Dopo aver riferito (1704, maggio 5, giugno 23) di diversi 
preparativi relativ! al trasporto della colonna, il Valesio aggiunge 
(mercoledi 13 agosto): 

E stato hoggi misurato il sito ch'e dietro la fontana di Trevi, medi- 
tando S. B. di formare a quella acqua una sontuosa facciata e porvi la gran 
colonna Antonina di Moi\te Citorio e formare avanti la detta fontana una 
spaziosa piazza con tirare quella addietro a filo della chiesa della Madonna 
de'Crociferi {^). 

La stessa notizia si ripete sotto il giorno 28 agosto : il giorno 
30 sett. (martedi) il cronista riferisce: 

Essendosi compito il castello per togliere la famosa colonna Antonina 
di Monte Citorio, in breve si farä l'operazione di calarla, e digiä sono stati 
fatti cancelli dirimpetto all'offizii de notari del vicario allo spazzo delle case 
demolite, d'onde deve uscire la colonna per rimuovere il concorso del popolo 
in tempo della operazione. 

(1) Intorno al tempo della scoperta si veda Bianchini de calendario et 
cyclo Caesaris p. 72: dum, huiusce lucuhrationis de calendario et cyclo Gae- 
saris postrema folia pra'elo subduntur per faustam diera IX kal. Decemhris 
qua literarii munusculi nuncupatio optima principi ojferebatur natalitii 
titulo indulgentius excipienda, aut excusanda, felici admodum eventu con- 
tigit, ut e ruderibus ad palmos quadraginta cum solo egestis in lucem edu- 
catur antiqua basis, columnae adhuc supposita. I moderni in parte attri- 
buiscono il ritrovamento al 1704 (Canina, edifizi III p. 127), altri secondo 
l'autoritä del Ficoroni [Gemmae ant. litt. p. 112) al 1705. 

(2) II Cancellieri p. 226, citando dairAppendice della Biblioteca Fir- 
miana (Milano 1783 p. 127j il passo seguente: ' questa insigne colonna . . . 
fu dissotterrata a Monte Citorio nel 1704, e nel 1707 dovevasi . . . erigere 
nella Piazza di Trevi, coH'opera del celebre architetto Francesco Fontana. 
Ma ciü poi non succedette, attesa la ristrettezza in cui allora trovavasi Ferario 
Pontiflcio ' aggiunge : ' ma siccome alla fontana di Trevi non v'ha piazza capace 
per esservi situata, si sarä piuttosto pensato di situarla sulla piazza delle 
terme Diocleziani, dal volgo chiamato Piazza di Termini '. La notizia del 
Valesio, oltre a rifiutare i dubbi del Cancellieri, aggiunge un particolare quasi 
dimenticato intorno ai progetti edilizi di Clcmente XI. 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 45 

La prima operazione, fatta i giomi 15 e 18 ottobre 1704, 
non riusci, essendo il castello troppo debole per sostenere un peso 
tanto enorme (Cancellieri p. 216). II Valesio aggiunge in questa 
occasione una descrizione della colonna e del basamento, che non 
sarä inutile di riprodurre, essendo fatto prima che molteplici ri- 
stauri fossero aggiunti alle scolture. 

' P^ qualche ragguaglio di questa tanto mentovata colonna, e ella com- 
composta di granito rosso Orientale di un sol pezzo d'altezza palmi 66 e 
mezzo, e di grossezza p. 26 e 3 quarti con diametrö di palmi 8 e mezzo. Un 
frammento del capitello ritrovato sotto terra pare indichi essere stata d'ordine 
Toscano. L'iscrizione che vi si legge nella cima con lettere greche TQuittvog di- 
mostrano che portata costä nö impiegata dal medesiino imperatore fosse driz- 
zata da M. Aurelio e L. Vero ad Antonino Pio dopo la consecrazione deno- 
tando ciö l'iscrizione Divo Antonino Aug. Pio Antoninus Augustus et Verus 
Augustus filii. — E verisimile sia stata eretta prima dell'altra nella quäle 
sono scolpiti i fatti di M. Aurelio, si perchö vi voleva del tempo per le istorie, 
come perchfe quella h dedicata dal solo M. Aurelio e questa da ambidue. E 
verisimile questa essere quella scolpita nella medaglia d'Antonino con la 
iscrizione Divo Pio essendo liscia. La cimasa del piedistallo h ornata di bel- 
lissimi fogliami. Nel lato principale verso il mausoleo d'Augusto v'ö l'iscri- 
zione, nell'opposto v'e l'apoteosi con figure assai consumate e di buona ma- 
niera. Vedesi nel mezzo un giovane alato con ali distese in atto di volare, 
tiene con la destra un panno svolazzante, che gli serve di mantello, porge 
con la sinistra un globo stellato con una mezza luna e la fascia traversale 
del zodiaco sopra cui sono scolpiti gli segni de'pesci e dell'ariete. Ergesi un 
serpe con tortuosi giri intomo ad detto globo, porta il giovane sulle spalle 
Antonino e Faustina, quello con lo scettro in mano nella di cui sommitä h 
un'aquila, questa col velo in testa in segiio della consecrazione. Veggonsi in 
alto due aquile, una per parte con ali distese, siede di sotto a raano dritta 
Roma galeata, e stende una mano verso il giovane alato accennando col dito 
appoggiato con il sinistro braccio ad uno scudo ove e effigiata la lupa con 
Romolo e Remo, dall'altra parte un giovane seminudo giacente che abbraccia 
con la sinistra un'obelisco e porge la destra ha manca, al di fuori sotto il 
giovane alato scorgonsi diverse armi, elmi e faretre, dalle due bände che 
sono simili rappresentasi qualche spedizione o decursione del medesimo im- 
peratore, sono le flgure assai maltrattate da tempo e da barbari. 

Trascorse un anno intero prima che si tornasse a ripetere 1' opera- 
zione. Avendo i piü celebri meccanici dato il loro parere et essendo 
secondo tali consigli rinforzate le macchine fu effettuato il tra- 
sferimento nei giomi 24 e 25 settembre 1705. Nei giorni seguenti 
sino alla fine dell'ottobre fu calata la colonna in piazza di Monte 



46 ANTICHITA DI MONTE CITORIO 

Citorio, ed estratto il basamento insigne per le sue sculture ('). 
Sopra alcuni trovamenti fatti in questa occasione, il Valesio rife- 
risce come segue: 

Sabato 17 ottobre. Fu questa raattina con rintervento di itiolti perso- 
naggi fatta dal cav. Franc. Fontana Toperazione di tirare al piano della strada 
il piedestallo della Colonna Antonina alla forma che si legge descritta nel- 
l'annessa relazione, restando delusi coloro che credevano dovervisi ritrovare 
sotto qualche numero di medaglie, se pure non sono tra il medesimo et il 
primo piano della platea di trevertino che attaccato adesso con perni im- 
piombati e venuto fuori unito al medesimo. 

Venerdi 30 ottobre. Cavandosi gli travertini che erano sottoposti alla co- 
lonna Antonina, fra il primo piano di essi et il secondo vi si b ritrovata, forse 
acciö havesse il piano perfetto, calce bianca freschissima, si come tra il 2° et 
il masso durissimo del fondamento composto di scaglie di pietra e calce vi 
si e ritrovata quantita di pozzolana fina. Gli travertini vengono cavati e por- 
tati SU la piazza di Monte Citorio. 

Le vicende ulteriori della colonna, la quäle dopo essere stata 
riposta per molto tempo in un angolo della strada presso la Curia 
Innocenziana fu da un incendio nel 1764 danneggiata in modo che 
i pezzi servirono per risarcire l'obelisco di Monte Citorio, sono 
raccontate da altri e non vorrei ripeterle. Piü importante per la 
topografia antica e il definire esattamente il sito del monumento 
di Pio. Nö il Bianchini, ne il Vignoli hanno aggiunta alle loro 
dissertazioni una pianta icnografica dei siti allora scoperti. L'unico 
autore del secolo passato che ne abbia data una e il Piranesi. Egli 
indica la ' situazione antica della colonna dell'Apoteosi di Antonino 
e Faustina ', come pure la ' casa del sig. Carlo Eustachio, a tempi 
di papa demente XI prima che fosse demolita per comodo di estrar 
questa colonna ' (e quella casa che forma 1' angolo della piazza di 
Monte Citorio con la via degli üffizi, e sta all'incontro del palazzo 



(1) Furono pubblicate da Francesco Posterla romano una Eelazione di 
quanto si e operato per l'innalzamento ed abbassamento deU'antica Colonna, 
Antonina trovata nel Campo Martio (Roma 1702, 4, pp. 8), ed una Relazione 
di quanto si h operato nel trasporto deU'antica Colonna Antonina, e nell'ele- 
vazione della sua base e sottozoccolo (id id.). Di arabedue si trova un esem- 
plare fra le collettanee del Valesio. Secondo il Cancellieri, queste relazioni 
si trovaTio ripetute nella seconda edizione dell'opera di Carlo Fontana, discorso 
sopra l'antico Monte Citatorio (Roma 1708, fol.), edizione da me invano ricer- 
cata nelle maggiori biblioteche di Roma. 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 



47 



della Missione). Nonostante l'apparente precisione quest'indica- 
zione (') del Piranesi e affatto sbagliata: ciö che non e superfluo di 
annotare espressainente, perche aiitori moderni (p. es. il Reber, Ruinen 
Roms p. 266) sono indotti in dubbio dall'autoritä del Piranesi, 
il quäle d'altronde non si mostra testimonio esatto intorno a ritro- 
vamenti fatti a Monte Citorio. Rimarrebbe come testimonio unico 
la grande-veduta deU'innalzamento incisa in rame dal Westerhout 
(Piranesi Campo Marzio tav. XXXIII) e pare che di questa si sia 
servito il Canina per stabilire il posto del monumento. Ma siamo 
in grado di definirne il sito con molta piü precisione mediante un 
documento inedito. 










C\A«/rrf»vwo (Aw St<^: Cow/Cv 






1 1 1 1 1 1 1 r I I II t" ''''^ - 



II codice Chigiano P, VI, 10 a foglio 16 contiene un progetto 
per la casa dei padri della Missione fatto sotto Alessandro VII, 



(}) La crederei proveniente da questo passo del Nardini : ' Nella casa 
del sig. Carlo Eustachi incontro al monastero di Monte Citorio h una gran 
colonna antica la piü parte sotterra ' (Nardini III p. 85 ed. Nibby), ove il 
Piranesi ha frainteso la parola incontro. 



48 ANTICHITA DI MONTE CITORIO 

riprodotto qui appresso (^) come unico documento dello stato ante- 
riore di questo sito, totalmente trasformato per le fabbriclie del 
secolo XVIII. II ' vicolo incontro a S. Biagio ' corrisponde all'at- 
tuale via della Missione (-) ; il ' vicolo comune col cancello ', che ora 
e chiuso da una casupola, ancora si scorge sulla pianta del NoUi, 
ove pure sono segnate le proprietä Marescotti e Paloinbara. Met- 
tendo per conseguenza la colonna distante palmi 175 = m. 39 
dalla via della Missione, e palmi 62 = m. 14 dal detto vicolo, 
essa si trova piü di 40 metri distante dal posto assegnatogli dal 
Canina, e nel bei mezzo dello stadio da lui ideato delle Equirrie, 
che ne si trova menzionato negli autori antichi, ne puö avere 
mai esistito. 

2. Edifisio antico scoperto nel 17 03 
sotto la casa della Missione. 

Mentre la scoperta della colonna Antonina, come abbiamo 
veduto, ha dato luogo a molte pubblicazioni, un altro ritrovamento 
fatto negli stessi dintorni e nella medesima epoca e stato osser- 
vato da pochi contemporanei, e le notizie da loro prese rimasero 
sconosciute a tutti i topografi della Roma antica. 

II Valesio in data di mercoledi 29 agosto 1703 riferisce come 
segue : 

Gli PP. della Missione nel cavare gli fondamenti della nuova habita- 
tione che aggiungono in Monte Citorio tirandosi in dentro e slargando la 
strada che cala dal detto monte verso il Campo Marzo, oltre quantitä di gran- 
dissimi travertini vi hanno ritrovati intieri gli stipiti e traversa di una gran 
porta di marmo gentile e d'esquisito lavoro, indizio certo che ivi fosse qual- 
che fabbrica cospicua. 



(1) II presente schizzo, in proporzione molto ridotta, non affetta a dare 
esattamente i particolari dell'architettura interiore delle case rappresentatevi. 
Invece del nome Bonisi vi si deve leggere ßonnesi. 

(2) La chiesetta di S. Biagio (vedasi Gigli presso Cancellieri, piazza 
Navona p. 35 not.), che scomparve per dar luogo aH'ingrandiraento della Curia 
Innocenziana, si trova indicata nella pianta prospettica del Falda (1670): da 
ciö si scorge come stesse quasi all'incontro dei numeri moderni 1 A e 2. E 
strano che il Bufalini la metta proprio nel lat > opposto, a sinistra della Via 
della Missione. 



ANTICHITÄ DI MONTE CITORIO 40 

Una seconda notizia si trova il martedi 22 gennaio 1704 : 

Cavando gli PP. della Missione in Monte Citorio dirimpctto agli Offizii 
de notari del Vicario gli fondamenti della nuova fabbrica per cui slargano 
la strada, hanno trovata in essi una lunga platea di gran trauertini che per 
obliquo passa sotto la strada verso gli offizij de Notari, e niostra di essere 
stata fabbrica grande e magnifica, che faceva facciata avanti la grau colonna 
che meditft d'inalzare S. B., e forse sono vestigij della Basilica di Antonino 
e gli detti Padri hanno incominciato di giä a cavare detti travertini. 

Non puö esservi dubbio che Topera della distruzione fosse com- 
piuta con la proutezza ed energia pur troppo usuale, di modo che 
presto si spense ogni memoria di tale ritrovamento. Ne basterebbero 
le scarse notizie del Yalesio per darci un'idea della « fabbrica cospi- 
cua " . Ma a tale difetto per Ventura rimedia un documento da me 
scoperto nella biblioteca capitolare di Verona. 

Fra i meccanici invitati a dare il loro consiglio per l'estra- 
zione della colonna Antonina, v'era pure il celebre Francesco Bian- 
chini ('). Egli profittö di quest'occasione per prendere notizie esatte 
delle antichitä ivi ritrovate, e concepi il disegno d'illustrare in 
un'opera particolare le antichitä del Monte Citorio. Di quest'o- 
pera, che per ragioni a me sconosciute non e stata mai condotta 
a termine, il codice Veronese 356 contiene parecchi abbozzi {^). 
L'autore ha per piü volte cambiato il titolo e la disposizione del- 
l'opera; quella che ha l'apparenza piü definitiva e la seguente: 

« De clivo Citorio sive aggere Campi Martii et de columnis veterum 
memorabilibus libri duo. In priori agitur : De aggere seu tuinulo (clivo) Campi 
Martii, quem vulgo Citorium appellant: de ustrino Caesarum ac de Columna 
Antonini cognomento Pii, inde nuper extracta: et de coUectis atque litaniis 
Christianorum hoc in loco institutis ad abolendas ethnicorum superstitiones. 

« In secundo exponuntur tria genera columnarum memorabilium apud 
antiquos et cuiusque generis origo usus conexio cum historia sacra et pro- 
phana, quarti praesertim et quinti saeculi aerae Christianae ». 



(') Le ' considerazioni teoriche e pratiche intorno al trasporto della Co- 
lonna d'Antonino Pio collocata in Monte Citorio ' (Roma 1704, parte I e II, 
pp. 52 in 4, con due tavole) pubblicate per questo scopo dal Bianchini, non 
si occupano dei ritrovamenti di cose antiche. Nfe viene ad aumentare il nostro 
materiale il codice Veronese 438, contenente una quantita di appunti e di- 
segni appartenenti alle sudette ' considerazioni \ 

(2) II codice Veronese 441 contiene una copia dei capitoli 3 e 4 del libro 
primo, fatta da uno scrivano abbastanza imperito ; essa manca oltracciö di ogni 
disegno e pianta. 

4 



50 ANTICHITA DI MONTE CITORIO 

Capita libri Primi. 

I. 

« De ornamentis Campi Martii, et de superstitiosis ethnicorum sacris 
olim in eo peractis «. 

n. 

«De indigitamentis Heroum, seu divorum indigetum apotheosibus in 
Campo Martio, iuxta regis Numae, aliorumque veterum Romanorum errores ; 
ac de loco Indigetorio, sive Indecitorio nee non de aggestu, ethymologia et 
egestione tumuli, seu clivi, quem vulgo Citorium appellant, eiusque topogra- 
phica descriptione ». 

m. 

u De institutione Litaniae et collectae Christianorum in Campo Martio, 
ad titulum S. Laurentii in Lucina post eversas ethnicorum superstitiones. 
Kursus agitur de apotheosi principum ethnicorum celebrata in hac parte 
campi : in qua parietinae ac rudera nuper egesta ichnographiam et orthogra- 
phiam ustrini Caesarum indicabant. Utraque figuris exhibetur, et confirmatur 
ex aliis veteribus monumentis rogi et ustrini ». 

IV. 

« De occasione arrepta post obitum Magni Theodosii ex Gothorum in- 
cursu per ethnicos ad tentandum in Campo Martio restitutionem superstitionis 
et de Providentia principum christianorum in eisdem superstitionibus excin,- 
dendis n. 

I difetti derivanti dallo stato non compito dell'Qpera sono 
manifest! : vi si trovano ripetizioni, qiialche volta anche contrad- 
dizioni sui particolari, lo stile e prolisso e manca d'eleganza. Ed 
appunto perciö e indispensabile che qui si dia uno spoglio com- 
pleto delle notizie topografiche ed antiquarie. 

La prima parte di tali notizie si trova negli abbozzi del ca- 
pitolo 11 del libro primo. Ivi l'autore dopo aver ragionato sopra 
le indigitamenta heroum da lui supposte, prosegue cosi: 

(p. 8) « Praestat vero in ipsius loci vestigio ethnicae consecrationis aream 
contemplari. In tumulo quem Citorium hodie nuncupant iacta fuerunt ante annos 
ferme LXXX (') Ludovisiani palatii magniflca fundamenta, quibus ab Innocen- 
tio Xn coemptis superstructa est curia iis magistratibus incolenda qui iuri 

(1) Quest'asserzione non e esatta, essendo cominciata la fabbrica del 
detto palazzo dal principe Nicolo Ludovisi nel 1653, secondo la testimonianza 
del Gigli (presso Cancellieri, piazza Navona p. 38 not.). 



ANTICniTA DI MONTE CITORIO 51 

dicundo praesunt. Proximae autem aedes, quae summam clivi seu tumuli Citorii 
partein in hortulum explicatum intra se claudunt, ante annos circiter L tri- 
butae fuerunt sacerdotibus missionum munera eo instituto obountibus. Intra 
hortuli aream domestico sacello adhaerentem eminebat columna Thebano seu 
Syenitico saxo vulgo granito Orientale dimidia tantum parte st)'li conspicua ; 
nam reliqua portio ad imum scapum cum basi et stylobate ad palmos sexaginta 
infra hortuli superficiem lafebat. Licet vero eruendam plerique censerent sub 
Innocentio, ad ornamentum proximae curiae, attamen impensae gravitas obstitit, 
quominus educ^retur. Nam diruendae fuissent aedes non paucae, ut earundem 
per laxamenta moles adeo ingens traheretur ad ampliorem aream curiae, quae 
tractu continuo producitur ad cochlidem columnam Antoninianam. Nonnulli 
etiam opinabantur eiusdem cochlidis meiern tanta anaglyphorum copia specta- 
bilem derogaturam esse plurimum pretio huius saxi, nulla artis aut historiae, 
quod tunc quidera appareret, (memoria?) illustris, ruinis vero et incendio ita 
vexati et corrupti, ut areae dignitati et curiae ornamento aegre responsurura 
augurarentur. « 

" Verum ex terrae concussione, qua infirmiora urbis aedificia paulo ante 
agitata labem contraxerant ('), prior illa difücultas expensarum in diruendis pro- 
ximis domibus sublata est. Proximarum enim domuum portio cum coiicidisset, 
admonuerunt arcbitecti, ut aliarum adhaerentium ruinis obviam iretur; fun- 
dorum autem domini, ac praecipue sacerdotes missionarii non tantum ruinis 
occurrere, sed ex integro excitare solidiores et laxiores aedes curarent. Tum 
vero diligentia et Studium maxime claruit 111.™' et R.™' Praesulis D."' Nicolai 
del Giudice Vicarii Praefecti (2), qui occasione utendum ratus compendia expen- 
sarum in egestione per aedes a dominis iam disiectis dum novas moliuntur, 
Beatissimo Patri ac D."° N.""" Clementi XI ita providenter indicavit exposuit, 
ut a })rincipe non minus studioso artium elegantiorum quam publicae felici- 
tatis et ornamenti facile impetraverit monumenti tamdiu neglecti curam et 
restitutionem. Actum feliciter. Sub columnae scapo reperta est basis e can- 
dido marmore, cui stylobata subiacebat amplissima palmis 16 quaqua versus 
expansa, figuris quoque apotheoseos et dccursionum et epigraphe quattuor in 
lateribus insignita. Interea etiam sacerdotes missionarii novarum aedium fun- 
damenta iacientes centum et quinquaginta circiter palmis dissita a columna 
et basis latere australi, detegunt aedificii quadrati vestigium triplici constans 
praecinctione ex lapidibus Tiburtinis. Utraque fabrica mirum in modum con- 
tulit ad Urbis veteris partem banc praecipuam illustrandam. Ut enim columnae 
inscriptio et figurae referunt consecrationem Antonini patris a Marco Antonino 
et L. Vero Augustis filiis ibi peractam : ita illius quadrati operis praecinctio 
triplex indicat bustum Augustorum eadem forma quadrata consignata in 

(') Intorno a questo terremuoto, che spavento la citta dal Gennaio al- 
TAprile 1703, si veda Cancellieri, piazza Navona p. 161. 162. 

(2) ' I monsignori del Giudice e Bianchini erano loro svisceratissimi amici ' 
dice l'autore della relazione Garampiana p. 219. Cf. Cancellieri piazza Na- 
vona p. 269. 



52 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 



numis Pii et reliquorum principum post Antoninos Romae imperantibus. 
Subicienda tarnen est oculis ichnographia montis, ut vocant, Citorii, cum area 
proxima columnae cochlidis et cum vestigio altorius columnae ac basis nuper 
dotectac, ncc non proximo cum ustrino seu busto imncipum, quae omnia.lucem 
sibi invicem impertiuntur n . 







« A exhibet vestigium novae curiae Innocentianae cum adiacenti foro seu 
area R. Litera B indicat aedes Chisianas ad viam curricularem sive Hippo- 
dromum NQ : quibus appositum forum M continet columnam cochlidem M. An- 
tonini gestis insculptam, quam vocant columnam Antonini. Forum Antoninianum 
cingunt aedificia EDC. Forum vero Innocentianum R concluditur aedibus CFG. 
Proxima est missionariorum sacerdotum domus H, in qua sacellum domesti- 
cum c k ita obversum est, ut ea pars eins , cui campanula imminet, subiecta 
habuerit fundamenta anguli g d f eiformati a duobus lateribus praecinctionis 
externae et quadratae f d g e, cuius noütiam et dcscriptionem hie tradiraus ». 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 53 

" Primum adnotabo directionem parietum huiusmodi aedificii cum utraque 
columna, deinde libramentum ut appareat planities ad quam pertinuitn. 

" Versorium magneticum gradus singulos distincte notans cum attulissem, 
exploravi angulum quem bases columnarum cochlidis M et Pianae P cum acu(?) 
magnetice excitata constituebant. Eeperi latus a b columnae Pii et latus h i 
columnae Marci esse parallela. Utrumque enim cum versorio constituit angu- 
lum graduum septem ad easdem partes. Declinat magiies hoc anno gradus 9 

a Borea versus magislrale seu Quam [ob rem] latera columnarum a b, hi 

constituunt angulum grad. 16 cum linea meridiana. Hisce lateribus parallelae 
erant facies d f, g e praecinctionum, quae detectae sunt in fundamentis domus 
missionariorum hoc anno excavatis et eodem anno exploratis. Quae ad eandem 
aream pertinuisse olim videntur ex laterum parallelismo. Accedit observatio 
complanationis soll columnae P et praecinctionum S , quam peritus magister 
fabrum a missionariis adhibitus ad cavandum et probandum opus novae 
constructionis aedium in loco g m, quae modo perficiuntur, acute collegit ex 
aquae libramento in proximis puteis conspecto. Narrabat enim se studiose me- 
titum fuisse depressionem aquae infra planum basis columnae P ex proximo 
puteo et eodem libramento explorasse superficiem plani marmorei praecinctio- 
num g f insistentium lapidibus Tiburtinis, quo loco ex architecturae legibus 
complanatio areae cum aedificio apparebat, quibus in vicem collatis apparuit 
ad idem planum horizontale pertinuisse infimam basim columnae et infimam 
basira praecinctionum; unde colligitur referri ad invicem columnam P et prae- 
cinctionem 140 palmis ab illa distantem et in eadem area constitutam: prae- 
sertim cum linea ex ceniro columnae P ducta ad rectos angulos cum proxime 
obverso latere praecinctionis g d medium ipsius lateris teneat " . 

II resto del capitolo non conti ene notizie utili al nostro 
scopo: ma il Bianchini ritorna sopra lo stesso argomento nel ca- 
pitolo terzo. 

(p. 19) «Summa sive acclivitas tumuli Citoriani aedibus iisdera includitur 
proxime adiacentibus columnae nuper efFossae in loco P superioris figurae, quam 
Antonino Pio ab Augusiis fratribus Marco et Lucio positam post eiusdem prin- 
cipis consecrationem aperte docent litterae lateri basis insculptae (C. /. L. 
VI, 1005): 

DIVO • ANTONINO • AVG • PIO 
ANTONINVS • AVGVSTVS • ET 
VERVS'AVGVSTVS-FILlI 

" Praeter litteras ita consignatas in ea superficie basis quae respicit Au- 
gusti mausoleum facies adversa ad australem et orientalem plagam posita 
continent anaglyphico opera expressam apotheosim Divi Pii et Faustinae eins 
coniugis. Huic vero lateri ad ausfrum praeponitur quadrata praecinctio triplex: 
quae ad bustum principum pertinere intelligitur, si eiusdem ichnographia con- 
feratur cum nummis antiquis consecrationem Pii referentibus et aliorum qui 
post Pium imperaverunt. Expandebatur enim aequis lateribus quadratura vesti- 
gium operis basi columnae parallclum et ad eandem superficiem et aream 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 




n n n f] fiV| 



antiquitus complanatum : cuius centrurn S a centro columnae P palmis cir- 
citer centenis et octuagenis distabat». 

" Interior praecinciio quadrati huius vestigii S latera singula extendebat 
palmis quinquagenis (sie). Intervallum praecinctionis intimae ad mcdiam definie- 
batur palmis quindecim cuius distaniiae modo a 
secunda ad extemam intercapedü constabat. Verum 
externae praecinctionis diversa erat structura. Nam 
paegmata quadrilatera ex lapide Tiburtino latus 
eiüsdem constituebant, stereobate infra supposito ex 
lapide Albanensi nuUa maceria suffulto. At secundi 
ac tertii ambitus latera multo erant solidiora. Ti- 
burtino enim saxo ad areae infimam partem e fun- 
damentis assurgenti imposita fuerant marmora ex 
iis quae Graeca dicimus et in parietem solidum 
connexa ita elevari videbantur ut tecto carerent('). 
Nam saxa eiusdem molis disiecta iacebant, quae Corona superius omata de- 
finitionem culminis indicabant ex proiectura et sectione fastigii, qualia ferme 
visuntur (2) in rogo Faustinae minoris expresso in tabula Capitolina (olim in 
arcu Portugalliae dicto ad Hippodromum) cum eiusdem Augustae apotheosi. 
Paulo rudior siructura est ustrini ad viam Appiam quinto ab urbe lapide a 
Roraanarum antiquitatum consultissimo Raph. abb. Fabretto fideliter explo- 
rata ac deliniata ueterum inscriptionum cap. 3° pag. 231. [Seguono schissi 
del rilievo Capitolino e del muro di cinta deWustrino sulla via Appia, che 
sarebbe inutile di riprodurre] « cuius area quidem est amplior, forma tamen 
et materies non dissimilis a secunda ex bis praecinctionibus ante columnam 
detectis: cuius latera singula palmis centum extendebantur. Intima praecin- 
ctio sexaginta palmis quaquaversum patens nihil 
aliud habenda est quam fulchrum sive basis cui 
pyra seu rogus in apotheosi superstrueretur, cuius 
flguram a se conspectam in consecratione Severi 
describit Herodianus ". 

Segue un'estratto lungo del passo di 
Erodiano lib. IV cap. 1 (vedi sotto p. 63 not). 
« Quatemis igitur aut quinis plerumque 
tabulatis constabat rogus, ut historicus et nummi 
testantur, quorum secundo cum lectus funebris 
esset ab equitibus Eomanis inferendus per eam 
anuam quam numismata in eodem ostendunt constructam, colliguntur eaedem 
fere mensurae quae ichnographiae harum praecinctionum respondent n. 




(1) A questo periodo b annotato sul margine con lettere assai dubbie: 
" [hoc ita] esse cognoscimus ex canaliculo sive excavatione et ex foramine me- 
dio in singulis [lapid]ibus insculpto ». 

(2) Sul margine: in plcrisque basibus aniiquis. 



ANTICHITÄ DI MONTE CITORIO 55 

« Ita enim distributum videnms singularum partium modum, ut extima 
praecinctio prismatibus ad perpendiculum erectis imitetur periphragina (ita 
a Strabone dictum in busto Octaviani Augusti), quod ferreis repagulis arcebat 
ab interiori peribolo accedentes ('). Interiorem praecinctionem palmis centum 
extensam per lat«ra singula, formatam ad auertendum incendium in succen- 




sione rogi, referendam puto ad ustrinum : cuius medium tenebat minor parastata 
quadrato vestigio assurgens palmorum circiter sexaginta. Huic vero pyram seu 
rogum superstructum arbitror mensuris aptissime respondentibus ad sustinenda 
quattuor aut quinque tabulata, quae ab inferiori et latiori fulcro palmorum cir- 
citer 60 sensim ascendebat in angustiorem suggestum : et in secundo continere 
poterat lectum funebrem ab equitibus Eomaiiis illatum, cum palmis circiter qua- 
dragenis aut quinquagenis idera suggestus patere posset, ut constat ex propor- 
tione ianuae et ex infima basi in nummis expressa : donec ad supremum et 
contractius tabulatum perveniretur ; in quo cum videamus quadrigam aliquando 
collocatam, ut iidem nummi demonstrant, necesse est palmis saltem vicenis 
quaquaversum fuisse explicatum. Ex busti Caesarei descriptione quam Strabo- 
nis liber quintus exponit, scio eiusdem structuram plerisque videri circulari 
forma praeditam : nee inflcior ustrinum Augusti ita conformari potuisse, ut 
Mausolei figuram imitaretur. (p. 22) Alia tamen forma electa videtur ab Anto- 
ninis, quorum ex aetate rogus quadrata basi semper assurgens in nummis 
conspicitur, qualem describunt historici qui interfuerunt apotheosi principum 
Romanorum Dio et Herodianus. Talis etiam observatur in rogo Faustinae 
minoris a marito Marco inter divas relatae : quem in marmorea tabula ex arcu 
ad Hippodromum translata in aedes Capitolinas antiquitus expressum videmus. 
Succensis enim tabulatis ac trabibus quadrato eins molis, quam ex Herodiano 
ac Dione paulo ante descripsimus ut ex pyra in bustum redigeretur, prae- 
cinctio intima ex pluribus ordinibus iunctorum lapidum constans et coronidem 
superne referens, regula sima cymatio proiecturis dislinctam, 



Q) Strabo V, 3, 8 p. 236: eV jueau) tTe t(J nsdio) u irjg y.avaxQag av- 
xov neQißoXog, xal oviog XiHov '/.evxov, xix^u) jxtv nsQixs'fiSPoy t^ay aiörjQovv 
nsQi(fQC()'(j((. ifTog rf' tdyHQoig xarüipvTog. 



56 



ANTICHITA Dl MONTE CITORIO 



inferne autem ornaraentura basis ex regula sima inversa, torulo, et plintho, 
ingentis arae speciem praeferebat, ut figura exhibet eiusdem anaglyphi n. 

« Busti uero Antoniniani ornamenta perquam similia uisuntur in fra- 
gmentis lapidum ex graeco marmore ibidem repertis quorum alia ad coroni- 
dem pertinentia distinguimus figura A, reliqua vero ad basim referenda exhibe- 
mus in figure B ('). Addendum est etiam nonnulla ex iis marmoribus quae coro- 
nidem constituebant sub coronae proiectura ornari denticulis, alia uero iisdem 
carere : praeterca etiam supercilium ostii sive superliminare ibidem reper- 
tura : et quidem utrimque laboratum, ut constet utriraque fuisse spectabile : 
quod puto impositum ostio secundae praecinctionis sive ustrini, unde scilicet 
aditus pateret in tertium peribolum busto seu rogo deputatum, quibus ex indi- 





ciis et reliquiis colligere possumus praecinctionem secundam ac tertiam coro- 
nide simili superne fastigiatam : sed in secundae coronide zophorum et epi- 
stylium ab ostii membris enatum propagari debuisse circa perimetrum ustrini, 
interius uero undam sive cymatium inversum ut speciem redderet appositi 
schematismi, 

u Eepertum etiam demonstrant tympanum breuius impositum (ut vide- 
tur) loculamento, in parietibus ustrini forsitan excavato ad continenda Anto- 
ninorum aut aliorum principum simulacra iuxta mensuras in figura diligenter 
servatas cuius tympani diameter est pal. 7. {^) ». 



(') In un foglio non numerato, verso la fine del codice, se ne trova 
un'altro disegno che offre poche varianti, e perciö si e riprodotto qui a"^- 
presso. 

(2) Oltre agli schizzi dei dettagli apposti al margine del teste, se ne 
Irovano altri neH'originale in un foglio, ora il 28" del codice, fuori del co- 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 



57 



« Erat igitur intra periphragma externum quadrata praecinctio in modum 
fani absque tecto, qualis apud antiquos etiam Latinos templa olim extitisse ex 
eo quod superest ad lacum Gabinum vidimus cmn felicis recordationis praesule 
Joanne Ciampino pag. 4 to. 1° veterum raonuraentorum (•). Intra quam tertia 
praecinctio eleuata pyram seu rogum in consecrationibus continens prae se 
ferebat incenso busto specimcn ingentis arae : qualem substrucüo illa imitatur 
Faustinae rogura repraesentans in anaglypho Capitolino. Ceterum aras eiusmodi 
mira altitudine sublimes .... slalui iubet Vilruvius lovi et Diis superis 




[Sull'originale di questa figura si trovano le postille seguenti : 
Praecinctio prima sive periphragma — praec. secunda sive ustrinum — 
praec. tertia seu bustum, ubi rogus excitahatur — sectio verticalis ustrini 
le quali, dovendo rimpiccolire la misura del disegno, abbiamo preferito di 
perle sotto il medesimo]. 



nesso e questi ultimi sono riprodotti sulla pag. 58. Nello stesso foglio 28 
h pure nolato : in angulo novae domus missionarium fundando 50 pal. ex- 
cavato solo fundamenta reperta fuerunt super triplicis generis materie erecta 
et inter spatium palm. 45 per longum stratis veluti distincti. 

(^) II Ciampini infatti asserisce di aver visitato quel fano insieme con 
Emanuele Schelstrate, Raifaele Fabretti e Francesco Bianchini: siccome i 
primi due erano morti prima del 1700, questo passo basterebbe per togliere 
ogni dubbiü sopra l'autore della dissertazione. 



58 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 



amjolo 



travertini dello 
2" recinto 




travertini dello 
3° recinto 

similes cuniculi prominentes 

visuntur in opere aed. H. . . . 

in cellis vinariis Quintiliorum, 

quod videtur fuisse Basi- 

lica. (v. p. 62 not). 



ff 

f i 



11' 






piombo squagliato con 
perno di ferro 



sopraliminare lavorato da due 
facciate, da urea con la gola, 
dalValtro con frerjio 







~D— 0-D~D- 



Vacqua era bassa sotto il travsr- 
tino palmi 13 con i pozzi vicini 




ANTICHITA DI MONTE CITORIO 



59 



II resto del capitolo e quasi interamente occupato da una 
lunga digressione intorno a questi altaii, specialmente a quello di 
Olimpia. Sulla fine il Bianchiui pronuncia il suo parere intorao 
aH'origine del Monte Citono: 

« Intelligimus etiam causam aggerandi eius clivi supra inducitoriam 
hanc partem campi, quam frustra peteremus aliunde, nisi referendam ducere- 
mus ad sanctorum pontificuiu studia et christianorum principum leges abo- 
lendis ethnicorum superstitionibus maxime intentas, post impioa ausus pri- 
mura desertoris luliani Augusti, qui abolitam superstitionem restituerat, deinde 
gentilium magistratuum, qui potestate publica abusi sub Honorio Augusto 
annum aetatis vigesimum nondum egresso ludos seculares in campo Martio 
et Sacra deorum instaurare in foris curaverant ab anno aerae Christi 400 
ad 420. 

La dissertazione contiene tutti gli elementi necessari per rico- 
ßtruire la pianta e lo spaccato dell'edifizio (^): siccome perö gli 




(1) E vero che per alcuni particolari vi sono incertezze oppure contra- 
dizioni. II lato del recinio int«riore una volta viene indicato con palmi 50 in- 
vece di 60; il lato del recinto raedio si calcola dalle distanze delle mura e 
dalle liro grossezze a palmi 104 invece dclla cifra tonda di palmi 100; 



60 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 



schizzi aggiunti al codice Veronese non hanno che un valore dimo- 
strativo, cosi ne proponiamo una ricostruzione in scala metrica. 




3! 



■üe- ^'r ■4r- 



I I ' 1 r 



La relazione del Bianchini in prirao luogo ci conduce ad un 
risultato importante sebbene negative. Vuol dire che ci libera defi- 
nitivamente da certe fantasie che dal secolo passato in poi sono 
State sostenute dai topografi. II Piranesi secondo l'asserzione di 
un soprastante alla fabbrica della Missione che « sotto la fab- 
brica della Curia Innocenziana, alla profonditä di cento palmi, 
come pure nelle fondamenta della casa dei PP. Missionari alla 
profonditä di 80 palmi sotto il livello attuale, fossero scoperti 
avanzi di alcuni sedili circolari » , yi collocö l'anflteatro di Statilio 
Tauro (Ant. Korn. I, 10). A questa supposizione, accettata dal Venuti, 
dal Nibby ed anche da altri fino ai giorni nostri, combattuta invece 
dal Becker (Topogr. p. 642. 681) con ragioni convincenti, il Canina 



cosi pure la niisura coniplessiva di pal. 140 del recinto esterno, rende neoes- 
saria una piccola correzione per la distanza iudicata delle stipiti del mede-, 
simo. Abbiamo sopposto che sopra la cornice del secondo recinto vi corresse 
un attico, essendo impossibile di far sporgere 11 fastigio della porta sopra il 
perimetro delle mura. Basta indicare qui brevemente tali contraddizioni, es- 
sendo che la relazione da noi completamente ripetnta, permette ad ogni in- 
tendente di esaminare la ricostruzione da noi tentata. 



ANTICHITA DI MONTE CITORIO 61 

ne sostitui un' altra, anch' essa poco felice. Egli cioe vi credette 
situato uno stadio destinato al giuoco delle Equirria, edifizio non 
inai esistito. Credo che le memorie da noi raccolte, oltre a distrug- 
gere definitivamente queste congetture, ci spieghino pure l'origine 
della vaga supposizione intorno ai ' sedili di marmo ' : chiunque 
osservi la forma delle pbtre del ' secondo e terzo recinto ' (sopra 
p. 58) si accorgerä della somiglianza tra esse ed i sedili dei veri 
teatri Romani. 

Dunque invece di im edifizio destinato a spettacoli e giuochi 
abbiamo una fila di monumenti onorari per la casa imperiale degli 
Antonini. Con ragione il Bianchini attribiii un' importanza speciale 
all'identitä della orientazione e della livellazione, che fu constatata 
fra la colonna di Antonino Pio, quella di Marco Aurelio, ed il monu- 
mento dei tre recinti. Ne contraddicono le scarse notizie intorno a 
ritrovamenti fattivi in tempi posteriori. Primeggia fra essi la sco- 
perta della casa di Adrasto, custode della colonna centenaria di 
M. Aurelio (') avvenuta nel 1777: pure in quell'anno furono ritro- 
vati, sulla piazza stessa di Monte Citorio, gli avanzi di un por- 
tico (-). A quäle edifizio appartenesse questo portico, non si puö 
sapere con precisione: certo e, che la zona da esso occupata non 
poteva estendersi di molto verso sud, perche in una distanza di 
appena 50 metri si trova il muro di cinta del Porticiis Ärgonau- 
tarum sotto il palazzo Cini (3). II sig. Middleton recentemente 



(1) Se ne vedano le iscrizioni G. I. L. VI, 1598. Esse furono trovate, 
dice il Fea (Diss. sulle rovine di Eoma, p. 351 not.), nella parte della piazza 
di monte Citorio in mezzo fra la casa di Monsignor Vicegerente, Taltra casa 
accanto e il piedestallo della Colonna d'Antonino Pio posto in mezzo alla 
piazza; e furono trovate al loro luogo cogli avanzi della casa di Adrasto, alla 
profonditä per lo meno di dieci in dodici palmi dal piano della piazza suddetta. 

(2) Fea, integritä del Panteon p. 3: 'nel 1777 scavando sulla piazza 
dalla parte di ponente in linea parallela al palazzo fu trovato sotto il piano 
attuale un portico assai profondo, in gran parte conservato e lasciatovi '. 
II Fea erroneamente lo attribuisce alla fronte dei Septi. 

(3) Sopra questi si veda la dotta dissertazione del Lanciani, Bull. comm. 
VI (1878) p. 25 sgg. Alle memorie da lui raccolte si puö aggiungere la se- 
guente inedita, che traggo dallo stesso codice Veronese 356 del Bianchini. 
Ivi a foglio 28 si trova Tabbozzo di un pezzo di cornicione intagliato con 
ovolo e fusarola, non perö corrispondonte a quelli pezzi pubblicati dal Lan- 
ciani 1. c. tav. III, con l'indicazione ' nei marmi del tig. avv. Quintili; e la 



62 ANTICHITÄ NI MONTE CITORIO 

{Aneient Rome p. 385) dice di aver scoperto gli avanzi di grandi 
massi ed arcate di travertini sotto vari palazzi moderni a Monte 
Citorio, i qiiali avanzi egli e disposto ad attribuire al tempio del 




Divo Marco. Ed e vero che sono molto deboli le ragioni addotte 
dal Canina per provar che questo tempio fosse situato sotto il pa- 
lazzo Chigi; specialmente l'esistenza della casa di Adrasto al lato 



misura di un paliiio ' (lunghezza), e la postilla seguente : * a d. 10 aprile 1704 
il sig. avv. Quintili mi ha detto che i marmi grechi ritrovati nella sua can- 
tina, posti da noi in opera alle terme Diocleziane nella linea [vuol dire la 
meridiana posta per cura del Bianchini nella chiesa di S. Maria degli Angeli] 
erano collocati fuori del sito ma prossinii a ' cementi della gran fabbrica, 
che aveva la pianta di sotto le case prossime della sua isola e sotto al pa- 
lazzo de' sig. Ferrini [e questa casa posta sulFangolo della via in Aquirc, 
accanto al Teatro Capranica; v. la pianta topografica annessa alla disserta- 



ANTICHITÄ DI MONTE CITORIO 63 

ovest di piazza Colonna non esclude affatto l'esistenza del terapio 
nel lato medesimo. La casetta del ciistode della colonna centenaria 
difficilmente poteva star isolata in mezzo di una grande piazza, 
invece e molto probabile che fosse adossata a qualche altra fab- 
brica piii cospicua (•). 

Piü diflßcile si e il dire, quäle destinazione avesse in quel 
complesso di edifizi dedicati al ciilto della casa imperiale degli 
Antonini, il mopiumento dei tre recinti. Merita attenzione la ipo- 
tesi del Bianchini, che cioe in esso si abbia Tustrioo di quei pria- 
cipi. Che la cremazione solenne in quell'epoca si eseguisse nel 
Campo Marzo, e proprio nella siia parte piü larga, viene espres- 
samente affermato dalle parole di Erodiano (2). Quindi, data l'esi- 
stenza di un edifizio destinato a tal uopo, non potremo cercarlo ne 
a nord del Mausoleo di Augusto, perche ivi le elevazioni del ter- 
reno si avvicinano al fiume, ne al sud di piazza Colonna, essende 
questa zona occupata da terme ed altri edifizi pubblici. Ne puö es- 
sere casuale che su quel lato della base della colonna di Pio vicino 
ai tre recinti fosse effigiata l'apoteosi deU'imperatore e dell'impe- 



zione del Fontana, sul Monte Citorio ed. 1694]. Un angolo di questo rivolto 
verso il Seminario Eomano dovendosi rifondaro per tema di ruina in tempo 
di Alessandro VII, furono scavati quei due bassi rilievi che stanno ora a mezzo 
le Scale del palazzo ove abitava il sig. Card. Chigi incontro SS. Apostoli, che 
rappresentano due provincie, ma per base alle quali furono scavati alcuni si- 

mili sotto la chiesa degli Orfanelli in tempo di III come racconta 

il Vacca al n. 20. II sig. Avvocato dice che sotto la cappella di piazza di 
Pietra ove prima fu la chiesa di S. Giuliano in tempo di Alessandro VIT 
gittata a terra, si scavarono grandissime e bellissime pietre. Dove e ora 

S. Ignazio era la chiesa della Nunziatella in un cantina della casa 

Quintili verso gli Orfanelli vi h la muraglia maestra della fabbrica che scorre 
verso gli Orfanelli. Ora la tiene l'orefice ' [il sito della casa Quintili corri- 
sponde al palazzo Cini, come si puö vedere sullo schizzo sopra p. 52 e sulla 
suddetta pianta del Fontana]. 

(1) Questa e pure l'opinione del eh. Richter, il quäle nella sua topo- 
grafla testö pubblicata, p. 148 dice : (der Tempel) lag unziveifelhaft an der 
Westseite des Platzes, mit der Front nach der Via Lata zu. Daselbst befand 

sich auch ein Häuschen für den procurator columnae centenariae Divi Marci. 

(2) IV, 1... xuxeaxsvaatut eV tw nhcrvtätio xov {"AQsog) nediov totjo) 
rexQÜyiayöv Ti xcd laönXsvQov , üXXrjg ^ey vXtjg oiUhuiug usje/oy , ix ^uöyijg 
de avjH7i7']Sf(og ^»'Aw»/ fAtyiariüy ig ff//;^« oixr'juurog. 



64 ANTICHITA DI MONTE CITORIO 

ralrice. rinalmente il rilievo dell'arco chiamato di Portogallo rap^ 
presentante l'apoteosi di Faiistina, äccresce la probabilitä, che il 
luogo della consecrazione - se anche non si puö credere strettamente 
attiguo al lato ovest dell'arco, essendovi il grandiose monumento 
dell'Ara Pacis - non fosse molto lontano. — Si potrebbe contrap- 
porre all'opinione del Bianchini, che le parole seguenti di Erodiano 
' non vi e altra materia che il legno ' , non si addattano al nostro 
ediflzio di costruzione solida. Perö, lo storico parla della costru- 
zione del rogo da- farsi apposta per ogni consecrazione : il luogo 
stesso delFustrino senza diibbio aveva un recinto monumentale. 
Giä viene attestato espressamente che l'ustrino di Augusto fosse 
cinto di un muro di marmo con cancelli di ferro (Strabo 6 , 
8, 9 p, 236) : tanto meno puö recare maraviglia che una tale 
cinta neir epoca degli Antonini assumesse una forma architet- 
tonica piü suntuosa. E sebbene io non vorrei attribuire troppo 
peso alla somiglianza fra l'architettura dei recinti coU'ara efiögiata 
sul rilievo dell'apoteosi di Faustina, non sarebbe giusto il disprez- 
zare la testimonianza del Bianchini, osservatore esperto e coscien- 
zioso dell'antica architettura Komana. Sarebbe perö da desiderare 
che ricerche locali venissero a confermare o a correggere le sue 
asserzioni, e cosi schiarirci delinitivamente sopra uno dei piü sin- 
golari monumenti dell'antico Campo Marzo. 

Ch. Hülsen. 



HERA VON ALKAMENES. 



In Overbecks Kunstmythologie III S. 461 n. 5 — 12 sind die 
in verschiedenen Museen vorhandenen Copien eines hervorra- 
genden statuarischen Typus zusammengestellt und vergleichend be- 
sprochen ('). 

Die Grundzüge dieses T^pus sind die folgenden. Eine Frauen- 
gestalt steht aufgerichtet, vom r. Bein getragen, während das 1. 
mit eingebogenem Knie zurücksteht. Die seitlich hoch gehobene 
Linke denkt man am natürlichsten von einem Scepter gestützt ; 
die etwas nach vorn gehobene Rechte mochte eine Opferschale 
halten. Die Kleidung ist ein ärmelloser beiderseits geschlossener 
Chiton mit Kolpos und Ueberschlag {-), dazu ein .Mäntelchen, 



(*) Vgl. daselbst S. 11 T** und S. 428. Gewiss werden sich noch andere 
Copien finden. Eine wenig sorgfältige ist vielleicht die rechts vom Asklepios 
vornan in der Villa Borghese (s. ßeschr. Roms III, 3 S. 207) aufgestellte 
arg geflickte und etwas unnahbare Statue. Näher kommt die-'J/wse' des Louvre 
(Frochuer iVotice n. 395, Clarac Musee pl. 321, 996. Die 'sacerdotessa' Overb. 
n. 10 ist kaum noch als zugehörig zu erkennen : die Faltenmassen des Chi- 
tons um die Beine sind nach hellenistischem Geschmack (s. unten S. 72, A. 2) 
umgestaltet. Dass das Madrider Exemplar (n. 11) und das der vatikanischen 
Rotonde (n. 12) enger zusammengehören, lässt die Abbildung jener nicht 
erkennen. Ueber die letztere s. die folgenden Anmerkungen. Auch ich habe 
im Text vorzüglich das capitolinische Exemplar berücksichtigt. Die Lands- 
downesche Tyche (Michaelis Anc. marbles n. 33; Clarac, Musee pl. 454, 839 B 
ist aus unserem Typus abgeleitet. 

(2) Die vaticanische Statue n. 12 hat den Chiton ohne Kolpos und über 
dem Ueberschlag gegürtet, und zwar ist der Chiton oben nur an ihrer 1. 
Seite bis dicht unter die Achsel geschlossen, an der rechten dagegen unge- 
näht und nur durch Vorziehn des den Rücken deckenden Theiles geschlossen. 
Der starkgekrümmte untere Rand des üeberschlags findet sich so auf Va- 



66 HERA VON ALKAMENES 

welches, gedoppelt mit einem Zipfel über jede Schulter nach vorn 
gezogen, hinten die seitlichen wie den unteren Saum doppelt sehen 
lässt ('). Es ist eine Traclit die wir vom sechsten Jahrhundert 
neben anderen sich allmählich entwickeln sehen, mit zunehmender 
Mässigung einzelner anfangs überschwänglicher Theile. 

Auf attischen Werken der zweiten Hälfte des fünften Jahr- 
hunderts, auf den Friesen des Parthenons, des Niketempels und 
Erechtheions erscheinen göttliche und sterbliche Frauen und Mäd- 
chen in dieser Tracht mit dem Mäntelchen, häufiger noch ohne 
dasselbe. 

Die Formen des Körpers sind an unserem Statuentypus weder 
von jungfräulicher Zartheit, noch von mütterlicher Fülle ; der Kopf 
etwas nach links v. B. geneigt, reif und würdevoll, doch nicht 
herbe von Bildung und Ausdruck. Der Schädel ist lang und oben 
flach, gewölbt, das gescheitelte Haar geht anfangs nur ganz wenig, 
dann breiter auseinander. Ueber den Schläfen zurückgenommen, 
kräuselt es sich in charakteristisch grossen Wellenlinien, hinten in 
einen Kekrjphalos gefasst, zu welchem man das nur vorn sichtbar 
das Haar durchziehende Band in Beziehung setzen muss. Jeden- 
falls war aber über diesem Bande auch ein Kopfschmuck, Diadem 
oder Stephane, angebracht. An dem capitolinischen Exemplar (1) 
nämlich ist auf jenem Bande mitten über der Stirn ein auch in 
der Abbildung bei Overbeck, Taf. XV, 20 deutlicher als 13, sicht- 
bares Zapfenloch, dazu zwei kleinere Bohrlöcher da, wo das Band 
seitlich im Haar verschwindet. Ausserdem ist das Band selbst 
durch seine Abplattung oben zur Auflagerung eines Gegenstandes 
hergerichtet. Auch an dem vatikanischen Exemplar (12) sind in 



senbildern häufiger als an Statuen, bei denen auch der breite Gürtel nicht 
üblich ist, vielleicht von der feierlichen Kitharodentracht herstammt. Ist die 
ganze Haltung strenger, die Fältelung sowohl unter als über dem Gürtel ein- 
facher, die Haarbehandlung, von der nicht feinen Ausführung abgesehen, 
Pheidiassischem Stile näherstehend, so wird man dies neben der übrigen Ue- 
bereinstimmung mit dem besprochenen Typus doch gewiss eher aus einer 
Umbildung etwa in Augusteischer Zeit erklären, als mit der Annahme, dass 
hier die treue Nachbildung eines älteren Typus vorliege, aus welchem das 
jüngere Original der zahlreicheren Copien abgeleitet wäre. 

(1) An dem vatikanischen Exemplar läuft, wenn ich recht gesehen, so- 
gar eine dreifache Kante quer, was ich nicht verstehe. 



HERA VON ALKAMENES 67 

dem Kopfbaad rechts und links zwei fiusgebrochene Löcher zu 
bemerken, welche nur gleichem Zwecke gedient haben können. 

An dem von Overbeck mit Recht vorangestellten capitolini- 
schen Exemplar wird der Eindruck des Antlitzes nicht allein durch 
die ergänzte Nasenspitze, sondern auch die bestossene Oberlippe 
hereinträchtigt. Allgemein denkt man als das Original ein Werk 
des fünften Jahrhunderts, genauer der zweiten Hälfte oder gegen 
das Ende desselben ('). 

Die verschiedenen Exemplare sind verschieden gedeutet und 
ergänzt, vorwiegend als Demeter oder Hera. Letztere Benennung 
glaubt Overbeck a. a. 0. durch den Vergleich mit der Demeter des 
eleusinischen Reliefs -^ das ist die Figur links — erhärtet zu 
haben. Aber die Kleidung ist wie bemerkt nicht charakteristisch 
genug, auch das Scepter natürlich nicht ausschlaggebend für De- 
meter, zumal dessen Haltung bei der Relieffigur bescheidener ist 
als bei den Statuen. Die Anordnung des Haares dagegen ist an 
diesen durchaus verschieden von der Demeter des Reliefs, an wel- 
cher es weder zurückgestrichen, noch in einen Kekryphalos ge- 
sammelt, noch mit einer Stirnkroue geschmückt ist. Dass dies alles 
bei anderen Demeterfiguren nachweisbar ist, kann für den vorlie- 
genden Typus nichts beweisen — namentlich dann nicht, wenn wir 
Darstellungen, welche nicht blos den einen oder den anderen Theil 
der angeführten Züge sondern sie alle zusammen enthalten, nicht 
Demeter sondern anders zu benennen genöthigt sind. 

Eine solche war die schon von Overbeck a. a. 0. S. 428, 1 
angeführte Relieffigur, welche, mit Athena durch Handschlag ver- 
bunden, über einer Urkunde der rafiiai r. L XQ- ^V^ 'AO^rivaiag 



(1) Die von befreundeter Seite mir geäusserte Meinung, dass ein schöner 
Kopf des unteren Belvedere in Wien, Sacken und Kenner n.40 (cf. v. Sacken, 
die antiken Sculpturen u. s. w. T. XII, 3 als Hygieia bezeichnet, welcher als 
'wohl identisch mit dem Berliner Kopf (Katalog n. 608, L. Mitchell history 
of ancient sculpt. zu S. 320) erklärt wird, dass dieser Kopf mit denen des 
fraglichen Typus zusammenstimme, scheint mir nicht richtig. Ich finde den 
Schädel, welcher allerdings fast gleiche Länge mit demjenigen der capitoli- 
nischen Statue hat (jener 0.29, dieser 0.30) in der Vorderansicht minder 
breit, das Gesichtsoval länglicher, die Umrahmung der Stirn wie auch die 
von ihr abgehenden Haarmassen anders gezeichnet, die Lippen, ebenso die 
Wangen gerundeter. 



68 



HERA VON ALKAMENES 



xal io)v aXXon' d^ewv aus Olympiade 95, 1 steht ('), beistehend 
nach Photographie gezeichnet und zineographiert. Hatten andere 
diese Figur als Darstellung dei- Polis oder des CoUegiums der 
Schatzmeister, oder des Rathes oder sonstwie verstanden, so dachte 
Schoene a. a. 0. S. 30 richtig an eine Vertreterin der anderen 
Götter und zwar zunächst an Hera, zog aber dann wegen der Ue- 
bereinstimmung mit der Figur des eleusinischen Keliefs Demeter 

vor. Jetzt ist es leicht einzusehen, 
dass die Statuen und das Relief 
nicht mit der eleusinischen Figur, 
von Avelcher sie beide in densel- 
ben Punkten abweichen, sondern 
miteinander Gemeinschaft haben, 
und dass Schoenes erste Ansicht 
richtig war, beweist das Relief 
einer zweiten fünf Jahre früher, 
Ol. 95, 1, abgefassten Urkunde, wel- 
ches im Deltion 1888 S. 124 abge- 
bildet ist und hier nach Photogra- 
phie gezeichnet jenem gegenüber- 
steht. Offenbar von demselben 
Steinmetzen sind hier, Zug für 
Zug übereinstimmend , dieselben 
zwei Gestalten der Athena und 
einer anderen Göttin in gleicher Weise verbunden dargestellt. Hier 
nun ist durch den Inhalt der Urkunde — es ist ein Beschluss der 
athenischen Gemeinde zu Ehren derjenigen Samier oaoi [ificc tov 
StjjLiov TOV 'Ai^rivaiwr fykvovxo — Hera als Vertreterin von Samos 
gesichert. Man wird sich nicht verwundern, dass der athenische 
Steinmetz der Hera nicht die dem Archäologen aus samischen 
Münzbildern (s. Overbeck K. M. III, Münztafel I) wohlbekannte 
Form des altheiligen und stets in Ehren gebliebenen Bjildes von 
Smilis gegeben hat, sondern sie in einem, wie die erste Urkunde 
beweist, ihm geläufigen attischen Typus des hohen Stils dargestellt 
hat. Sieht man schon den Reliefs an, dass es ein Cultbild sein 
muss, so wird das durch die Statuen bestätigt. 




(1) Vgl. Scboeae Griech. Rcliefa T. X, 54. Corp. inscr. att. II, 2, n. 643. 



HERA VON ALKAMENES 69 

Eine athenische Statue der Hera aus der zweiten Hälfte des 
fünften Jahrhunderts : wer dächte da nicht an Pheidias und seine 
Schule, und wer fühlte sich nicht versucht zu fragen, was mr von 




KH*!50^ANPA1AHIEY 



Herabildern jener Zeit in Athen wissen. In der That ist kaum 
mehr als eines sicher bezeugt, und dass dies kein Zufall ist, be- 
weist der 'gänzliche Mangel von inschriftlichen Weihungen au Hera. 
Natürlich haben die Athener unter den Zwölf Göttern Hera ein- 
begriffen, haben zu ihr gebetet (Aristoph. Thesmoph. 973 mit 
Schol.), und bei ihr geschworen, und hat in den Göttervereinen 
des Pheidias und seiner Schule wie in denen der Vasenmalerei 
Hera ihren Platz, aber dies alles lässt sich auf Homer und die 
nationale Mythologie zurückführen. Cultstätten dagegen sind für 
Hera in Attika sicher bezeugt nur eine aedes in Eleusis unge- 



70 HERA VON ALK AMEN ES 

wissen Alters bei Servius zu Vergils Aeneis 4, 58 und ein Tempel 
an der Strasse von Phaleron nach Athen, mit welchem die "Hga 
*Vx- {Corp. inscr. att. I, 194) füglich identisch sein kann. 

Von dem Tempel an der phalerischen Strasse sagt Pausa- 
nias I, 1 folgendes : tßn dt xard rrjv oSov rijv eg 'A^rjvag ix 
OaXrjQov vaoq "Hgag ovts -O-vgag s'xmv ovts OQO(fov. Maqööviöv 
(facTiv athov ei.inqrj(Sai xbv FcoßQVov, to 6i ayaXiia ro vvv 6ri 
xaO^a XiyovGiv "Akxaf.u'vovg sütIv eqyov ovx av rovid ys 6 MrjSog 
tl'r] XeXwßrji^uvog. Pausanias also oder sein Gewährsmann — er 
beruft sich ja auf andere — fand einen Widerspruch zwischen der 
Ueberlieferung vom Urheber des Brandes und derjenigen vom Ur- 
heber des Bildes, einen Widerspruch, der nicht vorhanden gewesen 
wäre, wenn es einen älteren, einen so alten Alkamenes gegeben 
hätte, dass er vor 480, wahrscheinlicher vor 490 oder kaum nach 
500 hätte eine Statue der Hera arbeiten können. Die schon wie- 
derholt (1) aus anderen Gründen angenommene Scheidung eines älte- 
ren und eines jüngeren Alkamenes kann meines Erachtens an die?er 
Stelle des Pausanias keine Stütze finden, weil der zeitliche Abstand 
einer vorpersischen Hera von dem Westgiebel in Olympia kaum 
minder gross wäre als derjenige des jüngsten dem Alkamenes zu- 
geschriebenen Werkes von dem Werke in Olympia, so dass man 
zu dem zweiten wohl auch einen dritten Alkamenes anzunehmen 
sich entschliessen müsste. Weit gerathener scheint es mir, den 
Widerspruch mit Pausanias und wahrscheinlich seiner Quelle an- 
zuerkennen und eine der beinen unvereinbaren Ueberlieferungen zu 
verwerfen, entweder den Mardonios oder den Alkamenes fallen zu 
lassen. Pausanias freilich — dies dürfen wir nur ihm zuschreiben 
— hat das Unvereinbare zu vereinen verstanden : er verwirft weder 
die Verwüstung durch Mardonios, denn auch X, 35, 2 zählt er 
den Tempel an der phalerischen Strasse zu den von den Persern 
verbrannten Heiligthümern, noch äussert er einen Zweifel an Al- 
kamenes' Urheberschaft, das zeigt ro vvv 6ij. Er nimmt vielmehr 



(1) Zuletzt Loeschcke, Die westliche Giebelgruppe des Zeustempels in 
Olympia S. 7. Ist aber schon Eoberts (Archäol. Märchen S. 43) Scheidung 
einer doppelten Ueberlieferung von Alkamenes wohl zu scharf, so ist die 
darauf gegründete Scheidung zweier Personen noch gewagter, von Robert auch 
keineswegs angenommen (Deutsch. Litt. Zeitung 1888 S. 603). 



HERA VON ALKAMENES 71 

an dass das vorhandene Bild später aufgestellt und bei andi-er Ge- 
legenheit beschädigt worden sei. Für uns ist dieses unannehmbar, 
da die Athener natürlich in ein zerstörtes und absichtlich nicht 
wieder hergestelltes Heiligthum nicht ein neues Bild von einem 
der ersten Meister stellten. Ich irre mich nun vielleicht, wenn ich 
aus den Worten des Pausanias, namentlich jenen ovx av tovtö ys 
«so hat dies wenigstens nicht der Meder beschädigt", (i) her- 
aushöre, dass der Gewährsmann des Pausanias eher den Mardonios 
preiszugeben geneigt war. Jedenfalls kann man einen Zweifel an 
der Arbeit des Alkamenes darin nicht finden. Ist aber die Wahl 
uns selbst überlassen, so kann es schwerlich zweifelhaft sein, dass 
wir eher den Perserbrand als die Thätigkeit des Alkamenes der 
Legendenbildung zuzuschreiben haben. 

Die Seltenheit von Herabildern in Attika legt es nun aber 
nahe, die in einer Urkunde der raf^uai tmv äXXan' ^eöiv C. I. A. 
I, 194, 11 genannte "H^a syx— mit jener von der phalerischen 
Strasse zu identificiren. Müsste man in der Lücke den Namen eines 
der beiden mit X begennenden Demen : Cholargos oder Cholleidai 
ergänzen, so wäre die Identificierung allerdings misslich, da nach 
freundlicher Mittheilung Milchhöfers keiner der beiden zwischen 
Phaleron und der Stadt gelegen zu haben scheint. Die Buchstaben 
£yx lassen ja aber auch mehr als eine Ergänzung, sei es eines 
Beinamens der Göttin, sei es einer Oertlichkeit zu. 

Ist es nun gewagt dieses einzige in oder bei Athen nach- 
weisbare Cultbild der Hera aus der Schule des Pheidias für das- 
jenige zu halten, welches ein Steinmetz, der nach den Zeitverhält- 
nissen gar wohl in der Werkstatt des Alkamenes gearbeitet haben 
könnte, zweimal nachgebildet hat ? Dass der von ihm wiedergege- 
bene Typus durchaus das Gepräge Pheidiassischer Schule hat, braucht 
nicht weiter nachgewiesen zu werden. Sehen wir uns jedoch nach 
dem um was von vorhandenen Werken mit dem Namen des Al- 
kamenes in Verbindung gebracht werden kann. Trotz aller Ein- 
wendungen wird dazu immer auch noch der Westgiebel von Olym- 



(1) Overbeck Kunstmythologie III S. 192, 31, welcher vielmehr die Tra- 
dition des Alkamenes verwirft, billigt die Erklärung Brunns G. Gr. K. I 
S. 235, welche dem ys nicht gerecht wird. Uebrigens verwarf Brunn vielmehr 
die andere Tradition. 



72 HERA YON ALKAMENES 

pia gehören. Eine Figur, vielleicht die älteste, welche die an 
unserem Heratypus wahrgenommene Tracht hat, die Hippodaraeia 
oder nach Studniczka besser Sterope, stand allerdings nicht im 
Westgiebel des Alkamenes sondern im Ostgiebel des Paionios ('). 
In gleichem oder noch etwas grösserem Abstände sodann, wie 
vom Ostgiebel die Nike des Paionios, steht vom Westgiebel der 
von Furtwängler (Roschers Lexicon S. 412 für Alkamenes' Aphro- 
dite er xrjrroig in Anspruch genommene schöne in zahlreichen 
Wiederholungen erhaltene Typus (^). Derselbe hat nicht nur einer- 
seits mit der Nike von Olympia in der Behandlung und Darstel- 
lung der weiblichen Köpferformen, in der Entblössung der einen 
Brust, in der Bewegung der Arme, in der Zeichnung und Falten- 
gebung des anliegenden Gewandes ausgesprochene Verwandtschaft, 
sondern kommt andrerseits auch unserem Heratj^pus nahe durch 
die Neigung des Kopfes, auch die, freilich wieder anders motivierte 
Bewegung der Arme, die Anordnung des Haares, sowohl mit der 
anfangs nur wenig über der Stirn sich öffnenden Scheitelung als 



(1) Boehlaus (Quaestiones de re vestiaria Graecorum S. 61) Scheidung 
zwischen dieser Trachtgestaltung und der attischen vermag ich nicht anzu- 
erkennen. Unter den Herkulanerinnen scheinen mir z.B. diejenigen welche 
bei Comparetti und De Petra, La Villa Ercolanense Taf. XIV, 3 und 6 ab- 
gebildet sind die Verbindung beider Gruppen herzustellen. 

(2) Vgl. Bernouilli, Aphrodite S. 92. Dass diesen Typus auf die Venus 
genetrix des Arkesilaos zurückzuführen kein Grund vorliegt, scheint mir 
VQu Wissowa, de Veneris simulacris romanis S. 23 ff. nach ReiflFerscheids Vor- 
gang dargethan zu sein. Waldsteins {J^he American Journal of archaeology 
III PI. I S. 1 ff.) Zusammenstellung des besten Exemplars mit der 'Elektra' 
der Neapler Gruppe lässt Aehnlichkeiten sehen. Aber diese Aehnlichkeiten 
erklären sich daraus, dass der stilmischende Urheber der Gruppe von jenem 
Statuentypus Einiges entlehnt hat. Ist er dabei in manchem, wie der Bildung 
des Xopfes, der mageren Schulter, den schmalen Hüften auf noch älteren 
Formenbrauch zurückgegangen, so hat er, von dem Hüftengürtel abgesehen, 
in der Nabelsenkung, in den in hellenistischer Zeit beliebten drei Falten- 
gruppen neben und zwischen den Beinen — und die letztere wie gewöhnlich 
einheitlich, nicht zweigetheilt wie an dem Aphroditetypus — spätere Dinge 
beigemischt. Von solcher Miscl^img ist die Aphrodite rein. Die dem Körper 
anliegenden Gewandmassen, zu denen die Aphrodite im Ostgiebel des Parthe- 
non, die Nike des Paionios und manche Gestalten der Nikebalustrade zeit- 
nahe Beispiele liefern, sind in ihrer kunstgeschichtlichen Bedeutung von 
Bjundorf erfasst (Archaeolog. Untersuchungen auf Samothrake II S. 71 ff.). 



HERA VON ALKAMENES 73 

auch mit Haarband und Keki^phalos oder Netz, endlich auch der 
Tracht, deren wesentliche Abweichungen : der fehlende Gürtel, 
die eine entblösste Brust, das zierliche Anfassen des Mäntelchens 
über der r. Schulter, alle der Charakteristik Aphrodites dienen (*). 




Q) Für diejenigen welche in der Lage sind einen echten und guten 
Kopf dieser Aphrodite zu vergleichen gehe ich ein par Masse der capitolini- 
schen Hera in Millimetern: 

Scheitel bis Kinn 286 

Stirn bis ob. Augenhöhlenrand 67 

Von da bis unt. Nasenende 80 

Untergesicht 80 

Inn. Augenwinkel bis unt. Nasenflügelrand . 59 

Mundbreite 54 

Ohrlänge (oben bedeckt) c. 59 

Innere Augenweite 35 

Aeussere » (incl. Lider) 121 

Augenlänge 40 

Augenhöhe 16 

Unteres Lid bis Braue 30 



74 HERA VON ALKAMENES 

Endlich die Hekate. Es giebt bekanntlich zahlreiche kleine 
Bilder der Trimorphos, vorzüglich athenischen Fundorts, welche die 
aus der Epipyrgidia des Alkamenes abgeleiteten Grundzüge mit 
einer mehr oder weniger starken archaistischen Färbung wieder- 
geben. Dass diese Archaistik nicht, wie man gemeint hatte, dem 
Alkamenes selbst zuzuschreiben ist, glaube ich in meiner Arbeit 
über die dreigestaltige Hekate bewiesen zu haben ('). Ich kann jetzt 
ein Hekataion, welches, im Bereiche der Sallustischen Gärten ge- 
funden ist, und welches Herr Spithöver mir zu schenken die Güte 
hatte, bekannt machen in vorstehender Ansicht. Vollständig einst 
etwa 0.35 hoch, misst es jetzt nur noch 0.22 und trug den Kopf 
wohl nicht durch ursprüngliche Stückung sondern durch nachträg- 
liche Ergänzung mit einem Nagel angeheftet. Schulterlocken in 
der archaischen Weise waren nicht vorhanden. Stand und Tracht 
sind frei und dem besprocheneu Heratypus völlig entsprechend. 
Denn dass vom Ueberschlag ein Kolpos nicht gesondert ist, kann 
bei der Kleinheit des Bildes und der ünfeinheit der Arbeit un- 
möglich ins Gewicht fallen. Trotz dieser stilistischen Abweichung 
kann nicht im mindesten zweifelhaft sein, dass diese Nachbildung 
in die von mir aufgestellte erste Klasse gehört, und dass wir 
die fehlenden Attribute nach dieser zu ergänzen haben. Die Ober- 
arme heben sich etwa wie beim Metternichschen Hekataion (a.a.O. 
Taf. III), doch lässt sich die immerhin nothwendige Scheidung der 
je zwei aneinanderliegenden Arme nicht mehr erkennen. Da keine 
Spur eines Ansatzes unterwärts sichtbar ist, scheinen mir nur 
Fackel und Schale, weniger die Kanne möglich, also etwa der 
a. a. 0. S. 150 C bezeichnete Typus, oder in jeder Hand die Fackel. 
Wie zu diesem Hekataion die grosse Masse der übrigen der ersten 
Classe, so stellt sich in mancher Beziehung zu der dem Alkamenes 
zugeschriebenen Hera derjenige Statuentypus, welchen Overbeck 
K. M. III S. 119 unter denen mit Schleier vorangestellt hat. 

Petersen. 



(1) Archaeol.-epigraph. Mittheill. aus Oesterr. IV S. 140 und V S. 1. 



SITZUNGSPROTOCOLLE 



4. Januar : Ficker setzt seinen Bericht über die Zeichnungen 
des cod. Escor ialeiisis fort. — Petersen über einen statuarischen 
Typus der Hera (s. S. 65). — Hülsen : das m. a. Lowenbild im 
Senatorenpalast. 

Ficker r Di sarcofaghi antichi oltre quello giä riprodotto in fotografia 
col giudizio di Paride (f. VIII v°, segnato ' A sancta maria a monterene in 
roma') e an altro f. 27 ' nella turpea' con Eroti e la testa della Medusa nel 
mezzo : TAnonimo Escorialense ha disegnato i seguenti : 

1. f. V V.: Nereidi sedute sopra Tritoni, Amoretti con delfini (Clarac (11) 
pl. 206 n. 192) nel Museo del Louvre; il disegno sta segnato 'in san fran- 
cescho in testeverj '. 

2. f. 28 V. Trionfo indico di Bacco, ora nella villa Medici (Matz-Duhn 
(II) n. 2272), con la nota topografica non abbastanza chiara ' in chasa el can- 
polino '. 

3. Altrettanto e nuova Tindieazione della provenienza per la rappresen- 
tanza della caduta di Faetonte nella Galleria degli UfiSzj a Firenze (Gori III, 
XXXVII; Dütschke n. 145): ara ceU (f. 29). 

4. f. 32 A. Ratto di Proserpina, a Londra, Soane Museum (Overbeck, 
Kunstmyth. Atlas XVII, 33; Michaelis, Ancient Marlies p. 477 n. 26). 

5. Anche per il sarcofago del Museo Kircheriaoo conla fucina di Eruti, 
f. 33 V. (Heydemann, Berichte der Sachs. Ges. d. W. 1878 S. 133) e nuova 
rindicazione ' santa cicilia '. 

6. II codice (f. 33 v.) esibisce la sola meta sinistra della parte anteriore 
del sarcofago di Filottet«, oggi a Firenze in uno stato di assoluta distruzione 
(Dütschke n. 405). E indicato * in santa maria in tristeveri '. 

7. Sarcofago con combattimento di Amazzoni, della cui parte anteriore 
un frammento si conserva nel palazzo Salviati (Matz-Duhn (II) n. 2221); le 
parti laterali nel Museo Chiaramonti : disegno a f. 44 A. ' san chosimo e 
damjano '. 

8. f. 25. Coperchio di sarcofago : quattro Amazzoni sedenti, che con una 
mano s'appoggiano suUa ten-a, coIFaltra tengono la pelta. La mano seconda 



76 SITZUNGSPROTOCOLLE 

del manoscritto aggiunge : ' fregio del choperchio delamazone ' e sotto il di- 
segno ' freso optimus adüte '. 

Per Tarcheologia cristiana sono di graiide importanza i disegni f. IV r. e v., 
spettanti aH'arte musiva. Nel primo (dichiarato * musaicho ') si vede un pastore 
in clamide e penula appoggiato sul pedo con le gambe crociate, tra buoi; 
nella seconda zona un aviarium o oQyi&oxQocpelov, al fine un pastore che acca- 
rezza due pecore : sono questi i motivi principali della decorazione noll'abside 
sinistra in SS. Euflna e Seconda, ripetuti nel musaico di S. demente (De 
Rossi, Musaici crist. V-VI f. 1-2). II disegno conferma la congettura del De 
Eossi intorno ai disegni del Cod. Vat, 5407, e, d'accordo con le notizie di 
Panvinio {De jpraecipuis basilicis Urbis p. 158), fornisce il materiale per la 
restituzione del musaico, dimostrando che i pastori si vedevano nella zona 
principale. 

L'altro, segnato ' tutto musaicho in santa ghostan9a ', da piena luce sul 
celebre ciclo di musaici di S. Costanza: vi erano tre zone fra cui due con scene 
storiche, le inferiori del vecchio, le superiori del nuovo testamento. Qui pure, 
confrontando i disegni di Francesco d'Olanda, di Sangallo e altri, si possono 
restituire quasi interamente la decorazione e le singole scene. (De Rossi, Mu- 
saici crist. XVII-XVIII f. 5 segg.). 

Fra gli altri disegni due rappresentano oggetti che ebbero qualche In- 
fluenza sugli artisti del rinascimento : 

f. 17 : frammento del sarcofago Bartoli, Admiranda 82, ora a Firenze 
negli Uffizj (Dütschke n. 6 contro Crowe e Cavalcaselle, Raffael II, p. 244), 
che fu il modello per il sagriflzio di Listra. 

f. IX V. : composizione somigliante alle Nozze Aldobrandine ed alle pit- 
ture del Sodoma e di Raffaello rappresentanti le nozze di Alessandro con 
Roxane, copia probabilmente d'una pittura antica, rappresentante forse Marte 
e Venere sorpresi dal Sole. 

Hülsen: La silloge epigrafica di Nicola Signorili, compilata sotto 
gli auspizi del tribuno Cola di Rienzi, fra le antiche iscrizioni del Carapido- 
glio e del Tabulario, riferiscc la seguente del medio evo 

IRATVS RECOLE QVOD NOBILIS IRA LEONIS 
IN SIBI PROSTRATOS SE NEGAT ESSE FERAM 

aggiungendo la postilla : ' in ingressu secundae portae Capitolii et in limite 
scriptum, et fertur de more ostendi cuilibet senatori cum ofjßcium intrabat: 
et erat leo depictus feroci aspectu ex alto catulum inspicicns humiliter ante 
eum iacentem \ Di questa singulare pittura, memorabile anche perchö entra 
nella storia delle ultime vicende tragiche del tribuno (Gregorovius Gesch. der 
Stadt Rom 6, p. 356 : Camillo Re, Bull, comun. 1882 p. 105) finora non si avevano 
notizie piü esatte, se non che il Comm. de Rossi ha dimostrato (gli Studi in 
Italia IV, 2, 1881 p. 231) esser stata quest'imagine una imitazione di un'altra 
piü antica esistente presso il Laterano giä dall'epoca di Urbano II (1088-1099). 
Merita dunque attenzione un disegno conservato nella raccolta degli Uffizi di 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 77 

Firenze, appartenente al libro (sched. 3275-3381) di Pier Giacomo Catani Sa- 
nfise. L'autore ad uno dei fogli ascrive la data del 1533: ma probabilmente 
egli copiö molti disegni piü antichi, in parte forse del suo compatriota Fran- 
cesco di Giorgio Martini. La maggior parte dei disegni sono di ornamenti e 
di fortificazioni : non mancano pero allri che si riferiscono aH'antichitä. Sul 
foglio 3280 vi f^ un disegno della basc della colonna Traiana e due fogli dopo 
il disegno di un lione , guardante un cagnolino che gli sta appiedi: rappre- 
seotanza affatto identica con la descrizione del Signorili, di modo che, sebbene 
non vi sia indicazione di luogo, non esiterei di riconoscervi un ricordo della 
curiosa pittura del Campidoglio, perita probabilmente nei restauri del Cin- 
quecento. 

11. Januar: Mau über antike Mühlen von Pompeji (s. Mit- 
theill. später). — Petersen über eine Gruppe des Neuen Capitc- 
linischen Museums, zwei Satyrn im Kampfe mit einem Giganten 
darstellend (s. Bullett. della commiss. archeol. comun. 1889 Tav. I-II 
und S. 17). 

18. Januar: Mau über antike Handmühleu (s. Mitth. später) — 
Ficker: die christlichen Sarkophage Spaniens. 

FiCKER : I scguenti rilievi dei primi secoli cristiani sono sconosciuti 
fuori di Spagna; ne furono riprodotti alcuni in modo insufficiente, gli altri 
sono affatto ignoti. 

1. Sarcofago, trovato nel 1846 nelle rovinc di Empotion, oggi Ampurias, 
ora nel Museo provinciale di Gerona: Eroti che simboleggiano le stagioni, 
tra loro il Pastore Buono, imberbe ; sul coperchio vendemmia e raccolta delle 
olive, fabbricazione dell'olio e del vino. Cfr. Noticia historica y arqueojögica 
de la antigua ciudad de Emporion por D. Foaquin Botes y Gisö, Madrid 1879 
p. 118 sg. Nell'istessa opera p. 122 e menzionato, come proveniente dalle 
stesse rovine, 

2. un frammento di sarcofago strigillato con il monogramnia tra « e to, 
circondato da una Corona. Si conserva presso il luogo del ritrovamento. 

3. Tra la coUezione nella chiesa di S. Feiice a Gerona: un sarcofago 
strigillato con la donna orante in piccole proporzioni in mezzo; agli angoli 
un Pastor Buono imberbe; quasi identico con un rilievo che il Garrucci at- 
tribuisce a Pisa (375, 2). 

4. Sopra la porta destra della cattedrale di Tarragona sta niurata la 
parte anteriore di un sarcofago, replica di un prototipo piü volte ripetuto 
(Le Blant, Sarcoph. de la Gaule p. 63); la buona conservazione permette di 
correggere i ristauri dell'esemplare Lateranense (Garr. 314,5) e stabilire che 
a sinistra dell'entrata a Gerusalemme vi fu la vocazione di Zaccheo. 

5. Non abbastanza certa e l'origine cristiana di un sarcofago di lavoro 
grossolano nel Museo provinciale di Tarragona, con strigille ritte, pilastri agli 
angoli, nel mezzo uno scudo, ai lati del quäle vedonsi due delfini rivolti uno 



78 SITZÜNGSPROTOCOLLE 

verso l'altro. L'iscrizione, pubblicata insufficieuteraente da manoscritti nel CLL. 
II n. 4518, dice: 

D M 

CL SATVRNI 

NO CL FELI 

CISSIMVS AFR 

S / /AXO FAB 

M B • M F 

G. Anche le due figure nella Puerta del Sol a Toledo, emgma per i cro- 
nisti, non sono che un gruppo preso da un sarcofago: Gesü Cristo annun- 
ziando la negazione a Pietro. 

7. I nn. 1-6 appartengono a Hispania Tarraconensis. Uno solo viene dalla 
Lusitania. E un sarcofago, trovato sul terreno dell'antica Ilurbida, presso Ta- 
lavera la Reina, oggi nel Museo arquoologico nacional a Madrid: Gesü Cristo 
seduto fra i dodici apostoli indicati con i loro nomi, in parte ancora esistenti. 
(Cfr. Guerra y Orbe nel Museo espanol de antif/g. T. VI p. 591 e 599. Fidel 
Fita, Bolettn de la R. Acad. de la ff ist. T. IL Cuad. IV, 1883 p. 287 sg.). 

8. Nell'anno 1886 si trovo a Ecija in Andalusia un sepolcro cristiano, 
contenente un sarcofago con bassirilievi del VII. secolo : il Pastore Buono, sa- 
crifizio d'Isaacco, Daniele tra i leoni ; a tutte e tre le scene sono apposte in- 
dicazioni greche : ABPAA eiCAK nvMH n AANmA{Fits,,Bolet{n de la R.Acad. 
de la Eist. T. X, 1887 p. 267 sg.). 

9. Trovato presso Jaen nella Baetica, ora nel Museo arq. nac. a Madrid 
di Stile affine al n. 8 : La risurrezione di Lazaro, il Pastore difendendo le pe- 
core, la presa del nostro Signore con l'episodio di Pietro che taglia rorecchio 
a Marco. E evidente la somiglianza con gli aflfreschi della Reichenau e altre 
opere dell'epoca carolingo-ottonica, e cosi anche questi monumenti fanno testi- 
monianza di uno sviluppo storico e artistico non interrotto dai primi secoli 
cristiani fino al medio evo. 

25. Januar: Hülsen über die Titusthermen und die Por- 
ticus Liviae. 

Hülsen : Intomo l'architettura delle terme di Tito avevamo finora due 
documenti d'importanza speciale, la pianta rilevata da Andrea Palladio, ed il 
frammento 109 della Forma Urbis Romae. Peru il primo non e esente di ristauri 
arbitrarj, ed il eecondo non abbraccia che una parte del recinto esteriore Nord, 
con una piccola porzione deH'ediflzio centrale. Vengono a compiere questa la- 
cuna due plante inedite, della raccolta Destailleur, ora del Museo di Berlino : 
esse rilevate da un architetto esperto e corredate di misure esattissime danno 
correzioni ed aggiunte preziose non soltanto per la ricostruzione dell'edifizio 
principale ma specialmente per la parte centrale del recinto nord. Quest'ultima, 
quasi completamente distrutta al tempo del Palladio, fu veduta dall'anonimo 
in uno stato di conservazione abbastanza buono, e si riconosce come ingresso 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 79 

monumentale alle Terme. I frammenti dalla Forma Urbis 11 e 109 sagacemente 
ricongiunti dal eh. Lanciani (Bull, comun. 1886 p. 272) ci fanno vedere che que- 
sto ingresso si apriva sopra una plazzetta triangolare confinante verso Nord col 
portico di Livia. Intorno alla situazione di questo portico il eh. Gatti (1. c. p. 274) 
non ha espresso un'opinione positiva, limitandosi a dire che doveva estendersi 
sull'altopiano compreso fra il lato nord-est delle Terme di Tito, e la chiesa di 
S. Lucia in Selci : vale a dire proprio in quel luogo, ove il Pailadio ha rilevato 
la pianta di un complesso di rovine, chiamate da lui « Terme di Vespasiano 
Imperatoren; i moderni cambiando soltanto il nome di Vespasiano in quello di 
Traiano non hanno dubitato che si trattasse di una Terme, mentre in veritä 
l'icnografia si mostra poco adatta a tale scopo. Un confronto fra l'icnografia Se- 
veriana e la pianta del Pailadio mostra somiglianze cosi caratteristiche, che non 
esiterei di attribuire al complesso di rovine, finora credute le tenne di Traiano 
il nome del Portico di Livia (i). Stabilito questo, siamo pure in grado di risol- 
vere il problema agitatissimo dell'orientazione della Forma Urbis: i frammenti 
ricongiunti 11 -h 109 ci danno per la prima volta: 1) un edifizio di sito cono- 
sciuto; 2) una iscrizione; 3) una commettitura anticadi laslre. Quest'ultimo par- 
ticolare non si scorge nella pubblicazione dello Jordan, ma invece in quella 
nei raonumenti dell'Inst. VIII tav. XLVIII A. come nella fotografia Parkeriana 
Archeology of Rome 11= Forum Romanum tav. XLIV. Ne risulta che l'icno- 
grafia Severiana aveva in alto il SOvest, di modo che la via Appia ed il Circo 
Massimo stavano in direzione perpendicolare. Quest'argomento, come la ricom- 
posizione della Forma Urbis, spero di poterlo svolgere ampiamente in altra 
occasione. 

1. Februar: G. B. De Kossi: Die Mosaiken von S. Costanza. — 
Petersen: Antike Yorkehrungen zum Schutze, von Tempeln und 
Bildwerken gegen Vögel (s. Athen. Mittheill. 1889). 

De EiOSSI esibisce un disegno fatto sotto la sua direzione per rico- 
struire secondo la forma primitiva tutta la decorazione interna a musaico ed 
a lavoro di tarsia marmorea {opus sectile marmoreum) del mausoleo costan- 
tiniano della via Nomentana, appellato di S. Costanza. Gli elementi della 
restituzione sono stati presi da disegni varii e schizzi editi ed inediti degli 
architetti del secolo XV e del XVI ; specialmente da quelli di un codice del- 
l'Escuriale della fine del secolo XV fotografati nel passato anno 1888 dal 
sig. dott. Ficker. 

8. Februar: Winnefeld: die Alterthümer von Alatri (s. Mitth. 
später), — Petersen über einen Typus des Herakles, der bisher 
für Ares gehalten ist (s. Mitth. später). 

(1) Dalla pianta aggiunta alla Topographie von Rom del eh. 0. Richter, 
(Noerdlingen 1889) giuntami dopo che questo discorso era compiuto, rilevo, 
che il mio dotto amico abbia approvata questa congettura, comunicatagli fin 
dall'anno passato. 



80 SITZÜNGSPROTOCOLLE 

15. Februar : Keisch legt zwei Oesterreichische Publicationen 
vor, den IL Band der Reisen im SW. Kleinasien und den ersten 
Theil der im Jahrbuch der kunsthistorischen Sammlungen des Al- 
lerhöchsten Kaiserhauses von Benndorf herausgegebenen Reliefs von 
Gjölbaschi. — Lignana: eine oskische Inschrift. 

LiGNANA : A Capua vetere nel foiido Patturelli, onde giä sono venuti 
fuori negli anni precedenti monumenti insigni di epigrafla Osca, furono rinve- 
nute nelle scorse settimane altre iscrizioni Osclie. II sen. Fiorelli, direttore 
generale degli scavi e musei nel regno, ha voluto con singulare cortesia comu- 
nicarmene i calchi, e ai 19 del corrente luese di febbraiu per corrispondere il 
meglio che per nie si putesse alla cortesia usatanii ho coniunicato al sen. Fio- 
relli le niie osservazioni. Ora, se i colleghi dellTstituto me lo perniettono, 
coniunichero luro le iscrizioni come le ho leite, sogginngendo brevi osservazioni. 

La prima iscrizione che mi fu comunicata e la segtiente : 

W VI t M 3I> IT • M1N>IMVI< 
mN>IIMIVWI4iV>l>,/r'l^Vll>N>l 

T^^t^^ji • >i vii'r^i:i> 

Mettendo adunque assieuie i segni che sono ancora manifesti ed evidenti 

si legge facilmente : diuvilam . tirentium . ...lagiium lum . muinikam 

siais . eiduis . luisarifs rvist . iiuk . destrst. 

L'alfabeto di questa iscrizione non distingue ancora I, V da h, V. 

Diuvilam e acc. sing. La parola occorre spesso nella epigrafia Osca, p. e. 
ek{o) diuvil{o) al nora. sing, nella iscrizione pubblicata dal Büchelcr (nel museo 
Renano XXXIX p. 316), e al nom. plur. nella iscrizione pubblicata la prima 
volta dal Minervini ekas iuvilas luvet Flagiui. Con questa parola dev'essere 
indicata qualche cosa o qualche dono che spetta a Giove, e rimane quindi 
esclusa la spiegazione che ne da il Corssen, e quella pure del Minervini che 
vorrebbe vedervi una cosa preziosa, cioe un gioiello. 

Seguono tre genitivi plurali, che quando siano di nomi proprii, non pos- 
sono appunto per la forma plurale essere nomi individuali ma collettivi. Ec- 
cettuato il primo tirentium gli altri due sono guasti nelle lettere onde inco- 
minciano. Prolungando il primo segno che rimane del secondo nome cio6 v 
in m risulterebbe magiium, ma quando si consideri che il g intervocale nel- 
rOsco diventa h, oppure scompare, il risultato difficilmente poträ persuadere, 
quando non si voglia ammettere como ancora non esistente l'accennata trasfor- 
mazione fonetica deirOsco II terzo nome presenta ancora maggiori difficoltä. 
L'ultima sillaba lum, e se non erriamo, Klum suggerisce subito la combina- 
zione Paklum, raa la linea piegata della prima lettera piuttosto che p fa 
supporre s. 

Si potrebbe supporre che non si tratti di nomi individuali e leggere 



SITZUNGSPROTOCOLLE 81 

quindi siklum — seculorum, oppure saklum-sacellorum, oppure supporre nomi 
di tre popoli, tirentium, tlatiium, siklum, cio^ Tarentini, Latini e Siculi. In 
qaesto caso nel secondo nome il segno che ci h parso g sarebbe invece t. 

Muinikam acc. singolare che si accorda con diuvilam occorre spesso 
e non ha bisogno di spiegazione. 

Supplisco siais della terza linea coii fasiuis — fastis potrebbe anche essere 
fesiais e allora sarebbe il latino feriis, o con altro sufiRsso fes-tis. 

Eiduis — idibus. 

Luisarifs. Una prima supposizione sarebbe che fosse un abl. plur. cor- 
rispondente al latino ludificis. La iscrizione di Luceria ha loucarid invece di 
loucod. Allo stesso modo invece di ludus, lusus potremmo avere lus col suf- 
fisso ari, quindi l'Osco luisari ; fs sarebbe per f{iki)s, e cadute le vocali f{k)s. 
Siccome poi nella lingua Osca il gruppo ks diventa spesso s p. e. meddis per 
mediks c'osi luisarifs per luisarifks sarebbe spiegato. Ma contro questa spie- 
gazione prima di tutto e da osservare che la lingua Osca non ama le compo- 
sizioni e il solo esempio che occorre nella iscrizione di Pietrabbondante üvfri- 
künüss e si supplisce con lüvfrfkunüss e si Iraduce liberigenos non va apcora 
esente d'ogni difßcoltä. Inoltre la vocale i non manca mai nei dativi ed abla- 
tivi plurali deU'Osco. 

Proporrei quindi di vedere in luisarifs una formaverbale. Se nella nostra 
iscrizione non mancasse il soggetto o per meglio dire i soggeiti, onde dipende 
il verbo, la cosa sarebbe stata certa a prima vista. Ma alle altre si aggiunge 
pure questa diflBcoltä. 

Nelle iscrizioni latine di Capua occorre spesso la ' formola loidos fece- 
runt. Sono i raembri del collegio cioe i magistri per lo piu in numero di do- 
dici, i quali nell'entrare in ufißcio celebrano i giuochi. II nostro luisarifs che 
nel senso corrisponde certamente al loidos fecerunt dev'essere spiegato come 
una forma verbale perifrastica ? Luisarifs sarä per luisarif\eken)s ? Quando si 
ricorda il proffs della iscrizione pubblicata dal Minervini e dal Bücheier, che 
sta per prof(at)t{en)s — probaverunt la cosa diventa verosimile. Ma nell'Osco 
la reduplicazione, che qui sarebbe caduta, si mantiene. Sarebbe quindi meglio 
spiegare luisarifs come derivato da un verbo denominativo p. e. lusaria-re 
e allora avremmo un perfetto indicativo luisarif(en)s o un perfetto congiun- 
tivo luisarif{in)s — luserunt oppure luserint. 

rvist della quarta linea dev' essere supplito sakruvist: v h inorganico, 
ciofe si sviluppa neH'Osco fra due vocali, quindi sakruvist — sacra est. E tale 
a mio avviso dev'essere la forma della iscrizione pubblicata dal Minervini 
e dal Bücheier. Sakruvit non h come vorrebbe il Bücheier, una forma come 
plovit, staluit, ma semplicemente sakruvist — ist gev:eiht, tralasciata la sibi- 
lante. Da approvarsi e la congettura del Bücheier che nella prt'detta iscrizione 
al postrei soggiunge iuklei. 

iiuk — ea nom. sing. fem. 

destrst — dextera est, il che equivale propitia est; e cosi pure in greco 
il deitöf significa qualche volta lo stesso che adaiog come Od. XV 16. dsciog 
oQvig, ne punto differiscono nel Sanscrito däksa e ddksina. 



82 SITZÜNGSPROTOCOLLE 

Premesse queste osservazioni non posso per ora riassumere altriraenti il 
risultato che nel seguente modo : 

Rem ad lovem spectantem Tirentium 

iorum lorum communem 

Fastis idibus luserunt 
Sacra est ea, propitia est. 

22. Februar: LiGNANA über eine zweite oskische Inschrift. — 
Winter: über die kunstgeschichtliche Bedeutung der zusammen 
gefundenen herculanischen Bilder: Cheiron , Marsyas, Theseus, 
Telephos und besonders der Medea. — Hülsen: der Meilenstein 
von Mesa. 

Lignana: L'altra iscriziono Osca trovata nello stesso fondo Patturelli 
h la seguente: 

II 'mm wiiH'iiiiiiii 
////mv>i-<itN<]s-w////////// , 

////7//T^3->IINIVH1-/7////// 

//////•mvn- ^iNUNS 

<in-^Nn-^//////NN3F 
N1TT<I^H1NW-/////IN 
NUN<1>IN^T3^ -^1 

S V S • I N I >l >l 1 51 51 

La prima parola della seconda linea essendo un gen. sing, rende proba- 
bile, che la prima linea in gran parte perduta contenesse un nome, che accor- 
dandosi colla terminazione che e rimasta al principio della terza linea fosse 
un nominativo neutro. Ritenendo adunque che le tre lettere delle quali ap- 
paiono ancora le traccie siano da leggersi a, k, l, si potrebbe supplire 
Sakai'^aklom. 

La parola, di cui una sillaba, cioe me si legge in fine della seconda 
linea e la cui flessione in principio della terza potrebbe essere memnim, 
che occorre nella lamina di piombo trovata nel 1857. Non tralascio tutta- 
via di notare che l'intervallo che precede quella che noi chiamiamo la fles- 
sione m, non pare sufSciente a contenere tre lettere. La combinazione quindi 
h incerta. 

Quäle sia la origine e la significazione della prima parola della seconda 
linea non sappiamo, solamente la flessioiie che e di genitivo singulare, h chiara. 

fratr. — fratrum. 

Dubbia mi e la lettura dei segni che seguono; nia nel caso che si deb- 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 83 

bano leggere Kom e forse Komb, si potrebbe sapporre assieme colle lettere 
scomparse al principio della quarta linea uiia abbreviazionc di Kombennieis 
Kombenniei. 

Moinik. sta per moinikom — commune. 

est —■ est. 

In fine di questa quarta liuea forse iiianca uiia parola, che potrebbe 
essere eiduis, che occorre nella precedente iscrizione accouipagnafa con fa- 
siais — fastis. 

pom — quum. ed anche in fine di questa quinta linea nianca una pa^ 
rula, e se non erriamo la piü iniportante per intendere la seconda parte della 
iscrizione e a cui si dovrebbero riferire i pronoiui pas, ias che vengono in se- 
guito. 

heriajlljlj' s sebbene lo spazio fra a e s possa contenere non nna sola, 
raa anche due lettere leggianio tuttavia herians terza persona plur. del con- 
giuntivo ; herians — velint. 

pas — quae. nom. fem. plur. 

II calco guasto e lacero non ci lascia discernerc della parola che la 
prima sillaba pra, o prai. 

Mamerttiais — Martiis. 

set — sunt. 

sakras — sacrce. 

ias — ülce 

L. Pettieis — Lucii Pettii. 

Meddikkiai loc. sing. 

fufens — fuerunt. 

Premesse queste osservazioni proponiamo la seguente spiegazione. 

Sacellum eii monumentum, fratruni conventus commune est. Fastis 

quum velint, quae pr Martiis sunt, sacrae illae Lucii Pettii in magistratura 
fuerunt. 

Hülsen : Nel 1872 il eh. Brizio richiamö l'attenzione degli epigrafisti 
ad una colonna miliaria conservata nel palazzo postale di Mesa, l'antica sta- 
zione ad Medias nelle Paludi Pontine. II suo apografo [Eph. epigr. II p. 209) 
fu poi riveduto e corretto dallo Stevenson, dal Dressel e dal de la Blanchere 
(Bibliotheque des 4coles Francaises t. 34 p. 188). Secondo Vapografo del Dressel, 
fu pubblicato neWauctarium addendorum del vol. X del Corpus, n. 6838 p. 1019, 
nel modo seguente: 

P • CLAVDIO • Ap. f 
I FOVRIO •//■ 

AIDIL es 
fac. CO ER 

II Mommsen riconobbe nel priore dei due magistrati P. Claudio Pulcro, con- 
sole nel 505/249, famoso per la sua partecipazione alla prima guerra Punica. 
Quindi la colonna di Mesa sarebbe il piü antico miliario non soltanto dell'Ap- 
pia, ma dell'intero mondo Romano. Volendo la Direzione dell'Imp. Museo postale 



84 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 




di Berlino arricchire le sue collezioni di una copia in gesso di tal insigne 
monumento, io esaminai diligentemente l'originale, il quäle essendo ripulito 
con cura, moströ in alcuni punti difl'crenze cunsiderevoli coU'apografo sopra 

proposto. II facsimile aggiunto fa 
vedere come neU'iscrizione princi- 
pale, cioe quella incisa sulla super- 
ficie piana della colonna, non vi 
sia una riga quarta, ma che le parti 
inferiori delle lettere E5, ritenute 
erroneamente per le estremitä su- 
periori di queste er, fecero sospet- 
tarvi l'esistenza della formula fa- 
c{'nmdum) cocr{averu)it) , poco 
adatta all'alta antichitä delFepi- 
grafe. Qnanto ai due inagislrati, 
riconosceremo nel secondo C. Furio 
Pacilo consolc nel 503 la edilitä 
ch'egli sostenne con Claudio Pulcro 
dovrä ascriversi aU'ultimo decennio 
del secolo quinto della ciltä. Per la 
paleografia e interessante la forma 
dell'R che trova nelle inscriptiones 
antiquissimae un solo riscontro, 
vale a dire il terminone dell'agro 
^ Falerno (C. /. X 4719). E singc- 

lare poi che il numero X abbia 
accanto una linea, certaniente an- 
tica, sul cui significato nulla saprei dire, essendo poco verosimile che vi sia 
indicato il numero millenario. 

8. März : Lignana über oskische Ziegelinschriften. — Maü 
über eine pompejanische Amphoreninschrift K Gestio L. Antestio 
c\^os] aus dem Jahre 55 n. Chr. — Gercke : Porträtbüste repu- 
blikanischer Zeit — Bethe weist die allmähliche Umbildung der 
zum Palladion laufenden Kassandra in die knieende nach. 

Lignana : Nel bullettino dell'anno 1876 p. 171 il nostro collega F. von 
Duhn ha pubblicato una dotta ed importante dissertazione sulla necropoli e il san- 
tuario di Capua, e per la prossimitä di questo con quella ha congetturato. che il 
santuario potesse essere dedicato a una divinitä avente relazione col culto dei morti. 

II santuario non e veramente, come scrive il Duhn, nel bei mezzo della 
necropoli Capuana, ma, come osserva il prof. Beloch nel suo libro sulla Cam- 
pania 1879 p. 356, dista solaraente una cinquantina di metri dalle mura della 
cittä. II sito adunque del santuario non basterebbe per rendere certa la sua 
relazione colla necropoli, e la sua dedicazione a una misteriosa Dea della morte. 



SITZUNGSPROTOCOLLE 



85 



Ma che il santuario fosse dedicato non a un Dio, ma a una üea risulta 
dalla statua di marmo e dalle altre d^ tufo, che vi furono trovate e rappre- 
sentano tutte una Dea avente fra le braccia uno o piü figliuoletti. II fram- 
raento di iscrizione trovato in questo sito al tempo che il Dnhn fu a Capua, 
e la cui terza linea incomincia deiv — , proverebbe a mio avviso la stessa 
cosa, ed io vi leggo un dativo singulare cioe deivai. 

Quäle fosse questa Dea h per ora raolto diflScile il decidere; il Duhn, 
come abbiamo giä detto, suppone una Dea che ha relazione col culto dei inorti : 
il Beloch invece, e a nostro avviso con niaggiore probabilitä una Dea geni- 
trice. Se si dovesse ritenere come certa questa seconda ipotesi si potrebbe al 
dativo deivai, come noi leggiarao, aggiungere genetai; il che ci e suggerito 
dalla tavola di Agnone. 

Ma comunque sia nello esaminare le brevi e mutile iscrizioni osche dei 
mattoni trovati recentemente presso il santuario ci e oiFerta una occasione di 
esprimere una terza ipotesi sul nome della Dea. 

Giä nel 1876 erano stati trovati altri mattoni; e di quelli un frammento 
fu regalato dal Patturelli al prof. Duhn, e si trova ora al museo di Berlino. 
II frammento incomincia colle seguenti sillabe mame 

Se non erriamo, i mattoni recentemente scoperti ci pongono in grado 
di supplire ciö che manca. In un frammento di questi mattoni si legge: 



V 5) I 3 
VNkMJVU 



Per noi e evidente che si deve supplire eiduis mamerttiais-Idibus martiis, 
e quindi le due sillabe mame — dei mattone regalato al prof. Duhn vanno 
completate mamertiais taciuto il sostantivo eiduis. 

II rovescio dei nostro mattone e pure scritto, cioe SS. Non e facile il 
^roporre una congettura e quindi se coi due f f non e iudicata una qualche 
forma dei verbo facere o fingere non sapremmo che dire. 

In un altro mattone si legge : 



Nfl 



Se nel prirao erano indicati gli idi di Marzo, in questo secondo pu'> es- 
sere indicato il mese di Gennaio. 

In un terzo frammento di mattone si legge: 



$)M 



Senza dubbio un abl. sing: e l'ultima sillaba di sakrid, come h indicato 
chiararaente dal quarto : 



H 


Jll<>lr< 



86 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 



cioe rs {s)akrid. Dunque sacro, ed in r s genitivo singulare potrebbe essere 
accennato il nome della Dea cui era dedicato il santuario. Proponiamo, senza 
volere escludere altre combinazioni, che polrebbero in seguito parere piii 
probabili, di supplire entras che 6 il nome di una Dea nominata nel bronzo 
di Agnone. 

15. März: Petersen über eine archaische Auiazonendarstel- 
lung ; Athena unter den neun Musen im Fries des Nervaforuras. — 
Hülsen : Eeconstruction der Regia mit den Consular- und Trium- 
phalfasten. 

Petersen presenta con gentile permesso del eh. C. L. Visconti le fo- 
tografie riprodotte qui giü di una statua greca del secolo VI, trovata nella 
Villa Ludovisi. Lo stile arcaico della figura e l'avere essa servito di decora- 
zione archiMtgnica fu riconosciuto bene nel BuUett. coraun. 1888 p. 417. Le 




forme verginali, il vestinfento con la punta pendente del berretto frigio visi- 
bile sulla chioma ondeggiante e finalmente Tarmatura fanno conoscere l'A- 
mazzone. Sulla coscia s. cioe un incavo di 0,10 e 0,13 col foro di penio dentro 
ha servito per fissarvi il turcasso lavorato separatamente. Anche l'atteggia- 
mento della persona desta subito l'idea di un arciere. La figura perö non 
stava tirando l'arco come fanno tre flgure dei frontoni di Egina, opponendosi 
a tale azione la tenuta delle braccia. L'avambraccio d. ha lasciato persino il suo 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 



87 



puntello sul ginocchio sinistro. Monete di Tebe (v. Catalogue of greek coins in 
the Brit. Mus. Central Greece pl. XII) rappresentano Ercole giovane olire nel- 
l'iitto di tirare, anche in quello d'incordare l'arco, tanto 
ritto in piedi (n. 5) quanto inginocchiato (n. 2 riprodotta 
qui accanto, e 3). Qui il manteniniento delle braccia h 
tale quäle si deve ristaurare nella nostra statua, se non 
che TErcole sta ripiegato piü addiefro, nientre TAmaz- 
zone rassomiglia piü alla figura di uno Scita sul vaso 
di argento raffigurato nelle Antiquites du Bosphore Cim- 
m^rien Tav. XXXI, ove nel testo b detto che tal ma- 
niera d'incordare l'arco esiste ancora presse i Tatari. 
L'una estremiiä .dell'arco sempre preme la coscia deslra 
lä ove nella nostra statua si trova un forame di 0,01 
diam. e 0,015 profonditä, perduto disgraziatamente nella zincografia. L'altra 
estremitä poteva essere tenuta o con la mano destra come fa l'Ercole, o con la 
sinistra — il braccio s. como fa vedere la fig. 2, era lavorato separatamente — 
come fa lo ScitiV. E questo ultimo io proferisco perche sul ginocchio s. avanti 
quel puntello un sottilissimo perno di bronzo pare indichi la direzione della 
corda. * 





La figura ha nel dorso sotto la chioma un incavo quadrato di 0,10 X 0,10, 
nel cui mezzo vi h un altrp incavo quadrato di 0,05 X 0,06. Quello piü grande 



88 SITZÜNGSPROTOCOLLE 

tagliato a sghembo, meutre a destra e profondo 0,0, a sinisfra lo h, 0,035 e 
l'incavo piccolo vi aggiunge altri 0,035. Se questo incavo, molto simile a quelli 
ovvii nelle figure frontonali di Olimpia, serv\, come credo, ad attaccare la 
figara ad un fondo architettönico, questa per l'obliquitä dellMncavo doveva pre- 
sentarsi come nella fig. 1. Ed 6 questa relazione con l'architettura, che in- 
sieme con lo stile ed il soggetto rammenta quello che Plinio n. h. 36,12 ri- 
ferisce intomo agli scultori di Chic Bupalo ed Atenide, figli di Archermo: 
Romae eorum signa sunt in Palatina aede Apollinis in fastigio et omnibus 
fere (il Loeschcke observ. archaeol. 1880 p. 4 volle correggere eo! manubiis 
fere) quae fecit divus Augustus. — 

Sul fregio del portico di Nerva (v. Monum. ined. d. Inst. X t. XL sg.) certi 
personaggi non sono stati riconosciuti se non due volte Minerva D^ 20 sg., ove 
sta castigando Aracne e H 57 ove di nuovo si crede seduta frammezzo di donne 
lavoranti. Ma non ostante la composizione simmetrica di tutta questa parte, 
le figure 48-58 sono divise dalle fig. 59-61 si per il locale che per le occu- 
pazioni diverse. Quelle priori, che stanno tutte rivolte vcrso Minerva con cer- 
tezza si riconoscono come le Muse per il numero, per il loro carattere gene- 
rale come per la grande somiglianza di 53 e 52 con notissimi tipi di Muse (i), 
e finalmente per la lira a bastanza visibile di 49. Altri simboli o sirumenli 
musici pare non mancassero alle figure 45, 50, 56, 58, e se fosse difficile di 
supplire maschere o globo, siiFatta mancanza non proverebbe altro che Fan- 
"^tichitä dei tipi riprodotti {^). Siccome la base di Alicarnasso e la tavola di 
Archeiao ed ultimamente i rilievi di Mantinea (^j, cosl anche le Muse del 
fregio romano sembrano copiate da tipi statuarii, con questa differenza peio 
che negli altri rilievi in primo luogo sono caratterizzate le singole figure, 
mentre per il nostro artista la cosa principale era l'assieme di tutte le so- 
relle. Questa unione in primo luogo nasce dalla presenza di Minerva, la 
quäle dea qui ^ l'Atene musica, come nell'altra parte e TErgane, in secondo 
luogo 6 prodotta per la raffigurazione del paesaggio. Questo e l'EIicone, il 
quäle personato si vede a sinistra molto rassomigliante alla figura del Caucaso 
nella composizione pergamena felicemente restituito dal Milchhöfer (*), e forse 
non e troppo ardito pensare che l'artista, il quäle cvidentemente ha studiato 
modelli ellenistici, con quelle due rocce opposte abbia voluto rappresentare 
la valle Eliconia. 

22. März : Petersen : der ursprüngliche Zusammenhang der 
Trajanischen Reliefmedaillons am Constantinsbogen (s. Mitth. spä- 
ter). — Mau : Büsten der Livia (s. Mitth. später). — Hülsen: über 
ein Relief von Terracina. 



(1) L'Euterpe vaticana (Visconti, Mus. Pie-CUm. I, 17 addubitata dal 
Bie (v. la nota 2) p. 89) per il confronto del fregio e del rilievo di Mantinea 
e confermata essere una Musa. 

(2) V. Trendelenburg, der Musenchor p. II e Bie, die Musen in der 
antiken Kunst p. 29, 49, 53; Fougeres, Bulletin de corr. hell. 1888 p. 125. 

(3) Bulletin de corresn. hellten 1888 pl. II III, cf. Overbeck nelle Be- 
richte der K. süchs. Ges. d. Wiss. 1888 p. 284 sgg. Con queste Muse di Man- 
tinea quelle del nostro fregio .stanno in piü stretta relazione che con le Muse 
di Alicarnasso e di Archeiao. Si confronti II, 1 (da sin.) e 54, 2 e 51, 3 e 55, 
m 1 e 56, 2 e 53, 3 e 52. 

(*) Die Befreiung des Prometheus p. 3. 



IL MATRIMONIO ITALICO. 

Discorso letto dal comm. G. F. Gamurrini 

nella seduta solenne del Natale di Roma 

ü 12 aprüe 1889. 

(Tav. IV) 



Molto si addice alla ricorrenza solenne del natale di Roma, 
che qui si festeggia, il monumento, nel quäle si figura il matrimonio 
italico nel suo vetiisto rito. Che la origine di ciascuna cittä com- 
ponendosi dell'aggregazione delle famiglie, conviene, che queste, per 
formare la societä e 1' ins civitatis^ da legittime nozze derivino : e 
tali non possono divenire, se un rito non le consacri o almeno 
iin costume non le sancisca. Ora il rito, che si presenta, sebbene 
espresso in un monumento tratto da una tomba di Chiusi (^), 
e scolpito nel periodo piü antico dell'arte etrusca, pure in tutto si 
conforma a quanto ci e dato di sapere, si usasse nei primitivi tempi 
di Roma: e ci conduce a quella civiltä italica, non ben definita, 
che si spandeva nell'Italia centrale, ed unificava nel costume e 
forse anche nella lingua l'Etruria col Lazio: onde mi pare, eome 
si vedrä meglio, di non essermi male apposto dando al soggetto 
tigm-ato il titolo di matrimonio italico. Se poi considero, che la 
maestä di Roma, l'impero, e la sapiente costituzione perirono, ed 
il tempo va consumando le vestigia dell'arte ammirabile; e che 
solo il dritte privato, vero monumento del senno romano, ha supe- 
rato i lunghi secoli, e diede e da lume alle genti, a ragione mi 
congratulo, che oggi qui si esponga un argomento, che tocca le 
origini della civile e familiäre convivenza di Roma. 

E un cippo quadrangolare foggiato a modo di casa col tetto 

(1) II monumento si conserva oggi nel pubblico museo di Chiusi. 

7 



90 IL MATRIMONIO ITALICO 

a doppio piovente, e si assomiglia ad alcune urne sepolcrali, che 
rinvengonsi nell'Etruria. Tre dei siioi lati si adornano di figure a 
rilievo bassissimo, e quasi piano, e nel quarto fu incavato il pro- 
spetto di una porta. Contrassegna una grande antichitä quel modo 
di rilevare; e dati i confronti coli' arte greca, che alquanto prima 
dell'etrusca si svolse per essere piü prossima alle rive asiatiche, 
e da stimare, che l'etrusco monumento, come non preceda il se- 
colo sesto, cosi non succeda al quinto. Allorche stava integro ed 
al posto suo entro la tomba, fu segato orizzontalmente per mezzo 
dagli etruschi stessi; e volle fortuna, che a noi fosse serbata la 
metä superiore delle figure, onde ci e dato ragionare dell'argo- 
mento. Vigeva nel territorio chiusino (che altrove non mi fu dato 
osservare) la pietosa, ma agli occhi nostri barbara, costumanza di 
segare e torre via dei pezzi di tali cippi scolpiti in pietra tenera, 
e collocati nei sepolcri i piü antichi : o questo fosse per ricordo 
e venerazione in famiglia, o per cagione di partenza inaltre regioni: 
sta il fatto che di rado avviene, che interi si riscontrino, veggen- 
done invece in piü parti accuratamente segati, ben poco quella 
gente badando, che le figure scolpitevi restassero offese e sformate. 
Or cominciando ä descrivere il lato, che apparisce il piü nobile 
per il soggetto, per il numero delle figure, e per l'esecuzione, osser- 
viamo nel gruppo principale di desfcra due donne, Tuna (a d.) di 
aspetto ansiano, con tunica senza maniche ed aperta sotto l'ascella, 
l'altra pure con tunica sopra la stola affibbiata all'omero sinistro, 
che sorreggono con ambe le mani in alto un drappo orlato a cor- 
doncini (1), col quäle coprono alle tre persone, che vi stanno sotto 
tutta la testa fino al petto. La prima di queste si distingue per uomo 
dal mantello (paenula) , soprapposto alla tunica, che afferra l'altra 
per il di dietro dell'abbondante veste, e come a se la traesse. Mentre 
fa tale atto di violenza colla sinistra mano, rimane poi quieto e 
composto della persona. Quella che viene tratta, si involge e si 
chiude nel manto cosi, che nulla di lei si scorge. La terza, che 
le sta di fronte, tiene pure come la prima il mantello, e pare che 
accenni coll'indice della mano destra quasi a significare, che debba 
partire con colui, che a se la tragge ; o la spinge anch'esso verso 

(1) Probabilmente quel drappo altro non era che una coperta da letto, 
stragulum, peristroma. 



IL MATRIMONIO ITALICO 91 

di quello, il che per lo scopo dell'azione varrebbe lo stesso. Ma per 
la forma allungata del dito, la quäle non si addice al poUice (di 
cui abbiamo nel quadro stesso gli esempi), conviene preferire la spie- 
gazione del comando coll'indice. Separatamente fuori del descritto 
gruppo tre giovani addimostrano l'esser prooti alVaccompagaaraento 
festivo. II piü prossimo tiene un ramoscello, che sembra per la 
forma delle foglie essere di alloro, e si volge verso di quei, che 
stanno sotto il drappo, aspettando desideroso, che la loro cerimonia 
si compia. 11 secondo, quel di mezzo, pure dritto reggendo lo stesso 
ramoscello e nella mano sinistra stringeado un involto, che per 
la rottura della pietra non si puö vedere che cosa sia, si distingue per 
il pileo tutolo sacerdotale, che ha in testa, e colla sua presenza 
rende il rito sacro e solenne. II terzo, che va innanzi a tutti, e il 
tibicine, che giä suona la dobbia tibia, e si avvia. Da ci6 s'in- 
duce, che la cerimonia dei tre, che stanno sotto il drappo, deve 
essere breve e disciogliersi per seguire la lieta comitiva. E anche 
noi, prima di procedere ad osservare gli altri tre lati del monu- 
mento, ci fermeremo alquanto alla dichiarazione di quello. 

Come preparazione a meglio intendere il soggetto rappresen- 
tato giovano quegli scarsi ricordi, che ci furono trasmessi delle 
vetuste costumanze del matrimonio romano. Delle quali, perche 
note ed ampiamente trattate da uomini dottisbimi, non trarrö che 
quanto si riferisca e coufaccia all'argomento della simulazione del 
ratto, aggiungendovi alcuna nuova osservazione. Sappiamo, che nei 
tempi della repubblica le iustae nuptiae si contraevano dai romani 
usUj coemptioiie^ o eonfarreatione. L'uso non interrotto di un anno 
coll'uomo rendeva la donna usu capta, e moglie legittima, e quell a 
coutinuitä era dalle dodici tavole prescritta. I^a quäle forma di ma- 
trimonio apparisce a giudizio d'illustri giureconsulti essere stata 
antichissima, quasi che legittimasse il ratto per l'uso e la potestä 
sopra la donna e per la sopravveniente famiglia; e se ne richia- 
mava in Roma il fortunato esempio del ratto delle Sabine, popolarc 
leggenda, che si connette a quell' uso, o ne deriva. Quando per coem- 
ptioiiem la donna passava a marito [in viri manum- corweniebat) si 
simulava la vendita per la quäle era ella comprata dall'uomo colla 
bilancia in mano e alla presenza dei testimoni, e d'allora addive- 
niva mater familias in marlli manu mancipioque : sebbene poi 
in fatto la legge ed il costume non la riguardasse di condizione 



92 IL MATRIMONIO ITALICO 

servile. II rito della confarreatio consisteva in un solenne sacri- 
fizio a GioYe, nel quäle si forniya dalla sposa il pane di farro {farreum 
libum), e si esprimevano le formule del mutuo consenso innanzi a 
dieci testimoni. Questi in sostanza i modi piü 'antichi del matri- 
monio, che ci porgono Timmagine dei tre stadi, per cui esso tra- 
scorse per eifetto ed ordine di civiltä nelle genti latine. II primo 
il ratto, legittimato dall'uso, che corris;)Dade a quel vivere rapto 
ricordato da Virgilio: l'altro della vendita, che il padre faceva 
della figlia, trasmettendo cosi al marito la sua potestä : il terzo del 
mutuo consenso e del convivium (da cui convivere), mangiando 
insieme il farro : contratto reso perpetuo e sacro dal rito religioso. 
Ma si tenga conto, che in tutti questi tre modi, allorche la sposa 
{sponsa da spondendo, onde sponsalia) doveva uscire della casa pa- 
terna, fingevasi che l'uomo la rapisse, e fosse veramente manu capta, 
cioe mancipium: per la quäl cosa si rileva, che il ratto sia stato in 
Italia la prima forma e l'origine del connubio, e quindi la donna sia 
-stata considerata (quäle presso molti popoli barbari) come la serva 
dell'uomo (del vir da vis) ; e a tal proposito si addice la testimonianza 
di Livio (34, 2, 11) : u- Maiores vestri — feminas volue- 
runt in manu esse parentum, fratrum^ virorum ».. 
Essendo appunto questo, che conviene porre in chiaro (quan- 
tunque sia in qualche modo da altri scritto od accennato), giova 
richiamare le prove, e considerarne la resultanza. Fingeva lo sposo di 
fare violenza alla vergine per trarla fuori di casa; e rapivala dalle 
braccia della prossima parente {}). Come di ciö non si potesse fare 
a meno, e il legittimo imeneo consistesse non solo nel consenso, 
ma ancora nell'atto del possesso violento (^). Cosi rapita la vergine 
si conduceva alla casa dello sposo; e la simulazione ripetevasi, 
al giungervi, che non doveva essa toccare col piede la soglia della 
casa, ma era levata su di peso, e v'entrava, come fosse rapita (^). 

(1) Macr. Sat. I, 15 : Nuptiae in quibus vis fieri virgini videtur. Festus 
p, 289 M. : Eapi simulatur virgo ex gremio matris, aut si ea non est ex 
proxima necessitudine, cum ad virum trahitur. 

(2) Virg. Aen. X, 79: Ft gremiis abducere pactas. Catull. Epith. 61,3: 
Qui rapis teneram ad virum virginem, o Hymenaee. E altri passi raccolti 
dal Be la Gerda in Virgilio, e da Marquardt Privatleben I p. 53. 

(3) Plut. Quaest. Kom. 29 : //t« xi rrlv yccfxovfxevriv ovx swaiv cwrrjv vnsQ- 
ßrjvai TOP oväov rijg oix'iag, aXX' vneQcÜQovdiV ol ngons^nofTsg ; nötegov ort 
Tccg TiQMTug yvyatxccg agnuaccyrss, otJrwf eigrjveyxav, avxccl 6s ovx eigij'^^ov; 



IL MATRIMONIO ITALICO 93 

Senza ricordare il rapimento delle faci neU'accompagnameiito 
degli sposi, dandosi loro dagli antichi vario significato, e che allu- 
dessero al presidio della vita, non e affatto dubbio, che nelle nozze 
chiaramente serbavasi Vapparenza del ratto, per quellamore, che 
ritiene gli uoraini alle antiche usanze, e per la credulitä, che col 
distaccarsene, il rito e l'atto solenne perdano di loro legittimitä e 
valore. Lo si riconosce nella forma, che piü risente dell'origine sua, 
quando ci volgiamo ad esaminare il modo, con cui si creavano le 
vestali. Il pontefice massimo entrato nella casa della vergine coUa 
mano afferravala, e la toglieva dal padre, o da colui, che l'avea 
in potestä, come fosse presa in guerra (•). E la formula, che in 
qiiell'atto pronunziava il pontefice, trasmessa da Fabio Pittore, e ser- 
bata da Gellio, finiva con le parole : «■ iia te amata capio ^ (^). 
Per dar ragione di quella voce am ata rivolta alla vergine, che 
nella bocca del pontefice non aveva significato, anzi era inoppor- 
tuna e sconvenevole, gli antichi non rinvennero altra spiegazione, 
se non che la vergine, che fu tolta per prima, avesse quel nome {^). 
Ma se noi riconosciamo nel ratto della vergine la primitiva forma 
del matrimonio, vi discoprireriio essere stata quella la formula stessa, 
che si ripeteva nell'antichissimo rito dell'elezione della vestale. 
Allorche lo sposo traeva a se la vergine in un modo simigliante 
a quello scolpito nel monumento di Chiusi, ad esprimere la vio- 
lenza amorosa, e compiere l'atto del possesso, gli erano bene ac- 
conce le lusinghiere parole: >t ita te, am ata, capio i>. Onde 
possiamo affermare, che il pontefice massimo faceva le veci dello 
sposo, e serbava colla vergine la costumanza di farla manueapta 
nella sua formula tradizionale. 

Kisalendo pertanto alle origini, le vergini spose furono ra'ptae, 
e poi mamicaptae con i modi prescritti dalla legge, e dalla reli- 
gione. II rapimento delle Sabine fu compiuto con barbara ed oltrag- 

(}) Gell. Noct. Att. I, c. 12 : Capi autem virgo propterea dici videtur, 
quia pontifici maximo manu prehensa, ab eo parente, in cuius potestate est, 
veluti hello capta, abducitur. 

(*) GeU. 1. c. : Sacerdotem VestaUm, quae sacra faciat, quae ious siet, 
sacerdotem vestalem facere pro populo Romano Quiritium, utei quae optuma 
lege fouit, ita te, amata, capio. 

(3) Gell. 1. c. : Amata inter capiendum a pontifice maximo appellatur, 
quoniam quae prima capta est, hoc fuisse nomine traditum est. 



94 TL MATRIMONIO ITALICO 

giosa violenza, onde disse bene Virgilio : raptas sine more Sabinas, 
vale a dire, siae more maiorum, e senza ü convenuto rito. E qui 
non sfiigga, che la leggenda delle Sabine ha voluto adornare in 
modo poetico e glorioso per Roma la prima e selvaggia forma del 
matrimonio italico. Se si da ascolto a Dionigi di Alicarnasso ('), 
Romolo confortö le rapite vergini dicendo, che quel ratto non 
volgevasi a loro contumelia, ma risguardava il giusto conniibio, 
mostrando essere im simile costume assai vetusto fra i Greci ed 
arrecare grandissimo compiacimento ed onore alle desiderate donne: 
11 che, se vero fosse, ci farebbe pensare ai Pelasgi, che con piü 
oneste forme l'aA^essero introdotto in Italia. 

Ne conviene di omettere, che mentre gli sposi si conducevano 
a casa, si gridava dalla lieta comitiva : Talassio, Talassio! 
come i greci, Imeneo. Sopra il quäl nome due versioni si arrecano 
dagli antichi : l'una che Talassio fosse il canestro della lana da 
filare, segno dell'opera assidua addetta aUa novella sposa; l'altra, 
e piü accettata, che Talassio fosse il nome di un giovane romano, 
il quäle rapita fra le Sabine una vergine di rara bellezza, felici 
gli riuscirono le nozze, quindi la sua invocazione di buono augurio. 
Ma se SaXäaaiog^ come ben si estima, e il greco appellativo di 
Nettuno {OaXdaaiog Iloasidwv) , conviene ricercare, quäle relazione 
egli possa avere avuto col momento, che la sposa viene alla casa del 
giovane condotta. E non distaccandosi dalla leggenda del ratto delle 
Sabine, quivi la ritroviamo, essendo quelle avvenuto, allorche si 
celebravano con grande freguenza di popolo le feste al dio Conso, 
consiliorum^ secretorumque deo, id est, Nepiuno (^). Ma quan- 
tunque apparisca strano, pure bisogna teuer conto, che in quelle 
origini di Roma, per stabilire le prime famiglie, la vetusta tradi- 
zione abbia trasmesso il nome di Nettuno, ed in un tempo, che 
Roma era del tutto estranea al mare, ed al commercio marino. 
Come per le lunghe etä costantemente si proseguisse ad invocarlo 
col nome greco di Talassio, quasi che il rito nuziale avesse avuto 
una greca origine {^). Come dai latini si considerasse il Neptuniis 

(') Archaeol. 2, 30 : wg ovx icp ' vßgei xrjg uQuayflg, uX'l ' enl ydfia) ys- 
vofyieytjg, EXkrjyixoy rs xtd ccQ^aToy anorpcäviav xo e&og. 

(2) Ascon. Ped. in Cic. Verr. I. (Vedi Preller Römische Mythologie p. 289, 
e 347). 

(3) Catull. 61, 31: Luhet iam servire Thalassio. 



IL MATRIMONIO ITALICO 95 

noD solo il nume delle acque, ma Consus (da cui consüium e 
consul)^ il quäle s'invocava nei supremi atti della vita pubblica 
e privata : ed in qiiesto aspetto si puö intendere, che il suo culto 
fosse congiunto alle nozze, donde la vita nuova e la famiglia deri- 
vano. Mä non e ancora improbabile, che nella mente e nella reli- 
gione dei popoli italici, il Nettuno, nel senso di Talassio dio delle 
acque, abbia avuto un intimo rapporto coUe nozze e colla feconda- 
zione. Sebbene la filologia latina non possa concedere, che il nome di 
Neptunus discenda per fonetici cangiamenti da Nuptimus (e pie- 
namente ne convengo (0 ) ■> P^re per le fatte osservazioni, ricompare 
in lui non solo la potenza virile attiva, quäle fu considerato dai 
greci nel primitive concetto di IloaeiSwv , ma ancora la idea cosmo- 
gonica della virtü dell'acqua fecondante la terra. E che questo fosse 
stato il profondo simbolo, che dell'acqua e del suo nume tennero 
gl' italici, il rito manifestato dal monumento di Chiusi ce lo comprova. 
Due donne stendono in alto un drappo o larga coperta ornata 
di frange sopra le tre persone, per le quali le nuptiae divengono 
. iustae^ lo sposo, la sposa, cd il padre. Sono le pronube, le para- 
ninfe dei greci, le quali coprono (nubunt) e in qualche modo ascon- 
dono l'atto solenne, ed il mistero dell'origine della famiglia. II nu- 
bere ebbe il significato di tegere e operire, precisamente dalla 
nubes, che vela la serenitä, del cielo, e prepara la feconda pioggia. 
Formano le pronube col disteso panno una nubes sopra di loro, 
che cosi addivengono i nupti, cioe i coperti. Da qui penso, che 
tragga l'origine la voce conubium, la quäle chiaramente indica, 
che non solo la sposa, ma anche lo sposo, con qualche rito finora 
ignorato, venivano coperti. Sebbene fino dallo Scaligero siasi affer- 
mato, che il verbo nubere, non si appropria che alle donne, pure 
il Barth nei suoi Advermria lo rivendicö anche ai maschi citando 
le parole di Lucilio e di Nonio, «he ripoi-ta il passö del comico 
Pomponio, ed aiferma, che nella lingua italica volgarg esso serbava 
il significato allusivo ad ambadue gli sposi (^). Ciö accertato, si 

(1) Oltre non amraettersi la mutazione nei radicali dell' w lunga in e , il 
nome italico di iVejofMWMS si riscontra in Nethuns, etrusCo. Amobio {Adv. Gent. 
1. ni), (copiando ferse qualche antico) non ebbe scrupolo di scrivere: Quod 
aqua nubat terram, appellatus est cognominatusque Neptunus. 

(2) Adversaria 1. VI. cap. 14. Lucil. Satur. XVII, fragm. 4 ed. Dousa : 
Nupturum te nupta negas, quod vivere Ulixem speras-, Non. pag. 143 Merc. 



96 IL MATRIMONIO ITALICO 

possono allora comprendere le modiflcazioni, che arrecö il tempo 
nel rito primitivo, e la ragione, perche nel matrimonio del fla- 
mine colla flaminica fossero ambedue collocati a sedere insieme, e si 
gettasse sopra del loro capo la pelle dell'aniraale immolato per la 
celebrazione delle nozze (Serv. ad Aen. 4, 374) : ut ibi iiubentes vela- 
tis capitibus in confarreatione flamen et ßaminiea residerent. 

Le pronube dai romani elette fra quelle, che semel nwpserunt, 
coUo stendere 11 panno simboleggiavano la mistica nubes, la quäle, 
come si e detto, rispondeva a quanto avviene in cielo, dove l'aria in 
nuvola si raccoglie, ed e la prima causa della fecondazione della 
terra : in tal guisa nel rito nuziale la nube stessa diviene la Celeste 
pronuba. Ne consegue da ciö, che Giunone, la quäle nell'originario 
concetto non fu che l'aria stessa, e la umida sostanza, che solle- 
vata, mossa, e compressa dal calore luminoso, cioe da Jupiter 
(il padre della luce) forma il velo, e gli si oppone, contiene la 
suprema virtü generativa, ed a ragione si appella pronuba, e quindi 
Lucina nel parto: ella, che rende legittime le nozze, e fecondo 
il matrimonio (^). E naturalmente si doveva in tale riguardo con- 
fondere il culto di Giunone con quelle di Diana e della Luna, in 
speciale presse gli italici per la etimologia e rassomiglianza del nome. 
L'ideapertanto dell'acqua, che in maniera nascosta e misteriosa col 
Yario umore infonde la vita nel mondo porse occasione a comporre la 
nube nel rito delle nozze : onde non farä meraviglia che il suo nome 
s'invocasse coU'epiteto di Talassio nel tragitto nuziale : se non che 
i romani col progredire della civiltä e del dominio nella terra e 
nel mare perderono di lui il concetto ed il simbolo primitivo. 

Lo sposo sotto quel drappo fa l'atto del rapimento, traendo 
a se la vergine, la quäle gli Yolge le spalle, rimanendo dinanzi 
al padre. Questo e il momento, in cui egli esprimeva la formula, 
che, come si e Yeduto, presso gli antichissimi romani terminava: 
ita te, am ata, capto . A quel atto il padre presta il consenso 
ed alla manucapta ordina, coU'espressione del dito indice, di par- 



Nubere veteres non solum mulieres sed eziam viros dicebant, ita ut nunc 
itali. Pompon. Pannuceatis : Sed meus frater maior, postquam vidit me inde 
eiectum domo, nupsit posterius dotatae vetulae, varicosae, afrae. 

(1) Virg. Aen. IV, 59: Junoni ante omnes, cui vincla iugalia curae. Owidi. 
Heroid. 6, 43 : Non ego sum furto tibi cognita, pronuba Juno affuit. 



IL MATRIMONIO ITALICO 97 

tire e di passare dalla siia potestä in quella del marito. Spettava 
al padre promettere e coUocare la figlia, onde udiamo nei versi 
di Ennio questo lamento : Iiiiuria abs te adflcior indigna pater .... 
Cur me locabas nuptui « ? Cosi presse i greci, della quäl cosa, 
come naturale e ben nota sarebbe fastidioso Taddurre i relativi 
testi. Compiuta l'apparente violenza dal giovane, e dato l'ordine 
dal padre, la vergine, fatta di quello mancipium, addiyiene forse 
p)er coemptionem la Caia, e la domina della noveUa casa. In quäl 
modo sia qui acconciata non si puö ben dire: si vede soltanto, 
che un manto tutta l'avvolge, e forse coprivale anche il capo, onde 
ne venne il ßammeum non mai lasciato dalle spose nell'atto so- 
lenne ('). E ne consegui, che essendo da quello coperte o nuptae, 
ar loro soltanto si applicasse il verbo nubere e da loro fossero dette 
le nuptiae; delle quali e del conubium abbiamo esposto quali 
ne siano stati l'origine ed il significato. 

Or mentre il rito nuziale si celebra sotto la sacra nube, una 
festiva schiera aspetta gli sposi. II primo col ramoscello proba- 
biknente di lauro si volge indietro quasi impaziente a vederli. II se- 
condo tenendo nella destra lo stesso ramoscello si distingue dal 
pileo, che ha in testa, per il sacerdote : onde le nozze furono cer- 
tamente augurate da un sacrifizio (2). Precede tutti il tibicine, che 
giä suona, e si muove: similmente nel rito nuziale dei romani, 
praecedebat sponsam frequenti comitatu stipatam tibicen : o anche 
come ci narra Plutarco, piü suonatori di tibia andavano innanzi, 
con quello che esclamava Talassio. 

Molto difficile sarebbe Tinvestigare. se il rito stesso nuziale 
sia provenuto dall' Oriente, o introdotto dai contrastati Pelasgi o dai 
Dori : sebbene non e a tacersi, che altre cerimonie, che si usavano 
nelle nozze, indicano una antichissima comunanza civile dei greci 
con gl'italici. Ci trasmette Varrone (3), che i personaggi piü cospicui 
di Etruria (cioe la casta patrizia) nel contrarre matrimonio immo- 
lavano un porcello, ed aggiunge: Prisci quoque Latini et etiam 



(1) Come si acconci la sposa etrusca innanzi al rito del connubio vedesi 
in un monumento di Chiusi : Micali, Monumenti etc. tav. LVIII. ; Museo Chiu- 
sino P. I. tav. LVI. 

(2) Juven. 10. 334: Veniet cum signatoribus auspex. 

(3) De r. rust. 2, 4, 9. 



98 IL MATRIMONIO ITALICO 

Graeci idem factitasse videntur. La grande idea Orientale dell'ele- 
mento umido fecondante le cose tutte, che dava origine al rito ita- 
lico, e lo informava, comunicö alla Grecia la Giunone Lucina, che 
secondo Omero commove il fecondo aere: onde divenne yufirih'a 
e tsXeia , e pronuha, e si confonde per questo con Venere Afrodite, 
che sorge dalle onde marine, allorche donarono il voluttuoso bacio 
alla terra. Ancora nel culto italico quelle due divinitä si riguar- 
davano come promoventi la fecondazione, e si sparse e si adorö nei 
seni del mare e le copiose sorgenti il nome di Feronia e di Cupra. 
Ricorderemo forse le ninfe, leggiadra personificazione dell'elemento 
umido, col cui nome si chiamarono in Grecia le stesse nozze? Ne 
piii m'inoltro in tale argomento nel timore, che dovendomi atte- 
nere alla forma concisa, gli stessi pensieri perdano della loro evi- 
denza. Anche nella Laconia simulavasi il ratto della vergine, de- 
scrivendoci Plutarco quello che si costumava nelle nozze spar- 
tane: ma se ne dovevano avere piü o meno precisi ricordi in 
tutta la Grecia, se Dionigi lo fa affermare come colä vetustissimo 
per bocca di Roraolo. Si rappresentö ancora nell'arfce, ne e raro 
vedere nei vasi dipinti espresso tanto il ratto violento quanto l'amo- 
revole ed il tranquillo nella fanciulla dinanzi a persona di dignitä, 
che raffigura il padre consenziente. Accennate le relazioni, che iden- 
tificano il matrimonio etrusco con il latino, al quäle si puö sicu- 
ramente apporre il nome di italico; e come questo nel concatto 
originario e religioso non differisce dal greco, proseguirö a dichia- 
rare le altre parti del monumento. 

Nel lato sinistro vediamo effigiata la fronte di una casa, coUa 
sua trabeazione, e nel mezzo la porta. Si partono dal trave del 
culmine (culmen) del tetto i due cavalloni (asseres), che posano sui 
travi laterali {mutuli) , tra i quali corre la corda {trabicula) , for- 
mando cosi il triangolo del fastigio o timpano, dal quäle al modo 
primitivo la casa riceveva la luce. AI di sotto la porta col suo archi- 
trave {Urnen robusticm), i cui stipiti (postes) tendono ad allargarsi 
verso la base al modo arcaico etrusco od Orientale. CoH'incavarla 
ed approfondirla si e Toluto fare scorgere anche l'interno vestibolo 
' dipinto in rosso, che in questa festa si ornava di verdi rami, onde 
Catullo (64, 294) : Vestibulum ut molli velatum fronde vireret ('). 

(1) Juven. Scvt. VI: Ornentur postes et grandi ianua lauro. 



IL MATRIMONIO ITALICO 99 

Nel terzo lato osserviamo im uomo, distinto dalla barba, il 
quäle e vestito egualmente allo sposo nella rappresentanza delle 
nozze, coUa tunica, e sopra il mantello, che dalle spalle gli sceude 
a pieghe aperto dinanzi. Egli sta fra diie donne, avvantaggiandole 
assai di altezza. Qiiella a destra, che si riconosce per la pronuba 
ansiana gli tiene alto il braccio sinistro, sorreggendö il gomito, come 
ciö debba essere di rito. L'altra di aspetto giovenile gli porge colla 
mano sinistra presse al volto una piccola cosa, perche la gusti, 
ovvero bene la vegga, un frutto come un fico, o un sacchetto : nel 
tempo stesso riceve da lui nella destra una moneta, come pare che 
le paghi dall'attitudine delle dita della piegata mano. La scena 
manifesta quanto far si doveva prima della solennitä delle nozze, 
ed ap^unto l'artefice l'ha scolpito da questo lato, come dall'altro 
ha effigiata la porta della casa dello sposo. Niun dubbio, che tale 
matrimonio etrusco e stato fatto per coemptionem. Le parole di 
Servio, che commentano il verso virgiliano (Georg. I, 31): Teiiue 
sibi generum Thetys emat omnibus undis: bastano per dichiarare 
il soggetto qui rappresentato. « Emat ad aniüiuum nuptiarum 
ritum .... quo se maritus et uxor invicem emebant, dcut habe- 
mus in iure " ('). La sposa mentre riceve il prezzo dallo sposo, che 
k compra, gli mostra il sacchetto, dove stanno tre assi, o almeno 
un asse : essende che fosse per la vicendevole coemptio il costume, 
che dalle romane donne si tenesse un asse in mano per darlo al 
marito compratore, e un altro nel piede, ed il terzo in un sacchetto (2). 
In tal modo il matrimonio etrusco coll'antichissirao romano si con- 
fronta, onde ancora la forma della coemptio si deve giudicare 
italica. 

Nel quarto lato corrispondente alla fronte si raffigura una caccia 
in una selva, veggendosi tre alberi probabilmente di pino: fra le 
plante tre uomini si affaticano ad uccidere una belva, della quäle 



(1) Lo stesso ripete Servio in Aen. IV, 103 : Coemptio enim est, ubi 
libra atque aes adhibetur, et mulier alque vir in{ter) se quasi emptionem 
faciunt. 

(*) Da Varrone citato da Nonio Marcello p. 531 M. : Asses tres ad ma- 
ritum nubentes deferebant, quorum unum, quem in manu tenebant, tamquam 
emendi causa marito dare, alium, quem in pede haberent, in foco Larium 
familiarium ponere, tertium quem in sacciperio condidissent, compito vi' 
cinali solere resonare. 



100 IL MATRIMONIO ITALICO 

non si puö scorgere che un orecchio, presse il tronco di una pianta, 
essendo perita tutta la parte inferiore del monumento. Quello a 
destra coperto della sola tiinica tira della lancia, l'altro di mezzo 
col camiciotto aperto alle ascelle, e con un panno avvolto alla vita, 
vibra im colpo di scure : il terzo colla clamide, che gli lascia nudo 
e libero il destro braccio si piega in basso, e pare che egli pure 
abbia la lancia. Richiama l'attenzione il modo, come la scure 
(di cui il taglio e rotto) e applicata al manico di legno ritorto, 
non avendo l'occhio, ma l'incastro, con una legatura forse di cuoio 
piü in basso. Non sfuggirä poi come il bosco si distingua per le 
sole plante di pino; che puö darsi che l'artista l'abbia prescelte 
nell'essere quello sacro per gl'imenei (•). Ne importerä cercare 
la ragione, onde qui siasi figurata la caccia, la quäle poteva mo- 
strare tanto il valore del giovine sposo, quanto la preparazione 
al nuziale banchetto. A chi talenti di scorgervi la caccia al cignale 
Caledonio, non contrasto. Sarebbe allora Meleagro, che col colpo 
della scure uccide la belva, aiutato dai suoi compagni armati di 
lancia. Molto a proposito e sovente alludevano gli antichi a Melea- 
gro in argomento nuziale. Ricorderö soltanto uno specchio etrusco (-) 
nel quäle egli colla testa del cignale in spalla trae a se Atalanta 
alla presenza del padre. Ma poco omai cureremo di tali frondi, 
avuta la sorte di cogliere il fiore in questo egregio monumento di 
Chiusi, che ci ha per la prima volta disvelato il rito del matri- 
monio italico. 



(1) Catullo 61, 15: Pineam quate taedam. Yirg. Ciris 439: Pronuba nee 
castos incendit pinus amores. 

(2) Gerhard etrusk. Spiegel CCCLIV, 2. 



SCAVI DI POMPEI 1886-88. 
INSULA IX, 7. 
(Continuazione) 



N. [12.13] 



Passiamo ora sul lato dell' isola, per occuparci della piccola 
casa che confina col lato posteriore del n. 1.2, e alla qnale, perche 
non ha ancora la sua numerazione i;fficiale, abbiamo qÜfite: i'nijanto 
i nn. [12.133. ^ probabile che una volta fosse piü grande, e che ue 
sia stata tolta una parte per formare il grande giardino diviso poi 
fra le case 3-5 e 6-8. I] possibile anche che in qiiel tempo ciö che 
rimane tuttora fosse la parte posteriore, il peristilio, e 1' ingresso 
attuale il posticum. Checche ne sia di ciö, negli ultimi tempi di 
Pompei la casa non aveva che due ingressi dal lato 0, di cui l'uno 
[12] conduce al piano di sopra, il quäle non avendo comunicazione 
col pian terreno, deve credersi affittato separataniente. La scala 
raggiungeva l'altezza di ra. 3,45 : delle camere del pian terreno 
la piü alta e ha le pareti a. m. 3, e con la volta decorativa po- 
teva arrivare a quella stessa altezza. In cima alla scala si entrava 
prima in un locale situato sopra <?, al cui muro E la scala si avvicinava 
tanto che e quasi inevitabile di supporre incontro ad essa una porta 
nel muro stesso. Per conseguenza il piano snperiore si estendeva 
anche sopra w, mentre e certo, come vedremo in appresso, che 
non lo era sopra l: corrispondeva dunque a cmaefg. Non si esten- 
deva sopra h (a. 3,90) ed ?, giacche camere ivi situate non potevano 
essere accessibili da questa casa. 

Nell'altra porta [13] risulta dagli incavi dei catenacci nella 
soglia di travertino, che il battente d. era piii grande del sin. (0,71 



102 SCAVI DI POMPEI 

contro 0,61), e da qiielli delle antepagmenta che esistevano solo 
sul lafo sin. ; avremo a supporre che ordinariamente si apriva il 
solo battente sin. (^). Negli stipiti osservansi i buchi per la sera 
(a. e 1. 0,17), che come al solito non stanno in altezza uguale: 
quello a d. a 1,20, l'altro a 1,28 dal pavimento. 

Dalla fauce a si scende sopra un gradino di lava in d, che 
puö chiamarsi atrio corintio, ma, come giä fu detto, forse non e altro 
che un antico peristilio. Ciö che puö chiamarsi impluvio, inalzato 
di m. 0,15-0,30 sopra i portici, ha il pavimento di signinum con 
pendenza verso S ed e circöndato dal pilastro angolare S (vd. 
la pianta), da 4 colonne e dal muro della cucina k, nel cui an- 
golo S e incastrata una quinta colonna. Le colonne ed il pilastro 
son congiunti da un podio, alto esternamente 0,55-0,75, rivestito 
sulla superficie di signinum^ del resto di stucco di mattoni. 

La stessa nostra pianta mostra, che le due colonne del 
lato N non corrispondono a quelle del lato S, e non stanno 
neanche in una linea con 1' angolare NO. In fatto sono d'ori- 
gin^ posteriore. Del portico piü antico facevano parte tutte le 
altre" colonne, compresa quella incastrata nell'angolo della cucina, 
e forse il pilastro angolare SO. In un tempo posteriore poi il 
portico N fu occupato da altre costruzioni : e gli avanzi d'un muro 
che dalla colonna angolare N si stendeva verso N (indicati sulla 
pianta) ne fanno testimonianza ; esso fece conservare la colonna 
stessa, che vi fu inclusa, mentre le altre due del lato N furono 
tolte. E probabile che contemporaneamente nel portico E (ovvero 
nell'angolo SE dell'area scoperta) fosse fabricata la cucina /r, con- 
servando nel modo stesso la colonna angolare SE. In quel tempo 
fu fatto anche il podio (a. 0,55) del lato S, lasciando libero il 
passaggio alla cucina A", e quello del lato dal pilastro angolare 
S fino al puteale che occupa il centro di quel lato. Quindi le 
colonne rimaste in piedi ricevettero il loro rivestimento di stucco, 
la cui dipintura, per la corrispondenza con quella conservata al- 
Testremitä del portico S, si riconosce appartenere ai tempi del 
terzo Stile. In una terza epoca finalmente furono demolite le costru- 



(1) E sbagliato quanto a pag. 14 scrissi sulla porta n. 6; mi era sfug- 
gito un buco per un catenaccio, corrispondente a quello sin. : cosi ve ne sono 
tre, e la porta era a tre battenti. 



INSÜLA IX, 7 103 

zioni ora mentovate nel portico N, e furono licostruite le due co- 
lonne di qiiel lato (non perö ai posti antichi, che senza dubbio coni- 
spondevano a quelle del lato opposto) e fu fatto il pilastro sporgente 
dal muro E. L'area scoperta fu inalzata e ricevette il suo rivesti- 
mento di opus signimim, con pendenza verso SO e due scoli per 
l'acqua : uno in un canaletto che passando sotto l'angolo S del 
portico e appie del muro S di fg sbocca suUa strada, l'altro nella 
cisterna presso il puteale sul lato 0; quest'ultimo sta in un li- 
vello un poco piü alto, in modo che l'acqua vi entrava piü pura. 
Fu fatto flnalmente il podio del lato N, a. 0,75, prima che le co- 
lonne nuove fossero rivestite di stucco; pare anzi che non riceves- 
sero mai tale rivestimento. 

Presso il passaggio alla cucina sta una seconda bocca di ci- 
sterna, fatta in una pietra di lava. Ivi stesso sull'estremitä del po- 
dio sta una piccola vasca, mm'ata, come pare, e rivestita di stucco 
di mattoni^ col fondo* formato da una lastra di lavagna cui ad 
e aggiunta una lastra di marmo biänco (m. 0,öO X 0,33 al mar- 
gine, 0,42X0,13 al fondo, prof. 0,15); ha uno scolo verso N. 

Le colonne sono alte m. 2,48. II margine inferiore, del tetto 
del portico era alto m. 2,65, il superiore 3,50 ; il tetto poi con 
la stessa pendenza era continuato sul lato N da quelle di /, il 
cui margine superiore e visibile dal giardino della casa n. 3-5: 
dunque il piano superiore non poteva esteudersi sopra l. — L'estre- 
mitä E del portico S, aocanto a k, aveva il soflßtto piano (a. 2,70) 
ed era sormontata da un locale superiore con finestrina verso E. 
Tanto di sotto che di sopra eravi nel muro E una nicchia pro- 
fonda m. 0,49: di sotto e a. 1,66, 1. 1,38, discosta dal pavimento 
0,42; di sopra arrivava fino al pavimento ed e alquanto piü stretta; 
l'altezza ivi non si conosce. 

Pra le porte di / e w sta la nicchia del larario, a. 0,30, 1. 
0,28, prof. 0,20 disc. dal pavim. 1,38, incorniciata fra due mezze 
colonnette ed un timpano, il quäle su fondo turchino contiene una 
patera. 

Nel peristilio furono trovati vari vasi di bronzo e vetro ed 
altri oggetti ('). Fra essi rileviamo 20 anfore, delle quali 10 con 

(') Di bronzo : 5 vasi di varie forme ; un tasto chirurgico ; una piccolis 
sima stadera; una pinzetta; un coperchio di calamaio; 3 battenti di serratura; 



104 SCAVI DI POMPEI 

iscrizioni. Quattro di queste iscrizioni contengono il nome di Caesia 
Ilelpis, ed una quinta la indica con le iniziali: nome nuovo nel- 
l'epigrafia pompeiana. Non sarä troppo ardita la congettura che 
Cesia Elpide avesse qualche relazione speciale con la casa: forse 
ne era la proprietaria ; forse era moglie di Q. Nolano Primo o di 
C. Sulpicio Rufo, dei quali in / furono trovati i suggelli. La fa- 
miglia dei Cesii e ben nota a Pompei: ricordo il centiirione M. 
Cesio Blando che abitö la casa VII, 1,40 (Fiorelli Descr. p. 172. 
C. I. L. IV 1711. 1717. 1719. 1733), Cesia Optata, alla quäle 
Cecilio Giocondo fece una vendita (De Petra, Tavolette cerate p. 40 
n. 24) ed il sepolcro d'una famiglia di Cesii incontrato probabil- 
mente sulla via Nucerina (Bull. 1888 p. 132). In un' anfora ab- 
biamo trovato (sopra p. 17) Cesio Restituto, e fu trovato prima 
M. Cesio Celere {C. I. L. IV, 2629). — Le iscrizioni delle anfore 
trovate in quest'atrio sono le seguenti, scritte, ove non dico altro, 
con inchiostro (cf. Not. d. sc. 1887, p. 244; 1888, p. 527-529): 
1 (forma IX) cf. Not. 1887 p. 244 ß: 

!• Villi 
^ FLx !»viiii 

CaESIAE • HELPID 

: 2 (in rosso) 3 (X. XI) : CAESIAE • HELPIDJS 
sopra 3 suU'altro lato in rosso, evanescente: CAC 

4 (XI), in rosso : CAESIAE ■ hELPIDI 

a questa iscrizione fu sovrapposta posteriormente un'altra, scritta 
con inchiostro: VIR 

TOLM 
suU'altro lato con carbone: IIAIX ' 

5 Not. 1888 p. 529, 45 (XI) : C • H 

ßBVIBIA 
Vibia, che regalö quest'anfora col contenuto a Cesia Elpide, 
potrebb'essere quella che col suo marito di nome poco chiaro 



4 borchie con anelli, ornamenti di mobilio ; una piccola borchia con fallo nel 
centro; una mascheretta; un palettino; una moneta. Di vetro: 16 fra bottiglie 
ed altri recipienti. Di ferro: una paletta; 2 tripodi; una chiave. Di terracotta: 
3 lucerne ; un calamaio ; un vasellino ; un piatto aretino con bollo. (Not. d. 
sc. 1887, 244; 1888, 528.529). 



INSULA IX, 7 105 

(AMBRIAEVS) tenne probabilmente ima bottega sul lato N della 
casa « del Centenario «, e in iin'iscrizione dipinta accanto alla bot- 
tega stessa (Not. d. sc. 1879 p. 281, 16) raccoraandö un candidato 
all'edilitä. 

6 (X), in rosso: C-POPPAEI 

APOLLONI 

7 (XII): IP-C- 
suiraltro lato, con pietra gialla : M • ö^ • V 

8 (XI); cf. Not. 1887 p. 244^»: S "^ 

CLP 
a d. in rosso con lettere grandi : C • HIN 
siiU'altro lato con pietra gialla: HVM 
sul coUo graffito nell'argilla molle: X 

9 (XI): M NIMI 

cosi publicata Not. 1887 p. 244 d?; io non vidi che tracce incerte. 

10 (XII) trovata col coperchio il 28 maggio 1888: non vidi 
che avanzi non intelligibili. 

Sul muro d'ingresso dell'atrio, a d. per chi entra, e graffito: 
PIERIS All 
e a d. : PIE, e sotto la prima iscrizione : PIERIS. Varie iscrizioni 
analogbe non lasciano dubbio che con All non sia iudicata la 
somma di 2 assi che la meretrice Pieride esigeva per i suoi favori 
(cf. C. L L. IV 1751. 1969. 2028 ; Bull. 1877 p. 131 ; 1881 p. 32 ; 
1883 p. 149 n. 3). 

Rivolgendoci ora ai locali che circondano l'atrio e la fauce, 
troviamo in h la latrina che per mezzo d'un tubo di creta (verso 0) 
comunica con una cloaca, in c una camera di forma irregolare, che 
ha la forma e la grandezza di un cubicolo e per la rozzezza della 
pittura delle pareti (fondo bianco) si crederebbe abitata piuttosto 
da un servo che da un membro della famiglia. Fra gli oggetti 
raccoltivi, del resto insignificanti ('), merita menzione un picco- 



(1) Di bronzo : uu piccolo ramaiuolo e 2 aghi saccali ; di ferro: una 
scure, una martellina, una chiave, un piombino ed un anello « portante nel 
castone un'agata con l'incisione d'un'aquila dalle ali spiegate staute sopra 
un globo ri ; di vetro : 2 bottiglie e 10 unguentarii; di terracotta: una lucerna 
ad un lume e due vasetti ; di avorio : un cassettino con coperchio scorritoio e 

8 



106 SCAVI DI POMPEI 

lissimo idolo, a. m. 0,039 di Igia, « coronata e seduta io trono, 
la quäle, poggiando i piedi sul suppedaneo, tiene nella sin. un 
ramoscello e nella d. una patera, nella quäle mangia un serpente 
che le poggia sulle ginocchia ; ai lati del trono due alberetti in- 
torno a ciascuno dei quali si avvolge un serpente " (Not. d. sc. 1887 
p. 41). 

Segue m (2,15 X 2,40) di carattere simile ; ha le pareti rive^- 
stite fino a ni. 1,42 di stucco di mattoni con strisce nere e rosse, 
quindi blanche, con avanzi di qualche rozza pittura (i). 

Invece / (2,40 X 2,50, a. fino al nascimento della volta de- 
corativa 2,85, fino alla sommitä 3,15) potrebbe credersi il cubi- 
colo del proprietario. Eiceve luce per una finestra accanto della 
porta (a. 1,04, 1. 0,69, disc.-d. pavim. 0,62); una finestrina tonda 
poi nel muro E, che sta.a metä nella lunetta e si restringe ester- 
namente (diam. 0,20-0,70) non poteva avere altro scopo che di 
lasciar entrare il primo raggio del sole, nel modo stesso come 
l'abbiamo osservato nel cubicolo m del n. 1-2 (p. 7). La porta 
era a due battenti, senza catenacci. II pavimento e di una massa 
ordinariä ; su tre pareti — a d., a sin. ed in piccola parte sul 
muro d'ingresso — e conservata una decorazione del terzo stilc, 
la quäle nella composizione (l'esecuzione ed i dettagli sono molto 
inferior!) rassomiglia ad una bella parete della domus M. Spurt 
Mesoris (2), con la diiferenza perö che qui il padiglione nel mezzo 
d'ognuna parete contiene un piccolo quadro soltanto, e che le 
leggiere architetture arrivano fino al margine superiore e sembrano 
appoggiare il sofiitto. Nel fregio nero degli scompartimenti late- 
rali son rappresentati uccelli : sulla parete sin. a sin. due pavoni, 
a d. due piccioni che s'imboccano, sulla parete d. a sin. due gal- 
line di Faraone (?) a d. due piccioni. In ognuno degli scompar- 



squadri di bronzo agli angoli, frammentato (0,10 X 0,05 X 0,03) : vi fu anche 
la piccola serratura, lunga m. 0,003 ; una piccola pietra bianca ellittica (0,01) 
con incisione d'un cavallo che galoppa a sin. ; un globetto forato di cristallo 
di rocca (Not. 1887 p. 41.242). 

(1) Vi si trovü un candelabro ed una serratura di bronzo ; un vasetto 
aretino frammentato : Not. 1887 p. 41. 

(2) Mau Gesch. d. decor. Wandm. in Pompeji tav. 12. 



INSÜLA IX, 7 107 

timenti laterali un piccolo campo nero in forma di segmento 
di circolo (a. 0,11, 1. 0,34), di ciii l'arco e accompagnato in- 
ternamente da una ghirlanda di foglie, contiene un capriuolo 
con un capriuoletto in vari atteggiamenti. Vi sono pol i quadri 
seguenti : 

1, uel centro del muro sin. ; a. 0,43, 1. 0,40 col margine ; 
disegno presso l'Istituto : A d. siede per terra sDpra una veste (?) 
biancastra un uomo ignudo, rivolto a sin. e neH'interno del quadro. 
La Corona che gli cinge la testa e gialla ; ma ciö dipende forse 
dal modo come e dipinto il quadro, con la massima economia 
cioe di colori, in modo da farlo comparire quasi monocromo. In 
tal caso potrebbe essere una Corona di pino, con la quäle l'uomo 
sarebbe caratterizzato da Satire ; e vero che le orecchie non sem- 
brano aguzze ; ma ciö non e abbastanza chiaro. Volge la testa a 
sin. verso un gran cane, che lecca per terra ciö che egli con la d. 
versa da un vasetto dal collo stretto ad un manico, mentre si ap- 
poggia suUa sin. Due altri cani stanno piü in dietro : uno (v. sin.) 
a d. del giovane, in parte nascosto dietro di lui, l'altro (di faccia), 
piü a sin., montato sopra alcune pietre; quest' ultimo guarda atten- 
tamente il giovane. Ambedue portano coUari, e sono di quella razza 
che rassomiglia ai lupi, il primo giallo, gli altri bianchi. Nello 
sfondo pietre e montagne nude. 

2, nel centro del muro d. ; a. 0,42, 1. 0,40 ; disegno presso 
l'Istituto: Vittoria che fa un trofeo. II trofeo e composto di tu- 
nica, corazza, scudo, elmo e gladio ; giacciono appie di esso un altro 
scudo ed una corazza ; la Vittoria con la sin. vi mette una lancia. 
Ella, con grandi ali verdi, e vestita di tunica cinta biancastra, 
che scivola giü dalla spalla d., d'una clamide paonazza guarnita 
di frange, che pare fermata suUa spalla sin. e lasciando libera 
la parte superiore del corpo cuopre le gambe, e di scarpe gialle. 
Kegge nella d. abbassata un oggetto irriconoscibile, che puö essere 
un gladio tenuto per il manico. Lo sfondo e Celeste. 

3, sopra 1, dipinto con pochi colori biancastri sul fondo rosso ; 
a. 0,16, 1. 0,32 : Amore che guida un carro a due ruote tirato da 
due cigni. 

4, sopra 2, grandezza e maniera come 3 : Amore che casca 
in dietro dal medesimo carro (che qui perö e verde), mentre i 
cigni fuggono spaventati. 



108 SCAVI DI POMPEI 

Si trovarono in ^ 4 anfore ed un urceo con iscrizioni. Sopra 
una delle anfore (') e scritto con color bianco: 

TI • CLAVDIO Chili 1 111^ 

i.'y\TEiiiii/ili 

GAVR 

I consoli sono del 43 o del 47 d. C. ; il vino pare che fosse 
del Monte Gauro ('). Le tracce poco cMare suU'urceo (Not. 1887 
p. 243, 31 genn.) mi sembravano accennare al nome VALERI 
Ueliadis. Certo tali ritrovamenti non confermano la suaccennata 
congettura, che cioe qui dormisse il padron di casa, perö mi pare 
che non la escludano. 

Sul lato dell'atrio, a d. dslla fauce, troviamo e, che la 
porta larga (2,33), le dimensioni della camera stessa (4,15 X 3,47) 
nonche il solito incavo per il lectus medius neH'estremitä poste- 
riore del muro sin. caratterizzano come triclinio. E alto 3,0 fino 
al nascimento della volta decorativa (che si puö supporre ma non 
e visibile). Gli stipiti dell'ingresso avevano gli spigoli estemi 
rivestiti di antepagmenta ; appie d'ognuno di essi sta nel pavi- 
niento (di massa ordinaria) una lastra di marmo, ma soltanto a 
sin. trovai la traccia del cardine. Nel pavimento e formato con 
pietruzze blanche un rettangolo largo 0,11, che a m. 0,35 dalla 
soglia attraversa 1' intera camera ; quindi piü in dentro un fallo 
diretto verso l'interno (1. 0,38) e nel centro della camera un or- 
namento circolare. Pare che non vi fossero finestre. Non trovo no- 
tizia di oggetti raccoltivi. 

Le pareti son dipinte nel terzo stile a fondo rosso meno lo 
zoccolo, che e nero con ornamenti lineari. II centro d'ognuna pa- 
rete e occupato da un gran quadro rinchiuso nel noto padiglione. 
Nella parte media (contando verticalmente) delle pareti lunghe ciö 
che rimane a ciascun lato del padiglione e diviso in due scomparti- 
menti mediante una striscia verticale nera contenente un candelabro 
dipinto in colori biancastri. Sulla parete di fondo evvi al posto corri- 

(1) Le altre, non intelligibili vd. Not. d. sc. 1887 p. 41. — Vi si trova- 
rono inoltre una conca ed una lagena di bronzo ; un piccone, una chiave ed 
una martellina di ferro. 

(2) Celebre per i suoi vini : Marquardt Privatleben der Römer ^ p. 451 
nota 14. 



INSULA IX, 7 109 

spondente, sul fondo rosso, in color bianco-azziirrognolo con pochi or- 
namenti policromi, un tripode di forme fantastiche : sopra una base 
tonda stanno tre erme, dalle cui teste s'inalzano bastoni sottilis- 
simi, congiimti a circa un quarto della loro altezza da due dischi 
e sormontati da un piattino (o cerchio?), sull'orlo del quäle stanno 
tre calici color d'oro. Nella parte superiore evvi al di sopra d'ognuno 
dei grandi quadri un semplice prospetto architettonico ; sopra i 
candelabri e tripodi stanno i quadri da descriversi (n. 7. 8. 9. 10) 
rinchiusi entro due strisce ornamentali verticali congiunte da un 
architrave ornamentato nella maniera di questo stile. Sopra ogni 
estremitä dei suddetti padiglioni contenenti i quadri grandi sta 
una Sirene (con ali, coda e gambe d'uccello), che sul muro sin., 
ove una sola e conservata, regge lira e plettro, sul muro di fondo 
un ramo con foglie, che serve di ornaraento alla parete. Kami cioe 
con foglie, fiori e frutta, e cose simili, riempiono nella parte su- 
periore gli spazi vuoti rimasti fra i motivi suddetti. 

Vi sono le rappresentanze seguenti : 

5, nel centro del muro sin. ; a. 1,37, 1. 1,06 ; disegno presso 
ristituto. Si vede l'interno d'un sacro recinto ; e se tale recinto 
contiene un tempio, ci troviamo avanti ad esso, rivolti verso il muro 
di ciüta di color paonazzo chiaro, sormontato da epistilio, fregio e 
cornice a dentelli, dalla quäle pendono ghirlande, con la porta d'in- 
gresso (color biancastro , massiccia nella parte inferiore, mentre di 
sopra e formata a guisa di cancello. E aperto il battente d., e vi 
entra da sin. un asino bianco con la testa abbassata e la lingua fuori 
dalla bocca. Piü vicino allo spettatore sta su ciascun lato un'edicola 
che tocca il margine del quadro ; non sono addossate al muro di cinta : 
ciö si rileva dall'ombra che quella a sin. getta su di esso. Sono sor- 
rette sul loro lato anteriore (verso il centro del quadro) da due co- 
lonne ioniche, mentre agli angoli posteriori stanno due pilastri ; 
hanno pareti sul lato posteriore e su quello opposto allo spettatore ; 
sul lato rivolto allo spettatore la colonna ed il pilastro sono con- 
giunti soltanto da un basso muro (a. 0,31). Essi portano l'epistilio 
bianco (con appesovi un bucranio), il fregio paonazzo chiaro con orna- 
menti bianchi, ed il cornicione; e visibile anche il tetto di color 
giallo. Le due statue femminili poste nelle edicole (rivolte verso il 
centro del quadro) pur troppo sono poco riconoscibili. Quella a sin. ha 
i capelli biondi cinti da foglie verdi ; il naso e aquilino ; appoggia 



110 SCAVI DI POMPEI 

la d. alzata ad un lungo scettro e regge suUa sin. protesa un 
oggetto che puö sembrare un frutto. L'altra ha la testa cinta da 
foglie (?) gialle ; pare che nel braccio sin. porti una cornucopia ; 
la d. protesa regge qualche oggetto affatto irriconoscibile. Nel 
primo piano sta nel bei mezzo un altare, di forma poco chiara, 
e mi par certo che sopra di esso arde una fiamma. A sin., e ri- 
volta all'altare, sta ritta la figura d'un uomo (a. 0,29) nudo o 
poco vestito, che pare sopra una mano protesa regga un piatto. II 
confronto del quadro seguente lascia appena un dubbio che sull'altro 
lato deir altare non fosse rappresentata la divinitä alla quäle qui si 
sacrifica ; ma ne e rimasta soltanto qualche traccia incerta. — Dietro 
il muro di cinta e le edicole sorgono plante con flori rossi, che 
riempiono quasi tutto lo sfondo. Fra esse ergesi una colonna ionica 
sorraontata da una tavola (0,13 X 0,26) con la rappresentanza mo- 
nocroma di Amore che lotta con Pane. Le parti inferiori delle 
plante e della colonna dovrebbero comparire nella porta aperta ; 
ma ciö non si verifica : vi comparisce il cielo ed una pianta iso- 
lata che nulla ha che fare con quelle. 

6, nel centro del muro di fondo ; a. 1,36, 1. 0,985 ; disegno 
presse l'Istituto. Qui pure si vede l'interno di un sacro recinto ; 

10 spettatore si trova di faccia al tempio prostilo tetrastilo, il 
quäle nel bei mezzo del quadro sta addossato al muro di cinta. 
Esso sorge sopra un basamento (a. 0,15) preceduto da due gradini, 
ed e accessibile (benche ciö sia poco chiaro) per una scala che in 
larghezza non oltrepassa le due colonne medie. Gli intercolunnii 
laterali son chiusi da un parapetto giallo ; le colonne sorreggono 
l'epistilio, con ghirlande appesevi, il fregio diviso per mezzo di 
mensole (cosi pare) in scompartimenti nei quali s'alternano bu- 
cranii e patere, dipinte in bianco, com'anche l'ornamento (irrico- 
noscibile) del fastigio. II tetto e giallo, con antefisse tutt'intorno. 

11 fondo del pronao e rosso, giallo l'architraye della porta (gli 
stipiti non sono visibili) per la quäle si vede nella cella l'idolo 
giallo in veste lunga, posto sopra una bassissima base in posa ri- 
gida, con le avambraccia alzate obliquamente e allontanate dal 
corpo nella nota guisa delle divinitä che portano fiaccole. A cia- 
scun lato poi del tempio evvi la rappresentanza identica di una 
parte d'un altro edifizio, cioe del lato corto rivolto al tempio e di 
una parte del lato lungo, uguale in lunghezza press'a poco al lato 



INSULA IX, 7 111 

corto. Questi edifizi, preceduti in ambedue i lati da tre gradini, 
sono a tre piani. II pian terreno ha verso il tempio la porta, dal- 
l'altro lato due finestre ; la porta h protetta da un tetto sporgente 
dal muro, che perö sta all'altezza del secondo piano, il quäle ha 
una grande finestra sul lato lungo e tre feritoie al disopra di quel tetto. 
Qui con epistilio, fregio, cornicione ed un bassissimo muro sor- 
montato da una specie di merli finisce ciö che propriamente puö 
dirsi il corpo dell'edifizio. Segue una costruzione leggiera, dipinta 
in bianco, cioe una specie di pergolato, coperto con soffitto piano, 
chiuso soltanto siü lato lungo rivolto allo spettatore con un muro 
evidentemente sottile e interrotto da una finestra, mentre sul lato 
opposto e aperto e protetto da un parapetto a guisa di cancello ; 
e aperto anche sul lato corto ; non dubito di riconoscere qui ciö 
che intendono gli antichi quando chiamano pergula una parte alta 
della casa (i). Fra questi edifizi ed il tempio e visibile il muro di 
cinta sormontato da bassi merli ed interrotto in ognuno dei due in- 
terstizi da un'alta finestra a volta. Presso l'angolo d. del tempio 
siede sopra un sedile non riconoscibile una figura virile (mal con- 
servata), veduta di faccia, di forme robuste. La parte superiore 
del corpo e nuda, le gambe sono avvolte d'una veste, visibili perö 
i piedi ; uno scettro std appoggiato al sedile accanto alla spälla 
sin. Avanti al tempio sta, nel mezzo del primo piano del quadro, 
un'altare, tondo a quanto pare (e mal conservato), e presso l'edifizio 
a sin. una figura femminile in piedi, con veste chiara che cuopre 
anche la testa ; regge nella sin. protesa un oggetto irriconoscibile, 
che perö e rotondo e potrebb'essere un frutto. Non v'e dubbio 
che in quella prima figura non s'abbia a riconoscere una divi- 
nitä, probabilmente Giove, e nella seconda un'adorante. Qui come 
nel n. 5 sorgono dietro il muro di cinta varie piante e fra essi 
un altro edifizio, cioe un breve portico, chiuso in ambedue i lati 
con 4 colonne congiunte da un parapetto; non si vede, come sia 
accessibile. Le colonne ioniche sono sormontate da trabeazione do- 
rica con triglifl, ciö che non farä meraviglia a chiunque conosca 
le architetture pompeiane. 

7, 8, nella parte superiore della parete sin. a sin., e rap- 
{tresentanza quasi identica dirimpetto suUa parete d. ; a. 0,57, 
1. 0,52 ; disegno presso l'Istituto. Architetture. Due corpi d'edi- 

(1) Cf. Bull. 1887 p. 219. 



112 SCAVI DI POMPEI 

fizio quadrangolari, con porta e finestra sopra di essa tanto nel 
lato rivolto allo spettatore quanto in quello rivolto al centro del 
quadro, sono congiunti nel fondo da un muro (paonazzo), nel quäle 
si apre una larga porta a due battenti (gialla) dei quali quello 
a sin. e aperto, e vi entra una figura che soltanto sul muro d. e 
abbastanza conservata per riconoscervi una donna che con le avam- 
braccia protese si dirige verso sin. Ciascuno degli edifizi quadran- 
golari e sormontato da un portico di quattro colonne (comprese le 
angolari), che ha aperta l'estremitä rivolta allo spettatore ; all'altra 
estremitä i due portici sono congiunti per mezzo d'un terzo al 
disopra della summentovata porta, il quäle ha otto colonne, com- 
prese le angolari, ed e sorretto, cosi pare, da travi oblique. I due 
portici laterali son preceduti ognuno da una galleria munita d'un 
parapetto (giallo), il cui margine superiore sta al livello delle 
basi delle colonne, mentre un altro parapetto si stende imme- 
diatamente avanti alle colonne del portico in fondo, ed allo stesso 
lofo livello : cosi almeno mi pare di dover spiegare la disposi- 
zione non troppo chiara. II portico in fondo e sormontato da un 
altro breve portico che, col suo fastigio, ha la forma del pronao 
di un tempio prostilo esastilo, mentre i portici laterali son sor- 
montati, sulle estremitä rivolte allo spettatore, ciascimo d'un an- 
golo di fastigio. In tutti questi portici stanno figure blanche in 
vari atteggiamenti, nelle quali senz'alcun dubbio abbiamo a rico- 
noscere statue. Sul muro sin. se ne contano 10, e pare che qual- 
cuna sia svaniti, 6 sul muro d., ove quella parte non e completa. 
Dietro agli edifizi descritti sorgono alberi, dei quali qui pure 
nella porta aperta nulla si vede, ma vi comparisce il cielo. 

9, nella parte superiore del muro di fondo, a sin. ; a. 0,485, 
1. 0,61 ; disegno presso l'Istituto. Architetture. A sin. un edifizio 
rettangolare, veduto dall'angolo anteriore a d. II lato corto rivolto 
allo spettatore e aperto ; il lato d. consiste di 6 colonne poste 
sopra un basso podio ; quello posteriore (corto) e addossato all' edi- 
fizio seguente, quello sin. chiuso ma ha una porta, nella quäle 
sta un piccione bianco ; il tetto h fatto a due pioventi. L'edifizio 
seguente e a contatto col primo, ma sporge verso d. ; e press'a poco 
quadrato, a due piani, col tetto a schiena ; il pian terreno ha a 
d. la porta, quello superiore nessun'apertura nei due lati visibili, 
ciö che forse dipende dalla cattiva conservazione. Da quest' edifizio 
£no al margine d. si stende un muro in+errotto da un passaggio 



INSÜLA IX, 7 113 

a volta ; al disopra del rauro comparisce al margine stesso parte 
d'un ediflzio alto, di cui perö non si distingue alcun particolare. 

10, iyi stesso a d. Quasi identica rappresentanza, ma in di- 
rezione opposta. Nel primo ediflzio (a d.) le colonne sono congiunte 
a V3 dell'altezza mediante due sottili travicelle bianche ; i parti- 
colari del tetto e della trabeazione sono meglio conservate. L'edifizio 
a due piani ha il piano superiore aperto v. sin. con sei colonne. 

11, sopra 1 ; a. 0,09, 1. 0,19; fondo nero. Amore (mancano 
perö le ali) che con una lancia s'avventa contro una pantera. 

12, sopra 2 ; a. 0,16, 1. 0,33. Tavola con margine sporgente 
quäle spesso si osserva fra le architetture delle pareti pompeiane. 
Contiene su fondo scuro due maschere : a sin. un vecchio con 
faccia rossa, barba e capelli bianchi, veduto di profilo v. d. ; a 
sin. una donna veduta di faccia, di espressione seria, coi capelli 
che scendono da ambedue i lati. 

Accanto a e stanno le due camerette f g^ le quali, almeno 
secondo la loro originaria destinazione possono credersi un cubi- 
colo col procoeton ; questo perö pare che negli ultimi tempi ser- 
visse per conservarvi ogni sorta d'oggetti. 

/ e grande 2,13 X 2,62, a. 2,30 tino al nascimento, circa 2,70 
fino alla sommitä della volta decorativa. E accessibile dal portico 
per due porte (2,25 X 0,63 e 1,93 X0,70); nel muro S evvi una 
porta raurata (1,78 X 0,83) che la congiungeva con la camera e 
della casa adiacente, la quäle camera dunque un tempo fece parte 
di questa casa. E ciö fu ai tempi del secondo stile decorativo, 
nel quäle ambedue le camere, ed anche g, son dipinte. Ib. f q g 
la decorazione rappresenta un'incrostazione di marmo, in / di pre- 
ferenza in giallo, in ^ a fondo bianco. g e grande 2,47 X 2,15, 
alta come /. Apple del muro S di ambedue le camere un gradino; 
a. 0,22 contiene il condotto che dall'impluvio conduce sulla strada. 

Nell'angolo NO di / sta per terra un mucchio di mattoni 
polverizzati, coperto di tre tegole. Non pochi oggetti vi furono 
raccolti, fra cui due suggelli di bronzo : 

1. Q • NOLANI (') 2. C • SVLPICI 

PRIMI RVFI 

(0 Sopra gentilizi come Nolanus vd. Bor^hesi Oeuvres IV p. 31 
Hübner Eph. epigr. II p. 30. 



114 



SCAVI DI POMPEI 



Gli altri oggetti sono insignificanti e senza importanza, tutt'al piü 
UDO specchio (rettangolare) ed un nettaorecchie, ambedue di bronzo, 
potrebbero dirsi non disadatti a stare nel procoeton ('). Pare che 
in g si trovasse (Not. 1888 p. 527, 3 apr.) un vaso ed una lucer- 
uina, ambed^ie di bronzo. 

Sul lato S deU'atrio il cubicolo h ha le pareti dipinte nel 
terzo Stile : zoccolo nero con ornamenti lineari ; grandi scompar- 
timenti rossi sormontati da un fregio nero (con uccelli che man- 
giano) rinchiuso fra due strisce ornamentali biancastre; nel noto pa- 
diglione in mezzo ad ognuna parete : fondo nero, traversato da due 
strisce gialle, e nel centro un piccolo quadro, conservato sul muro d. 
(a sin. tracce incerte); negli scompartimenti laterali su i muri d. 

e sin. medaglioni, sul mu- 
ro di fondo piccoli campi 
a lozanga, tutti con teste. 
La parte superiore ha su 
fondo bianco piccole archi- 
tetture, riempite in parte 
con color rosso, giallo e 
turchino. Son conservate le 
rappresentanze seguenti : 
13, nel centro del mu- 
ro d. ; fondo nero , senza 
margine; a. 0,47, 1. 0,36 ; 
disegno presse 1' Istituto. 
Avanti ad un'alta base gri- 
gio-verdastra (fatta unica- 
mente per servir di fondo 
alla figura) sta ritto un bei 
- giovane nudo meno un ber- 




(1) Vi si trovarono inoltre di bronzo : 8 vasi di varie forme, una cam- 
panella, una moneta; di ferro: 2 verghe, 3 chiavi, una lucema, una scure, 
un martello ; di terracotta : 2 scodelle aretine con le marche Lee mom, 
una pignatta con materia bituminosa, « un vasetto dal cui fondo internamente 
si eleva un piuolo in terracotta, il quäle h immesso in un oggetto elissoide 
vuoto, anche di terracotta, che scorre ma non puo togliersi dal detto piuolo » . 
di vetro : un unguentario ; di marmo : un piccolo mortaio col pestello, un peso 
(Not. d. sc. 1887 p. 245-379). 



INSÜLA IX, 7 115 

retto frigio turchino-chiaro, i cui lembi cadono sulle spalle, ed una 
clamide dello stesso colore che pende dalla spalla sin. ed e avvolta 
intorno a quel braccio. La sin. abbassata regge l'arco, la d. sta 
avanti al petto, pronta a cavar la freccia dal turcasso che gll pende 
al lianco sin., sorretto da im nastro che traversa il petto. La testa 
e rivolta a sin., e guarda attentamente da quella parte, senza dub- 
bio verso l'oggetto che vuol prender di mira. Non isbaglieremo dan- 
dogli il nome di Paride. Dal piede d., messo un poco in dietro, 
una striscia giallastra si stende verso sin. in su ; credo che essa 
non significhi altro che l'ombra. E vero che sta in contradizione 
con la luce che cade sul corpo del giovane ; ma forse fu fatta 
in corrispondenza con la porta della camera. 

14, nel centro del miiro sin. ; son conservate tracce della sola 
parte d. ; a. 0,32, 1. la p. cons. 0,25 ; disegno presso l'Istituto. 
Sopra una sedia sta seduia una figura nuda o poco vestita (uomo ?) 
V. sin., che alza anibedue le mani verso la testa (all'altezza delle 
orecchie) ; pare che un pedum stia appoggiato al sedile. 

15, sul muro di fondo, a sin. ; a. 0,155, 1. 0,125 ; disegno 
presso l'Istituto. In lozanga a fondo nero : busto di donna, di fiso- 
nomia molto individuale, non bella, con ricchi capelli biondi che 
cadono sulle spalle ; ha gi-andi pendenti nelle orecchie ed e vestita 
di una veste paonazza. 

16, sul medesimo muro a d., come 15 ; disegno presso l'Isti- 
tute. Busto di uomo imberbe di forme individuali, dai capelli 
biondi e ricciuti. 

Nella parte superiore in campi bianchi : 16, sopra 13 : un 
basso canestro con tralci di verdura, una siringe ed un rhyton. 

17, sopra 14 : lo stesso canestro, rhyton e cantaro ; siringe, 
rhyton e cantaro sono ornati ognuno d'una tenia. 

18, sul muro d. a sin. maschera gialla coronata di edera ; 
a d. un tamburino, a sin. una pantera. 

19, sul muro d. a d. ; due maschere coronate di foglie : 
quella a sin., di facl;ia, femminile con lunghi capelli, l'altra, di 
profllo, virile, gialla, cui non so che cosa si rizza sulla fronte a 
guisa d'una Corona dentata ; a d. un basso canestro, a sin. una 
siringe. 

20, sul muro sin. a sin. : due maschere, quella a sin. barbata, 
l'altra gialla ed imberbe, ambedue di faccia, coronate di foglie; 



116 SCAVI DI POMPEI 

a sin. qualche oggetto poco riconoscibile, a d. iiüa statuetta di 
Priapo sopra una base. 

21, sul muro sin. a d. : due maschere poco riconoscibili ; a 
sin. un lirso. 

i e un triclinio, dipinto nel terzo stile a fondo nero, con strisce 
rosse fra gli scompartimenti della parte media ed uno scompartimento 
rosso con margine nero nel centro d'ogni parete. Non vi sono rap- 
presentanze figurate ; soltanto nel centro d'ogni parete era rappre- 
ssntato un uccello (sul muro sin. un cigno volante che porta nel 
becco e coi piedi un nastro giallo con.piccoli pendagli puntuti), in 
ognuno degli altri scompartimenti un vaso. 

k e la cucina, coperta d'un tetto che s'abbassa verso N, sor- 
retto da travi tonde che con l'estremitä inferiore riposano sul 
muro N, con quella superiore sopra una grossa traye tonda paral- 
lela al muro S. Una delle tegole ha un'apertura tonda dal dia- 
metro di m. 0,22. Accanto alla porta evvi una finestra a. 0,38, 
1. 0,40. 

22, La pittura lararia e distribuita sul muro d'ingresso e sul 
muro sin. Su quello il Genio vestito di tunica bianca con striscia 
rossa al coUo e due strisce verticali, pure rosse, sul petto, d'una 
toga biancastra, della quäle non e certo che faccia parte il panno 
che cuopre la testa, e di stivali. Ha il corno d'abbondanza alla 
spalla sin. ed e in atto di libare con la d. sull'altarecol fuoco 
acceso, che sta a sin. Di sopra bende rosse, verdi e gialle, di sotto 
piante. Sul muro sin., avanti al focolare, nel mezzo un altare, 
giallo ad imitazione di marmo, col fuoco e a d. un uoyo ; vi si 
attortiglia un serpe crestato che alza la testa sopra il fuoco. A d. e a 
sin. i due Lari, coronati di foglie, con corta tunica, che ha nel mezzo 
una larga striscia verticale rossa mentre e gialla nella metä ri- 
volta all' altare, turchina nell'altra. Hanno intorno ad ambedue le 
braccia una veste rossastra a guisa di sciallo e stanno nel solito 
atteggiamento con rhyton e situla ; fra ciascuno di essi e l'altare 
un alberetto. Di sotto due serpenti che fra piante si dirigono 
verso l'altare su cui stanno il fuoco acceso e due uova. 

23, suUo stesso muro sin. accanto al focolare. Di sotto nel 
mezzo una pignatta sul fuoco, a d. un vaso poco riconoscibile ; piü 
sopra a sin. un'anguilla allo spiedo, a d. carne (costole ?) pure 
allo spiedo ; piu sopra ancora nel mezzo una grande testa di 



INSDLA IX, 7 117 

maiale, a sin. due salsicce, a d. 5 uccelletti a una corda legata con 
le due estremitä ad un bastone. 

24, sul lato anteriore del focolare stesso : un presciutto. Tutto 
questo e dipinto rozzamente con color paonazzo su fondo bianco. 

N. [14]. 

Parleremo brevemente soltanto della casa seguente, non ancora 
completamente scavata. 

a fauce, h atrio, nel quäle Xopm ügainum di epoca tarda 
cuopre anche l'impluvio ; a d. di quest' ultimo una bocca di ci- 
sterna in lava, senza puteale ; nell'angolo d un armadio murato. 
L'atrio e dipinto neH'ultimo stile a fondo nero, il cubicolo a (con 
tinestra a. 0,86 1. 0,67 sulla strada) a fondo bianco. Invece nel 
triclinio e e conservata la decorazione nel secondo stile, che imita 
un'incrostazione di marmo ; era in origine un grande triclinio, ma 
negli Ultimi tempi era diviso in due parti per mezzo d'un muro 
traverso (N a S). II tablino / e dipinto nell'ultimo stile a fondo 
rosso ; il pavimento e di signinum con disegno di pietruzze bian- 
che. Seguono due camere non scavate : a d. del tablino, e l'ultima 
a d. deir atrio. II cubicolo g e dipinto nell' ultimo stile a fondo 
bianco ; nel pavimento di signinum un rozzo disegno di pietruzze 
blanche forma un rettangolo corrispondente alla porta. — h scala 
del piano superiore; sotto di essa in ?, presso il mm*o di strada, 
la latrina. — k era in origine un triclinio, dipinto nel terzo stile a 
fondo rosso ; piü tardi perö fu addossato al muro sin. (S) un rialzo 
di materiale a. 0,53, 1. 1,10, nel quäle, presso 1' estremitä 0, era 
immessa una grande caldaia con apparecchio per scaldarla di sotto. 

Sülle pareti son conservate le rappresentanze seguenti : 

1 e 2 neir atrio ; 1, sul muro E di ö? sul fondo bianco ; a. 
0,48, 1. 0,70 ; poco conservato : *due gladiatori. Ambedue hanno 
il grande scudo giallo ed elmo dorato, quello a d. un gambale 
alla gamba sin., l'altro in ambedue. Quello a d. ha una benda 
(cosi pare) intorno al ginocchio d. e qualche cosa dorata al malleolo 
d. (manca il piede). Pare che quello a sin. avesse un corto tri- 
dente. Altri particolari non si distinguono. 

2, sul muro sin. a d. della porta di ^ ; a. 0,95 ; poco con- 
servato : gladiatore v. d. dipinto in rosso sul fondo bianco. Si 



118 sc AVI DI POMPEI 

distingue la gamba sin. messa avanti ; il piede sta piü alto del 
d. ed e raunito d'un gran gambale che s'inalza sopra il ginocchio 
e presso al quäle si vede una corda. La mano sin. (cosi pare), col 
braccio involto, e stesa in dietro accanto alla coscia e regge oriz- 
zontalmente un'asta : la lunga linea rossa si vede per m. 0,85. 

3-6 in c ; . 3-5 : quadretti incorniciati ma dipinti sul fondo 
bianco della parete; a. 0,17, 1. 0,25. 

3, muro sin., P scompartimento : putto seduto v. d. che con 
ambedue le mani regge un uccello. 

4, muro d., 2* scomp. : putto v. d. che tiene un porchetto 
mettendogli le mani sul dorso. 

5, muro d'ingresso, a d. : putto che messosi in un ginocchio 
regge con ambedue le mani un lepre. — Tutti e tre sono nudi meno 
una clamide verde che svolazza in dietro, 

6, sul fondo bianco senza cornice ; sul muro di fondo a d. ; 
a. 0,23, 1. 0,33 : cigno volante, sopra il quäle s'inarca un diadema 
dentato giallo, munito di nastri per legarlo sotto l'occipite. 

7 e 8 in /; 7 sul muro di fondo, a. 0,50 1. 0,47 ; disegno 
presso ristituto : Venere pescatrice ; siede v. sin sullo scoglio, ap- 
poggiandovisi con la sin., ed ha la verga nella d. ; e nuda meno 
la veste gialla che avvolge le gambe; ha braccialetti ai polsi ed 
alla parte superiore del braccio, e nastri (o catene) che s'incrociano 
sul petto. Amore le sta incontro ritto sopra un altro scoglio, nella 
d. un cestino, la verga nella sin. protesa. Nello sfondo il mare. 

8, sul muro d., a. 0,50, 1. 0,45 ; disegno presso l'Tstituto ; 
Narcisso, seduto (le gambe a sin.) sopra un sedile cubiforme, sul 
quäle giace una veste rossa che gli cuopre anche le cosce, appog- 
giandovi la sin.; la d. regge la lancia con la punta in giü. La 
testa e coronata ; guarda con mesta espressione a d. e in giü, non 
verso l'immagine visibile sotto il sedile. Dietro il sedile sta ritto 
un Amore (quasi di faccia), che^guardando Narcisso alza con am- 
bedue le mani v. d. una tiaccola. A sin. un albero. 

In h sulle pareti sin. e di fondo son dipinti trascuratamente 
sacelli rustici. 

Delle case [15-17] piccole parti soltanto furono scavate. II 
n. [17] era l'abitazione di Emilio Celere, scrittore di programmi. 
I suoi programmi si trovarono finora esclusivarnente in questo vico, 
e sono i seguenti : 



INSÜLA IX, 7 119 

1. II grande programma gladiatorio (ora caduto dal muro) 
Not. .d. Sc. 1880 p. 299, appartenente agli ultimi anni di Claudio 
Cesare. 

2. II programma elettorale Not. d. Sc. 1887 p. 40, nel quäle 
Ti. Claudio Vero, il proprietario della casa del Centenario (1. c. 1880 
p. 148), che forma il lato di questo vico, e raccomandato al 
duumvirato dai vicini. 

3. ün programma ora scoperto sul lato del vico, press'a 
poco incontro al n. [17] (Not. 1888 p. 522): 

L STATIVMRECEPTVM 

II • VIR • I • D OV • F • VICINI • DIG • 
SCR / AEMILIVS-CELER-VIC- ITuV-^e"; 

AEGROTES 

Numerose iscrizioni dipinte e graffite indicano l'abitazione di 
Emilio Celere, e specialmente la seguente, dipinta in nero a d. 
del n. [17J: 

A CELER HiC HABITAT 

V. INAVOSCIYDIIDE . . . DHQHIE 

verticalmente sotto la fiue della seconda riga, che sembra conte- 
uer lettere senza senso: AENEIA NVTRIX (Virg. En. VII, 1), e sotto 
il principio della riga prima : IN • ERVM • 

Piü in SU, anche a d. della porta, e dipinto in nero : 
P • AEMILIVS • CELER , e sotto questa a d. : ///,'' AILIVS • CELER • 

Anche fra i graffiti s'incontra questo nome : CELER si legge 
due volte a d. e una volta a sin. della porta; fra [12] e [13]: 
AEMILIO-CELERI, e piü a d. : AEMILI CELERIS, e sotto que- 
sta: AEMILIVS- 

Vi sono inoltre nel vico stesso le seguenti iscrizioni dipinte 
(cf. Not. 1888 p. 517 sgg): 1-14 lato E. 

1. presse l'angolo NE dell'isola IX, 7, visibile da piü anni : 

M-SAMELLIVM 
MODESTVM AED oT 

2, a d. del n. [13], evanescente e nella parte inferiore co- 
perto di stucco posteriore : ////7 TVIVM • AED. Si tratta di L. Nae- 



120 SCAVI DI POMPEI 

vius Rufus, di cui si conosceva un solo programma, CLL. IV 475, 
anch'esso evidentemente di data antica; fu letto a poca distanza 
sul lato N della via Nolana. 

3, sullo zoccolo sotto 2, evanescente : MVNATIO • FELICITER 

4, fra i nn. [13] e [14] (Not. 1880 p. 299, 2): NEPOTE • AED . 
Si conosceva un solo programma di Nepote, di gentilizio ignoto, 
letto a poca distanza {C. L. L. IV 401). 

Segne, a d. di 4, il programma gladiatorio Not. d. Sc. 1880 
p. 299,3. 

5, piü a d. : PRO SALVTE NER 

INTERR 
11 prof. Sogliano (Not. d. Sc. 1888 p. 547) supplisce Pro salute 
Neronis in terrae motu e pensa al fatto raccontato da Tacito {Ann. 
XV 34), e Svetonio (Ner. 20), che cioe a Napoli, nell'anno 64 d. C, 
sia crollato il teatro ove Nerone avea cantato. Forse egli ha ra- 
gione ; bisogna notare perö, che Tacito non fa menzione del terre- 
moto, mentre Svetonio racconta cose incredibili. 

6, a d. di 5: VITELL //'//// 

Segne a d. del n. [14] il programma di Claudio Vero. 

7, fra i nn. [14] e 15] : ATTI VM • AMPLV//// 

DRP AED • MO • V? 
Veniamo qui a conoscere il gentilizio di Amplo, noto dal solo pro- 
gramma Eph. ep. I p. 53 n. 165, scritto a poca distanza suU'aU' 
golo SO dell'isola IX, 5. 

8, a sin. del n. [15] sopra intonaco piü antico: L • RV 

9, fra i n. [15] e [16], in lettere grandi : PmROS 

manca niente (') ; cf. n. 5. 

10, sotto 9 : MVNA ; manca niente. 

11, sotto 10 : PROS ; manca niente. 

12, a d. di 11 : CELER 

e a sin. in direzione obliqua : INT////CHR • DELECTA 

MECVM • CANE 



(1) II prof. Sogliano Not. 1888 p, 517 </ riferisce ancora un'iscrizione di- 
pinta in rosso : pro salwTE NEroww, da me non veduta, e confronta C. L L. 
IV 1197 sg. 3053. Le iscr. surriferite pare che per lo piü siano esercizi per 
programmi da eseguirsi altrove. 



INSÜLA IX, 7 121 

13, a d. del n. [17] : A • R^/ STIVM 

14, a d. di 13: AR; probabilmente ambedue riferibili ad 
A. Riistio Yero, noto candidato all'edilitä ed al duumvirato. 

15 e 16 sul lato 0. SuU'aQgolo stesso, incontro ad 1 sta il pro- 
gramma di N. Erennio Celso Not. d. Sc. 1880 p. 299, 1. 

15, incontro al n. [16J, evanescente : 

OI///';7"TIVM • BALBVW2 

//////////////////////// 
^n'MIGENIA KOgat 
/'7'///7A ET 
M AERA (^) 

16, a d. della prima porta contando da N, suU'angolo di un 
angiportus poscia abolito, sta addossato al muro un altare (0,70 
X0,55, a. 1,05), la cui superficie e stata allargata per mezzo di 
una nicchia a volta incavata nel mui'o (a. 0,37). Sopra l'altare e 
intorno alla niccbia evvi sul muro un rettangolo di stucco fino e 
bianco (0,74X0,70), sul quäle son dipinti sotto il margine supe- 
riore una ghirlanda (in verde, rosso e giallo) e piü in basso due 
corni d'abbondanza (in verde e giallo). Sotto la ghirlanda e scritto 
con color paonazzo, in lettere a. 0,02: SALVTIS. Questa pittura 
non appartiene agli Ultimi tempi di Pompei : le erano stati sovra- 
posti successivamente non pochi sottilissimi strati di stucco bianco, 
e SU questi eseguite altre pitture, di cui non rimasero che avanzi 
irriconoscibili. D'altra parte la pittura sudescritta evidentemente 
ne ha rimpiazzato una piü antica. Intorno ad essa cioe una striscia 
larga 0,12 — 0,20 e dealbata, e su questa striscia, sopra la pit- 
tura, si legge in lettere sottili di color paonazzo: 

S A L V T E I 
SACRVM 

Perö delle lettere delle 2"^ riga manca la metä inferiore, ed e evi- 
dente che questa parte andö perduta appunto quando fu messo lo 

(*) Not. loc. cit. p. 521: C • rvstivm; ma e noto Q. Bruttio Balbo, 
mentre C. Rustio Balbo sarebbe nuovo. Tolgo dalle Not. il vs. 2, ove man- 
cano invece le tracce vs. 3. Vs. 4 : afra Not. ; infatti la lettera rassomiglia piü 
a F , cf. perö Eph. ep. I p. 152 n, 163. 

9 



122 SCAVI DI POMPEI 

stucco fino per la pittura sopradescritta. L'iscrizione dunque si ri- 
ferisce ad una pittura anteriore. Ognuno vede che essa non e di- 
sposta simmetricaraente: la prima riga supera la seconda nel princi- 
pio di m. 0,10, nella fine di m. 0,01 ; siccome perö la parola Salutei 
sta proprio in mezzo a quella striscia dealbata, cosi non credo che 
dopo essa (ove h caduto quelle strato su cui l'iscrizione e dipinta) 
manchino altre lettere. 

Segue finalraente il surriferito programma di Stazio Kecepto. 

Fra le iscrizioni graffite (cf. Not. 1. c.) rileviamo le seguenti : 

1, sullo stipite d. del u. [13], letta dal prof. Sogliano 1. c. 
da me non veduta: ARM. VIR 

2, fra [13] e [14]: VilSTITVS 

3, a d. di 2 : C\ RVSTIVS 

VFC CvwiX 
Carustius = Carystius ? Nella riga 2^" CVMX pare scritto da 
altra mano. Le altre tre lettere mi sembrö certo che non dicessero hie. 

4, a d. di 3 : MNHAIO 

5, a d. di 4: SVCCESSVS 

5, piü a d. : lANVARIVS 

6, fra [14] e [15] : SECVNDVS 

7, piü in giü : SVCCESS 

8, a d. di 7 : CnOPOC 

9, sotto 8, a d. : NliRV 

7, fra [15] e [16] : SVCCESSVS HIC 

8, a d. del n. [15] AVCTVS IVL XXX"- II prof. Sogliano, 
citando a confronto C.I.L.IY 1170. 1173. 1182. 2508, ha giu- 
stamente riconosciuto trattarsi d'un gladiatore iulianus col numero 
delle sue vittorie. 

9, sotto 7^ -<~HAR AVCTVS 

10, a sin. del n. [16]: M VAFER 

11, ivi stesso : AVREVS EST DANAE . 

Pare che qui si abbia un ricordo poco esatto del verso di 
Ovidio met. 6,113: Aureus et Danaen, Äsopida luserit ignis 
{Jupiter). 

12, Sul muro d. dell' ingresso n. [16] : 

O VTINAM- LICIIAT ■ COLLO • COMPLIIXA TIINIIRII • BRACIOLA- IIT 'TIINIIRIS 
OSCVLA- FIIRRII • LABELIS • i NVNC • VIINTIS • TVA • GAVDIA • PVPVLA • CRllDII 
CRIIDII • MIHI • LIIVIS • IIST NATVRA ' VIRORVM • SAllPll * IIGO • CVMIIDIA 



INSULA IX, 7 123 

VIGILARII • PIIRDITA • NOCTII • HAlIC • JWIICVM • MIIDITAS • JWVLTOS 
FORTVNA • QVOS • SVPSTVLIT " ALTII • HOS MODO • PROIIICTOS SVBITO • 
PRAllCIPITIISQVll • PRIIMIT • SIC • VlINVS • VT • SVBITO • COIVNXIT 
CORPORA • AMANTVIW • DIVIDIT • LVX ||T • Sil 
AARIIIIS QVID • A A M 

il inutile l'aggiungere che mi rimane inintelligibile l'ultima 
riga e la fine della penultima ; pare che all' autrice non proce- 
desse piü la composizione della sua quasi-poesia. 

13, sotto 12 : C R O C I N I V^ • 

ISMARE • V\- 

14, a sin. di 13: ISMARVS 

CROCINEN SVAE 
SAL 

15, fra 13 e 14 : DEVRONYM (i. e. Ssvqo w> . . .) 

Nel muro d. dell' ingresso [17] e a d. di esso son tracciati col 
carbone non pochi segni nuraerali ed alcune date (Not. 1. c. 520, v.). 

18, a d. del n. [17] : VI • K • APR 
A XII 

Nel piano siiperiore della casa di Emilio Celere furono tro- 
vate 7 anfore con iscrizioni (Not- 1888 p. 526 n. 23-29). Due 
(forma VII) contenevano la lumpa veius di M. Valerio Eliade, 
una terza (X) vino del medesimo negoziante o produttore, indicato 
con le iniziali, la qiiarta lu{mpa vetus?) d'un altro produttore di 
nome non leggibile, la quarta vino di Filampelo, nome che accenna 
ad una famiglia di viticoltori; le due ultime portano numeri e 
segni non intelligibili. Le iscrizioni intelligibili sono le seguenti : 

f 

1. LMVF ^£• 53 

ÄIIIIA ^ 

V c^ 

VALERI HELIADIS ^ 

2. come 1, soltanto vs. 3 VIII preceduto da un segno che puö 
es'sere P . 

3. M • V • H 



124 


SCAVI DI POMPEI 


4. 


LV 




AiiiiA 




XX 




^\!II/IIIIICKE1IIIIH (Not. 1. c. M L..,) 


5. 


<I>IAÖ^MnGAOY 




U) 




0e ö. 



Nel n. [16] fu trovata un'anfora con l'epigrafe in rosso: 
M A) \£' 

Delle isole situate sul lato N della via Nolana incontro a 
quella cui appartengono le case fin qui descritte ed alla casa detta 
del Centenario, furono scavate soltanto le parti anteriori; se ne 
parlerä meglio quando le case saranno ridate interaraente alla luce. 
Intanto notiamo che vi furono trovate quattro anfore con iscrizioni 
(cf. Not. d. sc. 1887 p. 243) : 

1 (forma XII) : N • CESTIo 

L ANTISTIO ^^ 

E probabile che questi consoli appartengano all'a. 55 d. C. 
e che N. Gestio sia stato sostituito a Nerone, che tenne il conso- 
lato soli due mesi (Svet. Nero 14). 

2 (X): nAOYTOC 

3 (VIII) : OINoC ^lo Nvtf \Ov 

4 (XI): MOL 

C A N ; cosi Not. 1. c. lo della riga seconda 
non vidi che tracce della C • 

Vi fu trovato pure (V, 4, 7) uno dei noti sigilli dj bronzo : 

SPATALI • SER 
CORJSELI • ZOSlM 

Finalmente voglio menzionare una replica della nota compo- 
sizione di Teseo che abbandona Arianna (Heibig 1217 sgg. Sogliano 
531 sgg.), assai mal conservata, venuta alla luce in una casa sca- 
vata soltanto in piccola parte a S della casa del Centenario, col- 
V ingresso da E. E a. 0,90. 1. 1,0. A sin. Arianna irriconoscibile. 



INSÜLA IX, 7 125 

A d. Teseo, con la spada al fianco, la lancia nella sin. , Tavam- 
braccio sin. avvolto nella clamide, mette il piede sin. sul ponte 
ehe conduce sulla nave, rivolgendo la testa ed afferrando con la d. 
la mano sin. del compagno barbato, vestito di esomide biancastra, 
che lo riceve e lo aiuta a montare. A d. sopra iino scoglio com- 
parisce Pallade librata in aria, che nella sin. insieme con lo scudo 
regge la lancia e con la d. alza sopra la spalia un lembo della 
veste. 

A. Mau. 



ANTICHITA DI ALATRI. 

(Tav. V. VI). 



Alatri, l'antico Aletriiim, cittä degli Ernici, a tre ore incirca 
dalla stazione di Frosinone sulla linea ßoma-Napoli, e nota come 
grandiose esempio di fortificazione preromana. Negli Ultimi anni 
perö l'attenzione degli archeologi vi fu attratta piuttosto dall'iscri- 
zione (appresso riportata) in onore di Lucio Betilieno, la quäle fra 
le altre opere fatte fare da questo benemerito cittadino corame- 
mora anche una condottura forzata a trecento piedi di elevazione. 
Sopra questa il P. Secchi scrisse una memoria fin dal 1865. II 
Mommsen poi per il volume X del Corpus tnscr. lat. diede im- 
pulso ad una nuova ricerca, di cui furono incaricati i signori Di 
Tucci italiano e Bassel prussiano. In quell' occasione, aprendosi 
una trincea per rintracciare l'andamento dell'acquedotto, si scoper- 
sero gli avanzi di un tempio fra quali lastre ed antefisse di ter- 
racotta, che ne avevano formato l'ornamento. Lo scavo di questo 
tempio, sin dal primo momento progettato dall'Istituto, fu effet- 
tuato, sul principio di questo anno, dalla R. Direzione delle an- 
tichitä, che perö cortesemente invitö l'Istituto a partecipare al 
lavoro, per lasciargli poi liberalmente la pubblicazione dei risul- 
tati. Siccome il tempio risultö di dimensioni piccolissime e di pes- 
sima conservazione, cosi lo scavo fu presto finito. Esso perö diede 
occasione ad un nuovo esame delle altre antichitä di Alatri, e fummo 
lieti nel vedere manifestarsi e durare nelle relazioni seguenti l'unione 
di lavoro e di studio, che in mezzo i monumenti stessi collegö i si- 
gnori conte Cozza, R. Ispettore dello scavo, ed il nostro dott. Winne- 
feld. Ne vuolsi tacere la solerte cura del soprastante sig. Tomassini. 

P. 



A"NTICHITA DI ALATRI 127 



I. 

La cittä ö situata sopra ima collina in fondo ad un fertile ter- 
reno ondiilato percorso dal fiume Cosa, in modo da dominare questa 
diramazione della valle del Sacco e nel tempo stesso l'ingresso 
alla stretta vallata che rinchlude il Cosa nel suo corso superiore. 

Per due gioghi alti circa m. 440 la collina della cittä ö 
congiunta verso e N con le alture circostanti, alle quali essa 
sovrasta considerevolmente con le sue due vette, la piü bassa, a. 
m. 485, sul margine N, e la rocca dell'arce, a. ra. 502, nel centro 
della cittä. Sul lato S e piü ancora sul lato E il declivio verso 
la valle e scosceso. Da queste condizioni natural! risulta la posi- 
zione della cittä sul colle. Per renderla possibilmente inaccessibile 
dalla parte del giogo settentrionale, il muro di cinta su questo 
lato fu condotto in alto quanto era possibile, e l'intera cittä dalla 
punta di questa vetta si stende verso S, in modo che il punto 
piü distante della cinta presso il ripido declivio del lato S rimane 
a m. 80 sotto il punto piü alto del lato N. La troppa ripidezza 
del pendio Orientale non permise di fare altrettanto dirimpetto al 
giogo 0, estendendo la cittä verso il lato opposto della montagna; 
di piü al giogo suddetto non corrisponde, come sul lato N, un 
rialzo della collina, ma l'abbassamento fra la vetta N e la rocca. 
Cosi alla cittä fu data la forma d'un oblungo che in generale 
s'abbassa fortemente verso S, con l'asse maggiore che passa per 
i punti piü alti della cittä ; la cinta retrocede sensibilmente 
soltanto sul lato incontro all'accesso piü pericoloso, per non 
far scendere troppo il muro in quell' abbassamento. 

L'antico muro di cinta, cosi descritto nelle sue linee fonda- 
mentali, lungo circa km. 4, oltre l'odierna cittä di Alatri, di 
5500 abitanti, della quäle poche case soltanto (in origine torri 
e rinforzi di porte medievali) sporgono fuori del muro, rinchiude, 
fra orti e terreno non coltivato sull'altipiano dell'arce, una super- 
fiele press'a poco uguale a quella coperta d'edifizi. Se una pro- 
porzione simile abbia avuto luogo anche nell'antichitä, ovvero se 
l'intera superücie fosse abitata, non posso stabilirlo : gli avanzi 
di antichi muri di sostegno, visibili in ogni dove, nulla decidono. 



128 ANTICHITA DI ALATRI 

II sito degli accessi principali e indicato dalla natura stessa: 
sul lato (neirabbassamento) e sul lato N due porte corrispon- 
denti ai due gioghi suddetti (porta S. Francesco e porta S. Pietro). 
Nonostante la minore altezza di quella prima, l'altra fin dall'anti- 
chitä dovrebb'essere stata la piü importante, essendoche sul giogo 
N si puö salire piü direttamente dalla pianura, mentre quello 
dal lato della pianura sovrasta con rapido pendio ad una stretta 
vallata che ivi si dirama, ed e veramente accessibile soltanto dal 
lato della montagna. Oltre a queste puö dimustrarsi che ve n'era 
una anche nell'antichitä al posto deH'odierna porta Portati, sul- 
l'angolo NE della cittä. Che poi al posto e nella direzione del- 
l'odierna porta S. Niccolö, nel SE, vi fosse una porta antica, lo 
rende quasi certo la direzione delle strade al margine della cittä, 
spiegabile soltanto quando si suppone che essa dipenda da fonda- 
menta antiche utilizzate nelle costruzioni, ed inoltre la considera- 
zione che altrimenti piü che la metä della cinta sarebbe stata senza 
un'uscita maggiore. AU'incontro che anche l'ultima e la meno im- 
portante fra le cinque porte moderne, porta Dini, nell'O, stia al 
posto d'una porta antica, tutt'al piü potrebbe dedursi dall'analogia 
delle altre quattro ('). 

Uno sguardo sulla pianta tav. V. (2), dimostra che il muro 
di cinta in generale segue la direzione delle curve altimetriche, 
e perciö, conformemente all'uso delle fortificazioni della regione 
« etrusco-latina " , e per lo piü muro di sostegno, appoggiato dalla 
parte di dietro al terreno che s'inalza e sormontato probabilmente 
da parapetti. Quäle sia stata, su questi tratti, l'altezza del muro, 
e flno a quanta profonditä, forse sotto l'infimo strato, la roccia sia 
stata fatta artificialmente scoscesa, non puö essere determinato, 
essendo ignote le alterazioni subite dal terreno dietroposto, ed es- 
sendosi accumulati appie del muro grandi massi di rottami. Forse 

(1) In Alatri h diffusa l'opinione che una porta antica si trovi nella 
cantina d'olio del convento della SS. Annunziata, ove di fatto era una porta 
medievale ; perö da un accurato esame risulto che su questo punto l'antico 
muro proseguiva senza interruzione. 

(*) L'andamento del muro e iudicato con doppia linea punteggiata ove 
risulta con evidenza da pochi avanzi e dalla direzione di parti adiacenti meglio 
conservate, con linea punteggiata semplice ove fu dedotto dalla conformazione 
del terreno e dalla direzione delle strade odierne. 



ANTICHITA DI ALATRI 



129 



perö qualche cosa puö concludersi, per analogia, dall'altezza di 
quei tratti del muro che stavano liberi, benche anche questa non 
possa stabilirsi con piena certezza. 

Non mancano cioe tali tratti, di estensione considerevole ed 
in parte ben conservati, almeno sul lato esterno. Erano necessari 
ove il muro traversava ad angolo approssimativamente retto le 
eurve altimetriche, vale a dire sull'intero lato N, ove passa sopra 
la vetta N invece di seguirne il pendio ; di piü fra porta S. Fran- 
cesco e porta Dini, ove scendendo per il ripido declivio s'avanza 
verso 0; finalmente nella prossimitä di porta S. Francesco, ove 
traversa l'abbassamento che da si stende in alto, 

Nel tratto raffigurato fig, 1, che da s'attacca a porta S. Pietro, 
forse il meglio conservato, credo si possa determinare ad un dipresso 




Fig. 1. 



l'altezza del muro. E coronato cioe da due strati di massi lunghi 
e bassi, i quali per la loro altezza press'a poeo uguale e per la 
loro direzione, corrispondente all'iRclinazione del piano, scavato 
nella roccia, deH'infirao strato, si distinguono essenzialmente dal 
resto del muro ; misurano insieme circa 1 m. in altezza e stanno 
a m. 5,60 sopra la roccia. Che essi siano l'antico coronamento 
del muro, o un membro ad esso sottoposto, e un pensiero che tanto 



130 ANTICHITA DI ALATRI 

piü spontaneamente si offre, inquantoche avanzi simili si osser- 
vano ■ anche in altri tratti del muro N, esclusivamente perö in 
quelli conservati fino ad un'altezza considerevole, mai in parti 
piü basse. Ora il margine della roccia naturale nel punto raffi- 
gurato sta tutt'al piü a 1 m. sopra la soglia della vicina porta 
S. Pietro ; la roccia dunque sotto il muro puö essere stata resa ad 
arte scoscesa per un'altezza non superiore ad 1 m. E risulta cosi 
un'altezza massima della fortificazione in questo punto fra m. 8,50 
e 9,50, secondo Faltezza del membro che puö credersi sovraposto 
a que' due strati paralleli. 

Pur troppo non era possibile formarci un giudizio sicuro sulla 
grossezza e con ciö sulla costruzione interna di queste parti del 
muro : i massi isolati che nell'interno delle case situate dielro il 
muro compariscono qua e lä sotto intonachi e murature moderne, 
non oflfrono un materiale abbastanza sicuro ; e dalla grossezza del 
muro accanto alle porte, che a porta S. Pancrazio e di m. 3,80 
almeno, nulla puö dedursi per altre parti, trattandovisi di costru- 
zioni piü complicate. All'incontro la struttura delle parti fatte 
essenzialmente a guisa di muro di sostegno puö osservarsi esatta- 
mente nel punto piü basso della circonvallazione, ove le acque di 
liltrazione hanno spinto in fuori un pezzo di muro. I massi della 
facciata combaciano esattamente e stanno con la loro lunghezza 
nella direzione del muro ; dietro a loro stanno massi non lavorati, 
press'a poco delle stesse dimensioni, con l'asse longitudinale ad 
angolo retto sulla facciata; i loro interstizi son riempiti di piccole 
pietre e rottami, e dietro di essi piccole schegge fanno quasi la 
transizione alla terra vegetale. 

II lato esterno del muro, meno un'eccezione da menzionarsi 
or ora, mostra in tutfco il circuito essenzialmente il medesimo 
carattere: massi poligoni, per la maggior parte piü lunghi che 
alti, rare volte eccedenti la misura di m. 2 in una direzione qua- 
lunque, per lo piü di dimensioni non poco minori, diligentemehte 
lisciati tanto sul lato di fronte quanto nelle commessure, inca- 
strati fra loro esattamente, approfittando spesso di angoli rientranti, 
di modo che quasi in nessun punto e occorso riempir le. lacune con 
pietre piccole. Massi piü piccoli fra i grandi non sono affatto rari, 
ma sono lavorati e adoperati precisamente come quelli : sono riusciti 
piü piccoli nella caya, ma non servono mai coMe espediente, qualora, 



ANTICHITA DI ALATRI 131 

per färe una congiunzione esatta, non fossero bastati i massi grandi. 
La collocazione delle pietre e di preferenza orizzontale, senza perö 
che si possa parlare di strati che si stendono per tratti piü lunghi. 
Presse le porte ed agli angoli la collocazione orizzontale, unita ad 
una maggiore grandezza dei singoli massi, raggiunge un tal grado 
di regolaritä, da rammentar qualche volta una costruzione di pietre 
quadre. Pietre disposte a guisa di volta non ne vidi che in un 
piccolo tratto a S di porta S. Francesco. 

Per quanto tale costruzione sia costantemente uniforme, grande 
pure e la differenza nell'aspetto esterno fra il muro N (tin oltre 
porta S. Francesco sul lato NO) da un lato, e le parti rimanenti 
sui lati e S (del lato E quasi nulla e conservato) dall'altro. 
Ivi il bei muro liscio, con combaciamenti esatti, qui apparente- 
mente una rozza costruzione di massi appena lavorati che non 
combaciano, e di una quantita di piccole pietre frapposte da per 
tutto fra gli angoli e spigoli dei massi grandi. Per altro tutto ciö 
e effetto parte del vento di scirocco, cui questi tratti sono esposti, 
parte del terreno retrostante con le acque che vi si raccolgono : 
la superficie delle pietre e corrosa, sbricciolati gli angoli e gli 
spigoli ; ma chi guarda da vicino s'accorge che le varie parti della 
superficie retrocedono in grado diverse dietro la facciata originaria, 
mentre in una costruzione di pietre non lavorate queste dovreb- 
bero sporgere in grado diverse avanti ad una superficie ideale ; 
s'accorge pure, che nell' interne le commessure mostrano tuttora lo 
stesso lavoro esatto come nelle parti rivolte verso N e non appog- 
giate ad un teiTcno umido, II non tener conto di simili differenze 
di conservazione, che dipendono da condizioni fisiche, ha prodotto 
varie teorie artificiose ed impossibili ; p. es. che in Norba sui tratti 
del muro sovraposti ai piü scoscesi declivii i massi non fossero 
lisciati, perche non visibili da vicino ('); mentre in realtä quelle 
parti piü alte sono rivolte appunto verso e SO, e appunto su 
questi tratti una maggiore quantita di acqua deve raccogliersi nel 
terreno posto dietro al muro. Cosi si e detto che in Cori il muro 
piü antico sia l'inferiore, quindi venire quelle di mezzo ed in 
ultimo quelle dell'arce (*), mentre il muro inferiore, che si dice 

(1) Gerhard, Ann. d. Inst. 1829 p. 68. 

(2) Nibby, Dintorni di Roma I p. 506, ripetuto in Fonteanive, Monu- 
menti ciclopichi nella provincia romana p. 133. 



132 



ANTICHITA DI ALATRI 



uguale a quello di Tiryns, mostra e vero esternamente massi che 
non combaciano e fra essi franturai di pietre scomposte, ma in 
parti piü riparate ha commessiire ben lisciate e che combaciano 
non mono esattamente che in qualunque altro muro poligonale. 

Una Vera e reale diiferenza nei muri d'Alatri si osserva sol- 
tanto suirangolo SE. Qui le commessure inferiori e superiori di 
tutte le pietre sono orizzontali ; si osservano strati che continuano 
per un tratto piü lungo ; manca soltanto un piccolo passo per giun- 
gere ad una costruzione di pietre quadre (vd. fig. 2). Qui senz'alcun 




Fig. 2. 

dubbio trattasi d'una costruzione piü recente, la cui presenza fa- 
cilmente si spiega. E questo il punto dell'intero circuito piü sas- 
soso e meno accessibile ed e probabile che qui in origine la roccia 
naturale, resa forse piü scoscesa ad arte, bastasse da se senz'altra 
fortificazione. Piü tardi le fu sovrimposto un muro, la cui base 
sta per conseguenza considerevolmente piü in alto di quella degli 
avanzi, superstiti in ambedue i lati, del muro piü antico. 

Delle porte soltanto le due ai posti delle odierne porte di 
S. Francesco e Portati sono piuttosto conservate (^). Ambedue hanno 
una disposizione singolare. 



(') Di porta S. Pietro non potei pivi constatare tutto cio che fu rilevato 
da Marianna Candidi-Dionigi , Viaggi in alcune cittä del Lazio tav. 29, 
secondo la quäle due pareti laterali convergenti, di cui quella a d. delVag- 
gressore avrebbe avuto doppia lunghezza deU'altra, avrebbero condotto ad 
un passaggio piü stretto con pareti parallele. Fonteanive, 1. c. p. 110 s., fon- 
dandosi sulla tavola della Dionigi, descrive la porta con la torre d'origine 



ANTICHITA DI ALATRl 



133 




La facciata di porta S. Trancesco (fig. 3) sta m. 1,70 dietro 
quella del muro; a sin. di chi entra il miiro retrocede di tanto 

in direzione obliqua, a d. ad 

angolo retto. Non puö essere 

determinata ne la larghezza 

originaria della porta, ne l'al- 

tezza, ne se e come fosse co- 

perta; la profonditä non ol- 

trepassava m. 2,20. Per essa 

s'entrava in un cortile di circa 

m. 7X11, nel cui lato oppo- 

sto sta la seconda porta larga 

m. 4,20, fiancheggiata a sin. da 

un semplice pilastro che sporge 

dal muro laterale m. 1,50 ed 

Fig. 3. e largo m. 0,74 soltanto, a d. 

da un membro simile di spor- 

genza uguale, ma largo m. 3,30 : dunque anche nella disposizione 

dolla porta interna si e voluto profittare del lato destro scoperto 

dell'aggressore ('). 

Pur troppo molto meno conservata 
e porta Portati (fig. 4), della quäle sol- 
tanto il lato d. e antico, e neanche questo 
completo nella pianta. Anch'essa aveva un 
cortile, ma siccome era situata immedia- 
h ^M^ tamente presse F angolo NE del mm-o, cosi 

""""^ ^^^^"^^ la parete sin. del cortile doveva esser for- 
mata dal muro stesso, il cui lato esterno, 
Fig. 4. stante la ripidezza di quel declivio, era 



^ 




tarda che una volta stava a sin. di chi entra, ma ora e stata demolita, e con 
l'arco della porta, d'origine recente, che fa tolto in occasione della visita di 
Pio IX nell'anno 1863. Ho potuto vedere solo quelle pareti convergenti, nuUa 
del passaggio ne degli angoli sporgenti ch'esso faceva con quelle. Anche la 
decomposizione dei rilievi in alto suUa parete a sin. di chi entra, poco vi- 
sibili giä ai tempi della Dionigi, ha fatto progressi considerevoli. 

(') Fuori porta S. Francesco tuttora la strada di Ferentino per un pezzo 
e sorretta da antiche sostruzioni di massi poligoni con un passaggio per 
l'acqua. 



134 ANTICHITA DI ALATRI 

quasi al sicuro di ogni assalto. II pilastro d. della porta esterna, 
la cui faccia forma un piccolo angolo con l'asse dell'edifizio della 
porta, e grosso m. 2,50, e col suo lato interno sporge di m. 1,20 
avanti alla parete d. del cortile. Alla distanza di soll 2 m. un 
pilastro largo 0,60 sporge m. 0,87 da questa stessa parete: egli 
non puö aver servito che per applicarvi una seconda chiusura. 
Dal suo lato interno la parete del cortile prosegue oggi per altri 
8 m. ; e siccome una tale continuazione entro la porta interna sa- 
rebbe priva di senso, e sarebbe troppo piccolo un cortile di 2 m. 
in lunghezza, cosi bisogna supporre che piü in dentro vi fosse 
ancora una terza chiusura. La disposizione dunque e in massima 
quella stessa di porta S. Francesco, modificata perö come lo ri- 
chiedeva la posizione speciale e la minore sicurezza di una delle 
pareti del cortile. 

Molto piü semplici sono le posterle, le quali, se non ci trae 
in inganno la poca conservazione dei muri, furono fatte in quei 
punti oye la conformazione del terreno ne permetteva ne rendeva 
desiderabile una porta, mentre nell'interesse della difesa, essendo 
troppo distanti fra loro le porte, era richiesta una comunicazione fra 
l'interno e l'estemo. Si trovano ben conservate al punto a nel N e 
al punto b nel S, e sono aperture alte m. 2, larghe fra m. 0,90 
e 0,95, che per conseguenza facilmente potevano chiudersi con pietre, 
ma la cui sicurezza speciale consisteva in ciö che stavano tanto al 
disopra del livello del suolo da non essere accessibili che per 
mezzo di scale. L'altezza della soglia della posterla meridionale 
non pote esser constatata a causa dei rottami accumulativi sotto, 
ai quali essa sovrasta di un metro soltanto. Invece quella setten- 
trionale tuttora si trova a m. 2,32 sopra il suolo, e si puö ritener 
per certo che questo nell'antichitä era molto piü basso ancora. 

Di uguale natura pare che fosse un'apertura presso l'angolo 
sporgente NO (<?), pur troppo quasi tutta coperta da una torre 
medievale non accessibile. A giudicarne dalla sua posizione non 
puö essere stata una vera porta ; probabilmente essa serviva per 
prendere di fianco il nemico che assaliva porta S. Francesco. 
L'uscita pare che fosse alquanto piü grande che nelle altre due 
posterle, ma le condizioni del luogo non ci permisero di misurare 
esattamente neanche la parte Yisibile. 

Le fortificazioni della cittä debbono aver servito come tali 



ANTICHITA DI ALATRI 135 

anche nel medio evo ed in tempi moderni ; lo dimostrano le torri 
costruitevi innanzi, da porta S. Pietro fino a porta S. Francesco, 
le quali oggi servono come abitazioni e ad altri usi ; lo dimostrano 
le costruzioni sporgenti a guisa di bastioni presso porta S. France- 
sco, porta Portati e porta S. Niccolö, com' anche lo stato di porta 
S. Pietro quäle si rileva dalle tavole 28-30 della Dionigi. 

Un' immagine molto piü completa possiamo formarci della 
rocca, le cui grandiose mura sono la gloria speciale di Alatri. La 
si sgombrö completamente in occasione d'una visita di Gregorio XVI ; 
.lUora fu reintegrato l'antico altipiano con un parapetto, furono 
resi praticabili gli antichi accessi e fatta una strada che gira in- 
torno al piede della fortificazione e porta il nome di quel papa. 
E cosi la rocca, quasi tutta coperta di rottami al tempo della Dio- 
nigi, divenne fra i monumenti di questo genere il piü interessante 
ed il piü facile a studiarsi (v. tav. VI). 

Quasi nel centro della cittä, ma con l'asse longitudinale da 
ad E, alzasi la collina dell'arce, in origine una vetta che dalle 
altre simili non si distingueva che per l'altezza maggiore e forse 
per il pendio un poco piü rapido. La piü antica fortificazione, che 
consisteva di massi oblunghi rozzaraente lavorati, sovrapposti fra 
loro senza combaciamento esatto, con le testate in fuori, pare che 
abbia circondato la vetta quasi alla stessa altezza ove piü tardi 
cominciavano le grandiose sostruzioni dell' altipiano artificiale, alla 
stessa altezza dell'odierna via Gregoriana. Se ne riconoscono avanzi 
nell'angolo rientrante sul lato S ed in quelle parti del muro, 
che presso Tangolo NE stanno fuori dell'attuale recinto e seguono 
una rampa naturale che s'avauza sotto di esso, e forse anche nei 
massi rozzi nelle pareti interne della porta meridionale (vd. fig. 8). 
Questa fortificazione non avendo cambiato la forma del monte, cosi 
anche il piü antico edifizio che lo coronö pare che non abbia in 
alcun modo alterata la vetta, Non se ne riconosce che un pezzo 
di muro, di costruzione identica alla suddetta, sotto la parte occi- 
dentale del muro N dei locali addossati al lato N della cattedrale, 
e un piano incliriato, lavorato nella roccia, visibile ad E di quegli 
avanzi, che sembra indicare il posto d'un antico accesso, ne puö 
in alcun modo mettersi in relazione cogli edifizi eretti piü tardi 
in questo luogo. Pare adunque che quell' edifizio occupasse press'a 



136 



ANTICHITA DI ALATRI 



poco il posto deH'odierna cattedrale e fosse accessibile dal lato N 
per mezzo di una rampa tagliata nella roccia. 

Piü grandios! furono i mezzi e le intenzioni io una seconda 
epoca,' nella quäle si procedette interamente nel senso della terza, 
cui si deve l'attuale forma della rocca. Quäle fosse la forma di 
questa seconda fortificazione, non puö stabilirsi ; e certo perö 
che sul lato E tenne esattamente la direzione di quella attuale, cui 
per un lungo tratto serve di base (fig. 5). Essa dunque sul lato 







Fig. 5. 

N retrocedeva dietro la fortificazione antica — e a tale scopo dev'es- 
sere stata tolta una parte della roccia naturale — , mentre sul lato S 
oltrepassava non poco 1' antica linea, la quäle pare che in una 
curva a poco sesto si stendesse fra i ruderi conservati : qui dunque 
necessitavano gi'andi sostruzioni. La costruzione e essenzialmente 
uguale a quella della prima epoca, ma il combaciamento e piü 
esatto, i massi alquanto piü grandi. Ne e conservato un tratto, 



ANTICHITA DI ALA.TRI 137 

interrotto da una lacuna riempita di muratura moderna, sopra la 
roccia sporgente presso l'angolo NE ; quindi gli avanzi s'abbas- 
sano verso S, seguendo rinclinazione della superficie della spor- 
genza, per sparire poi del tutto e riapparire sull'intera metä me- 
ridionale del lato E nell'altezza uguale di m. 3 sotto il muro piü 
recente. Sugli altri lati della cinta non si vedono muri di questa 
costruzione ; ma le corrispondono evidenteraente gli avanzi che 
in ciina alla rocca stanno a N della cattedrale : racchiudono quel- 
l'antico piano inclinato e verso si estendono sotto il muro N 
del giardino vescovile molto oltre il puntp piü alto della vetta, 
occupato dalla navata lunga della cattedrale. 

La terza fortificazione diede alla rocca quella forma nella 
quäle oggi la vediamo. A giudicarne dal modo di costruire sembra 
quasi contemporanea al muro di cinta, forse un poco piü recente. 
In poche linee dritte essa circonda un altipiano, la cui superficie 
fu formata parte spianando la roccia fino ad un certo livello, 
parte per mezzo di grandi terrapieni. Soltanto ove erano stati i 
summenzionati edifizi delle epoche anteriori, la roccia fu lasciata 
an'che sopra il livello dell' altipiano, per servir da fondamento ad 
una nuova fabbrica. Di questo terzo editizio un gran tratto di muro 
e visibile nel muro N della cattedrale : riposa in parte sul muro, in 
parte suUa rampa della prima epoca; con es^o fanno angolo retto 
due muri dello stesso genere, di cui abbiamo trovato gli avanzi 
nei locali contenuti nelle sostruzioni della navata trasversale della 
cattedrale, in parte altre volte serviti da prigioni. Inutili erano 
le nostre ricerche di altri avanzi, giacche le parti rimanenti della 
chiesa ed il palazzo vescovile stanno immediatamente sul suolo 
naturale. Prescindendo dal fondo degli edifizi e da una leggera 
pendenza dell'angolo NE verso la salita, 1' altipiano e esattamente 
orizzontale, e recentemente e stato di nuovo munito di un parapetto 
che puö credersi poco piü basso di quelle che deve supporsi esistente 
nell'antica fortificazione. Sulla pianta della rocca nei punti piü im- 
portanti e iudicata Taltezza dallo spigolo superiore del parapetto 
moderne fino alla via Gregoriana, il cui livello corrisponde in ge- 
nerale a quelle ove il muro della rocca riposa suUa pietra naturale. 

II margine dell' altipiano su tratti piü brevi, ove retrocede 
dietro il decliyio originario del monte, e formato dalla roccia stessa 
lavorata a picco, del resto da poderosi muri a scarpa, ma di poca 

10 



138 



ANTICHITA DI ALATRI 



prominenza, rimpiazzati qua e la da muratura moderna. II muro e 
composto di massi in parte enormi, lunghi fino a 3 e 4 m., alti 
2 m. e piü, di forma poligonale, ben lisciati sulla faccia e con 
combaciamenti esatti (') (fig. 5). La disposizione dei massi in ge- 
nerale e del tutto arbitraria e casuale ; soltanto siil lato N pare 
non possa disconoscersi la tendenza di coUocarli a guisa di arco 
(il pezzo piü caratteristico e abbozzato fig. 6) ed agli angoli le 




].._- 



Fig. 6. 



commessure inferiori e superiori sono essenzialmente orizzontali, 
anche le altezze delle pietre relativamente uguali. Quanto bene e 
fermamente le pietre fossero incastrate fra loro, lo dimostra l'an-. 
golo SE (a. m. 16,62), staccato da un fulmine attraverso i massi, 
ncl quäle, le pietre non si sono quasi messe dalla loro originaria 
disposizione. 

Un muro del quäle rimangono gli avanzi e che in continua- 
zione del muro della rocca si dirigeva verso S e quindi, pie- 
gando verso E, andava quasi parallelo, alla distanza di circa m. 16, 
al muro S, stava in contatto immediato con la fortiflcazione della 
rocca — lo dimostra lo stato dell'infimo masso dell'angolo SO di 
quest'ultima — ma non sembra avere avuto scopo di fortiflcazione ; 
pare che servisse come muro di sostegno del. terreno molto declive. 



(1) In un punto del lato E si ö cominciato a lisciare anche i massi 
della fortiflcazione anteriore, congiunta ivi con questo muro : in alcune pietre 
täl lavoro fu finito; altre rimasero col solo margine lavoKito, la piu gran 
parte non fu neanche toccata. 



ANTICHITA DI ALATRI 



139 



Non e facile indövinare il significato delle tre nicchio poste 
iina accanto all'altra sul lato S vicino a quel punto ove il muro 
della rocca rientra ad angolo retto. Queste nicchie, di cui rorien- 

tale e ritratta nella fig. 7, sono 
profonde circa m. 0,90, larghe fra 
1,61 e 1,75, alte circa 2,20 (i). 
La collocazione delle pietre di- 
mostra che sono originarie, non 
fatte posteriormente. Per la di- 
fesa sono affatto inutili, anzi piut- 
tosto nocevoli, giacche indeboli- 
scono il muro e potevano dar ri- 
coYero a qnalche nemico avyici- 
natosi di soppiatto (2). 

L'unico cambiamento di ri- 
lievo che la fortificazione del- 
l'arce ha subito in tempi antichi, 
concerne gli accessi. In epoca 
piü tarda, come anche oggi, una 
larga rampa nella metä Orientale 
del lato N serviva alla comuni- 
cazione fra la cittä e la rocca, 
accesso che per la difficoltä della 
difesa toglie addirittura alla rocca il carattere di fortezza, e sta 




Fig. 7. 



(') Quella media ora h a. 3,25, perö Tarchitrave sta al raedesimo livello 
di quelli delle altre nicchie, ed il livello piü basso del piano pare dipenda 
da danneggiaraenti posteriori. 

(2J Una spiegazione assai ipotetica sarebbe la seguente. Essendo esclusa 
ridea di tombe, sia per la posizione neH'interno della citta, sia per Torigi- 
narietä della costruzione, pare debbano mettersi in relazione con santuarii 
esistiti qui a S della rocca. Probabilmente essi stavano fuori della sua piü 
antica fortificazione, sul cui andaraento in questo punto c'informa la parte 
conservata che le sta accanto. Facendosi poi la fortificazione rettilinea, si 
dovette con essa occupare una parte del suolo sacro, e ciö si volle in certo 
modo compensare mettendo il muro stesso al servizio del santuario, per mezzo 
delle nicchie destinate a contenere immagini di divinitä e cose simili. In 
tal caso quei muri di sostegno rappresenterebbero il confine di santuarii nuo- 
vamente istituiti sul lato S della rocca in connessione con la nuova fortifi- 
cazione. 



140 



ANTICHITA DI ALATRI 



in aperta contradizione con la straordinaria somma di lavoro e di 
arte impiegata nel fare i due celebri accessi primitivi. 

Di essi il piü grande e quello anch'oggi molto praticato da S 
(porta di Civita), del quäle un'immagine sufficiente e data siille 
tavole di Fonttanive sotto il n. 2, benche ivi le tracce dello scom- 
ponimento appariscano troppo nella fototipia; Ja nostra fig. 8 offre 







X 



Fig. 8. 



un taglio longitudinale per il passaggio ('), A 2 m. sopra il piede 
del muro sta la soglia (a. 0,25) della porta, alta 3,75, larga 2,42. 
L'enorme masso deH'architrave ha piü che m. 5 di lunghezza, 1,60 
di altezza, 1,75 di grossezza ; al margine esterno del suo lato 
inferiore evvi una sporgenza alta 0,07, larga 0,20 contro la quäle 
doveva battere la porta ; dietro di essa si vedono in ambedue i lati 
gli incavi per i cardini, cui corrispondono incavi simili nella soglia. 
Adesso una larga scala scoperta conduce fino alla soglia della 
porta ; nell'antichitä, almeno finche si ebbe cura di poter difen- 
dere la rocca, puö credersi che avanti alla porta vi fosse una co- 
struzione di legno, facilmente araovibile nel caso di un assalto. 
Dalla soglia la strada con una pendenza media di 1 : 4 ascende 
sul livello dell'altipiano, accompagnata in ambedue i lati per 
12-13 m. dalle antiche pareti della porta, e almeno per i primi 
m. 4,67 coperta tuttora dai massi antichi, dei quali il secondo, 



(>) Per errore in questo disegno non furono indicati i singoli massi 
della porla. 



ANTICHITA DI ALATRI 



141 



di m. 1,40 di profonditä, sta al livello dell'architrave, il terzo 
(ora Tultimo) di m. 0,50 piü in alto ; il quarto stava nuovaraente 
di 0,90 ed il quinto di altri m. 0,40 piü in su. Pin dove arrivasse 
l'antica copertura, non puö determinarsi. La costruzione delle pa- 
reti laterali della porta rassomiglia in ji^enerale a quella del muro 
esterao ; e notevole perö che in ambedue i lati presso Testremitä 
interna della parte conservata i massi furono lasciati rozzi e s'avan- 
zano molto avanti la linea del muro regolarmente lavorato. Giä 
fu accennato sopra, che qui si potrebbero riconoscere avanzi della 
prima fortificazione, il cui andamento non contradirebbe ; ma sembra 
troppo esatto il combaciamento nell'interno delle commessure la- 
terali, e difficilmente si spiegherebbe come sul lato d. un masso del 
tutto simile a quei posteriori (cf. fig. 8) sia venuto a stare sotto 
gli avanzi del muro antico. NuUadimeno quella supposizione mi 
sembra la piü verosimile.' 

La fig. 9 presenta la veduta dell'ingresso della piü piocola sa- 
lita N, ora, che vi e la comoda rampa, appena praticata, la fig. 10 il 
taglio longitudinale. La porta e alta m. 2,12, larga 1,26, l'archi- 
trave lungo 3,35, alto 0,87, gi'osso 1,15; sulla sua facciata erano 




JWW 



Fig. 9. 



scolpiti in alto rilievo tre falli affrontati fra loro, due orizzon- 
talmente, uno verticalmente. Qui pure come nella porta S si os- 
serva la sporgenza contro la quäle batteva la porta e gli incavi 
dei cardini. La maggiore facilitä di difendere una porta tanto pic- 



142 



ANTICHITA DI ALaTRI 



cola e la circostanza che la sua soglia si trova al livello del 
piede del muro, probabilmente stanno in connessione fra loro. 
NeU'interno evvi ed eravi evidentemente fin dall'origine un pic- 
colo piano orizzontale di 2 m. di lunghezza ; quindi comincia la 










Fig. 10. 



scala, la quäle in tre capi supera l'ascensione di circa 1:1,15. 
Che ciö corrisponda esattamente allo stato antico (la scala pare 
tutta moderna), "lo dimostrano le gradazioni dell'antica copertura, 
qui tiitta conservata e formata da grandi travi di pietra, la cui varia e 
crescente altezza evidentemente ha determinato la disposizione della 
scala moderna. I massi delle pareti della scala soltanto presse l'in- 
gresso somigliano del tutto a quelli del lato esterno ; piü in su 
sono piü piccoli e disposti in generale orizzontalmente : conseguenza 
naturale del problema, proposto dalle circostanze, di salire ugual- 
mente e fortemente in uno spazio ristretto (0- 

Che la grande rampa del lato N non possa essere contempo- 
ranea a questi due accessi, fu giä accennato sopra ed e general- 
mente riconosciuto. Per lo piü non si crede nemmeno antica ; e 

(1) La Dionigi indica a sin. due piccoli vani, uno aH'estreniitä inferiore, 
Taltro a quella superiore della scala ; ora arabedue sono murati e nh dalle 
indicazioni della Dionigi, nä da quelle di persone che dicono di esservi ancora 
anträte, puo rilevarsi alcun chh di preciso. 



ANTtCHITA DI ALATRI 143 

eiö sarä vero quantö alla sua forma attuale : essa ora e sorretta 
parte da muri del tutto moderni, parte da pietre provenienti dal 
muro della rocca e rozzamente ammassate in tempi recenti. Perö 
fin dalla fine del 2° secolo a. Cr. dev'esservi stata una salita nel 
medesimo luogo, nella medesima direzione e con la stessa pen- 
denza ; perche il porticus qua in arcem eitur di Betilieno, di cui 
piü avanti a7remo a parlare, e parallele al muro della rocca, al 
quäle e addossata la rampa, ed ha la medesima pendenza di essa 
(1:10) ed inoltre non puö esser messe in relazione con alcuno dei 
due altri ingressi. Esso dunque presuppone l'esistenza di una sa- 
lita corrispondente esattamente all'odierna, sia che questa vi fosse 
fin da tempi anteriori, sia, ciö che pare piü probabile, che fosse fatta 
contemporaneamente alla costruzione del portico ; giacche il titolo 
onorario di Betilieno {C. I. L. X 5807) prima di tutti gli altri 
suoi meriti dice che egli fece semitas in oppido omnes. 



n. 

II tempio il cui scaro fii il centro della nostra attivitä in 
Alatri, e situato poco piü di un chilometro a N di porta S. Pietro, 
fra le due strade, l'antica e la nuova, che conducono a Guarcino, 
sopra un piano inclinato, sorretto da un basso muro poligonale, 
sopra la yalle nella quäle Bassel ed altri vogliono riconoscere il 
campum ubei ludunt (0- Bassel credeva la fronte del tempio ri- 
volta a questa valle, mentre in veritä ad essa e rivolto un lato 
lungo, e la fronte guarda la cittä. Avanti al centro della fronte 
evvi una piccola fossa per i sacrifizi, cinta di muratura in pietra 
calcare, mentre il fondo e composto di schegge di peperino. A d. 
del tempio vi sono gli avanzi, traversati dalla fossa d'esplorazione 
del Bassel, d'una casa di due camere con focolare in ognuna ; se 
auch' essa appartenesse al santuario, non puö decidersi, ma non e 
improbabile ; vi si trovarono terrecotte architettoniche e votive pro- 
venienti dal tempio. 

JE stato un santuario piccolo e di poca importanza, e alle pic- 
cole dimensioni corrisponde il poco valore del materiale, la negligenza 

(^) Cf.lo schizzo del Bassel, Centralblatt der Bauverwaltung, 1886 p. 197. 



144 



ANTICHITA DI ALATRI 



del lavoro nei dettagli e la pessima fondazione, tre circostanze le quali, 
stante la quasi completa distruzione, che lasciö in piedi pochissimo 



r> 




vi,ej. s 




^ 



n 



Fig. 11. 



di quanto s'ergeva sopra il suolo antico, rendono assai difficile la 
ricostruzioBe. Le parti superstiti sono indicate suUa pianta fig. 11, 



ANTICHITA Dl ALATRI 145 

II tempio, orientato a S con una diflferenza di 13° 48' verso E, 
era diviso in pronao e cella, di profonditä, a quanto pare, appros- 
simativamente uguale, almeno se abbiamo a ragione riconosciuto 
un avanzo del miiro posteriore in una pietra che sporge un poco so- 
pra il livello del pavimento presse l'estremitä della parte conser- 
vata del muro N, a m. 14,40 dallo spigolo della soglia; altrimenti 
di quest' ultimo non rimane traccia alcuna. Ne molto piü esatta- 
mente puö stabilirsi la larghezza del tempio, essende gli avanzi 
del muro S della cella troppo meschini per farne il punto di 
partenza della misurazione, mentre il pronao non aveva fondamenta 
all'infuori dei due angoli che portavano le colonne, e queste fon- 
damenta parziali erano di natura tale che depo la distruzione dif- 
ficilmente potevano restare al loro posto originario. L'attuale di- 
stanza dei due angoli del pronao e di m. 7,975. 

L'unico Interesse che offra la pianta, consiste nella forma del 
pronao. E profondo m. 6,79 ; fino alla metä dei lati lunghi son 
continuate le pareti della cella, che finiscono in ante di pianta 
pressoche quadrata. Ad esse corrispondono le colonne poste sugli 
angoli. Nel pronao poi, sull'asse longitudinale, e discosta dalla fronte 
d'un terzo incirca della profonditä del pronao stesso, sta ima base che 
difficilmente puö aver sorretto altro che un altare. Fra questo e l'anta 
d. evvi un canale di destinazione incerta, profondo 0,18, largo 0,12, 
che in ambedue le estremitä finisce nel pavimento senza continuazione 
di sorta. La disposizione, affatto diiferente dalle plante di templi 
greci, corrisponde esattamente ai precetti vitruviani sul tempio tosca- 
nico, trasferendo cioe le sue parole, che riguardano templi a tre 
Celle, a quelle ad una cella. II passo molto commentato (IV 7, 2) 
dice : Spatium quod erit ante cellas in pronao, ita coiumnis de- 
signetur ut angulares contra antas parietum extremorum e regione, 
conlocentur , diiae mediae e regione parietum qui inter antas et 
median aedem fuerint, ita diürihuaniur , et inter antas et 
columnas priores per medium isdem regionibus alterae dispo- 
.nantur. Avanti alle ante del muro della cella debbono collocarsi 
le colonne angolari ; e evidente che in un tempietto, che nella 
fronte ha due soll sostegni, non si poteva sui lati lunghi del pronao 
aggiiingerne un terzo, una colonna cioe frapposta fra l'anta e la 
colonna angolare. 

Della costruzione, staute il triste stato della conservazione, 



146 ANTICHITA DI ALATRI 

poco si puö dire, fiiorche delle terrecotte servite per rivestire la 
trabeazione (^). II tempio, le cui fondamenta son composte di pietre 
calcaree non lavorate, stava immediatamente sul livello del suolo, 
dal quäle le pareti s' innalzavano senza zoccolo, mentre il pavi- 
mento del pronao era preceduto da un basso gradiuo. II pavi- 
mento ha l'istessa altezza nel pronao e nella cella ed e formato 
di piccoli frantumi triturati di pietra calcare {^). L'edifizio stesso 
consisteya di muratura in pietra calcare rivestita di stucco, il quäle 
suU'anta era scanalato e inferiormente formato a guisa di zoc- 
colo (^). Siccome il gradino del pronao non era che uno stretto 
orlo di pietre intorno al pavimento, cosi le basi delle colonne non 
potevano stare su di esso, ma dovevano esser collocate immedia- 
tamente sulle pietre del fondamento (v. il prospetto del lato E 
fig. 12). Conformemente a ciö esse consistono in un alto cilindro, 




immesso per due terzi nel pavimento, sul quäle superiormente il 
toro della base, nel senso piü stretto della parola, e scolpito nella 
pietra stessa. La parte del cilindro che sporge dal suolo corrisponde 
in certo modo ai plinti tondi di Vitruvio (IV 7, 3), mentre del 
resto le misure di queste basi non possono mettersi d'accordo coi 
precetti vitruviani intorno al tempio toscanico. II diametro del 
« plinto " e di 1,118, la sua elevazione sopra il pavimento 0,09, 
il diametro del toro 1,095, la sua altezza 0,155 (cf. il profilo 

(1) Speriamo di pubblicare nel prossimo fascicolo una importante me- 
moria del sig. conte Cozza sulle terrecotte sudette. 

(2) II limite del pavimento conservato e indicato sulla pianta con linea 
punteggiata. 

(*) Lo stucco conservato sui diversi lati deve rimontare a diverse epoche, 
perche le scanalature del lato interno discendono fino ad un livello al quäle, 
e ancora piü sopra, dovrebbe aspettarsi, in analogia del lato esterno, lo 

ZOGCOlo. 



ANTICHITA DI ALATRI 



147 



fig. 13). II diametro inferiore della colonna era di m. 0,76 ; man- 
cando ogni traccia d'un perno, e siccome per la larghezza deH'in- 
tercolunnio la trabeazione doveva necessariamente essere di legno, 
cosi si sarebbe disposti ad ammettere che fossero di legno anche 
le colonne ('). 





Fig. 13. 



Fig. 13a. 



Lo zoccolo dell'altare e profilato ed immesso nel pavimento 
in modo simile come le basi delle colonne, ma senza fondamento 
sottoposto. E singolare che esso, come il fondo della fossa avanti 
alla facciata, consista di peperino, mentre del resto non fu ado- 
perata per il tempio che pietra calcare, meno in una parte evi- 
dentemente restaiirata, ove sono frammischiati anche alcuni mattoni. 



(1) Sarebbe interessante se si potesse portare a certezza la conghiet- 
tura, che la pietra profilata rafBgurata qui appresso nella metä dello spaccato, 
la quäle adoperata una volta come pietra di molino ora giace rotta nel cortile, 
d'una casa vicina al tempio, fosse un capitello del tempio stesso. Materiale, 
grandezza e lavoro, per quanto la cattiva conservazione permetta un giu- 
dizio, ben vi si adatterebbero. 



148 ANTICHITA DI ALATRI 



III. 



L • BETILIENVS • L • F • VAARVS 
• HAEC • QVAE • INFER A • SCRIPTA 

SONT • DE • SENATV • SENTENTIA 
FACIENDA • COIRAVIT • SEMITAS 
IN-OPPIDOOMNIS-PORTICVM- QVA 
IN • ARCEM • EITVR • CAMPVM • VBEI 
LVDVNT-HOROLOGIVMMACELVm 
BASILICAM • CALECANDAM • SEEDES 
MCVM-BALINEARIVM-LACVM-AD ' 
J9 ORTAM-AQVAM-IN-OPIDVM-ADOV 
ARDVOM-PEDES-CCCXO'FORNICESCL. 
FECIT • FISTVLAS • SOLEDAS • FECIT 
OB-HASCERES-CENSOREM-FECERE BIS 
SENATVS • FILIO • STIPENDIA • MERETA 
ESE • lOVSIT • POPVLVSQVE • STATVAM 
DONAVITCENSORINO 

L'iscrizione e dell'epoca dei Gracchi aU'incirca; fra i laTori 
enumerativi, fatti per ordine di Betilieno, l'acquedotto ad alta pres- 
sione e senza alcun dubbio il piü interessante. Ma nell'esplora- 
zione di esso soltanto im tecnico potrebbe, in circostanze favore- 
voli, aggiungere qualche nuovo risultato a quanto fu stabilito 
dalle ricerche del P. Secchi (*), del Di Tucci (2) e del Bassel {^). 
Invece si offri appunto adesso l'occasione di esaminare accurata- 
mente il lacus ad poriam, descritto giä dal P. Secchi (p. 27). 
Dovendosi cioe fare iina strada da porta S. Pietro a porta S. Fran- 
cesco fu tagliato il bacino, e le parti cosi tornate alla luce insienie 
con quelle visibili da lungo tempo ed alcune altre esplorate con 



(1) Intorno ad alcuni avanzi di opere idrauliche antiche rinvenuti nella 
cittä di Alatri. Roma 1865. 

(2) Not. d. scavi 1879 p. 269. 

(3) Centralblatt d. Bauverwaltung 1881 p. 121, 134; Ann. d. Inst. 
1881 p. 20i tav. d'agg. 0; cf. Not. d. sc. 1882 p. 417. 



ANTICHITA DI ALATRI 



149 



piccoli tasti permisero di rilevarne una pianta esatta che si pub- 
bUca fig. 14 ('). 




Fig. 14. 

La costruzione di Betilieno — e che con essa abbiamo da fare, 
non permettono di dubitarne la posizione presso porta S. Ple- 
tro, la qualitä del tnateriale, le monete repubblicane trovate nei 
lavori per la strada (-), — era un bacino scoperto, lungo m. 42,25, 
largo 15,57; il suo fondo ö grosso circa 0,70 e consiste in uno 
Strato di cemento grosso 0,10, che poggia sopra uno strato com- 
patto di piccole pietre; sotto questo evvi ancora im altro strato 
simile ma meno compatto. II muro che lo circonda e grosso m. 2; 
il suo nucleo e composto di pietre messe in calcina; il lato in- 
terne (quelle esterno non trovammo conservato in alcun punto) h 
rivestito di mattoni triangolari, che da parte loro erano coperti 
d'uno strato di stucco. 

Piü tardi sembrö necessario coprire il bacino. A tale scopo 
fu diviso, permezzo di due file di pilastri lunghi 3,76, larghi 0,90, 
in tre navate, e su queste furono condotte delle volte, 11 cui na- 
scimento sta all'altezza di m. 1,30; una parte d'una volta ca- 
duta illesa sul fondo, dalla corda di 2,20 e dall'altezza di 0,lö 



(1) Le parti visibili quando fu rilevata la pianta sono indicate con 
tinta piü scura, con nero la costruzione originaria, con graffiatura Ic ag- 
giunte posteriori. 

(2) Ne vidi tre, fra cu; una di vanie: A testa di Giano, R prora, con 
iscj:. Q^ TITI, 



150 



ANTICHITA DI ALATRI 



permette di presentare il taglio fig. 15. I pilastri consistono di 
un nucleo simile a quello del muro circondante, ma piü grosso- 
lano, e rivestito anch'esso di mattoni triangolari, che da quelli 
del muro si distinguono per ima tinta piü scura; uno strato di 




Fig. 15. 



stucco grosso 0,04 cuopre il tutto. Non hanno altre fondamenta 
air infuori d'un semplice strato di mattoni quadrangolari (0,44X0.43 
X0,039); ove sui lati stretti del bacino sono addossati al muro che 
lo cinge, ne toccano il rivestimento di mattoni in maniera da non 
lasciare alcun dubbio sulla loro posterioritä. Pur troppo i mattoni 
son privi di bolli, tanto quelli del muro quanto quelli dei pilastri, 
ed e impossibile perciö di precisare l'epoca di questi ultimi. La 
volta e composta del medesimo materiale come i nuclei dei pila- 
stri, ma senza rivestimento di mattoni e semplicemente coperta di 
stucco. In mezzo ai rottami della volta fu trovato un tubo di ter- 
racotta, di lavoro straordinariamente buono e fermo, con incastro 
in una estremitä e la corrispondente parte piü stretta nell'altra, 
delle dimensioni seguenti: lunghezza totale 0,34; diametro 0,14- 
0,155; grossezza delle pareti 0,04; diametro dell'incastro al mar- 
gine (si restringe internamente) 0,125; profonditä del medesimo 
0,05; lunghezza della parte piü stretta all'altra estremitä 0,045. 
Lo scopo cui serviva pur troppo non risulta con precisione dalle 
circostanze del ritrovamento. Siccome perö stava vicinissimo alla 
parete rivolta alla cittä, cosi e probabile che abbia fatto parte 
di uno di quei condotti che portavano nella cittä l'acqua raccolta 
nel bacino. 

Come il lacus ad portam sta in relazione con l'acquedotto, 
cosi lo e il porticus qua in arcem eitur con la sistemazione 
delle strade (vd. sopra p. 143). Dei suoi avanzi una gran parte e 
scomparsa per i recenti lavori stradali ; e demolendosi recentemente 



ANTICHITA DI ALATRI 



151 



una casa ne fu trovata un'altra parte, che sembra essere l'estremitä 
occideütale. Perö dai tenui avanzi poco aH'infuori della piantasi 
pud rilevare (fig. 16). Era un passaggio largo 4,12, che con 



j-^SM-jl-^tiJ'&a^Q J < O-^^l ' ^ ^ir ^ ^l'^ Rl'/j 



^ 



di 



Fig. 16. 

l'ascensione di 1,10 [saliva limgo il lato N della rocca. Deve re- 
stare indeciso, se gli avanzi tuttora esistenti del muro di fondo, 
di ordinaria muratura in pietra calcare, con varie nicchie, rimon- 
tino alla costruzione originaria ; la loro facciata nella continuazione 
non conservata del portico rimarrebbe ad una distanza di circa 
m. 0,90 dal muro della rocca, il quäle dunque non avrebbe formato 
egli stesso la parete di fondo del portico, ma sarebbe stato rivestito 
di muratura in pietra calcare. Con piena certezza invece puö ascri- 
versi alla costruzione di Betilieno la soglia dello stilobate, alta 0,33, 
coi posti affondati per un ordine di sostegni, i quali dobbiamo la- 
sciare indeciso se fossero pilastri quadrati ovvero colonne su plinti 
quadrati. La distanza delle assi era di circa m. 2,52 ('). Con ciö 
s'accorda un masso d'un fregio di triglifi, adoperato come materiale 
nella casa ora demolita, che comprende due metope e un triglifo e 
mezzo con le relative gocciole : egli e grosso m. 0,50, ciö che cor- 
risponde esattamente alla larghezza dei posti per i sostegni, e la di- 
stanza fra un centro di triglifo all'altro e di m. 0,63, di modo che 
quattro metope con i relativi triglifi corrispondono alla distanza 



(') Le singole distanze non possono misurarsi con esaüezza; per la 
divisione della somma di otto distanze risulta una media di 2,5275. 



152 ANTICHITA DI ALATRI 

fra le assi di due sostegüi. Purtroppo la forte decomposizione non 
permette di prendere raisure tanto esatte da poter constatare con 
certezza negli angoli una differenza dall'angolo retto corrispondente 
all^, pendenza di 1:10. Nel lato posteriore del masso alto 0,565 



UJ 



h 1 1 1 i ! 



Fig. 17. 

sono incavati al margine superiore due buchi per travi, press'a 
poco cubici, profondi circa 0,16, con una distanza fra le assi di 
0,6125, ciö che. tenendo conto del lavoro trascurato, deve consi- 
derarsi come corrispondente alla distanza dei triglifi di m. 0,63. 
Pare che verso il portico fosse continuato da alcuni gra- 
dini; appie della soglia dello stilobate scorre un canaletto com- 
posto di massi di varia grandezza, che accanto al penultimo so- 
stegno piega verso d. Fra il settimo e l'ottavo sostegno esso e in- 
terrotto per un canale che si dirama lateralmente e nel quäle, 
come sembrano dimostrare alcuni incavi fatti in questo punto nello 
stilobate, furono condotte le acque piovane cadute dal tetto. Quanto 
ad una soglia coi posti di due pilastri, che sta a qualche distanza 
dallo stilobate e forma con esso angolo retto, pare piü che dubbioso 
che essa stia al posto suo, perche in tutt'altro modo che la soglia 
dello stilobate si sovrappone ai massi del canaletto, ed e impossibile 
spiegare in modo probabile la sua presenza in questo punto. 



H. WiNNEFELD. 



zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN. 

(Taf. VII). 



Bei einer Durchmustei-ung des römischen Apparates des Ar- 
chaeologischeu Institutes fand ich eine Durchzeichnung der bisher 
unedirten grossen Schale des Glaukytes, welche Klein MS. S. 78 
als nach England gelangt bezeichnet und die ich 1885 im British 
Museum sec. vas. room. case hl sah (gegenwärtig, wie Mr. Cecil 
Smith mir gütigst mitteilt, n. B 364). Sie ist vielfach restaurirt, 
doch sind die Ergänzungen ohne gründliche Eeinigung nicht anzu- 
geben. Diese Zeichnung der 1846 in Vulci (') gefundenen Schale 
hat wohl der mangelhaften Beschreibung im Bullettino 1847 S. 124 
und der verbesserten in Brunns Künstlergeschichte S. 691 zu 
Grunde gelegen: eine neue zu geben (Tf. VII) bin ich durch das 
freundliche Entgegenkommen des Herrn Murray, dem dafür der 
schuldige Dank ausgesprochen werde, im Stande. Der Figuren- 
reichthum erheischt eine kurze Beschreibung. 

A) Von 1. stürmt ein Viergespann vorwärts, dessen Lenker 
barhäuptig mit Haarschopf den Stab hält. Daneben verfolgt ein 
Panhoplit mit Schild und Speer einen gleichbewaffneten, umblickend 
nach r. Fliehenden. Unter dem Viergespann, das Gesicht zu Boden 
gekehrt, liegt ein Gefallener, neben dem zwei Vollbewaffnete mit 
gezückten Lanzen gegen einen aufs Knie Gesunkenen vordringen, 
den ein zurückgewendeter Flüchtiger mit dem Schilde deckt. Da- 
hinter schwingt ein behelmter, nackter Bärtiger mit schuppigem 
Schilde den Speer gegen einen gewappneten (?) Behelmten, mit 
rothem Schild, der vorgebeugt gegen einen auf dem Rücken lie- 
genden Panhopliten steht. Hinter dem Angreifer eilt nach r. ein 
Krieger auf einem Viergespann, dessen Handpferd gestürzt ist, 
gegen einen Speerwerfer in Schuppenpanzer. Vor dem Gespann 

(') vgl. C. I. G. 8144 mit der Litteratur daselbst. 

11 



154 zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 

steht ein langgelockter mit Speer, Panzer, Beinschienen und Schild 
bewehrter, sonst nackter Lanzner, neben dem ein Nackter mit 
Schild gegen einen zappelnd am Boden Liegenden vordringt, dessen 
Arm noch im Schild steckt, ohne dass er sich desselben zu be- 
dienen vermag. Zum Schutze stürmt ein Panhoplit mit Lanze 
herbei, hinter dem ein Viergespann ansprengt, gezügelt von einem 
langgewandeten bärtigen Lenker mit Schild. Diesseits des Gespannes 
verfolgt ein bärtiger Panhoplit einen gleichbewaffneten Bärtigen, 
der umblickend, mit geschwungener Lanze entweicht. 

Kechts schliesst ein Fliehender in gleichem Schema das Bild 
ab. Unter den Henkeln steht L HIPOKPITOS KAUISTO$(i) 
r. AUAVKVTESEPOIESEH (2). 

B) Links schreitet ein bärtiger Krieger mit Schild und Speer 
nach r. neben einem Bärtigen mit Pilos, gesticktem, über den 
Knieen gefaltetem, herabhängendem Gewand, dessen 1. Arm vor 
dem Oberkörper erscheint, während der rechte nach der Hüfte 
greift. Vor ihnen sprengt ein bärtiger Lanzner mit Pilos, Mantel 
und Schurz, mit einem Handpferd. Vor ihm stürzt ein Panhoplit 
kopfüber zu Boden. Ihn deckt mit dem Schilde ein Gleichbewaff- 
neter, dem ein Viergespann folgt, dessen unbärtiger, langgewan- 
deter Lenker, den Schild auf dem Kücken, mit beiden Händen die 
Zügel führt. Jenseits des Gespannes verfolgt ein Panhoplit lanzen- 
schwingend einen im Fliehen umblickenden, speertragenden Gleich- 
bewaffneten. Es folgen zwei Gewappnete, die Speere gezückt über 
einem auf den Rücken Gefallenen gegen einen Panhopliten mit 
Lanze gestellt. Dahinter stürmt auf einem Viergespann ein bärtiger, 
langgewandeter Lenker mit Pilos und Schild nach rechts. Daneben 
ficht ein Panhoplit mit . Schuppenschild und Lanze gegen einen 
Entsprechenden im Schuppenpanzer. Vor den Pferden stürmt ein 
Panhoplit mit Schuppenschild und Lanze nach rechts ; vor ihm 
sinkt, den Schild vorhaltend, mit geschwungenem Speer ein Flie- 
hender ins Knie, dem von r. zwei Panhopliten zu Hilfe eilen. 

(1) Zu Hippokritos als Lieblingsnatnen vgl. Jahn, Arch. Aufs. 139; Wel- 
cker Rhein. Mus. VI, 1848, 395;Roulez, Acad. d. sciences de Bruxelles Tf. IX, 1; 
MÜ. arch. IV, 4 ; leider stehen mir beide Publicationen nicht zur Verfü- 
gung ; citirt nach C. I. G. 1^21^. 

(") Zu Glaukytes vgl. The classical Revieic, Jane 1888 p. 188 im 
Akropolismuseum AUAVKUEE5KAU05. 



zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 155 

Hinter ihnen sprengt ein barhäuptiger, speertragender Knappe mit 
Handpferd. Ein nach 1. gewendeter, speerwerfender Panhoplit 
schliesst r. das Bild ab. 

Ein figiirenreiches, vielbewegtes Schlachtenbild stellt sich uns 
dar, keineswegs « wenig übersichtlich " oder im Detail kaum mehr 
verständlich, vielmehr jeder Figur ihr Recht wahrend, inhaltlich 
sowohl, wie in der sorglich abgewogenen Composition (•) den bei- 
den übrigen grossen figurengeschmückten Schalen entsprechend, 
welche wir dem Glaukytes zuschreiben dürfen. Zweifellos ist er 
der Maler der aus der Töpferei des Archikles hervorgegangenen 
raünchener Schale (^), wie der aus Vulci stammenden Berliner 
(1799) (5), die durch den Stil, den mit der unseren übereinstim- 
menden Lieblingsnamen und den lediglich unserem Maler eigen- 
thümlichen Superlativ der Schönheitspreisung ihm zugewiesen 
wird, wenn auch die Stelle unter dem Henkel, welche die Trägerin 
der Signatur zu sein pflegt, weggebrochen ist (^). 

Der Darstellungskreis ist für die Aussenbilder der in der sf. 
Malerei beliebten Heldensage entnommen. Die mythologisch inter- 
essante Eberjagd erinnert an die Dodwellvase, mit der sie die 
Schwierigkeit der Namensbeischriften theilt, das Minotaurosaben- 
teuer mit seinem Chor an die Pran9oisvase ; zur Gigantomachie 
giebt Meyer Gigantomachie S. 282 die Parallelen au. Ebenso ist 
der Heldenkampf, besonders unter Anwendung des Streitwagens 
uns aus früher Kunstübung vertraut. Auch der Typus der Hasen- 
jagd (^), der sich in den unteren Schalenabschnitt gerettet hat, 
weist an dieser untergeordneten Stelle zurück auf eine lange Kunst- 
übung, in welcher er, wie Löschcke (^) darthut, den Ehrenplatz 
behauptet hatte. 



(*) Welche schon Brunn betonte, K.-G. a. a. 0. 

(«) München 333. Gerhard A. V. 235, 36. M. d. I. IV, 59. 

(3) Gerhard A. V. 61, 62. 

(*) Eine ganz ähnlich decorirte, allerdings flachere Schale befindet sich 
bei Herrn Castellani in Rom ; sie hat Einfassung und Behandlung des Innen- 
bildes und der langen schmalen Streifen der Aussenseite mit den Glaukytes- 
schalen gemein. Eine directe Verknüpfung lässt sie nicht zu. Vgl. auch 
München 1035. 

(5) Vgl. Arch. Zeit. 1881, Tf. V. 

(«) Arch. Zeit. 1881, S.275; vgl. Arch. Zeit. 1869, S. 34, 2; 1883, X, 2. 



156 zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 

Die Wahl der Stoffe, Jagd und Feldschlacht, erklärt hinrei- 
chend die Lebhaftigkeit der Darstellungen. Denn gegen den Vor- 
wurf, Glaukytes habe nur durch carrikirte Lebhaftigkeit wirken 
wollen ('), verwahrt ihn der Gegensatz in der Minotaurosscene. 
Man kann sich keine ruhigere Darstellung denken, als diese, welche 
in die Mitte den bewegten Typus zweier Figuren, und diesen selbst 
massig bewegt, setzt und daran fast identische Schemata anreiht, 
welche ihre Teilnahme an der Handlung nur durch einen Arm- 
gestus andeuten. 

Die Anregung zur Bevorzugung bewegter Scenen gab unserem 
Meister die Lust am Erfinden neuer Schemata, die sich in der 
Mannigfaltigkeit offenbart, die neben Verwendung altgeprägter 
Typen, bei Darstellung der Gefallenen auf der Londoner Schale er- 
strebt wird und die in der gutbeobachteten Zeichnung des ge- 
stürzten Pferdes, bes. seiner Hinterbeine hervortritt. 

In der Composition herrscht die symmetrische Gebundenheit 
der archaischen Kunst, welche wenigstens in den Hauptfiguren, 
gleichsam in den rhythmischen Incisionen beide Seiten sich ent- 
sprechen lässt. Bei der Londoner Schale zeigen dies die Seiten in 
sich und in ihrer Gesammtheit. R. und 1. schliesst auf der einen 
Seite ein Reiter mit Handpferd nach innen sprengend, r. u. 1. ist 
je ein Viergespann, die Kampfgruppe in der Mitte angeordnet: 
Dem entspricht die Gegenseite : die Wagen als äusserer Abschluss, 
dift Kampfscene in der Mitte, rechts davon das nach aussen ge- 
wendete Viergespann ; nur der ihm entsprechende schwere Takttheil 
ist aufgelöst um, wie die aufgelöste Länge den klappernden Takt, 
so das langweilige Einerlei zu verhindern. 

Dasselbe Princip zeigt formell Berlin 1997, wo jedesmal 
zwei Viergespanne die isolirte Haupthandlung einschliessen, inhalt- 
lich die Münchener Schale, wo jedesmal der Kampf mit einem 
Ungeheuer, hier kalydonischer Eber, dort Minotauros den Mittel- 
punkt bildet. 

Unterstützt wird diese Compositionsmethode durch die in 
archaischer Kunst gewöhnliche Erscheinung, dass trotz aller Be- 
wegtheit der Darstellung , die Teilnahme der Figuren an den 
Enden erlischt und dann durch eine etwas mehr teilnehmende 

(i) Klein,' Euphronios S. 32.' - - : • 



zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 157 

Einzelfignr wieder aufgenommen wird. So traten im Londoner Bild 
die Knappen mit Handpferden, actionslos selbst wo sie angegriffen 
werden, an die Stelle, welche ihnen ein langer Gebrauch typisch 
zugewiesen hatte ; ähnliches zeigen die Typenwiederholungen bei 
der Eberjagd und im Chor des Minotaurosbildes. Die inneren 
Gründe hierfür habe ich an anderer Stelle darzulegen gesucht ('). 
Eine besondere Begünstigung brachte in unseren Fällen die Länge 
des Bildstreifens, welche das Typenmaterial des Malers sehr in 
Anspruch nahm, so dass er nicht eine ausreichende Menge feiner 
Varianten an sich ähnlicher Stellungen aufzubieten vermochte. Zur 
Befriedigung dieses Bedürfnisses des langen, niedren Streifens die- 
nen die vier um die Henkel gruppirten Sphingen (-). Dass er 
diese consequent S (t) I + 5 statt 5 1.A + S schreibt wird sich daraus 
erklären, dass Glaukytes zu der immer mehr wachsenden Reihe der 
uns bekannten, in Attika arbeitenden, Nichtattiker gehört (3). Der 
Gebrauch der persönlich redenden Inschrift mit f/**' oder /if, 
welcher in der rf. Malerei verschwindet (^), bietet eine Handhabe 
zur chronologischen Einordnung, Er teilt ihn mit Exekias und 
Nikosthenes ebenso wie seine Vorliebe für figurenreiche,, epische 
Darstellungen (^). 

Die grosse Schale mit figurenreicher Decoration der Aussen- 
seite verdankt, wie schon mehrfach erinnert worden ist (^), ihren 
Schmuck orientalischen Metallvorbildern. Auf welchem Wege dieser . 
Einfluss vermittelt wurde, scheint uns die Decorationsmethode des 
Inneubildes zu verrathen. Freilich entbehren diese Schalen meist 
eines solchen, allein das der Berliner ist charakteristisch genug. 
Es ist dort kein Versuch gemacht, das ßund durch ein für diesen 
Raum geschaffenes Figurenschema zu füllen, vielmehr ist durch 
eine Basislinie ein Segment abgeschnitten worden, welches als 
selbständige Fläche durch die Hasenjagd ornamentirt ist, während 
ein Viergespann en face, zu dessen Seiten je eine kleine nackte, 

(') Troischer Sagenkreis S. 187, 10 ; 188, 11 u. sonst. 

(2) Ebenso zeigt die rf. Schale Neapel 2614 den bewegten Typus der 
Mitte von unbeteiligten Figuren umgeben, abgeschlossen mit Sphingen. 
. (3) Arfldt, Studien zur Vasenkunde,. S. 123. 

{*) Klein, MS. S. 13. 
: (5) Auch kehrt das eingelegte Weiss an der Münchener Schale wieder. 

(6) Klein, Euphronios S. 31. 



158 zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 

männliche Figur tritt, die obere Hälfte einnimmt, das Kund nur 
durch die Figurenverkleinerungen mühsam überwindend. 

Dies Verfahren, schon in der rhodischen Kunst gebräuchlich (•), 
ist stehend in der kyrenischen Schalenmalerei {^). Auch tritt schon 
dort gerade die Hasenjagd in den unteren Kreisabschnitt. Nun ist 
für diese Gefässklasse orientalischer Einfluss wahrscheinlich ge- 
macht worden {^). Der phönikische Silberteller des Mus. Kircheriano, 
M. d. I. X. 31 welcher ganz dieselbe Ornamentirungsart zeigt, be- 
stätigt dies. Die schwarzfiguren Malerei nimmt dies Verfahren auf ; 
ich erinnere nur an Ga^. arch. 1887 pl. 14, 1, Brit. Mus. 412 B ('*) 
und den aus Konstantinopel Ftaramenden Teller im Wiener Industrie- 
museum (^). Dass es sich längere Zeit erhielt, beweist ein flüchtig 
gemalter Teller in Bologna {^). Freilich hätte die compositioncUe 
Schwierigkeit zur selbständigen Erfindung führen können, mittels 
Anwendung der Sehne eine Basis zu gewinnen. So stellt eine rf. 
Schale im Museo Civico zu Verona eine Liebesverfolgung auf eine 
breite Basisborte, aber sie lässt den Abschnitt leer. Die schöne 
Ei-gotimos-Aristophanesschale trägt im unteren Abschnitt nur die 
Signatur. Spätere Schalen erfüllen ihn, wie El. cer. II, V und VIT, 
mit Terrainandeutung. 

Eine genaue Controle unserer Vermutung scheint somit not- 
wendig. Wenden wir uns daher der Vasenform und deren Schöpfer 
Archikles zu, dem Genossen des Glaukytes. Dass die Herstellung 
der Gefässe sein Hauptverdienst war, geht nicht nur aus der Dop- 
pelsignatur der Münchener Schale 333 hervor, sondern auch dar- 
aus, dass Berlin 1761 und die Candelorischen Fragmente nur den 
Namen des Archikles, die nolaner Schale des Britischen Museums 
nur ein Innenbild, die Castellanische ausser der Inschrift nur zwei 

(') z. B. Salzmann 53 (wiederholt im letzten Heft des Ehein. Mus. mit 
verbesserter Erklärung, Kekulö) 49. 55. 54. 

(2) z. B. A. Z. 1881, S. 227, Tf. XII, XIII; Overbeck H. G. XXXI, 4; 
Urlichs Beitr. X. 

(3) Puchstein, Arch. Zeit. 1881 S. 227. 

(*) Oberhalb der bärtige, leierspielende Apollon zwischen zwei Satyrn. 
Unten Dionysos mit Trinkhorn zwischen zwei Satyrn gelagert. 

(5) Oben Herakles mit dem Stier, im Feld ßebzweige. Unten zwei Fi- 
sche gegenständig. 

(^) Oben zweimal die Gruppe eines Mannes, der ein Thier anbinden 
will, unten vier Figuren. 



Zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 159 

kleine Thierbilder trägt. Stets liefert er tiefe Schalen auf hohem 
Fiiss. Ihre Eigenthümlichkeit liegt in der Dreiteiligkeit, welche 
die Schalenriindung, einen niedren Seiten streifen, an den die Henkel 
ansetzen, und den Schalenrand von einander abhebt. Dies entspricht 
abor wieder aufs genaueste der Methode der kyrenischen Schalen. 

Eine Art Prototyp hierzu glaube ich in, einem Gefäss der 
Sammlung der Evang. Schule in Smyrna zu erkennen. Dieses trägt 
auf dem Fuss ein ganz flaches Schalenrund, an welches senkrecht 
ein hoher Rand geradlinig ansetzt. Derselbe ist durch eine hori- 
zontale Linie getheilt; beide Streifen sind getrennt mit abwechselnd 
verticalen Streifen und geometrischen Figuren ornamentu't. An den 
unteren Streifen setzen die Henkel an. Dies Gefäss stammt aber 
aus Kypros, darf also auf ähnliche Einflüsse, wie die kyrenischen 
zurückgeführt werden, nämlich auf phönikische oder doch durch 
Phöniker vermittelte. In Kypros würde aber der Ausfall des Na- 
sals in S (J) I + S nicht auffallen. Selbstverständlich ist es unstatthaft, 
bei den zahlreichen Berührungen, welche vor Alters die phöniki- 
sche Cultur mit der hellenischen innerhalb und ausserhalb des 
Stammlandes hatte, und bei der Verbreitung, welche die erwähnte 
Decorationsmethode nachweislich in Athen gefunden hat, Vermu- 
tungen über die Herkunft unserer Meister aufzustellen, wohl aber 
glaube ich für die ihres Stils aus den dargelegten Beobachtungen 
Schlüsse ziehen zu dürfen. 

Bei Ueberwindung der compositionellen Schwierigkeiten, wel- 
che die tektonische Gliederung des Schalenrandes unserer Gefäss- 
gruppe bietet, schliessen sich Archikles und Glaukytes noch eng 
an die Decorationsprincipien ihrer Vorbilder an. Diese bezeichnen 
durch das Verticalornament (^) die zwischen den Henkeln lie- 
gende Fläche als die sog. todte, d. h. als die zu bildlicher Aus- 
schmückung geeignete. Glaukytes fühlt sich dadurch an die aus- 
gesparte Bildfläche der Amphora erinnert, daher sind seine stoff- 
lichen Vorlagen meist dem Repertoire der grossen Amphoren mit 
langem Streifen entlehnt, da der, im Verhältniss zur Höhe sehr 
lange, Streifen bei der Theilung des Schalenrundes eine Einschrän- 
kung durch Augen nicht duldete. Archikles andrerseits übernimmt 
von der kyrenischen Schale die von den Henkeln ausgehenden 

(») A. Z. 1881, X, 2 ; Urlichs Beiträge X u. s. w. 



160 zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 

Palmetten, und setzt an Stelle des Verticalornaments einfach Buch- 
staben und erhält so das denkbar günstigste Spruchband. 

Selten verbindet er damit ein anspmchloses lunenbild (^). 
Der Eeiter, dessen Ross mit Vorderbeinen und Schweif in das 
Schuppenornament des Randes übergreift, findet zahlreiche Analo- 
gien z. B. üdichs, Beiträge VII. Sollte der Aussenseite ausser der 
Inschrift bildlicher Schmuck verliehen werden, so wird der obere 
Randstreifen mit einer Thierfigur versehen. Es ist möglich, dass das 
Thierbild durch die grossen, figürlichen Darstellungen vom Mittel- 
streif aus dorthin verdrängt worden ist, wie z. B. Gerhard Trink- 
schalen II/III zu zeigen scheint, das gleichsam des Glaukytes 
Manier mit der des Archikles verbindet. 

So selbstverständlich diese Decorationsmethode erscheint, so 
ist sie doch keineswegs allgemein gefunden worden. 

Das Bewusstsein, dass der Schalenrand ursprünglich ein 
Ganzes, nur durch eine Linie, nicht durch eine tektonische Glie- 
derung geteilt war, war wohl der Grund, dass man die Figuren 
durch beide Streifen hindurch zog. Dies zeigt Polytechnion 3060 
an einer figurenreichen Gruppe C^); eine Schale sorgfältigen sf. Stils 
von gleicher Form im Museo Gregoriano bei einer Einzelfigur, die 
geflügelt, umblickend nach rechts eilt. Dieselbe Erscheinung, bietet 
Polytechnion 2009 in der laufenden Meduse der Aussenseite, wäh- 
rend die des Mittelbildes den üebergang vom blossen Medusen- 
haupt zur ganzen Figur, zeigt. Auch die Aussenseite bietet den 
üebergang, indem der obere Streifen die Sonderdecoration von zwei 
Fischen zeigt. Durch einen Kunstgriff sucht die Londoner Schale 
Blacas VI den missglückten Versuch der einen Seite, beide Rand- 
streifen mit vertical durchgehenden Figuren zu schmücken, dadurch 
zu verbessern, dafs sie die Figuren liegend auf dem oberen Strei- 
fen unterbringt, während Kline und Esstisch den unteren einnehmen. 
Diese Beispiele mögen genügen darzuthun, wie wenig man alige- 
mein die Bedürfnisse des zu decorirenden Gefässes verstand. Xeno- 
kles, der sich in der stilgerechten bildlichen Decoration des Ober- 
streifens und Anwendung des Spruchbandes im unteren mit Ar- 
chikles triift (3), zeigt im Innenbild die gleiche Unfähigkeit wie 

(') Brit. Mus. Blacas XYl, 1, 2 aus Nola. 

(2) vgl. Polytechnion 3966. 3716. 

(3) Trinkschalen I, 6, Blacas XIX. 



zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 161 

Glaukytes, das Rund zu füllen, das ihn zur Figui-enverkleinerung 
und Verunstaltung treibt (') und ihn die Basislinie beibehalten 
lässt. 

Zur Beurtheilung der Darstellungsweise des Archikles können 
die Thierfiguren einer 0,11 hohen Schale Augusto Castellanis (^), 
deren Durchmesser 0,156 beti'ägt, dienen, welche den oberen Rand- 
streif • schmücken, während der untere zwischen Palmetten die Si- 






M O.ir 0»,'f' 



gnatur A-KUE^:n^lESN u. A • KUES : P^l ESN trägt, an der 
die wiederholte Elision des E in der Verbalendung auffällt. Die 
Darstellung weidenden Hochwilds, schon dem geometrischen Stil 
bekannt, ist besonders heimisch in der rhodischen Malerei und 
kehrt bei den sog. protokorinthischen Gefässen wieder (^). 

Die Thierfigur unserer Vasenklasse hebt sich deutlich ab 
durch die zierlich:-, fast übertriebene Schlankheit der Extremitäten, 
die Eleganz der Stellungen, die an Erzeugnisse eines eigenartigen, 
manieiirten, auf spielende Niedlichkeit gerichteten Stils denken 
lassen könnten {*), ja, an den in unserem Stil gehaltenen Thier- 
figuren des Exekias fällt ein bestimmter Gegensatz zu seinen son- 
stigen kräftigen Figuren auf (^). Dass diese Behandlungs weise 
jedoch einer ganz naturgemässen Entwicklung entspringt, dass 
solche scheinbare Stilinconsequenzen keineswegs aus der Liebhaberei 
des einzelnen Malers abzuleiten sind, sondern sich nach ganz be- 
stimmten, handwerklichen Gesetzen vollziehen, unserem Stilgefühl, 

(') Overbeck, Hcroengallerie IX, 2. 

(2) Klein M. S. 76, 3 aus Caere. 

(3) z. B. Syracus Inv. 2409. 

• {*) vgl. Neapel 2500 ; Athen, Polytechn. 704. 
(5) vgl. Wiener A^orlegebl. 1888, 6. 



162 zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 

das wir von der Arbeitsweise gewisser Epochen zu haben vermeinen, 
zum Trotz, mag die historische Betrachtung der Entwickelung 
eines solchen Thierschemas zeigen. 

Die Amphora im Polytechnion 3749 zeigt die eigenthümliche 
Erfindung eines Hirsches mit hohem Gabelgeweih, der den Kopf 
zurückbiegend, sich mit dem Hinter-huf an der Schnauze reibt. 
Auf grosser Malfläche steht er in kräftiger, breiter Ausführung. 
Dieses Schema wird auf das Schalenrund übertragen, wobei die 
Vorderfüsse aus Kaummangel verkrüppeln. Noch ist die Zeichnung 
von alter Breite, wie Brit. Mus. sec. vase-room case 20 (1885) 
Blacas VI zeigt. Die Schale wird kleiner, mit ihr die Thierfigur, 
das Schema bleibt in allen Einzelnheiten gleich, aber eben deshalb 
werden diese zierlicher und feiner vgl. Blacas, XVI, 4. Die letzte 
Phase der Entwickelung giebt die noch kleinere Schale Louvre 
3251, wo die Extremitäten zur äussersten Dünne gelangt sind. 
Welcher Contrast hier zwischen Zierlichkeit der Ausführung und 
Ungeschick der Composition : das Schema erbt fort, aber das Ge- 
fäss erzwingt in der Zeichnung einen seinen Verhältnissen ange- 
passten Stil. 

Für gleichfalls technisch, nicht stilistisch bedingt, halte ich 
eine zweite Erscheinung, welche durch die sf. Amphora Museo 
Gregoriano IX mit der soeben besprochenen Stilgattung verbunden 
wird. Dort erscheint die Gruppe von zwei Panthern ('), welche ein 
ganz im Stile unserer Schalen gehaltenes Reh zerreissen, neben 
einem Bauchbild, dessen Eiguren die übertrieben schlanken Pro- 
portionen zeigen, welche man als stilistische Eigenthümlichkeit 
einer späten, Altes imitirenden Kunstübung anzusehen geneigt ist. 
Nun hat schon Brunn Probleme S. 125 mit Recht darauf hinge- 
wiesen, dass mit dem Hals der Grabvasen die Figuren wachsen. 
Wir können dies jetzt für alle Prothesisvasen aussprechen, welche 
nach Art der Marmoramphoren und Lekythen mit langgezogenem 
Hals und Henkel, monumental wirken sollen. Dies zeigt gut sf. 
Polytechnion 6 u. 84 ; streng rf. Polytechn. 663, Berlin 2372; 
später Polytechn. 1316; ganz spät Polyt. 3022 u. 24. Somit ist 
diese Beobachtung auf die ganze Vasenmalerei zu verallgemeinern, 

(*) Zahmes Hochwild von stilisirten Raubthieren zerrissen gibt z. B. ein 
etwa 0,30 D. haltende Schale des Louvre, ferner Polytechnion 965, 



zu DEN ATTISCHEN KLEmMEISTERN 163 

ja schon in dem Gegensatz bestätigt, welchen im geometrischen 
Stil die am schlanken Hals gestreckten Vögel zu den gedrungenen 
des Fusses bilden ('). 

Wo diese Dehnung bis zur vollen Unmöglichkeit stattfindet, 
wie an den immer wachsenden Untersätzen z. B. Polytechnion 1386 
wird man ohne weiteres einen äusseren Anlass als massgebend 
zugestehn. Anders bei unsern Gefässen, die sich meist durch sehr 
sorgsame Ausführung auszeichnen. Und doch ist hier derselbe Vor- 
gang feszustellen. Meist sind es Amphoren, deren einzelne Teile 
eine grosse Ausdehnung gewonnen haben z. B. Würzburg 306, 338 (2), 
München 156, 610, vorzugsweise Amphoren ohne markirten Hals- 
absatz, wie München 74, 79, 316, 696, ferner ins Schlanke dif- 
ferenzirte, sog. Peliken, wofür die Sammlung in Florenz zwei, die 
zu Bologna ein Beispiel giebt, bei denen gleichfalls die Figuren 
auf den Hals übergreifen. Wir dürfen uns also bei unseren Thier- 
figuren weder durch ihre Verbindung mit den sog. langgezogenen 
Figuren noch durch ihre Zierlichkeit abhalten lassen, sie an das 
Ende der archaischen, schwarzfigurigen Malerei zu stellen, viel- 
mehr ihre Abweichung vom Ueblichen als handwerklich bedingt 
erkennen. Dies bestätigt die Verbindung, in welche Thierfiguren 
unseres Stils mit denen des Exekias treten. Dass dieser auch der 
Decorationsweise nach mit Archikles eng verbunden ist zeigt z. B. 
Polytechn. 3757. Seine kunstgeschichtliche Stellung habe ich an 
anderer Stelle darzulegen gesucht. 

Eine noch genauere Datierung des Archikles kann uns seine 
nahe Verwandtschaft mit Tleson verschaffen. 

Um diesen selbst kunstgeschichtlich genauer bestimmen zu 
können, möchte ich ein Gefäss heranziehen, welches schon Heyde- 
mann in seinem Neapler Vasenkatalog N. 2627 ihm zuteilte, während 
Klein im Euphronios S. 104 und den Meistersignaturen S. 75 
Anm. dies ablehnte. Da, wie Herr Prof. Klein so freundlich war 
mir brieflich mitzutheilen, lediglich die " Sinnlosigkeit » der Buch- 
staben seine Ansicht bestimmt hat, so glaube ich das Gefäss, 
von dessen Zeichnung mir freundlichst gestattet wurde eine Durch- 
zeichnung zu nehmen, erneuter Prüfung unterbreiten zu dürfen. 

(1) z. B. Stackeiberg, Gräber IX, 1. . 
(«) vgl. bes. Urlichs Beitr. Tf. V, 



164 



Zü DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 



In der That ist die Inschrift nicht ohne Mängel, doch ist 
T U E 5 O N wie E P O I E 5 E N , wie ich glaube, mit voller Sicher- 
heit zu lesen. Von dem üblichen HONEAPXO könnten die 
beiden ersten Buchstaben gemeint, bez. leicht verschrieben sein. 
Das N des Anfangs des Patronyms und das O der Endung ist 
in Ordnung, die Mitte des Namens freilich sehr verstümmelt. 
Wenn wir aber sehen, dass auf Schale 2532 derselben Samm- 




lung neben der correcten Signatur der Gegenseite NEAPAPXO 
und auf der 0,165 hohen, 0,195 im Durchmesser haltenden Schale 
des Mus. Greg. T"AjNHONEAP geschrieben ist ('), so. wer- 
den wir um so weniger ein ähnliches Versehen in der Schrei- 
bung unserer Signatur abweisen, als z. B. die bei Tleson häufige f 
ähnliche Bildung des P im Verbum wiederkehrt {-). Eine so ge- 
naue Kenntniss der Schreibweise — läge sp.ä,tere Aufschrift vor —- 



(') vgl. München V. Tf. in, 7. 

(2) vgl. u. a. Sammlung Bourguignon D. 0,22 ; A. Hahn, B. H^nne. 



zu DEN ATTISCHEN KLEINMEISTERN 1G5 

hätte sich nicht mit dem Fehler im Patronym verbunden ; auch 
hätte zur Zeit des Bekanntwerdens dieser Schale Niemand gewagt, 
den Namen des Tleson mit einem rf. Bilde des Stils unserer 
Schale zu verbinden. 

Der Stil verweist uns mit Bestimmtheit in den sog. Epikte- 
tischen Kreis, dem laufende, unbekleidete Jünglinge in ßücken- 
ansicht zu geläufig sind, als dass es der Anführung von Bei- 
spielen bedürfte. 

Somit wird ein neues Band geknüpft, welches uns erlaubt, 
Tleson, und somit auch seinen Bruder, mit den Führern der roth- 
figurigen Schalenmalerei zu verknüpfen, ihn etwa Nikosthenes zu 
coordiniren ('). 

Archikles steht ihnen stilistisch sehr nahe ; an ihn knüpft 
sich die Schale mit Spruchband, sei es Künstlerinschrift, sei es 
ein Liebesgruss, oder ein guter Wunsch zum Trunk, schliesslich 
selbst eine sinnlose Buchstabenreihe, welche den Schmuck des 
Gcfässes ausmacht. 

Glaukytes, dessen Compositionsweise auf etwas frühere Kunst- 
übung ebenso wie seine redenden Inschriften hinzuweisen scheint, 
wird sein älterer Genosse gewesen sein. 

Arthur Schneider. 



(1) Bolte, de mon.fid Odysseam pert. p. 57 setzt Nikosthenes noch nach 
den Perserkriegen an. 



BßONZI DI EPIDAUEO 



Sul principio dell'anno scorso ebbi occasione di vedere in Roma 
alcuni bronzi di proprietä privata, interessanti non soltanto per lo 
stile, ma specialmente perche si dissero scavati in Grecia, nel suolo 
dell'antico Epidauro. Mi fu permesso dal possessore, per gentile me- 
diazione del eh. Heibig, di farne prendere fotografie riprodotte qui 
appresso in zinco. Ora fanno parte della collezione del conte Michele 
Tyskiewicz a Parigi ; due di essi furono mostrati dall'Helbig all' Acca- 
demia dei Lincei nelle sedute del 22 gennaio e 19 febbraio 1888 con 
poche parole le quali non rendono superflua una nuova discussione. 

La piü arcaica (') 
delle tre figurine mo- 
stra un tipo piü ita- 
lico che greco. II la- 
voro assai grossolano 
rammenta i noti grup^ 
pi delle eiste prene- 
stine e le Statuette 
poste in cima di can- 
delabri etruschi. E 
fiior di dubbio del re- 
sto, che anche la no- 
stra figurina apparte- 
neva a qualche arne- 
se,perciocche ha posto 
i piedi sulle due estre- 
mitä d'un bastone bi- 
lorcato. Anche i chio- 
di ribaditi, i cui avanzi 
sono rimasti nelle ma- 
ni distese, sembrano 
accennare che la figu- 




(') AUezza 0,115. 



BRONZI DI EPIDAÜRO 167 

ra fosse attaccata con la concavitä che si osserva nella parte infe- 
riore del lato dinanzi alla pancia di un bacile rotondo: con la 
parte superiore sovrastava all'orlo, mentre con le mani reggevasi 
al margine stesso. II bastone siiddetto poi accenna ad un tripode 
di bronzo corae p. e. Mus. Greg. I tav. 56. La figura e muliebre ; 
il suo abito consiste in una tunica lunga, che perö non cuopre i 
piedi, ed una giubba a maniche corte senza cintura. I capelli 
spartiti nel mezzo sono quasi interamente coperti da una specie 
di cuffia che finisce in un pizzo ripiegato. Tali cuffie ci sono 
note principalmente dal costume etrusco; ma l'Helbig (') ha di- 
mostrato, che erano portate da tutti i popoli del mediterraneo 
come segno d'uomo libero. Anche la giubba trova le sue analogie 
fra i raonumenti etruschi, benche non me ne sia noto un esempio 
del tutto corrispondente. Neanche il volto della figura ha alcun 
che di greco ; gli occhi grandi e spalancati, la forma barbarica del 
naso, la bocca senza grazia con le labbra^, grosse e volgari, tutto ciö 
e estraneo ai tipi greci anche del periodo arcaico. Dunque, se dav- 
vero il bronzo viene da Epidauro {^), abbiamo un nuovo prodotto 
di arte italica proveniente dal suolo greco e che richiama alla me- 
moria p. e. il satiro di Dodona (3). 

La seconda statuetta (^), benche anche essa lavorata in uno 
Stile assai trascurato, rivela al primo sguardo la fabbrica pelopon- 
nesiaca. Un guerriero ignudo procede a grande passo ; la mano si- 
nistra protesa teneva uno scudo ora mancante ; manca ßure l'arma 
brandita dalla d. con parte delle dita : credo che fosse un' asta, 
perchö una spada o una clava richiederebbe un'altra posizione del 
cubito e della mano {^). La forma quasi quadrata della testa e 
molto caratteristica ; i capelli corti sono cinti da una benda, la 
barba che consiste tutta di piccoli ricciolini, segue talmente le 



(1) Über den Pileus der^ alten Italiker. Sitzungsber. d. bayer. Akad. 
d. Wissensch. 1880, p. 527 ss. Homer. Epos^ p. 221 ss. 

(*) Cosi disse il mercante Ateniese dal quäle lo comprö il conte Tys- 
kiewicz ; ma nessuno s'illude sul valore di simili asserzioni. 

(3) Gaz. archiol. 1877, pl. 20; trattato dal Brunn, Certosa, p. 5 seg. 

(4) Altezza 0,17. Cf. Atti dei Lincei 1888, p. 59. 

(5) Certamente la mossa h simile a quella notissima di Ercole (cf. Koscher 
Lexicon p. 2141), ma tutto il tipo del viso e della figura non meno che la 
lancia da noi supposta proibiscono di ravvisarvelo. 



168 



BRONZI DI EPIDAURO 



forme del mento e delle guance, che al primo sguardo non com- 
parisce affatto. La tigura sta sur una lastra di forma irregolare 
destinata ad esser incastrata in un'altra lastra sia di mia base 




piü regolare, sia di qualche arnese. A tale scopo ha servito un biico 
tondo fra i piedi del guerriero; fatto prima che s'incidesse l'iscrizione 



^^^T^ 
^^/O 






percbe le lettere * e c del nome proprio sarebbero piü awicinate 
se non l'avesse impedito il buco.giä esistente. Le lettere ineise 



BRONZI DI EPIDAURO 169 

a colpi leggieri d'un istrumento aguzzo mostrano forme molto antiche, 
La c e composta di tre linee ; la /f ha gli angoli acuti ; lo spirito aspro 
e espresso nella scrittnra ; vi e anche il vau. II dialetto del nome 
proprio 'YßgfCTag (') e dorico, ed e quelle di un corsaro lacedemo- 
iiio (2) ; il nostro bronzo dunque potrebbe credersi opera d'un artista 
lacedemonio. Che non e di Epidauro, lo dimostra la FI con le aste 
verticali di uguale lunghezza, forma estranea, a quanto pare, all'alfa- 
beto argolico : l'hanno soltanto le iscrizioni d' un tempo molto piü 
recente ; tutte le altre hanno P , anche quella del cuoco Callistrato (^), 
la piii antica di tutte, sebbene piü recente del nostro bronzo. D'altra 
parte, siecome gli antichissimi monumenti laconici (^) hanno lo 
spirito aspro fra due vocali invece dell' ü regolare o del vau degli 
altri dialetti, cosi dovremmo aspettare sTiofrJ ossia (come in qualche 
iscrizione argolica) inoifr^e. E perciö dalla fonna delle lettere e 
dal dialetto non si puö dedurre altro che la provenienza dorica. 
La superficie e piuttosto ben conservata;*i numerosi buchi hanno l'ap- 
parenza d'essersi formati depo il getto, per rottura di qualche boUa. 
La testa mostra il tipo quasi quadrato generalmente chiamato pelo- 
ponnesiaco; ma in ispecial modo somiglia alle teste dei frontoni 
d' Olimpia, p. es. ai cosidetti Apolline e Cladeo: non solamente 
l'acconciatura dei capelli e la stessa, ma rassomiglia anche il trat- 
tamento un po' mollicello del viso. Perö e chiaro che il bronzo 
dev'essere molto piü antico di quei frontoni: le forme schematiche 
del petto e del ventre, a parer mio, non trovano analogia che fra 
i vasi a figure rosse dello stile severo, al quäle paragone non con- 
tradice il lavoro meno cattivo delle gambe e delle braccia. Pos- 
siamo dunque assegnarlo all'epoca di quello stile, vale a dire alla 
metä alla fine del sesto secolo. 



(1) Lo Heibig (1. c.) legge 'YßQiaaTcis ; ma la traccia leggiera che egli 
prende per l'avanzo deU'A, non e che una lesione accidentale della superficie. 

(*) Liv. 37. 13. Infestum id [sc. Cephalleniam} latrocinio Lacedaemonius 
Ilybristas cum iuventute Gephallenum faciebat, clausumque iam mare com- 
meatibus Italicis erat. Un Variante dello stesso nome, ' YßQearag , b ovvia in 
iscrizioni tessaliche, v. Athen. Mitth. 1882 p. 67 (iscr. di Larisa) ; ib. 1883 
p. 103 (Phalanna), p. 124 n. 54 (Larisa). 

(3) 'Eiprjfiegis uQx^ioXoyix^ 1885, p. 198, n. 101. Kirchhoff Alphabet*, 
p. 161. 

{*) V. Röhl Inscr. antiquissimae n. 79. 80. 88. 85-88. 

12 



170 



BRONZI DI EPIDAURO 



La terza figurina (i), un Satiro ignudo e barbato, ci conduce 
in un altro periodo dell'arte. Sta in piedi con gamba destra posta 
in dietro, col braccio sin. appoggiato al fianco. II braccio d. e alzato, 
come per esprimere Testrema meraviglia. Non e chiara, dal tronco 
del braccio, la movenza della mano destra, dalla quäle pui-e dipende 
il giudizio suU'espressione dell'intera figiira. Lo Heibig dubita, se il 
Satiro si prepari a ballare ovvero versi da un supposto vasetto il 
liquore nella bocca d' una pantera, che sarebbe stata aggiunta suUa 
base ora mancante. 





Altre probabilitä ed altre supposizioni ancora potrebbero farsi. 
L'affinitä generale col celebre Satiro di Mirone e il solo piinto si- 
curo. Ma questo tipo nei tempi posteriori ha servito per esprimere 
azioni assai differenti. E giusta l'osservaziono del Furtwaengler (-) 
che tanto l'Atteone del Museo Britannico (^), quanto la statuetta 
berlinese d'un Satiro che si difende contro un qualsiasi nemico sono 

(1) Altezza 0,115. V. Atti dei Lincei 1888, p. 166. 

(2) Der Satyr aus Pergamon p. 8 s. 

(3) Anc. Marbl. II 45. Friederichs-Wolters n. 457. 



BRONZI DI EPIDAÜRO 171 

deriyati dallo stesso tipo. Ad essi possiamo aggiungere una serie 
di pitture vascolari, rappresentanti il litorno di Proserpina o, se- 
condo una spiegazione recente, l'origine d'una fönte (*). Tutti questi 
raoniimenti esprimono lo stupore e lo spavento prodotti da un' appa- 
rizione improvvisa. Non ballano (2) i Satiii, ed il movimento natu- 
rale solo domina nelle loro membra. Airincontro la mossa del Satiro 
di Epidauro e molto piü tranquilla : facendo un piccolo passo indietro, 
egli sembra piü attento che attonito. E daU'attenzione mi pare che 
sia prodotta anche l'azione del braccio destro : per osseryare atten- 
tamente egli alza la mano sopra le ciglia riparando gli occhi dall' In- 
fluenza immediata della luce — unoüxoTisvfi. Quanto a ciö che at- 
tira la sua attenzione sarebbe inutile perdersi in futili congetture. II 
lavoro della figura non e molto grazioso; perö possiamo assegnarla 
ancora all'epoca ellenistica. 

Evvi finalmente fra i bronzi del conte Tyskiewicz, un fram- 
mento d'una corazza, la parte inferiore cioe della metä destra d' una 
pettabotta. SuU'orlo ripiegato al disotto e incisa l'iscrizione seguente 



'^ b 



\ 



^^ ^^K^An^ 



vale a dire 6 Seiva ävs'JO^rjxs Ji Kqoviwvi . . . Era poetica senza 
dubbio, e stando all'interpunzione dopo ^exs, questa era la fine 
d' im esaraetro e Jl Kqoviwn il principio del pentametro o d'un 
secondo esametro: 

— uy — uu — wo — uo ^ — dvsO-rjxe 

Jl Kqovicovi o oü — [jSexärrjvJ^ 

La scrittm-a, priva di carattere locale, e del principio del se- 
colo quinto ; era un voto come p. e. l'elmo di Gerone {^). 
Berlino. 

CORRADO WeRNICKE. 

(1) V. Annali dell'Ist. 1884, tav. d'agg. M. N. p. 205 ss. (Froehner). Robert, 
Archaeol. Maerchen p. 179 ss. tav. II-V. 

(2) Neanche al suono del flauto, come vuole il Petersen, Arch. Zeit. 1880, 
p. 25, il flauto essendo giä gettato al suolo ; poi non si balla cosi barcollando 
indietro. 

(3; Roehl, 1. c, n. 510. 



MISCELLANEA EPIGRAPICA * 



I. 



La tessera gladiatoria pubblicata dal nostro Gatti iiel Bul- 
lettino comunale del 1887 p. 188 : 

MODERATVS 

LVCCEI 
SPIIINON-OCT 
LMINIC-L-PLOTIO 

recentemente e entrata nel museo Britannico, e la comunicazione 
gentilissima che me ne fece il sig. Miirray mi fu occasione di 
studiarla di nuovo. Ricorderö con brevi parole ciö che fu giä 
esposto ottimamente dal Gatti, non per contradirlo, ma per ag- 
giungervi un supplemento. 

Egli la giudica deH'anno 88. Gli ordinari di questo anno 
furono l'imperatore Domiziano per la quartadecima volta ed un 
Minucio Rufo. II prenome di questo e contrastato ; Lucio lo chiama 
Censorino ; la pietra urbana C. VI, 541 e di lezione dubbia (L • C 
Marini, Q_Hübner); il frammento Arvalico C. VI, 2065, ii 65 
del 15 Apr. 88, disgraziatamente perduto, nominando i consoli del 
primo quadrimestre di questo anno probabilmente lo nominö pure 
ed in primo luogo, e l'avanzo che fu copiato cosi: LV| avrä dato 
come pare piuttosto L • m|. II secondo console, se pure questa tessera 
appartiene all' anno indicato, viene nominato nel medesimo fram- 
mento Arvalico sotto il 15 Aprile; il prenome che vi manca per 
essere rotta la tavola, ora viene supplito dalla tessera nostra. 

Tutto questo fu esposto dal Gatti assai bene, ed io non m'op- 
pongo. Resta perö una difficoltä abbastanza seria. 

La tessera poteva nominare o i consoli del primo gennaio o 
quelli in esercizio; in questa epoca di transizione e l'uno e l'altro puö 



MISCELLANEA EPIGRAFICA 173 

ammettersi con nguale probabilitä. Ma la seconda eveutualitä rimane 
esclusa per la data del 5 Ottobre, essendo certissimo che Plotio 
Gripo era in carica il 15 Aprile 88, ne potendosi ammettere, in 
questa epoca dei nundini consolari quadrimestri {Staatsrecht 2^ 
p. 85), che gli istessi consoli siano stati in carica al 15 Aprile ed al 
5 Ottobre. Ordinario di questo anno e bensi Minicio, ma non Plotio. 
Dunque di due cose l'una : o si tratta di consoli suffetti scono- 
sciuti affatto, e la tessera non appartiene all'anno 88 ; o, se vi ap- 
partiene, e scritta dopo la catastrofe di Domiziano e dovendosi 
sopprimerne il nome, ciö si fece in guisa che se gli sostitui il 
successore nei fasci, quasi come ordinario. Similmente nel celebre 
bronzo sardo C. I. L. X, 7852 al 15 Marzo si appose la data ne 
secondo i consoli in carica a quel giorno, ne secondo il corfsole 
del 1 Gennaio, l'imperatore Galba, ma invece di lui si nominö il 
prossimo successore imp. Othone Caesare Aug. III. 

Se questa spiegazione e la vera, come lo credo, ne ricaveremo, 
che le tessere gladiatorie potevano incidersi parecchi anni dopo la 
data che portano; che alcune nominano giomi interregnali colla data 
del console entrante dopo l'interreguo, Tho giä osservato altrove {Her- 
mes 21, 275) 

IL 

ün vasetto di terra cotta rossa, di provenienza incerta, acqui- 
stato anni sono dal museo Britann ico da un certo Doubleday nego- 
ziante di anticaglie londinese, ma esposto soltanto recentemente, porta 
sulla pancia la seguenie iscrizione tracciata con punta acuta prima 
della cottura : 



v:^- 




fTMfJv\C)\\^E 



174 MISCELLANEA EPIGRAFICA 

li'autenticitä della iscrizione e indubitabile. Le lettere sono le 
sollte deU'impero, inclinanti ad angolo acuto perche l'argilla meglio 
vi si presta. 

L'interpretazione in gran parte e arbitraria, tanto piü che 
l'ultima riga mostra ad evidenza, che vi e corso anche errore ; 
Chi vi omise l'A avanti il numero o lo cambiö in X e scrisse 
QVIXIT in luogo di QVI VIXIT, ha probabilmente pure storpiato 
la terza riga. Tuttavia m'azzardo di proporre la lezione seguente: 
I){is) m{anibus) et memoriae piae d\_e]d{icata) Ulp{i) Balbi[ß\i 
Sditis (?) s{u2')ra) s{cripti) — ossia 8{criptae) — conl{iberti) vic- 
tim{a) ord{inaria) — ossia vicim{is) ord{i?iariis) — rä{e) expia- 
t{is). Q\ui^ vixit [«.] XXXX Villi. Pare che lo scrittore si rife- 
risca ad altra urna giä coUocata prossima a questa. Vexpiatio sarä 
ciö che Cicerone {de leg. 2, 22, 57) chiama iusta facta et porcus 
eaesus. Non conosco monumenti simili. 

Th. Mommsen. 



IL CESTO DEl PüGILI ANTICHI. 



Non sono rari i monumenti antichi riferibili al pugilato, sia 
che rappresentino la lotta stessa, sia singoli atleti prima o dopo 
il combattimento. Ma la maggior parte di questi monumenti — 
vasi dipinti, specchi, lucerne di terracotta — sebbene ci danno 
un'idea abbastanza chiara del modo di combattere, non perö fanno 
conoscere un particolare interessante, l'armatura delle braccia col 
cesto, essende o di dimensioni troppo piccole, o di esecuzione tra- 
scurata. Ne piü ci giovano per questi particolari i rilievi dei sar- 
cofagi, sui quali sono raffigurati dei pugili, talvolta sotto la forma di 
eroti. Le statue poi che rappresentano, o si credono rappresentare 
atleti di tal genere, per la maggior parte mancano di autenticitä, 
essende in quasi tutti le braccia con il cesto di ristauro moderne ('). 
Fra le opere conservateci nell'origiDale aveva il primo posto il 
celebre rilievo Lateranense (Benndorf e Schoene p. 8 n. 13), chia- 



(*) Cosi sono interamente moderne le braccia di due statue del Louvre 
(Clarac tav. 270 n. 2187 ; tav. 327 n. 2042), di due conservate a Londra, 
Lansdowne House (l'una Michaelis ancient marbles in Great Britain 438, 3 = 
Clarac tav. 851 n. 2180 A; l'altra ivi 446, 37 = Clarac tav. 856 n. 2180 ; Cava- 
ceppi raccolta 1,21) ed una di Dresda (Augusteum 190 = Clarac tav. 858 
n. 2181) ; e lo erano pure quelle di una statua in basalto nero, conservata giä 
alla villa Negroni (Guattani mon. ant. 1788 tav. I), passata poi nella colle- 
zione del conte Fries a Vienna (Clarac tav. 856 n. 2182), la quäle ignoro 
ove attualmente esista. I cesti sono conservati soltanto in parte (v. p. 180) nella 
statua giä nel palazzo Gentili, ora del Drago (Clarac tav. 858 D n. 2187 ; 
Matz e Duhn antike Bildwerke in Rom n. 1097). Questi ristauri moderni 
(cf. anche Clarac 11. cc.) sono ritenuti come autentici anche in opere recenti. 
Pare servisse di modello a quasi tutti la incisione del rilievo Lateranense data 
dal Du Choul, De' bagni ed esercitii dei antichi (Lione 1559) p. 34 (ripetula 
dal Fabretti col. Trai. p. 260 e dal Montfaucon nnt. expl. toni. III, 2 p. 169). 



176 IL CESTO DEI PUGILI ANTICHI 

mato giä « Darete ed Eatello » . Oltracciö alcuni disegni secondo 
original! ora parduti si trovano nell'opera di ßaffaele Fabretti 
de columna Traiana (Roma 1683, j). 261); ma qiieste iucisioni in 
legno, le quali, nonostante la rozzezza dell'esecuzione, sono le piü 
istruttive (i), pare che siano sfuggite all'attenzione di quasi tutti 
gli scrittori moderni che hanno trattato della ginnastica degli 
antichi. 

Ora, essende in questi ultimi anni venuti alla luce due mo- 
numenti relativi, che per importanza superano di gran lunga tutti 
i finora conosciuti, non credo inutile offrirne agli studiosi disegni 
esatti, poiche da essi possiamo farci un' idea piü chiara degli stru- 
menti destinati a quella lotta sanguinosa, la quäle, comune in Gre- 
cia giä fin dall'epoca eroica, e in progresso di tempo resa viep- 
piü terribile, fece le delizie della plebaglia Romana ai tempi di 
Orazio. 

II primo dei due monumenti e la statua di atleta trovata 
nelle fondamenta del nuovo teatro drammatico Nazionale, ed ora 
conservata nelle terme Diocleziane. Siccome la pubblicazione di 
questa statua {Antike Denkmaeler I tav. 4) non e destinata a dar 
un' idea anche di tali particolari, cosi il sig. dott. Winter gentil- 

(1) Sono questi : a) una figura di pugile, con la sinistra alzata, nella 
destra un gran ramo di palma: sub flore capituli compositi, ut vocant, in- 
gentis magnitudinis, in hortis pontißcis Quirinalibus ; b) due braccia : ex 
hortis Estensihus Tiburtinis et signo marmoreo Pollucis ; c) mano sinistra 
con cesto : ex museo Puteano fragmentum ; d) braccio destro : ex eodemmet 
museo, olim a Claudio Menetreio Sequano-Burgundo habitum ; e) mano 
destra: ex eodem museo a Francisco Soncino lapicida habitum. Osservö 
bene il Tabretti che i cesti descritti o disegnati da Aldo Manuzio giuniore 
{de quaesitis per epistolam VIII) e da Girolamo Mercuriale {de arte gymnastica 
1. II cap. 9) secondo comunicazioni di Pirro Ligorio, sono semplice fantasie 
del famoso impostore. Non posso indicare finora, se nei volumi Napoletani o 
Torinesi si trovino disegni corrispondenti a quelle di Mercuriale : invece nel 
libro 39 del manoscritto di Napoli ho trovato una curiosa relazione sopra la 
scoperta di un cimetero cristiano presso il * tempio del Dio Eediculo ', che 
spero di pubblicare altrove, ove in un sepolcro dice essere ritrovati parecchi 
arnesi atletici, che pare gli abbiano dato occasione ad ideare queH'armatura. 
Dal resto, il Fabretti egli stesso sbagliö, credendo di vedere i cesti anche nel 
rilievo del gladiatore M. Antonius Exochus (C. I. L. VI, 10194) malamente 
interpretando le linee 7. 8: tir{ö) cum Araxe caest{ario) miss{us), invece di 
tir{o) cum Araxe Cae{saris) st{ans) missus. 



IL CESTO DEl PUGILI ANTICHI 



177 



mente si h incaricato di disegnare esattaraente da ambedue le parti 
la mano destra col cesto. 

La parte principale della terribile armatura consiste in tre 
sti'isce poste l'ima dietro l'altra, in modo da avvolgere le prime fa- 
langi delle dita. 11 materiale h certamente cuoio , la grossezza 
di Cent. 1 '/g in circa ed altrettanto la larghezza. Sono legate in- 
sieme cou quattro grappe dopple di metallo, due nelle estremitä 
della mano e due nell'intermezzo. Queste grappe, oltre a stringere 





insieme i tre cuoi, aecrescevano di molto l'effetto dell'armatura 
portando suUa parte di fuori due o tre borchie, pure di metallo. 
Le tre strisce, conforme al loro scopo di arma oifensiva, erano 
di cuoio piuttosto duro; la loro parte inferiore riposa sopra una 
specie di cuscino di stoffa piü molle, frapposto fra esse ed il guanto, 
parte seconda dell'armatura. Di siffatto guanto i monumenti finora 
conosciuti non davano un' idea ben sicura : di modo che anche i 
dotti editori della statua di cui discorriamo pare non si siano 



178 IL CESTO DEI PUGILI ANTICHI 

accorti della sua esistenza {^). II guanto, di cuoio sottile e ade- 
rente strettamente alla pelle, copre l'avambraccio dal gomito in 
giü, lasciando perö libere le estremitä delle dita : il verismo nel 
rappresentare i dettagli e spinto dall'artista a tal grado che si 
distinguono, sulle parti meglio conservate, con tutta chiarezza i 
punti indicanti le cuciture del cuoio, e ciö neH'interno della mano, 
che difficilmente poteva essere veduto da chi osservava la statua. 
Nella parte interna dell'avambraccio il guanto pare sia fermato in 
due punti, non si puö sapere se per mezzo di lacci o bottoni, rima- 
nendo coperti questi punti dalle correggiuole. Sulla parte esteriore 
del braccio si vede un incavo stretto, lungo c. 3, segno di un difetto di 
fusione poi riparato, ed un altro simile piü sopra presso al gomito {^). 

1 • • 

(1) Heibig 1. c. : « Die in stärkster Schwellung aus den Gesten hervor- 
quellenden Handrücken ", mentre invece il dorso della mano rimane affatto 
coperto dal guanto. 

(2) L'osservazione del eh. Studniczka, che gli incavi visibili sulla super- 
ficie del bronzo significhino fenditure della pelle per colpi di pugno ricevuti, 
h giustissima per quanto si riferisce agli incavi esistenti suirorecchio destro, 
e forse anche sotto gli occhi, sulle guance. Tali incavi, con quel verismo 
che distingue tutta la statua, sono caratterizzati come lesioni della pelle : 
essi, larghi nel mezzo, finiscoho a punta, e la pelle scalfita si ripiega insu: 
sull'orecchio sono finanche indicate le gocce di sangue stillanti dalla ferita. 
Non h cosi per gli incavi visibili sul braccio e sulla spalla : essi sono come 
tagliati dalla superficie del bronzo, senza i margini ripiegati, e finiscono in 
linee dritte o leggermente curve ; forma che non potrebbe mai assumere 
una ferita cagionata da un colpo di cesto. Oltracciö, esaminando la statua 
attentamente con un distinto artista, il sig. A. Sommer, la cui perizia per 
la scultura in bronzo e incontestabile, ci accorgevamo, che simili rattoppa- 
menti, nei quali perö rimangono ancora le riempiture, si trovano in parecchie 
parti della statua, p. es. sul collo, sulla gamba sinistra, sul ginocchio destro. 
Tutti sono fatti in maniera simile e ben si distinguono dai restauri modemi ; 
essendo perö la superficie del bronzo cesellata e ripulita con somraa cura, cosi nh 
la pubblicazione, ne una riproduzione in gesso possono farceli vedere. Quindi non 
posso credere che tali incavi, riempiti con qualche materia di colore rosso, abbiano 
servito per accrescere il naturalismo neH'effigiare la pelle lacerata dai colpi, come 
credette il eh. Heibig. Anehe per la formazione della bocca non potemmo ac- 
cordarci interamente eol eh. editore. Se fosse vero, come sostiene'egli, che al- 
l'atleta mancassero i denti superiori infrantigli in una lotta precedente, il lab- 
bro superiore con i baffi caderebbe indietro in ben altra maniera. La diflferenza 
nella posizione del labbro superiore e quello inferiore ö incontestabile : ma la 
ragione h questa, che l'atleta spinge avanti il mento, segno di ferocitä vera- 
mente selvaggia, e che contribuisce molto ad accrescerne l'espressione brutale. 



JL CESTO DEI PUGILI ANTICHI 179 

Nella parte superiore, il guanto finisce con un intiluppo di 
pelle villosa, stretto da due cordoni piuttosto sottili, il quäle copre 
pure il principio di quell' allacciamento di correggiuole (larghi 
cm. 0,5 incirca), che stringe il guanto al braccio. Le correggiuole 
sono due : esse si avvolgono due Yolte aH'avauibraccio, circondano 
la parte media della mano, e ridiscendono al punto di partenza. 
Sul polso, luogo piü esposto ai colpi deH'avversario, si intrecciano 





con altre correggiuole, destinate a fermare le suddette striscie di 
cuoio e che si rannodano neirinterno della mano. I disegni esatti 
del sig. Winter per altro mi dispensano dal darne una descrizione 
piü dettagliata. 

L' altro braccio disegnato qui sopra appartiene alla statua mar- 
morea di pugile vincitore scoperta nel 1888 a Sorrento, memo- 
rabile per l'iscrizione dell'artefice ^A(fQodtGitvc Kif^ßka\yoc ti^yü- 



180 IL CESTO DEl PUGILI ANTICHU 

dato ('). I disegni della mano destra, l'unica rimasta — essendo 
mancante tutto l'avambraccio sinistro — sono dovuti alla cortesia 
del sig. dott. Winnefeld. L'esecuzione e buona, sebbene non arriva 
alla scrupolosa ' esattezza della prima : inoltre il modo corae e rap- 
presentata la mano, cioe con le dita ripiegate insieme, non fa 
vedere i singoli particolari con la stessa chiarezza. Perö anche 
qui si scorgono abbastanza chiaramente le tre parti deH'armatiira : 
in primo luogo le tre strisce di cuoio duro, messe insieme con 
spranghe e riposanti sopra un cuscino molto piü spiccante di quello 
della statua romana. SuUe spranghe non v'e traccia di borchie me- 
talliche; e l'inviluppo della mano e del braccio non assiime le forme 
precise di un guanto : pare invece che si limiti ad una serie di 
strisce larghe incirca m. 0,02, sovrapposte l'una all'altra. Certa- 
mente le dita non portano rivestim^nto di sorta, essendo le unghie 
indicate abbastanza chiaramente sul pollice, mentre suUe altre dita 
piü corrose dal tempo non se ne scorge traccia. L'inviluppo piü 
semplice si puö paragonare con quello visibile p. es. in un sarco- 
fago del Louvre (Clarac tav. 200 n. 221) e col capitello di colonna 
pubblicato dal Fabretti : in questi Ultimi sembra che un pezzo 
di pelle copra l'avambraccio dal gomito sino al polso, e vi sia 
stretto con corregge abbastanza larghe. Sopra, presso il gomito, 
anche in questa statua si vede un inviluppo di pelle villosa, la quäle 
sembra non circondi interamente il braccio. Un simile sistema si 
vede adoperato sulla statua Del Drago, ove il pezzo di pelle, largo 
m. 0,08, copre soltanto il lato esteriore del braccio, mentre dal- 
l'altro e fermato per mezzo di tre correggiuole. Per stringere 
vieppiü l'armatura dell'avambraccio e legare insieme le tre strisce, 
serve nella statua sorrentina pm'e un allacciamento di correggiuole 
piü sottili : ma sono in numero di tre (conformi al frammento pubbli- 
cato dal Fabretti p. 261 ex museo Puteano e della statua Del 
Drago), ne si puö, a cagione della minore esattezza del lavoro, se- 
guime l'intreccio con la stessa chiarezza come sulla statua romana. 
Quanto alla cronologia dei monumenti di cui abbiamo parlato, 
l'atleta di bronzo del Quirinale viene ritenuto dal eh. Heibig opera 



(1) Si vedano intorno a questa statua le dissertazioni del senatore Bar- 
racco, Not. degli scavi 1888 p. 289 e del prof. Sogliano, Atti deiraccademia 
dl Napoli 1889 p. 35-43. 



IL CESTO DEl PÜGILI ANTICHI 181 

originale piuttosto dell'epoca ellenistica che dell'etä romana ; la 
statua di Sorrento, secondo il eh. Sogliano, e da attribuirsi al primo 
secolo depo Cristo, ma forse imitata da un originale piü antico ; 
di epoca molto piü bassa sarä il rilievo del sarcofago nel Louvre, 
come pure la scoltura del capitello conservato giä negli orti pon- 
tifici quirinali. Supponendo che quest'ultimo sia stato ritrovato non 
lontano dal luogo, ove si conserrava nel seicento, con molta proba- 
bilitä avrä appartenuto alla decorazione architettonica delle terme 
di Costantino. 

Ch. Hüi.skn. 



NOTE DI EPIGRAFIA 



(Iscr. di Roma, Sepino, Sardegna) 

I. In UDO dei priini fascicoli del BuUettino della Commissione 
archeologica comunale (Die. 1872-Febbr. 1873 p. 71) e stata pub- 
blicata dal eh. Lanciani, seeondo l'apografo di persona poeo perita 
di epigrafia, la seguente iscrizioncella, trovata il 9 ottobre 1872 
nelle fondazioni di una nuova casa spettante al prineipe Barberini, 
sull'angolo della via di s. Niccolö di Tolentino : 

SEXCOCCEIO 

VERIANO XVR 

PROC PA 

Questa iscrizione, a primo aspetto priva di ogni importauza 
e, qiianto alla seconda metä, anche di significato, riceve luce da 
una lapide rinvenuta nella lontana Africa. Esiste ivi in una casa 
del villaggio di Telmin, in Tunisia^ una lapide, vista da diversi 
viaggiatori ed ultimamente dal Wilmanns (Corp. Inscr. Lat. VIII, 
84) coH'iscrizione : 

SEX COCCEIO VIPIANO 
PROCOS PROVINCIAE AF 
PATRONO MDD PP 

E chiaro che qui si tratta dello stesso personaggio, e che nell'i- 
scrizione romana i caratteri PROC PA debbono spiegarsi procon- 
suli provinciae Äfricae. Quanto alle lettere XVR mi e agevole 
credere che in questo luogo la copia non fosse esatta o piuttosto 



NOTE DI EPIGRAFIA 183 

non completa, e che vi fosse una abbreviazione del titolo sacerdo- 
tale XV VIR SACRIS FACIVNDIS. Sarebbe da desiderare che si 
ritrovasse 1' originale deH'iscrizione passata, qiianto abbiamo potuto 
sapere, in proprietä private, per poter verificare la lezione dell'in- 
tera seconda riga, tanto di quelle lettere XVR, quanto del cognorae 
del proconsole Cocceio, il quäle, secondo l'iscrizione africana non 
fu Verlano ma Vibiam. 

IL Nel 1884 venne alla luce a Sepino fra i ruderi di un grande 
edifizio pubblico il seguente frammento d' iscrizione, pubblicato 
nelle Notizie degli scavi di quell'anno p. 243: 

IVI NERVA 
D AVG • PONTI 



T-XIIII*COS 
RCELLVS COS 

Appartiene ad un monumento posto a qualche imperatore della di- 
scendenza di Nerva da un console Marcello (v. 4), il quäle certa- 
mente non fu diverso da L. Neratio Marcello, fratello del giurecon- 
sulto L. Nerazio Prisco, governatore della Britannia sotto Traiano 
e console due volte (la seconda volta nell'a. 129), nativo di Sepino, 
dove esiste una iscrizione posta a lui per ordine supremo della 
moglie, Corp. Inscr. Lat. IX, 2456 (ved. anche Borghesi, Annali 
1852 pag. 20 = opere t. 5 p. 359). L'iraperatore, al quäle il mo- 
numento era dedicato, non e Traiano (nella seconda riga non sono 
i titoli di Germanico, Dacico ecc), ma Adriano, rivestito allora 
della tribunicia potestas per la decimaquarta volta ; appartiene 
dunque l'iscrizione all'a. 130. 

III. Nelle vicinanze di Cagliari, nel villaggio di Elmas, il 
eh. Nissardi osservö nel 1878 une iscrizione, della quäle pote de- 
eifrare queste parole (Notizie degli scavi 1878 pag. 273): 

HERENNIAE 
M-F-HIMOIN 
MM . . . \ \ . . 
CLAVDIPROCVL 

O KARALITA 

NORVM 



184 NOTE DI EPIGRAFIA 

Tre anni piü tardi, il nostro Giovanni Schmidt, andato snl 
luogo, sottomise l'iscrizione ad un nuovo esarae, nel quäle riusci 
di riconoscere nella seconda riga il nome di Ilelvidia ; nella quarta 
invece di Procul., lesse proeur. Nel 1886 gli scavi di Tivoli ci 
hanno fatto conoscere il nome completo delle persone ricordate nel- 
riscrizione sarda, inoltre il loro alto grado, cioe appartenenti a fa- 
miglia consolare. Venne a luee in questi scavi un piedistallo posto 
Heremiiae M. f. Helvidiae Aemüianae, L. Claudi Proculi Cor- 
neliani cos. (cioe uxori) (Gatti, Notizie degli scavi 1886 p. 276 ; 
C. I. L. XIV, 4239). Non dubito che, applicando all'iscrizione di 
Elmas nuovi studj, si riuscirä di costatare che vi furono gli stessi 
nomi di Herennia M. f. Elvidia Emiliana e del console L. Claudio 
Proculo (^). 

H. Dessau. 

{sarä continwato) 



{}) JE dunque erroneo quel che dissi in una nota aH'iscrizione tiburtina 
C. I. L. XIV^, 4239 : ' Tarn Herennia Helvidia Aemiliana quam L. Claudius 
ProciUus Cornelianus ex hoc primum titulo innotescunt \ 



SITZUNGSPROTOCOLLE 



29, März. Mau : eine römische Poi-trätbüste in Besitz des 
Hrn. Prof. J. Kopf. — Hülsen : zur Topographie der Kaiserpa- 
läste auf dem Palatin. 

Mau : La testa di raarmo posseduta dal prof. Kopf, di buonissimo la- 
voro e perfetta conservazione, non puo, come crede il proprietario, rappre- 
sentare M. Bruto, l'uccisore di Cesare, mancandole i Iratti caratteristici, ed 
in ispecie la forma quadrata del cranio, che si rilevano dalle sue monete. 
Trattasi perö di persona conosciuta : lo provano due repliche, l'una trovata 
nei Prati di Castello (C. L. Visconti Bull. comm. 18S5 p. 25. 355 n. 21), ed 
ora esposta nella sala ottagona del palazzo dei Conservatori (questa di lavoro 
molto inferiore), l'altra trovasi nel museo Torlonia, la cui esistenza fu indi- 
cata al rif. dal prof. Haie. 

Hülsen : Nel 1883 il eh. Lanciani pubblicando alcuni disegni inediti 
deH'architetto Gio. Ant. Dosio (Firenze, Uffizi 2039) che rappresentano cor- 
nicioni di finissimo lavoro, ritrovati sul monte Palatino, sospettö che essi 
stessero in relazione col sacrario Palatino di Vesta, dedicato secondo i calen- 
dari il giorno 28 Aprile 742 : e dello stesso tempietto rotondo egli credette 
ritrovare la pianta nel noto codice Orsiniano-Vaticano 3439. Perö i disegni 
del Dosio (dei quali il rif. propose copie in grandezza originale) mostrano nello 
stile grandissima somiglianza con la decorazione della cosi detta Domus Flavia : 
e le dimensioni, che si rilevano dalle numerose misure segnate sull'originale, 
sono tali, che queste cornici, invece di un porticQ circondante un tempietto, 
potevano bene decorare una delle sale maggiori del palazzo. Con ciö sta d'ac- 
cordo quel poco che sappiamo dell'andamento degli scavi Palatini del Cinque- 
cento. La pianta inserita nel libro del Panvinio de ludis circensibus segna il 
templum Apollinis Palatini , di forma rotonda ed avente attiguo verso oc- 
cidente un « atrio » pure di forma rotonda." Che aH'icnografia di quest'ul- 
timo abbiano servito come modello le due nicchie dei'ninfei attigui alla cosi 
detta Jovis Coenatio, diventa chiaro dal confronto delle piante. Quindi gli 
scavi del Cinquecento si sono spinti da questa sala piü verso Oriente, e pro- 
babilraente in questo stesso posto, nel peristilio del palazzo, forono trovate le 



186 SITZUNGSPROTOCOLLE 

cornici disegnate dal Dosio. Quanto alla pianta del codice Vaticano 3439, essa 
appartiene alla serie dei terapj rotondi, piena di fantasie Ligoriane, della quäle 
e raeglio astenersi parlare, se non vengono in aiuto altri documenti. Dai di- 
segni architettonici del Cinquecento non possiamo dunque ricavare alcuna cer- 
tezza sopra il sito del tempietto di Vesta Palatina. 

Coloro poi volessero ritornare aH'opinione del Tlion e del Canina, che cioe 
il tempio fosse situato sotto la villa Mills, dietro la cosi detta loggia imperiale 
del Circo Massimo, ne sono impediti da un documento, il cui valore topografico 
finora non si pote giustamente apprezzare. II frammento della F. U. R. 163 
Jord. (conservato soltanto in un disegno Vaticano) e luesso dallo Jordan fra 
le fragmenta operum puhlicorum incerta rappresenta quella parte della 
cosidetta casa di Augusto, che confina con le due sale absidate comunemente 
chiamate Accademie. A questo frammento si aggiunge un altro conservato 
nell'originale (144 J.), che rappresenta la parte Orientale delPistesso peristilio. 
La figura aggiunta che niette i due frammenti riuniti in confronto con la bella 
pianta che il sig. Deglane um al suo lavoro sul. Palatino {Gazette archeo- 
logique 1888 tav. 36) mi dispensa di esporne a lungo : osservo soltanto : 1) che 
la composizione dei due frammenti giustifica l'opinione dello Jordan circa il 
modulo adoperato dal disegnatore del Vat. 3439 ; e 2) che il confronto delle 
misure della forma Urbis con quelle delle rovine esistenti anche qui ben si 
adatta alla supposizione, che la forma fosse eseguita nella relazione di 1 : 250 
del vero. 

4. April. Barnabei : Grabfund von Gabii (s. Notüie degli 
scavi 1889. S. 83). — Petersen über einen Kopf in Villa Medici 
das Original des vatikanischen Meleagros. — Ehrhard über die 
christliche Epigraphik von Constantinopel. 

Ehrhard : La epigrafia cristiana di Costantinopoli non comiucia prima 
del trasferimento della residenza imperiale a Bisanzio : le poche iscrizioni 
che potrebbero attribuirsi al secolo terzo (C. /. Gr. 9445, 9446. Dethier u, 
Mordtmann Epigraphik von Byzanz n. 34. 56, J^exiforoi sniyQucpcd Bv^ayrlov 
tav. 1 n. 2 nel IvXXoyog eX'krjv. q)ikoX. iv KwanöXei. Huquqx. t Tofi. ig 1885) 
sono di epoca posteriore, o non provengono da Costantinopoli : Tultima delle 
sopra citate che nomina un coUegio nov veojv si riconosce dal confronto con 
altre iscrizioni simili (C. /. Gr. 4945, 4946 ; Conze Reise auf Leshos p. 32 ecc.) 
come affatto priva di carattere cristiano. — Poche sono pure le epigrafi del- 
l'etä Costantiniana conservateci nell'originale, mentre di un maggior numero 
abbiamo copie piii o meno esatte negli storici (Eusebio, Giorgio Codino, Ce- 
dreno, Zonara). All' incontro le enitvfjßia di Costantino e di altri imperatori 
bizantini nelle antologie poetiche (Cramer Anecd. Paris. 4, 309 sgg. ; Ch. Graux 
catal. des manuscr. de Copenhague p. 77 non sono proprio iscrizioni). — 
Assai notevole per l'epigrafia di Costantinopoli h il regno di Giustiniano primo : 
titoli di monumenti pubblici ed iscrizioni onorarie ai reggenti sono in gran 
numero inserite nell'Antologia Palatina, alla quäle somministrano un sup- 



SITZÜNOSPROTOCOLLE 



187 




^44- 



Frammcnti della Forma C'i'bis Romae. 




Parte degli tdifizi Palatini secondo Degluiie. 



188 SITZUNGSPROTOCOLLE 

plemento altre antologie (p. es. quelle pubblicate dal Gramer, 1, c, e dal Bois- 
sonnade Anecdota Gracca I-IV) ; ed a queste si possono aggiungere altre ine- 
dite, come quella di Firenze menzionata dallo Schneidewin {progymnastica in 
antholog. Graecam, Götting. 1855 e dal Dilthey, c?e epigr. graecorum syllogis 
quibicsdam minoribus Götting. 1887), come pure quelle dei codici Ottobon. 
Gr. 309 ; Vallicell. E. 26 ; Pakt. Gr. 141 ; Bibl Nationale Paris suppl. 
Grec. 392. Di un centinaio d'iscrizioni sopra pitture, immagini e musaici di 
chiese di Costantinopoli sono consei-vate le copie dagli scrittori, essendo stati 
distrutti gli originali al tempo degli iconoclasti. Fra essi, Tepigramma sulla 
chiesa di S. Polieuto a torto viene considerato dal Banduri, dal Bayet, dal 
De Eossi come una semplice descrizione, poiche un lemma del codice Pa- 
latino indica esattamente il luogo dove si trovavano i singoli versi. Quanto 
alle iscrizioni sepolcrali di quest'epoca, sono scarse anch'esse. Una fu pub- 
blicata nel G. I. Gr. n. 9447, un'altra, conservata nel museo di S. Irene, nella 
Revue archeologique 1868 p. 261 ; una terza inedita mi fu communicata 
daH'illustre De Eossi. A questi si possono aggiungere quelle poche pubblicate 
nel ^vXXoyog 1. c. n. 8555 t. 2 p. 83 e nella Revue archöologique 1886, 11 
p. 85). — Nel terzo periodo dell'epigrafia di Costantinopoli, che si puö chia- 
mare propriamente bizantina (sec. 7-15), lo sviluppo delFepigrafia fu impedito 
tanto dalle lotte degli iconoclasti, quanto dalle guerre dei crociati, i quali o 
distrussero o portarono via molti monumenti cristiani, dispersi poi in tutta 
TEuropa occidentale. Tra le iscrizioni conservate primeggiano quelle delle 
fortificazioni : di esse possiamo sperare una nuova pubblicazione. Per le 
perdute, un materiale assai ricco ci viene fornito delle opere di Teodoro 
Studita, l'Alcuino dell'Oriente, di Giorgio Pisida, Michele Psello, Cristoforo 
Patrizio ed altri anteriori al secolo decimoterzo. Dopo il sacco di Costanti- 
nopoli nel 1204 non era piü possibile una nuova efflorescenza deirepigrafia, e 
quindi non e da meravigliarsi che le poesie di Massimo Planude mostrino 
la totale decadenza dell'epigrafia metrica : e presentano lo stesso carattere 
forse le ultime iscrizioni metriche anteriori alla caduta di Costantinopoli, cioe 
le due eniTvfißoa pubblicate dal Sakkelion nell' 'EiptjfJSQig aQ/aioi.oyiy.i] 1886 
p. 236 e dal Papadopoulos Kerameus nel IvkXoyog Ilagagr. x Tofi. IE' 1888 
p. 103. 

12. April. Festsitzung zum Gedächtniss der Gründung Borns: 
Gamürrini über die italische Ehe (vgl. S. 8Ö). — Mau: Por- 
traits des M. Marcellus. 




HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES. 
(Taf. VIII. IX) 



Von einem in vielen Wiederholungen verbreiteten, mit einem 
Pappelkranze geschmückten Jünglingskopf, in welchem Visconti 
{Museo Pio-CL VJ, S. 93) auf Grund eben dieses Kranzes einen 
jugendlichen Herakles erkannte, hat Wolters im Jahrbuch des 
Archäologischen Instituts I, Tf. V, Nr. 2 das besterhaltene Exem- 
plar veröffentlicht; dasselbe stammt aus Genzano und befindet sich 
im British Museum. Wolters glaubte (a. a. 0. S. 55) in diesem 
Heraklestypus ein Werk Praxitelischer Kunst zu erkennen, und 
man wird gewiss zugeben müssen, dass damit Zeit und Stil, so 

13 



190 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

weit dies gegenüber einer späten und trotz ihrer äusseren Sorgfalt 
doch nicht sehr guten Copie möglich ist, richtig umschrieben sind. 
So hat denn auch Furtwängler in Roschers Mythol. Lexicon S. 2166 
zugestimmt. Aber die Betrachtung von besseren Repliken, welche 
Wolters nicht oder nur in ungenügenden Abbildungen bekannt sein 
konnten, ermöglicht es, einen Schritt weiter in der Erkenntniss der 
kunstgeschichtlichen Stellung dieses Typus zu kommen. 

Eine dieser Repliken ist auf Taf. VIII und vorstehend in Zink- 
druck abgebildet. Die Herme ist aus grobkörnigem, vielleicht pa- 
rischem Marmor, und befindet sich im Capitolinischen Museum. 
Ergänzt ist die Nase und Teile der Unterlippe. Da die von 
Wolters erwähnte Abbildung im Museo Ca])itollm Bd. I, Taf. 87 
die Güte des Originals nicht erkennen lässt, schien es angemessen, 
dasselbe in Lichtdruck zu veröffentlichen; dieser ist leider wegen 
der grellen einseitigen Beleuchtung, unter der die Aufnahme ge- 
schehen musste, für den Gesammteindruck nicht günstig. Da er aber 
einige wichtige Einzelheiten besonders scharf wiedergiebt, so erschien 
er gerade für die folgende Untersuchung zu wertvoll, um ver- 
worfen zu werden ; zu seiner Ergänzung mag der obige Zinkdruck 
dienen. 

Der Kopf zeigt sich dem von Genzano in jeder Hinsicht über- 
legen. Letzterer, wie man auf der Photographie (Photographien des 
ßrit. Museum Nr. 830) besser als auf der Tafel des Jahrbuches 
erkennen kann, ist etwas schematisch und trocken gearbeitet. In 
der Vorderansicht fallen die scharfen Kanten an Mund und Augen- 
höhlenrand und dessen Uebergang zur Nase so wie die kleinliche 
Regelmässigkeit in der Haarbehandlung ungünstig auf. In jeuer 
Schärfe und Trockenheit etwa die besser bewahrten Eigentümlich- 
keiten eines Bronzeoriginales zu suchen, muss uns der Vergleich 
mit unserem Kopfe verhindern, welcher bei gleicher Bestimmtheit 
aller Formen durchweg weicher behandelt, reicher und lebensvoller 
modellirt ist. Die Umgebung des Auges, wie sie sich auf unserer 
Tafel darstellt, ist davon ausreichender Beweis. Ausschlaggebend 
aber ist ein zweiter Kopf, zu dessen Betrachtung wir uns nun 
wenden. 

Auf Tafel IX wird zum ersten Male eine Herme veröffent- 
licht, welche sich im neuen Capitolinischen Museum (Conservato- 
renpalast) befindet, nach Bullettino Municipale IV (1876) S. 217. 9 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 191 

im Jahre 1876 auf dem Quirinal gefunden. Der Marmor ist etwas 
grobkörnig, doch scheint er kein griechischer Inselmarmor zu sein. 
Die Nasenspitze und ein Teil der Flügel sind ergänzt; an der r. 
Seite fehlt ein Stück des Hinterkopfes, welches, wie es scheint, 
angestückt war. Ueber der 1. Schläfe befinden sich im Haare zwei 
Eisenstifte, wohl eine absichtliche Verletzung. 

Dass wir eine Wiederholung desselben Typus mit entgegen- 
gesetzter Kopfhaltung zu erkennen haben, lehrt der Augenschein. 
Nicht nur der eigentümliche Schmuck des Kopfes mit Pappelkranz 
und Tänie mit hängenden Enden führt darauf, sondern der Ver- 
gleich der Kopf- und Gesichtsform, der Gesichtsteile im Einzelnen 
zeigt es, die Gleichheit der Maasse bestätigt es. 

Hier die wesentlichsten Maasse unserer Köpfe in Millimetern, 
denen einige des Kopfes Corsini und des Florentiner Kopfes aus 
den Ufiizien (vgl. die folgende Liste Nr. 8 und 14) beigefügt sind : 

Capit. Conserv. Oors. UfF. 

Kopfhöhe ca. 255 ca. 245 

Kopftiefe (Nasenwurzel-Hinterkopf ) . ca. 240 

Schläfenbreite ca. 143 142 140 

Gesichtslänge (Haaransatz-Kinn) . , 188 ca. 195 

Nasenflügel-Ohrläppchen r. 110 111 107 

Haaransatz-Unterrand der Nase. . . 117 123 129 

Kinn-Innerer Augenwinkel 125 123 120 124 

Haaransatz-Innerer Augenwinkel . . 72 

^ r 75 75 

Innerer Augenwinkel-Mund • • • ] i' 70 73 ^^ ^^ 

Nase (bis zum Augenhöhlenrand) . . 72 73 74 

Untergesicht 72 73 75 

Stirn 47 52 53 54 

Innerer Augenwinkel- Unterrand d. Nase 54 52 53 53 

Kinn 54 52 51 54 

Mundbreite 48 44 48 50 

Innere Augenweite 38 38 34 

Augenlänge 33 34 36 

Augentiefe (vom Nasenrücken) ... 33 34 38 

Ohrlänge 60 55 

Nasenflügelbreite 37 ca 44 43 

Die einzige wesentliche Verschiedenheit bieten die vom Haar- 
ansatz an genommenen Maasoe ; dies hängt aber aufs engste mit 
der Haarbehandlung zusammen, denn es ist klar, dass die durch- 
weg mit Hülfe des Bohrers stark vertieften Einschnitte, welche 



192 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

bei dem kapitolinischen Kopfe die Locker! von einander trennen, 
etwas mehr von der Höhe der Stirn wegnehmen raussten, als dies 
bei der flacheren Arbeit des anderen Kopfes der Fall war. Es fragt 
sich, ob diese Verschiedenheit im Verein mit der verschiedenen 
Haltung ein Hindernis sein kann, unsere Köpfe auf ein und das- 
selbe Original zurückzuführen. Die Betrachtung der übrigen Wieder- 
holungen, welche fast alle üebergangsstadien zwischen beiden 
Kopfhaltungen zeigen, lässt diese Frage verneinen. Besonders 
wichtig sind aber drei Wiederholungen, von welchen zwei die Hal- 
tung der einen mit der Haarbehandlung der anderen Herme vereinen, 
nämlich der schon erwähnte Kopf Corsini und der in den üffizien 
(Nr. 9 in der folgenden Liste) während der dritte, der Kopf Chia- 
ramonti (Nr. 4) die Haltung des anderen mit der Haarbehandlung 
des ersten verbindet. 

Ich zähle daher zunächst die mir bekannt gewordenen Wie- 
derholungen unseres Typus auf. Freilich ist namentlich bei schlechten 
Exemplaren nicht in jedem einzelnen Falle mit Sicherheit zu ent- 
scheiden, ob man es noch mit einer strengeren oder freieren Wieder- 
holung des Originals oder einer Umbildung zu tun hat. Der Kopf 
war im x\.lterfcum, wie es scheint, so beliebt, dass er eine gewisse 
maassgebende Bedeutung für die Bildung des jugendlichen Herakles 
erlangte. Der Kopfschmuck ist kein untrügliches Kennzeichen, da 
sich noch ziemlich genaue Wiederholungen ohne denselben finden ('). 
Es mag sich also in der folgenden Liste einiges finden, was Andere 
lieber ausgeschieden haben möchten, wie andererseits auch manche 
gute Wiederholung mir unbekannt geblieben sein wird. Die Eeihen- 
folge will die Exemplare ähnlicher Kopfhaltung zusammenstellen 
und unter sich einigermassen nach ihrem Werte und ihrer Treue 
gruppiren (-). 



(•) Furtwängler schloss aus diesem Umstand (Roschers Lexicon S. 21()7) 
und aus dem Wechsel des Schmuckes, dass das Original schmucklos gewesen 
sei. Doch haben die meisten und besten Wiederholungen Kranz und Binde, 
und der Kranz ist wieder meistens sicher ein Pappelkranz. 

(2j Aus Rom sind im ganzen 15 Wiederholungen aufgezählt. Furt- 
wängler in Roschers Lexicon S. 2166 erwähnt 12, unter Verweisung auf 
seine nachfolgenden Worte aus Annaü delVIst. \S11, S. 245 zu einer kleinen 
Bronzebüste des Herakles in Dresden {Mon. d. I. X, Taf. 45j: Ueroe i ancora 
giovane e Vespressione del viso rivolto un jöo' a sinistra, ha un che di molle 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

1. Die Herme des Conservatorenpalastes (Taf. IX). 

2. Die Herme des Miiseo Capitolino (Taf. VIII u. Vign.). 

Etwa die Haltung von Nr. 1 haben: 

3. Paris, Louvre. Heraklesstatue. 



193 




e di dolce che pare contrario al suo carattere. Tuttavia giova ricordarsi 
che cV una classe di teste d'Ercole giovane in marmo (tutte appartenenti 
come pare ad erme) le quali rivelano ancora pih questo carattere di certo 
cotal vago e molle desiderio. Mi spiace che lo spazio troppo ristretto non 
mi conceda di spiegarmi meglio ; ma mi riserbo di ritornare su questo 



194 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

Aus Villa Borghese. Clarac, PL 301, 1968. Vorstehend nach 
einer Photographie abgebildet, welche Herr Heron de Villefosse so 
freundlich war zu besorgen. Demselben verdanke ich auch die 
Nachricht, dass der Kopf nie von dem Rumpfe getrennt war, und die 
Angabe der folgenden Ergänzungen : Unterarme, ein Teil des 1. 
Beines mit dem Knie, der obere Teil der Keule, Teile des Löwen- 
felles und des Baumstamms, fast die ganze Plinthe. Am Kopf: 
Nase, Teile des 1. Auges, Teil der Oberlippe, des Kinnes, des r. 
Ohres und des r. Tänienendes. Dass der Kopf dem Typus nach 
hierher gehöre erkannte Herr Professor W. Klein, welcher auf meine 
Bitte so freundlich war die Statue zu untersuchen. Doch scheint, so 
weit man nach der Photographie urteilen kann, schon eine ziemlich 
starke Umbildung vorzuliegen ; namentlich der Mund ist recht ab- 
weichend, und die Gesichtsteile scheinen überhaupt verhältnismässig 
kleiner zu sein. 

4. Rom, Vatikan, Museo Chiaramonti 693, Kopf. 

Abgeb. Pistolesi, Vaticaiio, IV, 55, 3 (von Wolters a. a. 0. 
als im Braccio Nuovo befindlich angeführt) und Mus. Chiaramonti 
I, 43. Vgl. S. 331. Der Kranz wird vom Herausgeber wohl mit 
Recht für einen Pappelkranz erklärt ; die Blätter sehen zwar eher 
denen der Eiche gleich, doch fehlen die bei Eichenkränzen üblichen 
Eicheln. 

5. Palermo, Museum, Nr. 736. Kleiner Kopf, auf Büstenfuss 
gesetzt. 

Laubkranz, dessen Blätter aufwärts gerichtet sind. Im Nacken 
scheinen die Bindenansätze abgebrochen zu sein. Sehr schlecht. 
Scheint trotz des geschlossenen Mundes noch hierherzugehören. 
Haltung etwa wie der Kopf Chiaramonti. 

6. Rom, Villa Albani, Vorhalle des Casino, N. 52. Herme. 
Kurzes Haar, ohne Binde und ohne Kranz. Kopf noch etwas 

weniger nach 1. gewendet und geneigt als der vorige. Ist eine 



argomento urCaltra voUa ; per ora basti dire che di qtiesta classe di teste, 
fino ad oggi poco osservata, soltanto in Roma ho contato io stesso da ben 
dodici esemplari. Vgl. dazu die Note : Qualche volta venivano scambiate per 
Bacco., — Un esemplare e stato pubblicato da Visconti, Pio-Cl. VI, 12. Zur 
Identification fehlen nähere Angaben. Einige dieser Köpfe scheint auch Dilthey 
Bull deirist. 1869 S. 134 zu meinen. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 



195 



sehr vergröberte Wiederholung-, hat aber eine gewisse unten zu bespre- 
chende Eigentümlichkeit der Augenbildung, die die meisten Repliken 
vollständig aufgegeben haben, bewahrt und etwas übertrieben. 

In der Haltung stellen sich zu Nr. 2. 

7. London, British Museum, Herme. 

Abgeb. Spec. of Anc. Sculpt. I, 60 ; Ancient Marbl. II, 46 ; 
Ellis, Townley Gallery, I, 326 ; Guide to Graeco-roman scul- 
ptures, I (1879), S. 199, 105 ; Jahrbuch des Archäol. Inst. I, 
Taf. 5. Ebenda S. 55 die näheren Angaben. 

8. Rom, Palazzo Corsini, II. Zimmer, Kopf. 




Matz-Duhn, 138. Vorstehend abgebildet. Der Marmor ist zwar 
etwas grosskörnig, ich kann ihn aber nicht für 'parisch' halten. 



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196 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

Pappelkranz, Binde, Pankratiastenohren. Im übrigen ist der Kopf 
im Marmor, der Haarbehandlung und dem allgemeinen Eindruck 
dem Kopf aus dem Conservatorenpalast am ähnlichsten und das 
beste Exemplar nächst den beiden abgebildeten in Rom. Nun ist 
aber die Kopfhaltung und Kopfform gerade die des capitolinischen 
Kopfes (vielleicht ein wenig mehr n. r. geneigt). Der Mund ist 
geöffnet, aber ohne Zähne. Besonders schön ist der erhaltene Teil 
der Nase. Es ist noch eine Andeutung jener vor dem inneren Au- 
genwinkel liegenden Erhöhung erhalten, von welcher unten die 
Rede sein wird. Das Kinn ist etwas verkürzt (vgl. die Maasse in 
der obigen Tabelle). 

9. Venedig, Museo Archeologico, IV. Saal. Kopf. 
Dütschke, V, 334. Abgeb. Zanetti, Delle antiche slatue, etc. I, 2. 

Erwähnt von Wolters. Haltung wie beim capitol. Kopfe. Die 
drei grossen Blätter des Kranzes sind nach Mitteilung Winnefelds 
ergänzt nach einem über dem 1. Ohr knapp am Kopfe anliegend 
erhaltenen. Von den Eicheln ist die Mehrzahl ganz antik. Von 
den vom Kranz niederfallenden Bändern sind wenigstens die An- 
sätze erhalten. 

10. Rom, Villa Martinori. Statue. 

Matz-Duhn, 100. Abgeb. Clarac, PI. 802 E, 2007 B als im 
Pal. Altemps befindlich. Den Kopf hält Clarac für modern ; Matz, 
der aber die Statue auch nicht genau untersuchen konnte, sieht 
nur ein modernes Zwischenstück im Hals und hält den Kopf für 
'wahrscheinlich zugehörig.' Ich habe das Stück auch nicht ge- 
nauer untersuchen, sondern mich nur überzeugen können, dass 
der, wie Matz beschrieben, aufgesetzte Kopf hierher gehört, einen 
Pappelkranz trägt, dem die Tänienenden fehlen, und dass die Nase 
ergänzt ist. 

11. Rom, Vatikan, Gall. geografica. Herme. 



(1) Die von Dütschke mit diesem Kopfe verglichene Büste der Uffizien 
(Ant. Bildw. in Oberitalien III Nr. 9) gehört nicht hierher; der eigentümliche 
und schöne Kopf gehört eher dem Kreise Lysippischer Kunst an. Am nächsten 
steht er ei)iem Kopfe des Vatikans (Sala dei Busti 338), welcher eine Binde um 
das Haar und Löcher zum Einsetzen von Hörnern hat. Aehnlich der Kopf 
im Lateran, VIII. Zimmer Nr. 512 (Benndorf-Schöne Nr. 265) Dass der va- 
tikanische Kopf mit dem Kopfe auf der Münze des Lysimachos (Imhoof-Blumer, 
Porträtköpfe, Taf. II, 14 und S. 17) übereinstimmt, hat Wolters gesehen. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 197 

Visconti, Museo Pio-Cl. VJ, 12, wo die Deiitun<( auf Hora- 
kles ausgesprochen ist. Ich habe das Stück nicht gesehen. 

12. Rom, Museo Capitolino, St. d. Filosofi, Nr. 17. Herme. 
' Hieron.' Abgeb. Museo Capitolino, I, 38. Vom Kopf ist im we- 
sentlichen nur das Gesicht alt, von der gedrehten Binde im Haar 
ein Stück an der r. Seite des Kopfes. Die Haltung stimmt mit 
dem auf Taf. VIII abgebildeten Kopfe. Der Kopf ist etwas roh 
decorativ gearbeitet und übertreibt manche Formen, indem er 
namentlich alle Einsenkungen zu stark betont, vor allem ist 
neben dem äusseren Augenwinkel ein tiefes scharfkantiges Loch, 
aber die Uebereinstimmung ist sonst unzweifelhaft. Der Kopf ist 
lehrreich für die Kraft des Ausdrucks, welche selbst in der schlechten 
Abbildung dieser schlechten Replik nicht erloschen ist. 

13. Rom, Studio Canova. Kopf. 

Aussen über der Tür in Via delle Colonnette eingemauert, 
fehlt bei Matz-Duhn III, S. 302. Der Kopf ist nm* mit der gedrehten 
Binde geschmückt, also wie der vorige, mit dem er auch in der 
Haltung übereinstimmt. Die Arbeit scheint ziemlich gering zu sein. 

14. Florenz, üffizien. Kopf. 

Dütschke, III, 19. Athletenohren, im Haar nur eine schmale 
Binde. Der Kopfsteht dem Kopf Corsini (Nr. 8) am nächsten, wenn 
auch die Arbeit noch äusserlicher ist als bei diesem. Er hat auch 
die flache Behandlung der Haare; die einzelnen Löckchen ringeln 
sich nicht wie beim capitolinischen Kopfe, sondern biegen sich 
nur etwas um wie bei Nr. 1 u. 8. Obgleich der Kranz fehlt, ist 
doch die Anordnung der Haare, die sich über der Stirn zu einem 
grösseren Bausche auftürmen, bewahrt, auch ist die kleine Teilung 
in den Haaren an derselben Stelle wie beim capitolinischen 
Kopfe augedeutet. Bewahrt ist auch die starke Ausbildung des 
Muskels vor dem inneren Augenwinkel wie bei Nr. 1 u. 8. Im 
Auge sind die Tränendrüsen angedeutet, im Mund ganz in der 
Tiefe die Zähne nur in der später üblichen Manier schematisch 
gebildet. Die Winkel sind etwas herabgezogen. 

15. Rom, Museo Capitolino. Herme. 

Abgeb. Mus. Capit. I, Taf. 84. Von Wolters noch hierher- 
gezogen ; hat einen, wenn auch anders angeordneten, Pappelkranz 
ohne Binde. Im übrigen ist der Typus fast bis zur Unkenntlichkeit 
entstellt. 



198 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

In geraderer Haltung. 

16. Brocklesby-Park, Herme. 

Michaelis, Anc. Marbl. S. 232, Nr. 33. Abgeb. Mus. Worsl. 
Cl. II, 5 {PI. 13, 1). (Ich habe nur die Mailänder Ausgabe ein- 
sehen können). Nach Michaelis a. a. 0. ist der Kopf mit Epheu 
bekränzt, Tänienenden hängen herab. Die abweichende Angabe 
Mus. Worsl. S. 47 mit der die daselbst gegebene Abbildung 
übereinstimmt, scheint auf falscher Ergänzung zu beruhen. Die 
Kopfhaltung scheint ziemlich gerade. 

17. Rom, Lateran. Herme. 

Benndorf-Schöne, Nr. 395. Schlechte Zeichnung im Apparat 
des Archäol. Instituts I, 42. Mit Tänie, allenfalls noch hierher- 
gehörig. 

18. Eom, Museo Torlonia ('), 53. Herme. 

Abgeb. (rcdl. Torlonia, Taf. XIV. Tänie mit Enden ohne 
Kranz. Kopf leise n. r. geneigt. Geschlossener Mund. 

19. Rom, Museo Torlonia, 57. Kopf. 

Abgeb. Gall. Torlonia, Taf. XV. Tänie mit Enden ohne 
Kranz. Kopf leise n. 1. geneigt. Dem Typus nach noch allenfalls 
hierhergehörig. 

20. Rom, Museo Torlonia, 186. Herme. 

Abgeb. Gall. Torlonia, Taf. XLVII. Kopf leise n. r. geneigt. 
Binde mit Enden. Sehr schlechte Replik des Kopfes. 

21. Rom, Museo Torlonia, 263. 
Sehr schlechte Replik des Kopfes. 

23. Athen, Nation almuseum. Herakleskopf mit Löwenfell, h.0,29. 

Inventar der Arch. Gesellschaft '■Aitfira 2146. Gefunden im 
Februar 1873 beim Dipylon. Vgl. nQuxiixit 1872/73, S. 19. un- 
terer weisser pentelischer Marmor nach der Bestimmung von Prof. 
Lepsius. Nachstehend nach einer Photographie in Zinkdruck abgebil- 
det. Die Arbeit ist garing und handwerksmässig ; ausserdem ent- 
stellen die eingehauenen Huchstaben (die doch wohl O A zu lesen 
sind) den Kopf. Er ist an beiden Seiten sehr verschieden gear- 
beitet: das 1. Auge sitzt viel höher als das rechte, zugleich ist 



(•) Diese vier Exemplare habe ich nur bei flüchtigem Besuche des Museo 
Torlonia notirt, ohne sie näher uijtersuchen zu können. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 199 

nur am lechten der charakteristische Wulst über dem Oberlid. 
Denselben Unterschied zeigen auch die beiden Augen des Löwen- 




kopfes, Die Uebereinstimmung mit unserem Typus ist unverkenn- 
bar ; die Haltung des Kopfes ist die des capitolinischen. 

23. Athen, Nationalmuseum, N. 4204. Heraklesstatuette, h. 0,55. 

Unterer weisser pentelischer Marmor (Lepsius). Ums lebend 
abgebildet. Die Kopfhaltung ist die des capitolinischen Kopfes. 
Die Uebereinstimmung mit unserem Typus, wenn auch die Zähne 
nicht angedeutet sind, vollständig. 



Wir kehren zu unseren beiden Köpfen zurück : die übrigen 
Wiederholungen haben den Dienst getan, uns zu zeigen, dass es 



200 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 



sich in der Tat um ein gemeinsames Original handelt, Ueber den 
stilistischen Charakter dieses Originals können sie gegenüber jenen 
beiden besten nichts lehren. Dass von diesen beiden der Kopf des 



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Conservatorenpalastes in einigen Teilen der bessere ist, wie in 
dem lebendigeren Mund, dem feineren Uebergang vom Auge zur 
Schläfe, der besser ausgebildeten Muskulatur des Halses, ist ohne 
weiteres klar ; doch muss die endgiltige Entscheidung darüber, 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 201 

welcher von beiden dem Original am nächsten kommt, vorerst 
verschoben werden, und wir halten uns zunächst an beide, um 
durch ihre gemeinsame Zergliederung eine Vorstellung von dem 
künstlerischen Charakter desselben zu gewinnen. Dabei soll zu- 
gleich zu erweisen versucht werden, dass dieser bei mancher 
üebereinstimmung doch ein von Praxitelischer Weise verschie- 
dener ist. 

Ich verbinde also mit einer eingehenden Betrachtung unserer 
Köpfe die Vergleichung mit dem Hermes des Praxiteles. Der 
naheliegenden Gefahr, die Unterschiede zwischen einem Original- 
werk und einer Copie für solche der Kunstrichtung zu halten, bin 
ich mir dabei wohl bewusst, doch bieten die übrigen mit Wahr- 
scheinlichkeit dem Praxiteles zugeschriebenen Werke, welche ja 
auch nur in Copien erhalten sind, eine Controlle für den Vergleich, 
und bestätigen in den Punkten auf die es hier hauptsächlich an- 
kommt lediglich die am Hermes gemachten Beobachtungen. 

In der allgemeinen Erscheinung Praxitelischer Werke ver- 
bindet sich mit der vornehmen Ruhe der Haltung die feine 
Durchbildung der Formen. Zu der leisen Neigung des Kopfes, mit 
welcher der Hermes ja nicht allein steht, gesellt sich die milde 
Freundlichkeit seines Ausdrucks, der fast ein Zug wie von Träu- 
merei beigemischt ist. Anders der Herakles: seine Formen sind 
bei aller Jugendlichkeit derber; waches Leben liegt in seinen 
Zügen, namentlich in dem etwas aufwärts und wie in die Ferne 
gerichteten Blick. Die Schädel Praxitelischer Köpfe zeigen in der 
Seitenansicht jene besonders harmonische Rundung. Vom Nacken 
steigt es in schlanker concaver Krümmung zum Hinterkopfe an, 
der dann ganz allmählig in den schöngewölbten Oberkopf übergeht. 
Dem entspricht in der Vorderansicht das feine Oval, das sich 
nach unten ziemlich stark verjüngt. In fast überall gleicher Stärke 
decken die Haare den Schädel und lassen so das Ebenmaass der 
Form für jede Ansicht gleich deutlich erscheinen. Der Schädel des 
Herakles, wie die Seitenansicht des Kopfes aus Genzano (Jahrbuch I, 
Taf. 5), mit welcher die anderen übereinstimmen, erkennen lässt, 
ist oben flach ; der Hinterkopt bildet beinahe eine Ecke ; seine 
weiteste Ausladung sitzt viel dichter über dem Nacken. Der ganze 
Schädel erscheint im Verhältnis zum Gesicht kleiner, darum liegt 
auch das Ohr weiter zurück. Breiter und kürzer ist die Form des 



202 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

Gesichtes, durch den kräfiigeren Bau von Unterkiefer, Backenkno- 
chen und Stirnbein im wesentlichen bedingt. 

Lässt sich die Formgebung des Hermes weit hinauf in die 
attische Kunst verfolgen ('), so möchte man den Herakles 
eher mit Typen peloponnesischer Kunstübung vergleichen. 
Als Beispiel diene die von Comparetti und De Petra, La Villa 
Ercolanese, Tafel XXI, Nr. 3 abgebildete Herme Polykletischen 
Kunstcharakters, auf welche wir noch öfter zurückkommen werden, 
xiuch das Haar des Herakles, an Ober- und Hinterkopf noch glatt 
anliegend, baut sich in Verbindung mit Kranz und Tänie hoch 
über der Stirne auf, ladet an beiden Seiten stark aus und giebt so 
dem Umrisse des Kopfes in der Vorderansicht auch äusserlich 
etwas von jener grösseren Bewegung, auf deren Vorhandensein im 
Inneren der Ausdruck des Gesichts schliessen liess. Innerhalb 
seiner fein umschriebenen Form ist das Gesicht des Hermes in 
allen Teilen und Einzelheiten mit gleicher Sorgfalt durchgebildet : 
die Wangen zum Beispiel spielen nicht nur um Mund und Augen 
in feinen Zügen, sondern sind auch in sich noch belebt; die reiche 
Modellirung der Stirn ist oft hervorgehoben. Ganz anders ist der 
Herakleskopf construirt : wie im Bau die Hauptpunkte stark be- 
tont iAnd, so concentrirt sich auch die Einzelausführung nur um 
gewisse Stellen, nämlich Augen, Mund und etwa die Nase. Den 
Mund athmend, die Augen intensiv blickend darzustellen, also 
den Ausdruck regen Lebens in den Kopf zu bringen, darauf ist 
alles gerichtet, dem werden Einzelheiten geopfert. Die Wangen 
sind leer, die Stirn, wenn auch nach einem verwandten Schema, 
wie beim Hermes, eingeteilt, ist doch viel einfacher. Es ist haupt- 
sächlich ein Teil der Unterstirn stark vortretend gebildet und» 
während diese Partie beim Hermes sowohl vom Nasenansatz als 
seitlich von dem Augenbogen deutlich durch feine Einsenkungen 
geschieden ist, lastet sie beim Herakles fast auf den Nasenansatz 
herab und geht seitlich allmählig zum Augenbogen über, so dass 
man den Eindruck gewinnt, als ob die ganze Stirn dieser Schwel- 
lung zustrebe. Zugleich wird damit erzielt, dass die Umgebung des 
Auges am inneren Winkel einheitlicher und stärker hervortritt, 
als dies beim Hermes der Fall ist. Etwas ähnliches ist für den 

(') Vgl. Kekuld, Der Kopf des Praxitelischen Hermes S. 11. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 203 

äusseren Winkel durch besonders starke Bildung des Augenknochens 
geleistet. So liegen also die besonders gross geöffneten Augen 
stark beschattet von einer fast gleichmässig über ihnen vor- 
springenden, dort am kräftigsten entwickelten Stirn. Aber dies ge- 
nügt noch nicht. Jener Teil des Stirnbeins, welcher sich bis über 
den äusseren Augenwinkel fortsetzt, tritt so weit vor, dass er mit 
den unter ihm vorquellenden weicheren Teilen das obere Augenlid 
für die Seitenansicht völlig verdeckt, das äussere Ende desselben 
sogar auch in der Vorderansicht, da es überhaupt gar nicht be- 
sonders ausgearbeitet ist, sondern die Kante des Lides sich ganz 
in den Umriss jener vortretenden Augenknochenpartie verläuft. 
Diese charakteristische Eigenheit ist von Durchschnittscopisten 
stets vernachlässigt worden, so dass sie den meisten übrigen Wieder- 
holungen des Herakles fehlt. Es erschien wohl zu fehlerhaft — wie 
es ja auch ein bewusstes Abweichen von der Natur ist — und 
man glaubte seine Vorlage zu verbessern, wenn man das obere 
Augenlid in seinem ganzen Verlaufe sichtbar bildete. Auch beim 
Hermes ist zwar für die Seitenansicht das Oberlid nicht in seinem 
ganzen Verlaufe frei; es ist aber doch vollkommen bis zu Ende 
ausgearbeitet, und weder ist das Vortreten des Knochens darüber, 
noch das Vorquellen der weicheren Gewebe annährend so stark 
und autfallend gebildet. Bei dem Herakleskopfe wird aber nun 
weiter dadurch bewirkt, dass auch neben dem äusseren Augen- 
winkel zwischen Stirn- und Backenknochen eine tiefe Einsenkung 
entsteht, schon etwa ähnlich wie beim Kopfe des Apoxyomenos. Denn 
auch unterhalb des Auges treten die Massen wieder stark vor. Der 
Muskel, welcher .sich von der Nase schräg herab zur Wange zieht, 
fäUt nicht, wie beim Hermes, so steil herab, dass unterhalb des 
Auges eine Stelle bleibt, wo die Wange flach ist; sondern unmittelbar 
unter dem Auge ist alles gleich stark vorgebaut, wie der capito- 
linische Kopf (Taf, VIII) gut erkennen lässt; und bei dem anderen 
Kopfe endlich sieht man wie jener Muskel ganz oben mit einem 
kleinen Wulst ansetzt, der sich vor den inneren Augenwinkel legt. 
So ist also alles dazu getan, das Auge mit einem Wall zu um- 
geben, der es bei jeder Beleuchtung wie tief in einer beschatteten 
Höhle liegend erscheinen lässt. Die Bildung im Auge selbst ent- 
spricht dieser Tendenz. Die Augenlider sind dick, die ünterfläche 
des Oberlides ist breiter als die Vorderansicht, durch eine kleine 



204 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANTDES 

Uüterschneiduug ist der Augapfel davon gelöst; dies ist besonders 
gut am capitolinischen Kopfe zu beobachten, aber auch an dem 
anderen, namentlich im r. äusseren Augenwinkel. Das Unterlid ist 
zwar bei beiden Köpfen stark verscheuert; doch erkennt man noch 
deutlich, dass seine obere breite Fläche durch eine scharfe Furche 
vom Augapfel getrennt ist. So ist also wieder dafür gesorgt, dass 
der Augapfel gegen die Lider zurücktrete, und um dies aufs letzte 
zu steigern, fehlt die Tränendrüse, so dass im inneren Winkel 
an ihrer Stelle ein tiefes Loch entsteht, und der Winkel ganz 
unnatürlich tief in den Kopf hineingeht. Dies ist namentlich an 
dem Kopfe aus dem Conservatorenpalast stark übertrieben ; es 
sieht schon fast so aus, als ob der innere Winkel tiefer als der 
äussere läge, während er doch in Wirklichkeit weit vor denselben 
vortreten muss. 

Von dem allen ist beim Hermes nicht die Rede, ja den 
zuletzt ausgeführten üebertreibungen widerstreitet eine oft beob- 
achtete Eigentümlichkeit seiner Augenbildung geradezu. Der Aug- 
apfel ist nicht von den Lidern gelöst, im Gegenteil das Unterlid 
ist so gebildet, als ob es gegen den Augapfel zu ganz dünn würde, 
und geht daher für die Betrachtung aus nächster Nähe fast un- 
merklich in diesen über ; die Grenze zwischen beiden ist kaum 
genau zu finden; erst bei Betrachtung aus der nötigen Entfernung 
sieht man, dass der Künstler trotz des fliessenden üebergangs die 
Stelle der Grenze richtig empfunden und genügend angedeutet hat. 
Und wenn auch das Lid nicht, wie bei dem kleinen Kopfe der 
Knidierin in Olympia, noch ausserdem hochgezogen ist, um das 
Auge nur schmalgeötfnet erscheinen zu lassen, so kann man doch 
andererseits auch nicht eigentlich behaupten, dass die Augen des 
Hermes weitgeöffnet seien. Auch daa^ Oberlid, wenn auch weit 
über den Apfel vorspringend, setzt doch weich ohne eine scharfe 
Kante von ihm ab ('). Also auch hier ein bewusstes Abweichen 
von der natürlichen Form zu Gunsten einer, wenn man will, ma- 

(') Jener Mangel scharfer Umrisse, welchen man auch immer wieder 
beobachten kann, wenn man die Ausdehnung irgend eines Muskels am Körper 
des Hermes genau verfolgen will, kann ja geradezu als ein Geheimniss 
Praxitelischer Kunst gellen: weich in allen Uebergängen zu sein, aber nie 
verschwommen, weil doch jede Form bestimmt angelegt und richtig ver- 
standen ist. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 205 

lerischen Wirkung, aber gerade in einem dem Herakles entgegen- 
gesetzten Sinne. 

Für die Nase des Herakles fehlt mir leider die eigene An- 
schauung des einzigen Exemplars an dem sie vollständig ist, des 
Kopfes aus Genzano, aber die Abbildungen, namentlich die Seiten- 
ansicht bei Wolters a.a.O. genügen um zu sehen, dass, bei einer 
im Grossen und Ganzen der des Hermes sehr verwandten Anlage, 
die des Herakles doch etwas kürzer und breiter ist. Namentlich 
ist die Spitze nicht so weit ausgezogen und fein ausgebildet wie 
beim Hermes. Noch bezeichnender aber ist, dass gegenüber den 
feinen, anliegenden und kleinen Nasenflügeln, die der Hermes mit 
den meisten attischen Werken gemein hat, der Herakles die leicht 
gehobenen etwas breiten Nüstern desAthmenden zeigt ; nament- 
lich das Exemplar des Conservatorenpalastes, bei welchem dieser 
Teil ganz erhalten ist, lässt dies erkennen. Die Bildung ist ähnlich 
der des oben erwähnten Neapler Polykletischen Kopfes, und findet 
sich in den olympischen Köpfen bereits angedeutet. Am stärksten 
nun endlich ist im Munde danach gestrebt das Athmen und ener- 
gisches Leben zur Geltung zu bringen ; er ist so weit geöffnet, 
dass die Oberzähne bis zu ihrer ünterkante erscheinen ; diese 
Unterkante ist tief unterschnitten, so dass ein dunkeler Schatten sie 
begrenzt. Letztere Eigentümlichkeit hat nur der Kopf im Conser- 
vatorenpalast, während bei dem anderen zwar die Zähne angedeutet 
sind, aber durchaus in der später allgemein üblichen Weise. 
Ausser dieser Oeffnung des Mundes aber, welche durch Abwärts- 
bewegen des Unterkiefers geschieht, ist auch noch, wiederum wie 
beim Einathmen, die Oberlippe gehoben, und eben dadurch wird 
die Zahnreihe so weit sichtbar. Der Vergleich des Mundes am Po- 
lykletischen Kopfe mit dem nur leise geöffneten Munde des Hermes, 
dessen Oberlippe in voller Euhe geblieben ist, macht auch hier 
den Unterschied besonders deutlich. 

Eine analoge Bildung des Mundes ist auch in älterer Zeit 
der griechischen Plastik nicht fremd; doch ist sie da nur ver- 
wendet, wenn es sich darum handelte, das Letzte an leidenschaft- 
lichem Ausdruck zu veranschaulichen und tritt demgemäss nur da 
auf, wo auch die übrigen Züge einen solchen bekunden, wie z. B. 
in den Metopen des Parthenon. Dieses Mittel aber anzuwenden, 
lediglich um inneres Leben in äusserlich unbewegten Mienen aus- 

14 



206 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

zudrücken, miiss schon beinahe als gesuchte üebertreibung gelten. 
Man überblicke die stufenweise Belebung des Mundes. Zunächst 
sind in der ältesten Kunst die Lippen festgeschlossen; schon früh 
beginnen sie sich leise zu lüften, dann endlich löst man sie 
so weit von einander, dass ein wirklicher Spalt entsteht ; dann 
erscheinen in diesem Spalte die Zähne einfach als Kückwand des- 
selben. Auf dieser Stufe steht der Hermes, um zwei Elemente ist 
dies im Herakles überboten, um das ünterschneiden der Zahnreihe 
und um das Heben der Oberlippe. 

Verschieden an Hermes und Herakles ist auch das Ohr : 
zunächst ist seine Stellung beim Hermes nahezu aufrecht, während 
es beim Herakles weit hinten überliegt wie bei Polykletischen 
Köpfen. Ferner ist die Muschel beim Hermes schlank und nicht 
breit, die Höhlung gross und der innere Knorpel schmal, kaum 
viel breiter als der aufgebogene ßand der Muschel ; das Läppchen 
schliesst sich in sanftem üebergang an, ist gross und schön ge- 
rundet und so gestaltet, als ob es auch mit seiner Vorderkante 
ganz losgelöst wäre. Das Ohr des Herakles hat eine breite Muschel, 
die Höhlung ist klein, die innere Knorpelfläche gross, das l^äppchen 
setzt sich von dem unteren Rand der Muschel in einem starken 
Höcker ab, der auf Taf. IX sehr deutlich sichtbar ist ; ebenda sieht 
man, dass eine tiefe Furche sich bis weit auf das Läppchen erstreckt • 
Letzteres ist verhältnissmässig klein und vorne nicht ganz losgelösi;, 
sondern angewachsen, wie es nach einem in Deutschland verbrei- 
teten Aberglauben bei unmusikalischen Menschen sein soll. 

lieber die Behandluüg der Haare endlich ist bei der Ver- 
schiedenheit unserer beiden Köpfe vorläufig nicht zu urteilen, aber 
in der Anordnung derselben ist ausser der anfangs gemachten Be- 
merkung noch ein kleiner Unterschied zu betonen. Beim Hermes 
fallen die vorderen kurzen Haare in die Stirn, wie dies ja bei der 
grossen Mehrzahl griechischer Köpfe der Fall ist. Beim Herakles 
sind sie über der Stirn in die Höhe gerichtet, so dass diese in 
ihrer ganzen Ausdehnung nach oben frei wird, und man den wirk- 
lichen Haaransatz sieht, eine namentlich in älterer Zeit durchaus 
nicht häufige Anordnung. 

Ich bin weit entfernt davon zu glauben, dass die aufgeführten 
Unterschiede zwischen dem Hermes und unserem Herakleskopfe 
sämmtlich gleich wesentlich seien, und mit gleichmässiger Wahr- 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 207 

scheinlichkeit zur Annahme verschiedener Künstler drängten. Man- 
ches könnte sich ja aus der Verschiedenheit des künstlerischen 
Vorwurfes ('), manches aus einer anderen Entwickelungsstufe des 
Künstlers erklären lassen. Auch das Urteil darüber, welcher Art 
von Verschiedenheiten die meiste Beweiskraft zukomme, wird ver- 
schieden sein: der Eine wird geneigt sein, dem allgemeinen Ein- 
druck, der Andere , der einzelnen Form mehr Gewicht beizulegen. 
Immerhin aber muss die Gesamtheit dieser Unterschiede und die 
Spuren eines ganz anders gearteten künstlerischen Strebens, wel- 
ches sich als ihre Hauptursache ergeben hat, uns zu der Annahme 
drängen, der Herakles sei nicht von Praxiteles. Und so raüssten 
wir urteilen, selbst wenn es keine anderen Monumente gäbe, an 
die wir ihn stilistisch anreihen könnten. 

Es giebt aber solche Monumente, und das sind die Köpfe 
aus dem Giebel des Tempels der Athena Alea zu Tegea. Sie zeigen 
im Ganzen und im Einzelnen dieselbe Kunstweise, wie der Hera- 

(1) Abgesehen davon, dass ja auch schon die Wahl des Stoffes für den 
Künstler bezeichnend ist, lässt sich auch noch auf andere Weise einem der- 
artigen Einwände begegnen : Furtwängler hat auf den Herakles der Gemme 
des Gnaios (Jahrbuch III, Taf. 10, Nr. 6) als Praxitelisch hingewiesen. 
(Roschers Mythol. Lex. S. 2167 und Jahrb. III, S. 315). In der Tat scheint 
dieser Kopf im Typus Praxiteles recht nahe zu stehen. Und wenn auch ein 
Teil des Ober- und Hinterkoi^fes ergänzt ist, so steht doch, wie aus der Füh- 
rung der Nackenlinie zu schliessen ist, die Kopfform der des Hermes recht 
nahe. Mit unserm Typus hat die Gemme nichts als die Jugendlichkeit ge- 
mein. Furtwängler freilich will auch diesen Kopf zum unsrigen stellen und 
für Wiedergewinnung seiner ursprünglichen Gestalt verwenden. Nun stimmt 
in der Haltung der ge3chulterten Keule mit der Gemme genau überein die 
Heraklesstatue in Sammulang Lansdowne (abgab. Specimens of Anc. Sculpt.I, 
PL 40 und danach Clarac 788, 1973), in deren Kopf Furtwängler wiederum 
(Roschers Lex. S. 2171) Praxitelischen Stil erkennt; und so weit man aus 
der unzureichenden Abbildung schliessen kann, könnte das der Fall sein, 
auch die Verhältnisse des Körpers und seine Stellung mit ausgebogener 
Hüfte würden das nur befürworten. Eine Wiederholung dieser Statue in klei- 
ncrem Maasstabe befindet sich nach Matz-Uuhn (Nr. 95) in R )m im Palazzo 
Barberini. Endlich gehört vielleicht der von Wolters im Jahrbuch I, Taf. 5, 
Nr. 1 veröffentlichte Praxitelische Kopf hierher. Danach muss die Möglich- 
keit offen gehalten werden, dass es einen Typus für den jugendlichen Hera- 
kles gab, welcher sich innerhalb der uns bisher bekannten Grenzen Praxite- 
lischer Kunst hielt. Um so mehr Gewicht werden wir auf die bei unserem 
Typus hervortretenden Abweichungen legen dürfen. 



208 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

kies, und stimmen in allen den Punkten mit ihm überein, in 
welchen er sich vom Hermes scheidet. Treu hat in dem vierten 
Abschnitt seines Aufsatzes über die Köpfe aus Tegea (Athen. 
Mitteil. VI, S. 405 ff.) dieselben einer eingehenden stilistischen 
Analyse unterzogen und auch gerade das wesentliche dieser Kunst- 
weise an dem Vergleich mit Praxiteles entwickelt. Die Zusammen- 
stellung unserer Beobachtungen an den Heraklesköpfen mit den 
Ausführungen Treu's könnte an sich genügen die obige Behau- 
tung zu beweisen, so vielfach berühren sich beide. Mehr der 
Vollständigkeit der Beweisführung wegen sollen daher die Te- 
geaköpfe im Folgenden noch einer kurzen vergleichenden Betrachp- 
tung im Verhältniss zum Herakles unterzogen werden. Leider 
macht der traurige Erhaltungszustand dieser Werke das Gelin- 
gen einer mechanischen Abbildung unmöglich. Sie nach den Pu- 
blicationen eingehend zu studiren ist daher recht mühevoll. Der 
Kopf Nr. 68 (Kavvadias) verliert am meisten ; er ist auf der 
Tafel in Brunn's Denkmälern Nr. 44 unkenntlich; macht aber 
auch auf der nach Abgüssen hergestellten Tafel 35 der Antiken 
Denkmäler Band I einen vom Originale recht verschiedenen Ein- 
druck. Für ihn ist Gillierons vorzüglich gelungene Zeichnung 
(Athen. Mitteil. VI, Taf. 14) unentbehrlich, aber auch für den 
Kopf Kavv. 09 muss man die nach desselben Künstlers Zeichnung 
hergestellte Tafel der ^Etpr^iieqlg dqxmoloyixrj (1886 T. 2) mit 
zu Kate zu ziehen. Ausserdem sind recht gelungene Photographien 
der Köpfe von Moraitis in Athen im Handel. Die folgenden Beob- 
achtungen sind vor den Originalen aufgezeichnet, und der daneben 
aufgestellte Abguss des Hermes erleichterte es die wesentlichen Ab- 
weichungen von dessen Formgebung herauszufinden. Der dekorative 
Zweck und Charakter dieser Bruchstücke, ihr Erhaltungszustand, 
endlich die Darstellung einer bestimmten Handlung, für welche 
sie gearbeitet waren, verbieten es, subtil in der Vergleichung zu 
sein; es kann sich hier nur um Hauptpunkte handeln. Aber auch 
von diesen müssen wir für einen, die Schädelbildung, auf Be- 
lehrung verzichten; beide Köpfe sind oberhalb abgemeisselt, und 
gerade der unbehelmte Kopf ist in einer gewaltsamen Stellung 
gebildet, welche fast eine Verzerrung der Form hervorgerufen hat ('). 

(1) Man kann höchstens im allgemeinen erkennen, dass die Tiefe der 
Schädel verhältnissmässig gross ist, wie dies L. E. Famell, Journal of h. st. 
Vn, S. 115 hervorhebt. Und dies ist ja auch bei unserem Herakles der Fall. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 209 

Für den allgemeinen Eindruck ist dieser Kopf gleichwohl und trotz 
seiner schlechten Erhaltung fast wichtiger als der andere ; der 
ganze Kopf ist, wie beim Herakles, von einem intensiven Ausdruck 
stark erfüllt, die Augen blicken Leben und Leidenschaft. Die 
kürzere und breitere Gesichtsform des Herakles finden wir in den 
Tegeaköpfen wieder, wie' auch die stärkere Betonung des Knochen- 
baus. Auffallend ist die Breite an den Schläfen des unbehelmten 
Kopffes, der Fortsatz des Stirnbeins über den Augen, die Backen- 
knochen, das Kinn sind unter den deckenden Muskel- und Haut- 
massen als kräftig entwickelt empfunden und in der Formgebung 
stark betont, noch stärker als bei dem behelmten Kopfe, der 
seinerseits wieder den Unterkiefer besonders breit und kräftig 
entwickelt hat, wie der Herakles in dem Conservatorenpalast (i). Für 
die Betrachtung der Einzelheiten muss wesentlich der besser er- 
haltene behelmte Kopf herhalten. Die Stirn ist wieder wesentlich 
darauf angelegt nach unten stark auszuladen (gut auf der Tafel 
der A. Denkmäler zu sehen), und wieder sinkt die ungegliederte 
vortretende Masse tief zum Nasenansatz herab. Der unbehelmte 
Kopf übertreibt dies so weit, dass der (noch gerade erhaltene) 
Nasenansatz hier eigentlich durch gar keine Einsenkung markirt 
wird (vgl. die A. D.). So hat nun auch der Augenhöhlenrand nicht 

(') Hier einige Maasse der beiden tegeatischen Köpfe, um sie mit denen 
des Herakles zu vergleichen; dass erstere als decorative Arbeiten nicht so genau 
proportionirt sind wie dieser, kann nicht auifallen. 

Nr. 68 Nr. 69 

Schläfenbreite 126 132 

Haaransatz-Kinn 160 

Haaransatz (o. Helmrand)-Unterrand der Nase 101 111 

Kinn-Innerer Augenwinkel 108 

Nase (bis zum Augenhöhlenrand) 57 67 

Uutergesicht 58 

Stirn 43 

Kinn 41 

r. 47 



Innere Augenwinkel-Unterrand der Nase. . , , „ __ 

\ J. 45 oz 

Mundbreite 38 ca. 46 

Innere Augenweite 35 

Augenlänge 25 31 

Augentiefe 25 29 

Ohrlänge 63 



210 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

den schönen Schwung welcher beim Hermes dadurch entsteht, dass 
die schräge Vertiefung, welche die Erhebung der ünterstirn ab- 
gränzt (vgl. Kekule, Kopf des Prai. Hermes, S. 9 u. 11) hier 
einschneidet, sondern dieser Teil der ünterstirn geht fast un- 
merklich beiderseits zu den Wülsten über, welche an der Seite 
über dem Augenlid liegen. Der unbehelmte Kopf lässt nur gerade 
noch erkennen, dass das Oberlid in bekannter Weise unter dem 
Wulst vollkommen verschwindet, bei dem anderen Kopfe lässt sich 
Dank der trefflichen Erhaltung die Arbeit bis ins einzelne ver- 
folgen : wieder das charakteristische vollständige seitliche Ver- 
schwinden des Oberlides unter dem überhängenden Wulst, das 
Auge ist so weit geöffnet, dass von dem Lid selbst die sichtbare 
VorderÜäche nicht einmal so breit ist wie die Unterfläche. Das Lid 
ist scharfkantig gearbeitet und durch eine leichte Unterschneidung 
vom Augapfel gelöst. Das Unterlid ist nicht ganz so gut er- 
halten; es ist nicht ganz so breit, aber auch durch eine kleine 
Furche gegen den Augapfel abgesetzt. (Dies alles ist auf der 
Tafel in Brunn' s Denkmälern gut zu beobachten). Die Augen- 
bildung des capitolinischen Herakles stimmt also bis ins ein- 
zelnste überein. Unterhalb des inneren Winkels liegt wieder der 
derbe von der Nase schräg abwärtsgehende Wulst (leider in 
keiner einzigen Abbildung ganz deutlich), von da bis zum Backen- 
knochen tritt die ganze Partie gleichmässig stark vor. Es ist also 
durch genau dieselben Mittel das Tiefliegen des grossgeöffneten 
Auges erreicht wie beim Herakles. Es sei noch bemerkt, dass auch 
bei dem Eberkopfe das Auge analog gebildet ist, und hier findet 
sich auch jenes starke Zurücktreten des Apfels im inneren Winkel 
gegen die nach vorne ausbiegenden Lidränder. Die tiefe Ein- 
senkung neben dem äusseren Augenwinkel, da wo der obere Wulst 
mit der Backenknochenpartie zusammenstösst, kehrt auch bei den 
Köpfen der Jünglinge wieder. Von den Nasen ist genug erhalten, 
um zu sehen, dass auch hier die Flügel breit und etwas geschwellt 
waren. Der Mund des unbehelmten Kopfes ist leicht geöffnet, die 
Oberlippe angehoben (vgl. Gillieron's Zeichnung); die Zähne werden 
sichtbar, wenn sie auch freilich nicht stark unterschnitten gewesen 
sein können. Um so mehr sind sie dies bei dem anderen Kopfe, 
dessen Mund auch durch seine starkgeschwungene Oberlippe dem 
unseres Kopfes aus dem Conservatorenpalast sehr ähnlich ist. Es 



HERAKLES DES SKOI'AS UND VERWANDTES 211 

kommt noch eine auffallende Beziehung hinzu: beide Köpfe haben 
die Mundwinkel abwärts gezogen, der eine wenig, der behelmte 
stark. Man ist geneigt das lediglich für ein die Situation betref- 
fendes Ausdrucksmittel zu halten. Aber auch der Mund der He- 
raklesköpfe ist derselbe, wiewohl die einzelnen Exemplare in dem 
übrigen der Mundbildung etwas von einander abweichen. Ver- 
gleicht man nun diese Art der Mundbildung mit der oft er- 
wähnten Neapler Polykletischen Herme einerseits und dem Hermes 
anderseits, so wird man geneigt sein, darin eine künstlerische 
Eigentümlichkeit zu sehen, die gegenüber dem mildfreundlichen 
attischen Munde eine Reminiscenz an peloponnesische Herbigkeit 
bewahrt hat. 

Das etwas schräg nach hinten liegende Ohr mit dem an- 
gewachsenen Läppchen und der Furche darauf zeigt wenigstens der 
behelmte Kopf; bei dem anderen ist die Stellung gerade entgegen- 
gesetzt, aber wegen der eigentümlichen Haltung nicht maass- 
gebend. lieber die Anordnung der Haare lässt sich bei dem un- 
behelmten Kopf noch gerade so viel mit Sicherheit erkennen, dass 
kurze Löckchen von der Stirn in die Höhe steigen. Also auch hier 
üebereinstimmung, und zwar, was die Arbeit der nur im all- 
gemeinen angelegten, durch geringe Vertiefungen belebten und 
gegliederten Haarmasse angeht, grössere üebereinstimmung mit 
dem Kopfe des Conservatorenpalastes. 

Wenn nun Robert (Phil. Unters. X, S. 49), methodisch, wie 
mir scheint, mit vollem Recht, zur Vorsicht in der Verwertung der 
Tegeafragmente für die Erkenntniss der Kunstweise des Skopas 
mahnt, so glaube ich doch, dass der Nachweis eines im Altertum 
berühmten Werkes von eigenartiger Schönheit, welches stilistisch 
das Gepräge der durch jene Skulpturen bisher allein vertretenen 
Kunstweise trägt, geeignet ist das Vertrauen zu den letzteren zu 
steigern. Sie stützen sich gegenseitig, und es darf also wohl als 
höchst wahrscheinlich angesehen werden , dass mr in unserem 
Herakles die vielverbreiteten Wiederholungen eines Werkes des 
Skopas besitzen. 

Ehe ich einige Monumente anreihe welche von der Seite der 
"stilistischen Betrachtung diese Zuteilung empfehlen können, sind 
noch einige Fragen zu besprechen welche sich unmittelbar an un- 
seren Herakles selbst anschliessen. 



212 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

Zunächst hat bereits Wolters (Jahrbuch I, S. 55) aus der 
bewegten und wechselnden Kopfhaltung der verschiedenen Wieder- 
holungen geschlossen, dass das Original nicht als Herme, sondern 
als Statue componirt war. Diese Statue ist unter dem vorhandenen 
Vorrat von Heraklesstatuen zu suchen. Von unseren Köpfen be- 
finden sich nun nur zwei als sicher zugehörig auf Statuen, denn 
die Zugehörigkeit von Nr. 11 zu seinem Rumpfe muss für mehr 
als zweifelhaft gelten. Es bleiben Nr. 3 und Nr. 23, welche in 
der Körperhaltung übereinstimmen, in der Kopfhaltung die beiden 
Extreme vertreten. Da die Statuette Nr. 23 schon durch das Lö- 
wenfell sich als nicht mehr strenge Wiederholung kennzeichnet, so 
möchte man ohne weiteres geneigt sein, in der Pariser Statue Nr. 3 
die sichere Wiederholung der Originalcomposition zu erkennen, 
zumal sie auch in der Kopfhaltung mit der Herme aus dem Con- 
servatorenpalast, die sich ja in mancher Beziehung als die treuere 
Replik erwiesen hat, übereinstimmt. Nun ist aber gerade bei dieser 
Statue nicht nur der Kopf schon von den übrigen ziemlich abwei- 
chend, sondern auch der Körper zeigt eine gewisse Uebertreibung 
der Formen, namentlich an dem Ansatz der Hüften, welche man 
ungern dem Anfang des vierten Jahrhunderts zutrauen möchte. 
Man wird also wie in den Formen so auch in der Stellung schon 
eine Umbildung gewärtigen müssen. Dazu kommt noch, dass die 
Kopfhaltung der capitolinischen Herme, welche ja die bei weitem 
häufigere ist, auch ihre Erklärung verlangt. Es scheint also das 
Zeugniss der Pariser Statue allein nicht zu genügen ('). 

Nun wird von Pausanias (II, 10, 1) ein Herakles des Skopas 
im Gymnasium zu Sikyon aus Marmor erwähnt, und die Verfasser 
des Numismatic commentary of Pausanias haben eine Nachbildung 

(') Wiederholungen dieser Statue, so weit man das nach den Abbil- 
dungen beurteilen kann, sind ausser der im Motiv übereinstimmenden athe- 
nischen Statuette, ein überlebensgrosser ziemlich guter Torso im Capitolini- 
schen Museum, im unteren Gang Nr. 2 (die Bewegung des Eumpfes und des 
erhaltenen Ansatzes des 1. Oberarms stimmt genau mit der athenischen Sta- 
tuette und der Statue im Louvre; dass die Kopfhaltung dieselbe war wie bei 
der letzteren, geht aus dem Ansätze der Halsmuskeln noch gerade hervor. 
Auf den Achseln liegen die Enden der Tänien); ferner die Statuen Clarac^ 
PI 788 Nr. 1975, Matz Duhn 102 und Clarac PI 784, Nr. 1964 A, beide mit 
ergänztem Kopfe; endlich die Bronze aus Byblos im Brit. Museum, Clarac 
PI 785 Nr. 1966. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 213 

desselben mit grosser Wahrscheinlichkeit auf einer sikyonischen 
Kupfermünze des Geta {Catalogue of greek coins, Peloponnesos 
S. 56 Nr. 246. Taf. IX, 21) erkannt {Journal of. hellen st. VI 
S. 70; Taf. LIII Nr. 11). Es muss wenigstens die Frage aufge- 
worfen werden, ob dieses die gesuchte Statue sei. Leider ist das 
bisher einzige Exemplar dieser Münze so schlecht erhalten, dass 
man nicht eben viel darauf erkennen kann. Ja, über die wichtigste 
Frage, ob der Kopf bärtig oder unbärtig ist, kann man der Ab- 
bildung gegenüber zweifeln : Imhoof-Blumer und Gardner erklären 
ihn für unbärtig, Furtwängler (bei Röscher S. 2171) für bärtig, 
womit natürlich jede Beziehung zu unserm Typus fortfiele. Doch 
bestätigt eine von Herrn Cecil Smith freundlichst erteilte Aus- 
kunft die Angaben von Imhoof und Gardner ; derselbe schreibt 
nämlich : ' / have examined the coin to which you refer, and, as 
far as the bad condition of the surfaee enable me to judge, I 
find that the Herakles is certainly beardless, has long hair, 
and seems to wear a wreath ' und hat mir durch Uebersendung 
eines Abdruckes Gelegenheit gegeben, den Thatbestand nachzu- 
prüfen, danach kann die Bartlosigkeit nicht bezweifelt werden. 
Wenn nun C. Smith von langem Haar spricht, und in der That 
etwas Gewelltes vom Hinterkopf auf die Achsel herab fällt, so 
wird man bei dem Mangel anderer Heraklestypen mit langem 
wallendem Haupthaar, hier das Ende einer Tänie erkennen. Es ist 
also durchaus möglich, dass der Kopf mit unserem Heraklestypus 
übereinstimmt. 

Der 1. Arm ist auf der Münze gebogen; auf dem Unterarm 
hängt das Löwenfell, welches deutlich zu erkennen ist ; in der 
Hand möchte man, der ganzen Stellung nach die Hesperiden- 
äpfel vermuten. Der r. Arm ist in sehr ähnlicher Haltung wie 
bei der Pariser Statue, wo er zwar zum Teil ergänzt aber durch 
den erhaltenen Oberarm in seiner Richtung bedingt ist. So würden 
also Körperstellung und Kopftypus übereinstimmen können, Kopf- 
haltung und Verteilung der Attribute abweichen. In den beiden 
letzteren Punkten kommt nun der Bronzekoloss aus der Rotunde 
des Vatikans der Münze ausserordentlich nahe (abgeb Mon. i. d. I. 
VIII 50). Hier ist die Haltung des Kopfes mit der capitoli- 
nischen Herme identisch, und dem Kopftypus gegenüber wird man 
trotz aller seiner Rohheit nicht ableugnen können, dass er aus 



214 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

dem unserer Köpfe entwickelt sei. Es ergiebt sich demnach viel- 
leicht die Nötigung, in diesem unerfreulichen Werke die letzte 
Spur der Statue des Skopas suchen zu müssen {^). Eine Entschei- 
dung ist mit dem vorliegenden Material noch nicht zu fällen (2) ; 
jedenfalls bleibt die Möglichkeit uasern Typus auf die sikyonische 
Statue zurückzuführen. Und diese giebt noch zu einer weiteren 
Auseinandersetzung Anlass. 

Treu hat für die tegeatischen Skulpturen den stilistischen 
Zusammenhang mit peloponnesischer Art und Kunst nachgewiesen 



(') Ein gleiches oder ähnliches Stellungsmotiv zeigen folgende bei Clarac 
abgebildete Statuen : 

PL 802 A Nr. 1999 B Samml. Mattei. 
» 302 ^ 1967, Louvre Nr. 505. 
r^ 786 " 1964, Florenz. 
« 802 D ^ 1964 B Eom Villa Pamfili. 
Ferner scheinen etwa nach der Beschreibung hierherzugehören Matz-Duhn 
Nr. 99. 103. 112. 

(2) Um wenigstens eine Reihe von Typen als sicher nicht in Betracht 
kommend auszuschliessen, und damit zu einem Skopasischen und einem Pra- 
xitelischen Typus ein Lysippischer nicht fehle, sei hier angeführt, dass sich 
zu der Heraklesstatuette in Villa Ludovisi, Schreiber Nr. 45, welcher im 
Kopftypus und 'in den Proportionen durchaus Lysippischen Stil bekundet, 
wie Furtwängler (bei Koscher S. 2172) bemerkt, ausser der von demselben 
herangezogenen Bronze im Brit. Mus. (Spec. of anc. sculpt. II. 29 = Clarac 
785, 1966) und der von Schreiber verglichenen Figur auf der Neapler Brunnen- 
mündung (A/useo Borb. I. 49) noch die Bronzestatue im Conservatorenpalast 
(Clarac 802 E 1969 B), eine Statuette im Palazzo Torlonia (Matz-Duhn 98) 
und wahrscheinlich der Herakles aus Aequura stellt (Oesterr. Mitth. IX Taf. 1 
Vgl. S. 55, wo in eingehender Analyse R. von Schneider den Lysippischen 
Stil hervorhebt). Kopfhaltung und der Rest der Hand mit der Keule scheinen 
dafür zu sprechen. Lysippischen Einfluss erkennt Duhn auch in der Kolossal- 
statue des Herakles im Mus. Torlonia Nr. 401 (Matz-Duhn 97). Nun sind aber 
vom Kopfe alle den Gesichtstypus bedingenden Teile aus Gyps, nämlich die 
Unterstirn mit Augenhöhlenrand, Nasenansatz und die ganze Nase, ausserdem 
das Kinn. Ob der Kopf überhaupt zugehört, konnte ich nicht untersuchen; 
die Wahrscheinlichkeit spricht ja in diesem Museum nicht dafür. Von der 
übrigen Figur ist ausser zwei Wadenstücken und einem Fussmittelteil, welche 
antik scheinen, nur der Torso sicher alt , und dieser ist stilistisch mit 
den olympischen Skulpturen identisch. Dies zeigt namentlich die sehr charakte- 
ristische Bildung des unteren Randes des Brustkorbes, ausserdem sind auch 
die Schaamhaare archaisch. Das Stück ist also auch aus der Liste der He- 
raklesstatuen zu streichen. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 215 

(Athen. Mitth. VI. S. 407). Aehnlich ist im Verlaufe der Betrach- 
tung des Herakleskopfes mehr als einmal auf die Neapler Herme (Z« 
Villa ercolanense Taf. XXI Nr, 3) hingewiesen worden. Von dieser 
Herme sind mir noch zwei Wiederholungen bekannt, eine im Late- 
ran (Benndorf-Schöne 491), und eine sehr schlechte im Museo Chia- 
ramonti (Nr. 139): der Binde fehlen hier die herabhängenden En- 
den. Dass der Typus Polykletisch sei, ist von Benndorf-Schöne a. a. 0. 
erkannt. Wenn er daselbst als eine ' verfeinerte Bildung ' des Dory- 
phorostypus bezeichnet ist, so liegt das wohl an einer gewissen fla- 
chen Weichheit, die das nicht besonders gute Exemplar des Lateran 
aufweist. Das Neapler Exemplar ist gerade im Gegenteil beson- 
ders kräftig gebildet, und wenn auch dieses als eine ziemlich rohe 
Arbeit bezeichnet werden muss, so ist es doch so charakteristisch 
in allen Formen, der mächtigen Stirn, den grossen Augen, den 
schwellenden Lippen und dem kräftigen Kinn, so wirksam durch 
den Ausdruck von Leben und Kraft, dass man nicht zweifeln 
wird, hier dem Originale am nächsten zu sein. Nun scheint die 
gewundene Binde mit den hängenden Enden eher einem Gotte als 
etwa einem menschlichen Sieger zuzukommen, der Charakter des 
Kopfes sich für einen Herakles wohl zu schicken. Unter diesen 
Umständen darf wenigstens die Vermutung ausgesprochen werden, 
dass die Beziehungen, welche unser Herakles zu diesem Kopfe 
hat, und welche sich mir immer und immer wieder bei der Be- 
trachtung desselben aufdrängten, vielleicht aus einer bewussten 
Anlehnung an diesen Typus zu erklären seien. Wenn Skopas einen 
Herakles für die Vaterstadt Polyklets schuf, so lag es für ihn ja 
eigentlich nahe, an ein Werk desselben anzuknüpfen. 

Wie dem allem nun auch sei, die Berechtigung aus stilisti- 
schen Gründen imseren Herakles dem Skopas zuruschreiben, wird 
durch die Entscheidung über die an die Statue sich knüpfenden 
Fragen in keiner Weise berührt. Es erübrigt jetzt noch, der oben 
gegebenen Ankündigung gemäss, anzuführen, was zu dieser stili- 
stischen Betrachtung bestätigend hinzutreten kann. Es wird nämlich 
das Vertrauen zu der Autorität der tegeatischen Köpfe und zu der 
Richtigkeit der vorgenommenen Vergleichung noch erhöht da- 
durch, dass der Herakles nicht das einzige Werk ist, welches sich 
auf diese Weise Skopasischer Kunst zuschreiben lässt, sondern 
dass die bisher beobachteten Merkmale, und zwar stets wieder 



216 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

alle vereint, sich noch bei einer Reihe anderer Werke finden, die 
demnach, mit ähnlichen Mitteln ähnliche Wirkungen hervorbrin- 
gend, sich auch unter einander nahe zusammenschliessen, wie sie 
denn auch, gleich dem Herakles, bisher meist als Praxitelisch 
angesprochen worden sind. Ich führe nur einige der am meisten 
ins Auge fallenden Beispiele an. 

Im Nationalmuseum zu Athen steht neben den Köpfen aus Te- 
gea der Athenische Mittheilungen I Taf. XIII abgebildete Frauen- 
kopf vom Südabhang der Akropolis. Julius ebda. S. 271 erkannte in 
ihm die ' originale Arbeit eines bedeutenden Künstlers ' und dachte, 
freilich damals noch vor Auffindung des Hermes, im allgemeinen 
an die Richtung des Praxiteles; dasselbe tat auch nachher noch 
Wolters (Berliner Abgüsse Nr. 1277). Aber die ausserordentliche 
Aehnlichkeit, welche dieser Kopf *mit den Köpfen aus Tegea hat, 
springt bei der jetzigen Aufstellung fast von selbst in die Augen, 
und Wolters selbst war der Erste, der mich darauf aufmerksam ge- 
macht und dabei zugleich auf Einzelheiten, wie die ]<^orm der Ohren, 
die Behandlung von Augen und Mund, hingewiesen hat. Dass der 
Kopf der Skopasi sehen Kunstrichtung angehöre, hat Waldstein, 
mehr auf Grund allgemeiner Erwägungen, wie es scheint, in einer 
Sitzung des Amerikanischen Instituts in Athen im Januar 1889 
ausgesprochen, und durch die Vergleichung mit den Köpfen aus 
Tegea kommt zu demselben Resultat Treu im Text zu den Antiken 
Denkmälern (Bd. I Taf. XXXV S. 22). Dass wir uns nicht bei der 
allgemeinen Zuteilung dieses Kopfes zur Skopasischen Richtung 
zu begnügen brauchen, sondern in diesem Werke wahrscheinlich 
geradezu eine Originalarbeit des Skopas besitzen, ist Wolters' 
Ansicht (i), für welche die Vorzüglichkeit der Arbeit zu sprechen 
scheint, welcher man an dem Vergleich mit der Berliner Wieder- 
holung (Athen. Mitth. I Taf. XIV) erst recht inne wird, und die 
Julius a. a. 0. gebührend gewürdigt hat. Die Arbeit ist auch nicht 
nur im Allgemeinen vorzüglich, sondern sie zeigt einige Eigen- 
tümlichkeiten, welche Originalen eignen, an Copien sich wol kaum 
finden dürften. Ich meine die verschiedene Bearbeitung der Mar- 
moroberfläche an verschiedenen Stellen, je nach der beabsichtigten 

(1) Ein bedeutendes Originalwerk sieht auch Furtwängler in unserem 
Kopfe, nur hält er noch an der alten Ansicht, dass der Stil der '_ des Praxiteles 
sei, fest (Berliner philologische Wochenschrift 1888 S. 1482). 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 217 

Wirkung, und die Vernachlässigung von Nebensachen. So ist 
die Oberfläche des Marmors überall ganz ungewöhnlich fein be- 
handelt. Ohne eigentlich polirt zu sein, ist sie doch so weit 
geglättet, dass sie einen eigentümlichen milden Glanz besitzt, 
dessen Schönheit noch durch den Keiz des parischen Marmors 
erhöht wird. Dagegen ist die, schon durch ihre Breite auffallende, 
Unterfläche des oberen Augenlides rauh geblieben, und es liegt 
nahe, daran zu denken, dass hier die Augenwimpern gemalt waren : 
sie sollten möglichst lang erscheinen. Die Fläche ist breiter als 
das was in der Ansicht überhaupt vom Lide sichtbar wird, um 
so das tief liegende Auge noch besonders zu beschatten. Es ist 
also durch ein ganz anderes Mittel etwas ähnliches, wie in der ar- 
chaischen Kunst durch die schirmartig vortretenden Lider, erreicht. 
Können wir also diese seltsame Bildung nur als bewussten Kunst- 
griff auffassen, so muss man anderseits die eckig und flüchtig ge- 
machten Tränenwinkel als Nachlässigkeit ansehen. Ebenso ist das 
Haar hinten und oben auf dem Kopfe ganz vernachlässigt, während 
es vorne in Strähnen gebildet ist, die füi* die Färbung rauh ge- 
lassen sind. 

Das Wichtige an dem Kopfe für unsere Frage ist nun aber 
seine überraschende Aehnlichkeit mit dem Herakles. Sie tritt na- 
mentlich hervor an der im Handel befindlichen Photographie, welche 
ihn in derselben Ansicht, mit derselben Kopfwendung zeigt, wie 
der Herakles auf unserer Tafel IX. Abgesehen von den geringen 
Veränderungen und Milderungen der Form, welche füi* einen weib- 
lichen Typus nötig waren, ist die üebereinstimmung eine voll- 
kommene. Und dass diese sich zwischen zwei verschiedenen, von 
verschiedener Seite mit einem dritten verglichenen Werken findet, 
darf als Probe auf die Richtigkeit des angestellten Vergleiches 
gelten. Uebrigens ist von diesem Kopfe zu dem der melischen 
Aphrodite der Weg nicht eben weit. 

Der Athletenkopf aus Olympia (Ausgrab. V 20) gilt im all- 
gemeinen (auch in Keschers Lexicon S. 2166) füi* Praxitelischer 
Weise nahe stehend. Es genügt aber ein Blick auf Gillieron's 
Zeichnung des unbehelmten Kopfes aus Tegea und einer auf un- 
seren Herakles, um ihn in den Kreis Skopasischer Kunst zu rücken. 
In der Tat finden sich bis auf eine solche Aeusserlichkeit wie die 
emporstrebenden Haai'e alle bisher erörterten Merkmale wieder. 



218 HERAKLES ÜES SKOPAS UND VERWANDTES 

Ferner finde ich diese Merkmale zu einer gleichen Wirkung 
vereinigt, wenn auch vielleicht schon mit einer, späterem Geschma- 
cke entsprechenden, Steigerung an einem weiblichen Überlebens- 
grossen, meist als Hera erklärten, Kopfe des capitolinischen Mu- 
seums, welcher in der oberen ' Galleria ' steht und die Nr. 49 trägt. 
Die grossen Augen waren bei diesem Kopfe aus anderem Material 
eingesetzt. Eine Abbildung ist mir nicht bekannt, gute Photogra- 
phien sind im Handel. 

Endlich muss hier noch die besonders durch die vatikanische 
Eeplik bekannte Statue des Meleager angereiht werden, seitdem 
der originale oder dem Original nahe kommende Kopf in der Villa 
Medici aufgefunden ist (Vgl. Eöm. Mitth. IV S. 186). Derselbe 
wird in dem bevorstehenden Heft der Antiken Denkmäler veröflent- 
licht werden. 

Dass er in Beziehung zu Skopas zu setzen sei, ist von allen 
denen, die Gelegenheit hatten, den Kopf im Original oder in 
Abbildungen zu sehen, erkannt worden. Ehe wir näher hierauf 
eingehen, stelle ich zunächst, so weit sie mir bekannt geworden 
sind, die Wiederholungen der Gruppe zusammen. Freiere Nach- 
bildungen, zu denen bereits die Statuette in Neapel (Clarac PI. 805 
Nr. 2022) und die beiden von Kekule Arch. Ztg. 23 S. 15 ge- 
nannten Statuen in Villa Albani und im Capitol gehören, sind bei 
Seite gelassen. Unterschiede in der Anordnung der Chlamys, ja 
auch deren gänzliches Fehlen, scheinen jedoch bei sonstiger üeber- 
einstimmung nicht dagegen zu sprechen, dass es sich noch um eine 
wirkliche Wiederholung handelt. Voran stehen die Statuen und 
Torsen, es folgen die Köpfe. In den genaueren Angaben über die 
verschiedenen Stücke ist nach Gleichmässigkeit nicht gestrebt, 
sondern sie sind je nach der Möglichkeit genauerer Untersuchung 
oder der Wichtigkeit eines Stückes gemacht (*). 

(') Die Litteratur über den Meleager ist in Benndorf-Schönes Lateran- 
katalog S. 32 angegeben. Auf die Berühmtheit der Gruppe hat hingewiesen 
Kekule Arch. Ztg. 23 (1865) S. 15; daselbst sind auch einige Monumente 
anderer Art zusammengestellt, welche den Einfluss jenes Werkes zeigen. Zu 
dem daselbst angeführten Sarkophagrelief aus Palazzo Doria (Braun Antike 
Marmorwerke II. 6j kommt, wie mir Herr Professor Robert freundlichst mit- 
teilt, noch ein jetzt verschollener Säulensarkophag hinzu, welcher von del Pozzo 
(Windsor II 53) gezeichnet ist. Meleager steht hier im Mittelfelde die r. Hand 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 219 

1. Die vatikanische Statue. 

2. Holkham Hall. 

Michaelis Nr. 20 Clarac PL 807, 2022 A. Dies scheint ausser 
dem vorigen das einzige Exemplar zu sein, welches noch einen 
antiken zugehörigen Kopf trägt. Die Chlamys fehlt. 

3. Kom, Vatikan. • 

Clarac PL 805, 2020. Vermutlich stark ergänzt. Ich habe 
das Stück nicht wieder auflinden können. Die Chlamys stimmt im 
Beginn ihres Verlaufes mit Nr. 1. 

4. Rom, Pal. Barberini. 

Matz-Duhn 1104: ' Die Figur hat r. Standbein, das sich an 
einen Baumstamm anlehnt; der r. mehrfach gebrochene Arm ist 
auf den Rücken gelegt. In der Hand des 1. gesenkten Armes ruht 
die Lanze. Neben derselben und um sie zu unterstützen ein riesi- 
ger Eberkopf. Neben dem Tronk ein sitzender in die Höhe blicken- 
der Hund, Modern sind an der Statue Kopf und Hals '. Modern 
ist auch der 1. Arm. Die Arbeit ist sehr schlecht. Die einzige 
Abweichung von der vatikanischen Gruppe besteht darin, dass 
die Chlamys vollständig fehlt. 

5. Versailles, Park. 

Clarac PL 806, 2020 A. Vermutlich ist der anders gestellte 
Kopf — Clarac sagt es nicht — nicht zugehörig. Die Chlamys 
ist nicht in der eigentümlichen Weise der vatik. Gruppe von 
aussen kommend einmal ganz um den Arm geschlimgeu, sondern 
fällt zwischen Brust und Arm herab und ist dann über den letz- 
teren gelegt; ausserdem ist die Schulter bedeckt, wie bei den 
Dioskuren vom Capitol. Im übrigen sagt Clarac ausdrücklich : 'ce Me- 
Uagre ressemble 'peut-etre plus quaucim autre ä celui du Vaiican '. 

6. Neapel 6077.'' Dommano' angeblich aus Rom. 

Der mit Ausnahme des 1. Armes ganz erhaltene Köi-per ist 
eine genaue Wiederholung des Meleager, auch der Tronk fehlt 
nicht, und neben demselben befindet sich noch ein Klotz, den man 
für einen Rest des Hundes halten könnte. Die Chlamys lässt die 
Schulter frei. 



auf dem Rücken, die linke gesenkt an dem Speer, auf welchen er sich stützt; 
r. von ihm der aufblickende Hund; die Abhängigkeit von der Gruppe ist 
evident. 



220 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

7. Korn, Villa Borghese. 

Abgeb. Amiali d. I. 1843 Tav. I. Vgl. S. 255 ff. Feuerbach. 

8. Kom, Palazzo Corsini. 

Matz-Duhn 1048 (nicht erkannt). Der antike Teil ist ein 
Meleagertorso, der r. Arm ist erhalten, der 1. fehlt; das r. Bein 
ist bis kurz über dem Knie erhalten, daneben noch ein Stück des 
Baumstammes; vom 1. Bein ist nur ein Stück des Oberschenkels 
erhalten. Die Anordnung der Chlamys, soweit sie auf die Brust 
fällt, stimmt mit dem vatikanischen Meleager; ebenso sieht man 
zwischen Brust und Arm noch ein altes Stück ; dann aber ist, wie 
bei Nr. 4, die Schulter bedeckt. Ich habe nicht untersuchen 
können, ob dieses Stück modern ist. Den Kopf hielt Matz für 
zugehörig, mir schien der Marmor wesentlich gelber als am Torso. 

Dieser Torso ist in so fern wertvoll, als er trotz einer gewissen 
Kohheit der Arbeit sehr viel reicheres Detail der Modellirung 
namentlich in der Gegend der Hüften bietet, als der Körper der 
vatikanischen Statue. 

9. Berlin, Kgl. Museum, Torso. 

Abgeb. Mon. i. d. L III, Taf. 58. Im übrigen vgl. Königl. Mu- 
seen zu Berlin, Verzeichnis der antiken Skulpturen Nr. 215. Die 
Chlamys fehlt. Dies Exemplar gilt als das beste. 

10. Eom, Lateran. Torso. 

Benndorf-Schöne Nr. 49. Die Chlamys ist etwas anders an- 
geordnet. 

11. Verona, Museum Lapidarium. 

Abgeb. Maffei Mus. Veron. CLXVII, 5 Die Chlamys lässt 
zwar die 1. Schulter frei, kommt" aber von innen an den Arm. 

12. Rom, Pal. Barberini. 

Clarac PL 812 B, 2022 C, fehlt bei Matz-Duhn. Clarac giebt 
keine Ergänzungen an. Ich habe das Stück nicht gesehen. 

13. Der Kopf Medici. 
Matz-Duhn I, 215. 

14. Rom, Museum der Diocletiansthermen. Kopf. 

Aus ' parischem ' Marmor. Die Oberfläche ist corrodirt , die 
Augenknochen sind verletzt, die Nase ergänzt. Es ist der beste 
nächst dem vorigen. 

15. Neapel, Museo Nazionale. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 221 

Kopf des Aristogeiton. Vgl. Friedrichs- Wolters S. 66. Es 
wäre nicht unmöglich, dass er mit der Statue Nr. 5 ursprünglich 
zusammengehörte: die Farbe des Marmors ist sehr ähnlich. Die 
üebereinstimmung mit dem Meleagerkopf ist eine vollständige. 

16. Rom, Vatikan. Museo Chiaramonti Nr. 509. 

Nase und Oberlippe ergänzt. Das Untergesicht ist ein wenig 
schmaler, imd dadurch macht das ganze Gesicht einen etwas läng- 
licheren Eindruck, dies ist aber nur ein zufälliger Fehler des Co- 
pisten, der etwas zu viel Marmor abgearbeitet hat. Im übrigen ist 
der Kopf eine genaue und noch ganz leidliche Wiederholung, die von 
dem eigentümlichen Charakter immerhin mehr bewahrt hat, als der 
glatte Kopf der vatikanischen Grappe. 

17. Rom, Villa Ludovisi. 

Kopf des ausruhenden Kriegers Nr. 55. Schreiber Nr. 118. 

Dies ist die schlechteste und wohl auch späteste Wiederholung 
des Meleagerkopfes. Im Auge ist der Umriss der Iris eingeritzt 
und die Pupille vertieft. Der Mund ist ganz geschlossen, nur eine 
roh gemachte Furche trennt die Lippen von einander. Im Haar 
sind in roher Weise die Bohrgänge stehen geblieben. Zwar kann 
man im Haar nicht mehr ganz genau die einzelnen Locken verfolgen 
und vergleichen , doch ist im wesentlichen die Anordnung dieselbe, 
wie die des Meleagerkopfes, namentlich sind die charakteristischen 
stärker heraustretenden Locken übereinstimmend vorhanden, Schä- 
delform, Ohrform, auch die Maasse, alles stimmt genau; man sieht 
wie weit ein schlechter Copist einen schönen Typus entstellen 
kann. 

Schreiber a. a. 0. S. 140 entscheidet sich zwar des verschie- 
denen Marmors und der schlechteren Arbeit wegen, für die Un- 
zugehörigkeit des Kopfes, aber seine Worte : ' Der aufgesetzte, dem 
mit dem Rumpf zusammenhängenden Hals auch in der Wendung 
n. r. genau anpassende Kopf ' könnten doch Zweifel dagegen wach 
rufen. Dieses genaue Anpassen ist aber künstlich hergestellt : mit 
dem Meleager verglichen zeigt der Hals dieses Kopfes sich als 
dünner und weniger bewegt, der Grund iot der, dass er hinten 
und beiderseits sehr sauber abgearbeitet ist. Die abgearbeiteten 
Stellen sind weiss, während der Marmor sonst einen bräunlichen 
Ton hat ; hier allein sieht man auch, dass der Marmor des Kopfes 
ein etwas grösseres Korn hat. üebrigens hat der dichte etwas 

15 



222 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

geäderte Marmor der Statue in semer äusseren Erscheinung mit 
pentelischem nichts zu tun. 

18. Rom, Villa Albani, Vorhalle des Casino, N. 57. 
Herme. An der r. Seite oben absichtlich beschädigt, ausserdem 

einzelne Hiebe im ganzen Gesicht, dazu ist der Kopf durch eine 
sehr schlechte moderne Nase entstellt. In den Augen sind die Pu- 
pillen einfach als kleine kreisförmige Vertiefungen angedeutet, wohl 
auch eine spätere Verletzung. Trotzdem ist der Kopf noch als 
Wiederholung des Meleager kenntlich, wozu auch seine Wendung 
stimmt. 

19. Rom, Museo Torlonia. 

Kopf, welcher der Statue Nr. 473 aufgesetzt ist. Bestossen 
und geflickt, aber unverkennbar. 

Der Kopf Medici, dessen Identität mit dem Meleager die Zu- 
sammenstellung im nächsten Hefte der Denkmäler lehren wird, 
zeigt sich, trotzdem seine Oberfläche stellenweise stark gelit- 
ten hat, allen übrigen Köpfen an unmittelbarer Frische der Ar- 
beit, an Schönheit, Leben und Ausdruck so weit überlegen, dass 
man daran gedacht hat, in ihm das Original zu besitzen ('). Jeden- 
falls können diesem Kopfe gegenüber für die kunstgeschichtliche 



(1) Einigen Maassen des Kopfes Medici, die ich leider nur am Abguss 
genommen habe, stelle ich die des vatikanischen Kopfes nach Winters Messung 
gegenüber. Von den übrigen Repliken habe ich mich bei dem Kopfe der Dio- 
kletiansthermen (Nr. 14) und dem der Villa Ludovisi (Nr. 17) überzeugt, dass 
einige Hauptmaasse, so wie die wesentlichsten Gleichungen übereinstimmen. 

Kopf Medici. Meleager, 

Höhe des Kopfes . 260 

Tiefe (d. h. Naswiwurzel-Hinterkopf) , . . 2.50 

Ohr-Ohr 160 156 

Kinn-Halsansatz 53 53 

Nasenflügel-Ohrläppchen 122 

Haaransatz -Kinn 185 185 

(Hierbei ist die durchgehende Haargrenze genommen und 

die eine tiefer ins Gesicht fallende Locke ausser Acht 

gelassen) 

Haaransatz-Unterrand der Nase 119 117 

r. 117 
Innerer Augenwinkel-Kinn 119 ihq 

1. 11t/ 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 223 

Würdigung die Kepliken kaum in Betracht kommen, und, da wir 
bei der Vergleichung der Meleagergruppe mit den Bruchstücken 
aus Tegea für die Behandlung der Formen des menschlichen Kör- 
pers und der Tiere ein sehr geringes, für die des Gewandes gar 
kein Material haben, so sind wir wieder lediglich auf die Betrach- 
tung der Köpfe angewiesen. 

Eine Reihe der offenbarsten Berührungspunkte fällt in die 
Augen, am besten wieder, wenn man die Tafel XIV der Athen. 
Mitth. zu Grunde legt, auf welcher der unbehelmte Kopf aus Te- 
gea in sehr ähnlicher Haltimg abgebildet ist, wie die Vorderan- 
sicht des Meleager auf der Denkmälertafel. 

Der lebhafte Blick der weitgeöffneten, etwas nach oben ge- 
richteten Augen, der Ausdruck des Athmens in Nase und Mund 
findet sich ebenso wieder wie der kräftige Bau und die breite 'Form 
des Gesichtes, ja die üebereinstimmung des ünterkieferumrisses 
ist geradezu überraschend. Das charakteristische Verkriechen des 
Oberlides (welches vollständig keine der übrigen Wiederholungen 
wiedergiebt) ist hier zwar nur an der rechten Seite ausgeführt, da 
der Kopf ja für diese Ansicht berechnet war, aber ganz kurz ist 
auch das linke Oberlid gebildet. Ebenso wird man auch leicht in 
dem geöffneten Munde mit den etwas herab gezogenen Winkeln 
die Aehnlichkeit erkennen. 

Es sind aber innerhalb dieser grossen üebereinstimmung 
auch einige Abweichungen zu bemerken, namentlich wenn man 



Kopf Medici. Meleager. 

Untergesicht 70 68 

Nase, bis zum Augenhöhlenrand gemessen 70 68 

Oberrand der Unterlippe-Kinn 47 47 

r 49 
Innerer Augenwinkel — Unterrand der Nase ,' „ 

Stimhöhe 48 47 

Mundbreite 48 45 

Augenlänge 35 34 

Innere Augenweite , 35 35 

Augentiefe (vom Nasenrücken gemessen) 30 

Augenhöhe 16 

Nasenflügelbreite • 40 38 

Ohrlänge 67 l' f! 

1. 61 



224 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

sich nicht nur an den einen tegeatischen Kopf hält, sondern auch 
den anderen in Betracht zieht , Abweichungen, die ihn in gleicher 
Weise auch von der einheitlichen Gruppe der bisher aufgezählten 
Monumente unterscheiden. Es ist vor allem ein grösseres Maass 
einer gewissen äusserlichen Eleganz, das mir diesem Kopf anzu- 
haften scheint, selbst nach Abstreifung jeder peinlichen Erinnerung 
an die vatikanische Statue. Das liegt zum grossen Teil an den 
mit geflissentlicher Sorgfalt angeordneten und behandelten Haaren. 

Das Haar schmiegt sich keineswegs mehr als einheitliche 
Masse der Form des Schädels an, sondern ist in einzelne sich 
stark abhebende, durch tiefe Einsenkungen von einander getrennte 
Partien von ungleicher Erhebung aufgelöst, welche dem Umriss 
des Kopfes eine unruhigere und unregelmässigere Form geben. 
Hierdurch ist es auch möglich in zweifelhaften Fällen eine Wieder- 
holung des Meleager daran zu erkennen, dass man dem Haar ' Locke 
für Locke ' nachgehend die Uebereinstimmung feststellen kann, 
während wir gesehen hatten, dass die Heraklesköpfe diese Ueber- 
einstimmung nicht zeigen; und die Behandlung des Haares an 
dem tegeatischen Kopfe, so wie die anspruchslose, mehr auf die 
Gesammtwirkung berechnete, an dem Kopfe vom Südabhang der 
Akropolis scheint dafür zu sprechen, in jener, gesuchtere Eleganz 
und grössere Bewegtheit gleichmässig erstrebenden, Arbeit das Re- 
sultat einer weiter geschrittenen Entwickelung zu sehen. 

Einem ähnlichen Geschmack entspricht die starke Einsattelung 
beim Nasenansatz, die grösste formelle Abweichung von den Te- 
geaköpfen, welche, gewiss zum Vorteil des dadurch viel feiner und 
reicher bewegten Profiles, doch den Eindruck der Tiefe in den 
Augen wesentlich abschwächt ; ferner fehlen dem Munde die 
Zähne ('), so dass man nur in einen tiefen dunkeln Spalt hinein- 



(1) Der einzige Kopf, bei welchem die Zähne angegeben sind, ist grade 
der vatikanische, dort aber in einer ganz schematischen Weise als eine die 
Oberlippe nicht überschreitende Kante, welche also den tiefen Spalt in seiner 
Wirkung keineswegs beeinträchtigt. Diese Art hat mit der oben charakteri- 
sirten nichts zu tun, sie findet sich gerade bei mittelmässigen Copieen sehr 
liäufig, und scheint also in einer gewissen Zeit die gewohnte Weise, den Mund 
zu bilden gewesen zu sein, die dann unterschiedslos auf alle W^erke angewendet 
wurde, z. B. auch für den sonst so altertümlichen Kopf der Neapler ' Venus 
Genetrix '. 



HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 225 

sieht , gewissermaassen eine mehr decorativ-einfache Wirkung. 
Noch giebt die Arbeit in den Augen zu einigen Bemerkungen An- 
lass : zwar die ungeschickte Art, wie jetzt das rechte Oberlid von 
dem Wulst bedeckt erscheint, liegt wesentlich daran, dass das Lid 
gerade an der Stelle , wo es sich zu verkriechen beginnt, etwas 
ausgebrochen ist, immerhin fügt sich der Wulst nicht in so ge- 
schmeidiger Weise der Linie des Lides an, wie bei den tegea- 
tischen Köpfen. Auffallend aber ist das Fehlen jeglicher Andeutung 
des inneren Thränenwinkels, die beiden Lidränder stossen einfach in 
einem etwas abgerundeten Winkel auf einander im Gegensatz zu 
der sehr deutlichen Ausbiegung für die Drüse am behelmten Kopf 
aus Tegea und den übrigen oben besprochenen Köpfeu. (Hier hat 
sich der Copist des vatikanischen wenigstens für das rechte Unterlid 
eine Correctur erlaubt). Auch sind die Lider nicht so besonders 
scharf, sondern etwas unbestimmt gegen den Augapfel abgesetzt; 
das Eigentümliche des Blickes wird vielmehr dadurch hervorge- 
bracht, dass der gewölbte Augapfel — wie namentlich die Seiten- 
ansicht erkennen lässt — nach oben weit hinter den Vorderrand 
des Oberlides zurücktritt. Also auch hier ist gegenüber dem Sy- 
stem zusammenwirkender Feinheiten beim Tegeakopf und dem He- 
rakles, die Wirkung mehr im Grossen und Allgemeinen angestrebt. 
Der Vollständigkeit wegen sei erwähnt, dass auch die Form des 
Ohres etwas abweicht. 

Es wäre vermessen, einem Künstler gegenüber, dem man eben 
erst beginnt etwas näher zu treten, sich bereits eine abgeschlos- 
sene Meinung über die Grenzen seiner Vielseitigkeit bilden zu 
wollen ; aber wenn die aufgeführten Abweichungen wenigstens zum 
Teil mit Recht als Beweise einer geringeren originalen Kraft an- 
gesehen werden können, so scheinen wir vor der Alternative zu 
stehen, dass der Meleager entweder auf Skopas zurückzuführen sei, 
dann aber selbst in dem schönen Kopf der Villa Medici noch nicht 
im Original vorliege, oder dass dieser Kopf ein Original, dann aber 
nicht mehr von Skopas selbst, sondern von einem ihm ausserordent- 
lich nahe stehenden Künstler sei, der aber bereits eine etwas spä- 
tere Entwickelung verkörpert. Auf einer solchen Entwickelungs- 
stufe steht ungefähr der von Farneil {Journal of h. st. VII S. 114) 
abgebildete und auf Grund eingehender Analyse der Schule des 



226 HERAKLES DES SKOPAS UND VERWANDTES 

Skopas mit Kecht zugeschriebene Terracottakopf aus Oxford ; er ist 
dem Meleager recht verwandt. 

Wohin diese Entwickelung strebt, mag etwa der Steinhäu- 
sersche Apollokopf, namentlich in der durch Kekule {Arch. Ztg. 
36 Taf. 2) veröffentlichten Abbildung des noch unrestaurirten Ab- 
gusses, veranschaulichen. 

Kom, im September 1889., 

Botho Graef. 



JAHRESBERICHT 

ÜEBER NEUE FUNDE UND FORSCHUNGEN 

ZUR TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 

1887-1889. 



Der folgende Bericht, welcher alljährlich fortgesetzt werden soll, heah- 
sichtigt einerseits über die in Rom gemachten und für die Topographie der 
antiken Stadt wichtigen Funde, andrerseits über die neuen Forschungen, 
welche bereits bekannte Monumente betreifen, eine Uebersicht zu geben. Mein 
hauptsächlicher Zweck war für beides aus eigener Anschauung zu referiren : wo 
sich dann den publizierten Berichten über neue Ausgrabungen etwas hinzu- 
fügen liess, oder wo die Nachprüfung einer neueren Arbeit vor den Monu- 
menten selbst Gelegenheit bot die Untersuchung weiterzuführen, habe ich dies 
nicht unterlassen wollen, sehe aber namentlich in letzterem nicht den Zweck 
dieser hauptsächlich referirenden Arbeit. Eben so wenig kann Vollständigkeit 
in der Aufführung aller Einzelfunde von Kunstwerken oder Privatbauten 
angestrebt werden, vielmehr muss dies den Notizie degli scavi und dem 
Bullettino della commissione archeologica comunale überlassen bleiben. Der 
offiziellen Berichterstattung, wie sie in den genannten Organen namentlich von 
Larciani, Gatti, Borsari in verdienstlicher Weise geboten wird, durch erste 
Bekanntmachung neuer Funde vorzugreifen, liegt natürlich diesen über längere 
Zeitabschnitte rückblickenden Berichten fern. Systematische Behandlungen der 
Topographie, welche im Wesentlichen mit bekanntem Material operiren, können 
hier im Ganzen nur kurz, im Detail nur an Punkten erwähnt werden, wo sie 
sachlich neues bieten. 

Der Epigraphik ist insofern ein erheblicher Raum gegönnt, als In- 
schriften, welche, wie z. B. Dedicationen von Gebäuden, Wichtigkeit für 
die Topographie haben, mit möglichster Vollständigkeit aufgenommen sind ; 
dagegen würde eine Aufführung der in den letzten zwei Jahren gefundenen 
Inschriften von rein historischem oder sprachlichem Interesse die Grenzen 
dieser Blätter weit überschreiten. 



228 JAHRESBERICHT UEBER 

Der vorliegende erste Bericht erstreckt sich vom Oktober 1887, von wo 
ab mir meine Rückkehr nach Rom verstattete von Neufunden als Augen- 
zeuge Kenntniss zu nehmen, bis April 1889. Nur ausnahmsweise habe ich 
diese Grenzen überschritten : so schien es hinsichtlich der in der zweiten 
Hälfte des laufenden Jahres veröffentlichten Arbeiten nicht angemessen z.B. 
Deglane's Aufsatz über das palatinische Stadium oder Richters Rekonstruktion 
der Ostseite des Forums auszuschliessen, den ersteren wegen seiner Gleichar- 
tigkeit mit Sturms Programm, letztere weil sie die Ausführung mancher in 
besprochenen Aufsätzen desselben Vf. angedeuteten Gedanken giebt. Auf Ent- 
deckungen und Arbeiten aus der ersten Hälfte des Jahres 1887 habe ich 
namentlich dann zurückgegriflFen, wenn dieselben in Richters Topographie (1889 : 
s. u. S. 231) keine Berücksichtigung gefunden hatten und doch allgemeiner 
bekannt zu werden verdienten. 

Dass über die in diesen Mitteilungen selbst erschienenen Arbeiten mit 
möglichster Kürze berichtet ist, wird man natürlich finden : einige Ungleich- 
heiten in der Behandlung hoffe ich in der Folge vermeiden zu können. Ebenso 
soll versucht werden, den Bericht auch auf die nähere Umgebung Roms 
(Gräberstrassen u. dgl.) auszudehnen, wovon für diesmal aus äusseren Gründen 
hat abgesehen werden müssen. 



I. Quellen der römischen Topographie. 
Neue Fragmente ^lqx Forma urbis Romae. 

Beim Niederreissen einer vor etwa 200 Jahren aufgeführten Mauer im 
Vicolo del Polverone hinter Palazzo Farnese im Sommer 1888 stellte sich 
heraus, dass dieselbe grossenteils aus Bruchstücken des antiken Stadtplans 
erbaut war. Nicht weniger als hundertachtundachtzig Fragmente kommen zu 
den bisher bekannten hinzu [Not. 1888 p. 392. 437. 569; Bull. com. 1888 
p. 386). Allerdings ist der Wert derselben vorläufig schwer zu bestimmen, 
da die meisten unbedeutende, oft nur handgrosse Splitter sind, wenige die 
Grösse von 20X20 cm. übersteigen. Unter den Stücken, welche ich zu sehen 
Gelegenheit hatte, namentlich den mit Inschriften versehenen, war keines mit 
einem der seit Bellori als verloren geltenden, in den Zeichnungen des Vat. 3439 
erhaltenen identificirbar. Die neuen Fragmente zeigen, was die im Kapitol 
eingemauerten Stücke nicht erkennen lassen, dass die Stärke der Platten 
wechselnd gewesen ist. Dies Kriterium würde, namentlich wenn sich die 
Herausnahme jener Stücke aus der Wand ermöglichen Hesse, die Zusammen- 
setzung des ganzen Plans wesentlich erleichtern. 

Ein auf dem Forum beim Tempel des Divus Antoninus gefundenes 
Fragment zeigt zwei im spitzen Winkel aufeinander stossende Strassen, und 
an ihrem Kreuzungspunkte drei runde Basen oder Altäre {Not. 1888 p. 728). 
Man könnte an den auf der kapitolinischen Basis in der zweiten Region 
genannten vicus trium ararum (vgl. C. I. L. VI, 452) denken. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 229 

Betreffs der Orientirung der Forma habe ich in diesen Mit- 
teilungen S. 79 den Beweis beigebracht, dass Südosten oben war, der Circus 
Maximus und Via Appia senkrecht standen. — Ueber Fragm. 163 und 144 
Jord. s.u. S. 259. 



Mittelalterliche Quellen zur römischen 
. Topographie. 

Die lange erwartete Fortsetzung von De Rossi's Ins er ip t i o ne s 
Christianae hat zu erscheinen begonnen: der erste Teil des zweiten Bandes, 
ein stattlicher Foliant von über 500 Seiten, führt den Separattitel: series codicum 
in quibus veteres inscriptiones Christianae praesertim urbis Romas sive 
solae sive ethnicis admixtae descriptae sunt ante saeculum XVI. Eine aus- 
führliche Besprechung des Gewinns, den die antike Topographie aus De 
Eossis neuster Arbeit ziehen kann, würde die Grenzen dieses Berichtes weit 
überschreiten, ich hoffe sie an anderer Stelle geben zu können ; hier genüge 
es, die mit gewohnter Meisterschaft ausgeführte Behandlung des Anonymus 
Finsidlensis und der alten Beschreibungen des Vaticanischen Gebietes zu 



Mirabilia Urbis Romas. The marvels of Rome, or a picture of the goldsn 
city. An English vsrsion of the medieval guide-book with a Supplement 
of illustrative matter and notes by Francis Morgan Nichoi.s. London 
u. Rom, 1889. XXXIII u. 205 pp. 8, 2 Illustrationen, 
giebt ausser der englischen Uebersetzung Noten, welche gut und bequem 
über das durch De Rossi, Jordan und Urlichs für die Textconstitution und 
Erklärung der Mirabilia geleistete orientiren. Die Beigaben {Mirabiliana) 
sind: 1. the marvels of Roman churches, A.D. 1375 (aus dem Vatic. 4265); 
2. Beschreibung Roms von Benjamin v. Tudela (nach der latein. Uebersetzung 
in Urlichs codex topographicus); 3. Ordo Romanus von 1143; 4. Drei 
Urkunden: Bulle Anaclet II von 1130, Innocenz III von 1199, Tabula Lats- 
ranensis ; 5. Plan des mittelalterlichen Rom (nach cod. Paris. 4802). Ein 
Titelbild nach Filaretes Bronzethüre von S. Peter schmückt das elegant aus- 
gestattete Buch, ein sorgfältiges Register erleichtert die Benutzung. 

Auf die Abbildung Roms auf Ciniabues Fresko in der Oberkirche 
von S. Francesco d'Assisi hat Strzygowski Mitteil. 1887 S. 62 hinge- 
wiesen; seiner Hypothese über Cimabue als Urheber des mittelalterlichen Stadt- 
planes (weiter ausgeführt in des Vf. Cimabue u. Rom, Wien 1888) kann ich mich 
ebensowenig anschliessen wie die meisten Beurteiler des genannten Werkes. 
Dem Stadtbilde in Assisi hat De ßossi (Mitteil. a. a. 0. S. 63) vollkommen 
richtig seinen Platz an der Spitze der bisher mit der Bulle Ludwigs des 
Baiern (1328) beginnenden Serie angewiesen, und daran ändert auch der 
Nachweis, dass der Künstler 1272 in Rom gewesen sei, nichts. 



230- JAHRESBERICHT UEBER 

Die bisher nur im 128. Bande der Bibliothek des Stuttgarter litte- 
rarischen Vereins gedruckte Beschreibung Roms von Nicolaus 
Muffel (1452) hat Michaelis in diesen Mitteilungen (1888 p. 254-276), soweit 
sie sich auf antikes bezieht, mit italienischer Uebersetzung und erläuternden 
Noten neu veröffentlicht. Als Quellen werden die Mirabilia und Poggio de varie- 
tate fortunae nachgewiesen. Hinzuzufügen ist die bei Parthey Mirabilia S. 47-62 
abgedruckte Beschreibung Roms aus Vat. 4265, welche, verfasst für den Ge- 
brauch der Pilger im Jubeljahr 1375, vermutlich in Muffels Händen gewe- 
sen ist. Wenigstens bietet nur sie Parallelen zu zwei sonst vereinzelt 
stehenden Notizen bei Muffel : erstens zu Muffels n. 15 die entsprechende 
Erklärung der Trofei di Mario (Parthey p. 56 § 68) : in eadem via (von 
S. Prassede nach S. Sisto) est memoriale anserum, qui Romanos de sompno 
excitaverunt et de captivitate liberaverunt ; ferner (Parthey p. 59 §85) den 
Passus: iuxta illud {templum S. Grucis in Hierusalem) est cisterna cuiusdam 
imperatoris, quam semper plenam habuit vino, et nunc est ecclesia ibi Sancti 
Angeli, wodurch die vergebens gesuchte Kapelle S. Michael bei Muffel n. 27 
nachgewiesen, und die Beziehung des Paragraphen auf die Piscina in Villa 
Conti gesichert wird. Eine Vergleichung des mir hier nicht zugänglichen 
deutschen Originals auch für die Notizen über Kirchen und Reliquien würde 
das Quellenverhältniss wohl zur Evidenz bringen. 

Handzeiehnungen-Codices der Renaissance. 

Der codex Escorialensis — II, 7, gezeichnet zwischen 1490 
und 1510, auf den in neuerer Zeit zuerst eine kurze Notiz Garrucci's {Sto- 
ria delTarte IV p. 7), aufmerksam gemacht hatte, war von E. Müntz nach 
Justi's Mitteilungen summarisch beschrieben {Rev. archeol. 1887, 1 S. 175-179; 
vgl. noch G. Boissier, un plan de Rome et une vue du Forum ä la fin du XV. 
siScle, Compte-rendu de Vacad. des inscr. 4, 15, 1887). Im vorigen Jahre wurden 
sodann zwei Blätter in photographischer Reproduktion in Rom vorgelegt 
(Müntz Rendiconti dei Lincei 1888 S. 71-73; De Rossi Mitteilungen des 
Instituts 1888 S. 94). Photographien einer grössern Anzahl von Blättern 
werden Hrn. J. Ficker verdankt , welcher in diesen Mitteilungen ( 1888 
S. 317 ff'.; 1889 S. 75) über die für antike und christliche Kunst wichtigen 
Blätter berichtet hat(i). Die Forumsansicht ist unten S. 237 wiedergegeben. 
Die Zeichnungen des Escorialensis haben ausser für die antiken Reste noch einen 
ganz einzigen Wert, da sie von der Stadt vor den grossen baulichen Verän- 
derungen Julius II und Leo X eine bessere Vorstellung geben als sonst irgend 
eine Quelle. Eine würdige Veröffentlichung wäre sehr zu wünschen. — lieber 
einige Zeichnungen M. Heemskerks (früher Sammlung Destailleur, jetzt im 
Kupferstichkabinet zu Berlin) vgl. unten S. 236. 237. 

(1) [Die Redaction trägt bei dieser Gelegenheit auf Wunsch des Hrn. 
Ficker nach, dass die Identiflcationen der Sarkophage Mitt. 1889 p. 75. 76 
gütiger Mitteilung des Hrn. Robert verdankt werden]. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 231 



II. Darstellende Werke. Baugeschichte der Stadt 
IM Allgemeinen. 

0. Richter, Topographie der Stadt Rom (Sep.-Abdr. aus Iwan Müllers Hand- 
buch der klassischen Altertumswissenschaft, Bd. III). Nördlingen 1889, 
8. 206 SS. 4 Pläne. ' 

Dem Buche liegt der vom Vf. in Baumeisters Denkmälern S. 1436-1535 
publiziert« Artikel 'Rom' zu Grunde, jedoch an vielen Stellen verbessert und 
erweitert, nicht nur durch einen einleitenden Abschnitt (Quellen, Litteratur, 
Stadtpläne), einen Abdruck der Konstantinischen Regionsbeschreibung und 
einen Index, sondern vor allem durch die Angabe der Litt<'ratur zu jedem 
einzelnen Paragraphen. Ausser der knappen und klaren Darstellung des auf 
diesem Gebiete hauptsächlich wissenswerten bietet es nunmelTr auch einen 
Führer zu gründlicher Beschäftigung mit dem alten Rom, und wird hoffentlich 
zur Belebung und Verbreitung der topographischen Studien in Deutschland 
einen nachhaltigen Anstoss geben. Eine Besprechung im Einzelnen kann hier 
nicht beabsichtigt werden : die wenigen Bemerkungen, die unten S. 234. 256. 
268. 269 gemacht werden, möge man als Beiträge für eine zweite Auflage, die 
dem Buche nicht fehlen wird, betrachten. 

R. Lanciani, Ancient Rome in ihe light of recent discoveries. London 1888, 
8. XXIX u. 329 SS. 100 Illustrationen. 

Eine gründliche, wenn auch gedrängte Uebersicht über die grossen 
Fortschritte, die unsere Kenntniss des alten Roms dank den Ausgrabungen 
der letzten zwanzig Jahre gemacht hat, zu geben, dieses Ziel hat sich der Vf., 
der betreiFs jener Errungenschaften mit Recht sagen könnte quorum pars magna 
fui, in diesem Werke noch nicht gesteckt. Sein Buch, entstanden aus einem 
Cyklus von Vorträgen , die L. auf einer Reise durch Amerika gehalten 
hat, verläugnet diesen Ursprung nicht. Die Ueberschriften der elf Ka- 
pitel {the renaissance of archaeological studies ; the fundation and pre- 
historic life of Rome ; the sanitary condition of ancient Rome ; public 
places of resort ; the palace of the Caesars; the house of the Vestals; the 
public libraries of ancient and medioeval Rome; the police and fire de- 
partment of ancient Rome ; the Tiber and the Claudian harbor ; the Gam- 
pagna ; the disappearance of works of art and their discovery in recent 
years) zeigen, dass die gewählten Themata zum Teil mit der eigentlichen 
hauptstädtischen Topographie nur in loser Verbindung stehen, während 
andrerseits grosse Gebiete derselben gar nicht gestreift werden. Die Dar- 
stellung ist stets anziehend ; aus der Fülle der ihm zu Gebote stehenden De- 
tails wählt L. mit grossem Geschick aus: besonders operirt er mit Rücksicht auf 
sein Publicum gern mit Zahlen und statistischen Angaben, deren Sicherheit 



ä32 JAHRESBERICHT ÜEBER 

freilich manchmal bedenklich ist. Wenn auch die Absicht des Vf. nicht war 
wissenschaftlich neues zu bieten, hätte doch stellenweise etwas weniger con- 
servativ verfahren werden, und z. B. die als verfehlt nachgewiesene Eecon- 
struction des Vestatempels nicht wiederholt werden sollen. 

J. H. MiDDLETON, Ancient Rone in 1888 (Edinburgh 1888) 
ist nur das mit neuem Titel imd Register versehene, sowie durch ein 
Schlusskapitel discoveries 1885-1888 erweiterte Buch desselben Vf. Ancient 
Rome in 1885. Das Schlusskapitel giebt auf 11 Seiten einige Notizen über 
neue Funde, aber weder vollständig noch eingehend : z. B. wird die für die 
Grenzbestimmung der dritten und fünften Region so wichtige Entdeckung 
des Tempels der Minerva Medica nicht einmal erwähnt, ebenso wenig die 
des Pons Agrippae. Entbehrlich wäre dagegen die ganz ungenaue Copie der 
Inschrift des Mausoleums des Lucilius Paetus und die ästhetischen Betra- 
chtungen über die am Quirinal gefundenen Bronzestatuen (der Faustkämpfer 
ist dem Vf. zufolge of very dijferent and inferior s'yle als der stehende 
Athlet, a characteristic exemple of purely Roman art). Die beigegebene, 
Pläne und Karten sind natürlich auf dem Standpunkt von 1885 geblieben. 

A. Mayerhoefer, Geschichtlich-topographische Studien über das alte Rom 

(München 1887) 
behandelt in drei Kapiteln: 1. Die Bedeutung des Wortes Pontifex ; Stel- 
lung des Janiculum in der Königszeit; neue Beiträge zur Brückenfrage; — 
2. Wandlungen der Strassenverhältnisse auf dem rechten Tiberufer ; — 3. Die 
Thore der aurelianischen Mauer an der Flussseite nebst den Veränderungen 
welche die spätere politische Entwicklung im Gefolge hatte. — Der Vf. sagt 
selbst S. 65, er beschäftige sich mit Fragen deren Beantwortung sich nicht 
ausgraben lasse, hoffe aber dadurch, dass das Untersuchungsgebiet einen 
Zuwachs an neuen Gesichtspunkten erhalte, der Forschung einigen Dienst zu 
erweisen. Ich bedaure in der breiten und oft verworrenen Darstellung diese 
neuen Gesichtspunkte nicht finden zu können ; dass Vf. durch die Annahme 
u. A. eines zweiten Pons Aemilius-Neronianus in das Brückenverzeichnis 
Ordnung zu bringen glaubt, war aus seinen früheren Schriften bekannt. In 
das dunkle Gebiet der Topographie des mittelalterlichen Rom, auf welchem 
sich die Erörterungen M.'s über die Thore an der Engelsburg grossenteils 
bewegen, wird vielleicht noch an vielen Punkten Licht zu bringen sein — dazu 
gehört aber sehr viel mehr Methode und Monumentenkenntnis als der Vf. besilzt, 
dem es z. B. passirt, dass er (S. 103) seine Ansicht über das Thor an der 
Engelsbrücke erläutert mit Hülfe des kleinen Holzschnitts aus Marlianis 
Topographie (1588). Letzterer ist natürlich dem grösseren Stiche Du Peracs 
nachgezeichnet und neben diesem wertlos ; . das Original zeigt deutlich, dass 
die von M. als frühmittelalterlich angesprochenen Partien den Bauten der 
Sangallo angehören. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 233 

Lage, Boden, Klima. 

Tommasi-Crudeli, Alcune riflessioni sul clima delVantica Roma (Mitteilun- 
gen 1887 p. 76-89). 
handelt über den Einfluss der Malaria auf den menschlichen und thierischen 
Organismus, über die antikeYi Schutzmittel gegen dieselbe (Drainage, eigen- 
tümliche Einrichtung der Campagnahäuser), endlich über die Malaria im Mit- 
telalter und der Neuzeit. 

Fr. Olck, Flcckeisen und Masius Jahrb. Bd. 135 S. 465-475. 
behandelt die Frage: hat sich das Klima Italiens seit dem Altertum geän- 
dert? mit negativem Ergebnis — wobei auch die bekannten Stellen über Tem- 
peraturverhältnisse der Hauptstadt zur Sprache kommen. 

Genannt werden muss hier noch das Kapitel aus Lanciani's S. 231 
angeführten Buch : sanitary conditions of ancient Rome, welches sowohl 
durch des Vf. genaue Kenntnis der antiken Stadt als auch durch die Paral- 
lelen aus dem modernen Rom einen besonderen Wert erhält. 

Stadt- und Bau geschieh te im Allgemeinen. 

Der Aufsatz von Studemund, die sacraArgeorum (Philologus 
N. F. I S. 168-177) versucht auf die berühmte Varrostelle neues Licht zu 
werfen dadurch, dass die Lage der sacraria Argeorum mit dem Schema 
des Auguraltemplums und zwar eines solchen, dessen vier Hauptteile durch 
analoge Teilung zu einer im Ganzen 16 Quadrate enthaltenden Figur ge- 
staltet sind, in Einklang gebracht wird (i). Nimmt man diese freilich nirgends 
ausdrücklich überlieferte Prämisse an, so kann man nicht umhin auch der wei- 
teren mit mathematischer Strenge geführten Deduction beizustimmen. In dem 
Einleitungspassus bei Varro wird statt des überlieferten Argeorum sacraria in 
Septem et viginti partis urbi sunt disposita vorgeschlagen wird A. s. septem et 
viginti in quattuor partis urbis s. d; die Zahl der 27 sacraria wird erklärt 
durch die Annahme von 9 sacraria für die ursprüngliche regio Palatina und 
je 6 für die drei später hinzugekommenen. Dass die Lage des Sacrariums apud 
aedem dii Fidii {collis Mucialis quinticeps), welches durch die vom Vf. noch 
nicht berücksichtigten Ausgrabungen (u. S. 274) sich ziemlich genau localisiren 
lässt, in das System hineinpasst, darf als Stütze für dasselbe angeführt werden. 

Mein Aufsatz : das Pomerium Roms in der Kaiserzeit 
(Hermes XXH, 1887, S. 615-626) berichtigt Jordans Aufstellungen Top. I, 1, 

(1) Die Möglichkeit, auf einer solchen Figur 27 statt 25 auf den Schnitt- 
punkten liegende sacraria anzunehmen, wird durch die doppelte Zählung 
zweier Punkte, diese wiederum durch die Zweiteilung der Prozession auf den 
16*«" und n^^n März begründet. 



284 JAHRESBERICHT UEBER 

S. 324-333. Es wird nachgewiesen, dass die claudische Termination den 
grössten Teil der Regio IX zwar aus-, dagegen den Aventin (R. XII und XIII) 
einschloss ; dass die späteren Terminationen von dieser abwichen und die 
Steine weder conlinuirliche Bezifferung noch gleichen Abstand hatten ; dass 
die Termination des Claudius im Süden begann, die des Vespasian im Norden ; 
endlich dass die Hadrianische Termination ex senatus consuUo erfolgte. 

L. BoRSARt, Le mura e forte di Servio {Bull, comun. 1888 p. 12-22), 

zählt die seit 1881 gefundenen Stücke der Serviusmauer auf, giebt von 
zweien (in Via di Marforio n. 73-75 und in via delle Finanze) Pläne und 
Durchschnitte und trägt zu mehreren schon länger bekannten auf dem Qui- 
rinal die Notizen aus der Monographie des Gio. Lucio (cod. Vat. 9137 ; de 
Rossi plante di Borna p. 117) nach (i). Den beiden letzten Jahren gehört 
nur ein im Garten der Suore di S. Vincenzo gemachter Fund an, dessen Zu- 
gehörigkeit zur Befestigung mir fraglich ist (s. u. S. 260). 

Besondere Erwähnung verdient die dem Aufsatze eingefügte Beschreibung 
eines antiken Steinbruchs (Tuff) in der Vigna Querini (1872 entdeckt; 
vgl. Lanciani Bull, comun. 1872 p. 6), von dem Plan und Durchschnitte 
(bisher unedirt) gegeben werden. 

J. H. MiDDLETON, On the chief methods of construction used in ancient 
Rome. {Archaeologia tom. LI, pari 1, p. 41-60). 

Der Verfasser, an dessen Ancient Rome in 1885 die auf umfassender 
Monumentenkenntnis beruhende Berücksichtigung des Technischen besonders 
zu loben war, handelt über Quader- und Gusswerkbau. Namentlich dem letz- 
teren wird eine durch 3 Tafeln (Wände vom Palatin, den Caracallathermen 
u. A. nach eigenen Aufnahmen) erläuterte ausführliche Besprechung gewidmet, 
und seine constructive Bedeutung gegenüber den nur zur Verkleidung die- 
nenden Ziegelwänden hervorgehoben. Einzelheiten sind zu berichtigen : so 
z. B. sind die unteren Kammern der grossen Exedra des Traiansforums bei 
Magnanapoli nicht Ziegelrohbau gewesen (p. 58), sondern auf Steinbelag 
berechnet. Ueber seine Vorgänger urteilt Vf. sehr absprechend ; nicht nur 
Canina's sondern auch Choisy's Buch ist ein simply toork of imagination 
and worse than useless to the real Student (p. 41 not.) Der Vorwurf über- 
triebener Eleganz, welcher Choisy's Zeichnungen gemacht worden ist, wird 
die des Vfs. nicht treffen : ob sie dafür durch absolute Zuverlässigkeit ent- 
schädigen, mögen Fachmänner entscheiden. Von den Facsimile's der Stein- 

(1) Der Lauf der Servianischen Befestigung auf Richters Plan (o. S. 231) 
ist an mehreren Stellen nicht correct angegeben : so sind auf dem Esquilin 
die Reste auf Piazza Fanti gar nicht berücksichtigt, die bei der Station nicht 
richtig eingezeichnet. Merklicher noch ist die Abweichung beim Quirinal, wo 
die Mauer, statt dem Hügelrande folgend von der Höhe bei Magnanapoli nach 
der Arx zu laufen, im Thale (Hof von Palazzo Colonna und Piazza SS. Apo- 
stoli) gezeichnet ist. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



235 



metzzeichen auf dem Palatin und der Serviusmauer lässt es sich nicht 
behaupten. 

Eine mehr technische als topographische Frage behandehi T. Homolle 
und H. P. NiNOT in ihrem Essai de restitution de V amp h i. 
thöatre de Gurion (Gazette arch6ologique, 1889 p. 11-16). Es wird 
der durch Zeichnungen (Tf. -3. 4) erläuterte Nachweis der Möglichkeit einer 
Construction wie sie Plinius 36, 117,120 beschreibt, gegeben, allerdings mit 
Verwerfung der Lesart des Bambergensis: jiost primos dies etiam sedentibus 
aliquis und Kückkehr zum 'texte de nos pires' : postremo iam die disceden- 
tibus tabulis. 

Für die Geschichte der städtischen Wasserleitungen interes- 
sant ist die Auffindung einer eigentümlichen sehr alten und in bedeutender 
Tiefe liegenden Leitung in Villa Wolkonsky {Notizie 1888 p. 59 ; Bull. com. 
1888 p. 400 ; Narducci sulla fognatura di Roma p. 30). Durchbohrte 
Tuifblöcke (wie untenstehende Figur, nach einer von mir in V. Wolkonsky 
genommenen Skizze, zeigt) stellten eine Kohrleitung von bedeutender Wand- 
stärke her; die Verbindung der einzelnen Stücke war durch er. 6 cm. vorsprin- 
gende MuflFen und entsprechende Vertiefungen am anderen Ende bewirkt. Im 




Inneren hatte das Wasser Kalkablagerungen bis zur Stärke von 3 und mehr 
cm. hinterlassen. Aehnliche Funde waren 1886 auf dem Caelius gemacht 
{Bull. com. 1886 p. 406), welche insgesamt die Leitung fast 2000 m. weit 
zu verfolgen gestatten : Lanciani [rendiconti delVaccad. de' Lincei 1888 
p. 301) erkennt darin den von Frontin de aq. 19 beschriebenen rivm Her- 

culaneus der Aqua Marcia. Kichtung (Anfang post hortos Pallantianos 

dann per Gaelium ductus finitur supra portam Gapenam) und Nivelle- 
ment {ipsius montis usibus nihil, ut inferior, subministrans) stimmen. 



236 JAHRESBERICHT UEBER 

PiETRO Narducci Sulltt fognatura della cittä dl Roma, descrizione tecnica. 
Eom 1889. 124 p. gr. 8°. Atlas von 14 Tf. in gr. q. fol. 

Der Vf., welcher als Chefingenieur der römischen Canalisation seit 
langen Jahren auch den antiken Kloakenanlagen seine Aufmerksamkeit ge- 
widmet hat, giebt nach einer kurzen historischen Einleitung eine Beschreibung 
der jetzt functionirenden Kloakenstränge Roms, unter denen folgende zum 
grösseren oder geringeren Teil antik sind : N. 3, chiavicone di Schiavonia, 
vom Pincio beim Mausoleum des Augustus vorbei an der Eipetta in den 
Fluss mündend. — N. 4, chiavicone di Trevi, antik der obere Teil bei Via 
del Bufalo, die weitere Leitung bis zur Mündung unterhalb des ponte di Ri- 
petta Werk des siebzehnten und achtzehnten Jahrhdts. — N. 11, chiavica della 
Giuditta, früher chiavica della Rotonda genannt, weitverzweigt, einen grossen 
Teil des Marsfeldes von Monte Citorio ab entwässernd, mündet in den Fluss 
gegenüber der Insel. — N. 12, chiavicone deWOlmo, für welchen antike Entwäs- 
serungsbauten des Circus Flaminius benutzt sind, mündet bei Ponte Quattro 
capi. — N. 13, Gloaca maxima. Ausser dem bekannten Stück im Forumsthal 
wird die Zuleitung aus den oberen Stadtteilen {chiavicone delle terme Dio- 
cleziane) beschrieben; ferner ein System von unterirdischen Gängen im Tuff 
des Quirinal bei S. Vitale, seit 1876 verschüttet. — Auf dem rechten Tiber- 
ufer ist nur der fognone di Borgo (n. 14) vielleicht ein Werk der Kaiserzeit; 
im eigentlichen Trastevere finden sich römische Kloaken nicht. Sonderbar ist 
es freilich wenn der Vf. p. 56 behauptet: per quanto si e indagato nei molli 
autori delVantichitä non fu rinvenuta una notizia, una descrizione di fabbri- 
cati nella regione trastiberina da poterla cosl riguardare come parte 
abitata. — Ein parte seconda : delle antiche cloache di Roma überschrie- 
bener Abschnitt behandelt besonders die Wasserableitung des Colosseums ; 
aus der parte terza ist hervorzuheben die tavola sinottica delle piazze, vie, 
vicoli ecc. con Valtimetria stradale e delle fogne (S. 73-117), welche für 
hunderte von Punkten des modernen Eoms exacte Höhenangaben liefert. — 
Der Atlas enthält, ausser einem Uebersiclitsplan des Kloakennetzes von Rom, 
14 Tafeln meist mit Querschnitten, unter welchen die beiden letzten (Ent- 
wässerungsanlagen des Colosseums) ein besonderes Interesse haben. 



III. Topographische Rundschau. < 
Forum Romanum. 

Ueber den Zustand des ganzen Forums im 15'^° u. 16**" Jahr- 
hundert geben einige kürzlich bekannt gewordene Zeichnungen neue Aus- 
kunft. Den ersten Platz nimmt unter diesen die Zeichnung im cod. Escoria- 
lensis ein, über welche Müntz (s. u.), De Rossi (Mitteilungen des Instituts 
1888 S. 94), Nichols (ebda. S. 98), Richter (Jahrb. des Instituts 1889 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



237 



S. 158) gehandelt haben, und von welcher beistehende nach einer von Hrn. 
Dr. Ficker genommenen Photographie verkleinerte Skizze eine Vorstellung 




geben'mag. Dass die Zeichnung älter sein muss als 1503/04 zeigt die Wie- 
dergabe der in diesem Jahre zerstörten Eeste der Basilica Aemilia (s. u. S. 242), 

Zwei Zeichnungen aus dem Berliner Skizzenbuch Martin Heemskerks 
(um 1535), von mir publicirt Bull. com. 1888 p. 153, tav. VII. VIII, stellen 
das Forum einmal vom Kapitol, das andere mal vom Palatin gesehen dar. 
Die letztere gibt endlich Aufklärung über die Lage der vielgesuchten, zur 
Zeit Pius IV (1559-65) zerstörten Kirche S. Sergio e Bacco, an die sich 
die Localisirung zweier antiken Monumente, des umbilicus urbis Romae und 
der sog. Schola Xantha, knüpft (s. u. S. 240). Die Kirche kehrte ihre Front nicht, 
wie Jordan (Top. H S. 451-57; I, 2 S. 249) und C. Ee [Bull. com. X, 1882, 
p. 94-129) annahmen, dem Kapitol, sondern dem Forum zu : ihr Standort ist 
noch heut gekennzeichnet durch das Stück alten Basaltpflasters, welches 
durch die Vorzüglichkeit seiner Arbeit gegenüber den sonstigen frühmittel- 
alterlichen Pflasterungen des Forums sofort auffällt, und für dessen ganz 
singulare Erhaltung bisher keine Erklärung möglich war. 

Westseite des Forums. 



Von der Westseite des Forum Romanum nach ihrer Gestaltung in 
früherer Kaiserzeit entwirft 0. Richter am Schlüsse seines unten zu bespre- 
chenden Aufsatzes (Jahrb. 1889 S. 137-162) ein Gesamtbild, an welchem als 

16 



238 JAHRESBERICHT ÜEBER 

neu hervorzuheben ist die Annahme eines Triumphbogens des Drusus nörd- 
lich von der Rednerbühne, entsprechend dem südlichen Bogen des Tiberius. 
Die Existenz eines derartigen Bogens wird gefolgert einzig aus der Dar- 
stellung einer Münze, welche wegen ihrer abweichenden Details mit dem 
gewöhnlich so genannten Drususbogen über der Via Appia nichts zu thun 
haben könne : sie steht und fällt also mit der (m. Er. verfehlten) Theorie 
über die Genauigkeit der Münzbilder. Ferner wird die Stellang des Tiberius- 
bogens da, wo ihn die bisherigen Forumspläne nach dem Fundbericht von 
Eavioli (1851) hinsetzen, bezweifelt ; wie mir scheint ohne genügenden Grund, 
da die Spuren desselben bei der sehr starken Restauration der Nordwestecke 
der Basilica Julia verschwunden sein dürften, und der Bogen doch gewiss 
über der sacra via, nicht daneben gestanden hat. Das Bild, welches Richter 
von der schön durchdachten Harmonie der Forumsbauten des Augustus ent- 
wirft, ist ansprechend, aber sehr hypothetisch ; wenn z. B. behauptet wird, 
dass erst Septimius Severus durch das an Stelle des (vermutheten) Drusus- 
bogens errichtete Triumphthor den Gesammteindruck unheilbar zerstört habe, 
so bleiben dabei Denkmäler wie das des Hadrian (C /. L. VI, 974) und das 
von Mommsen {R. G. D. A. pag. 128) zweifelnd dem Vespasian zugeschriebene 
ganz unberücksichtigt, deren Stellung am Clivus durch die Fundumstände 
höchst wahrscheinlich ist. 

0. Richter, Die römische Rednerbühne (Jahrb. des Instituts 1889 S. 1-17) 

berichtigt zunächst eine frühere Ansicht des Verfassers über den sog. locus 
inferior der Rostra. Die Existenz eines Sprechplatzes zweiten Ranges hatte 
Mommsen aus der Stelle Cic. ad Att. II, 24, 3 vermuthet, Richter hatte 
dann (Berl. Phil. Wochenschr. 1887 S. 895, und bei Mommsen St. R. III, 
S. 383 Anm. 5, S. XII Anm. 1) diese Hypothese durch bauliche Gründe zu 
stützen und den Nachweis anzutreten versucht, dass u. A. die ganze Dreitei- 
lung der Rostra-Fassade auf die Existenz eines tiefer liegenden Sprechplatzes 
in der Mitte hinwiese. Er nimmt jetzt diese Ansicht sowohl aus philologi- 
schen wie tektonischen Gründen zurück und bietet in fünf Abschnitten (die 
Fassade — die Schiffsschnäbel — die Seitenfassaden — der Aufgang — die 
Ehrendenkmäler auf den Rostra) wesentliche Berichtigungen und Ergänzungen 
seiner früheren Arbeit. Als gesichert oder sehr wahrscheinlich darf gelten, 
dass die Fassade kein besonders architektonisch hervorgehobenes Mittelstück 
hatte; dass die ganz gleichmässigen Schiffsschnäbel nicht wirkliche vom 
Feinde erbeutete, sondern eigens zu diesem Zwecke gearbeitete waren; dass 
die sanft ansteigende cordonata nicht die ganze Breite der Rückseite, son- 
dern nur die Mitte derselben eingenommen hat; dass endlich die massigen 
Einbauten aus Gusswerk und Ziegeln, welche früher für mittelalterlich gehal- 
ten wurden, den Zweck gehabt haben, der Platform, welche durch Aufstellung 
immer zahlreicherer und kolossalerer Denkmäler (deren Dimensionen vermit- 
telst der Stilichobasis in Villa Medici und der Abbildung auf dem Constan- 
tinsbogen erörtert werden) gefährdet schien, eine sichere Stütze zu bieten. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 239 

Gegen andere Aufstellungen aber erheben sich Bedenken ; so z. B. gegen 
das was S. 7 über den nördlich an die Quadermauer stossenden Backsteinbau 
gesagt wird. Derselbe soll ein in später Zeit gemachter Anbau zur Redner- 
bühne, und gleich der Hauptfront mit Schiffsschnäbeln geschmückt gewesen 
sein. Zum Beweise werden angeführt die durch die ganze Wandstärke hin- 
durchgehenden, in Stellung und Entfernung den Zapfenlöchern für die 
Schiffsschnäbel entsprechendep Löcher in der Vordermauer. Solche finden sich 
an mehreren Stellen, und zwar entspricht eins an der Vorder- und zwei an 
der Rückseite (letztere auf der Figur S. 5 nicht sichtbar) in der Höhe und 
in der Entfernung den Zapfenlöchern der unteren Schiffsschnäbelreihe. Aber 
gleichartige sind weder an allen Stellen, wo man sie vermuten muss, vor- 
handen, noch fehlen sie da, wo sicher keine Schiffsschnäbel befestigt gewesen 
sind (z. B. eines er. '/a m. vom Pflaster, unter dem grossen Wandloch). 
, Ueberhaupt ist der Zustand des ganzen Mauerrestes, der seiner Zeit in die 
Fundamente des ponte della Consolazione hineingezogen, daher vielfach 
modern geflickt und überscbmiert ist, von der Art, dass ich nicht wagen 
würde aus so unsicheren Spuren Schlüsse auf die Decoration zu ziehen. Dass 
der Ablauf an der Ostseite den Rostra entnommen sei, ist richtig, kann aber 
bei dem späten Ursprung nicht befremden. — Die Frage nach der Befestigung 
der Schiffsschnäbel wird durch eine von Hrn. F. 0. Schulze gemachte Beob- 
achtung in einem von Richter etwas abweichenden Sinne gelöst. Nach R. waren 
an die kurzen starken Zapfen derselben (deren Construction durch die Abbildung 
auf dem Bogen von Orange erläutert wird) eiserne Stangen angeschmiedet 
welche, sowohl durch die Tuffmauer wie durch die Travertinpfeiler hindurch- 
gehend, an der Rückseite verankert waren. Nun gehen allerdings die Bohrlö- 
cher durch die ganze Stärke der Tuffwand, und zwar etwas abwärts geneigt; 
wo die Theilung auf den hinten stehenden Travertinpfeiler trifft, gehen sie 
auch noch durch diesen (so am zweiten Pfeiler von der N. Ecke gerechnet); 
wo das Bohrloch gerade auf die Kante trifft, wie am ersten Pfeiler (von N.), 
geht es nicht durch, sondern nimmt nur so viel von der Kante heraus, dass 
man behufs der Befestigung dem Loche im Tuff beikommen konnte. Die Ver- 
festigung geschah durch einfache Verbleiung, wie ein noch mit Metall ge- 
fülltes Bohrloch nahe der Nordecke zeigt. Die ganze Rückwand wurde dann 
verputzt, wie an dem bis zur 3'"» Quaderlage herauf erhaltenem Stück an 
der Nordecke noch zu sehen ist. Dies Verfahren war gewiss für die Last der 
wahrscheinlich nicht einmal originalen, sondern eigens angefertigten Rostra 
vollkommen genügend. 

L. Cantarelli, Osservazioni sulle scene storiche rappresentate nei due bas- 

sorilievi marmorei del Foro Romano {Bull. com. 1889 p. 99-115). 
kehrt im Gegensatze zu Henzens Brizios Jordans und Bormanns Ansicht, dass 
auf den beiden 1872 gefunden Reliefs zwei Staatsacte des Trajan (resp. Hadrian) 
dargestellt seien (die institutio alimentaria und der Erlass der rückständigen 
Erbschaftssteuer), zu der Erklärung C. L. Viscontis zurück, der dargestellte 
Kaiser sei Domitian und die beiden Acte die Proclamation des Edicts gegen die 



240 JAHRESBERICHT UEBER 

Entmannung, sowie die Verbrennung der libelli famosi. Richtig ist die Be- 
merkung gegen Bormann, der wegen der Barttracht der Lictoren das Relief 
unter die Trajanische Zeit herabrücken wollte, dass auf sicher trajanischen 
Monumenten (Säule, Bogen von Benevent) Leute mit Bart unter dem kaiser- 
lichen Gefolge nicht fehlen. In der Hauptsache dagegen hat mich C.'s Dar- 
legung nicht überzeugt, vielmehr erledigt sich m. Er. die ganze Frage da- 
durch, dass auf dem zweiten Relief nicht Bücher, sondern Diptychen oder 
Triptychen, d. h. Urkunden verbrannt werden. Der Versuch p. 113 zu bewei- 
sen, dass auch diese letzteren zur Darstellung von libelli vulgo edita hätten 
dienen können, ist nicht besser als wenn jemand behaupten wollte, der mo- 
derne Künstler könne Buch und Brief beliebig eins für das andere darstellen, 
weil unter Umständen auch Bücher unter Couvert verschickt würden. Ob es 
glaublich sei, dass ein Monument Domitians, eines Kaisers bei dem die me- 
moriae damnatio so energisch durchgeführt scheint, wie kaum bei einem . 
anderen — wir haben von ihm aus Stadt und Umgegend nicht eine einzige 
Ehreninschrift mit ungetilgtem Namen! — an der hervorragendsten und 
zugänglichsten Stelle des Forums unbehelligt weiter existiren konnte, diese 
Frage scheint sich C. nicht vorgelegt zu haben. 

Ueber ein der Rednerbühne benachbartes Gebäude, die schola scribarum 
Ubrariorum aedilium curulium (gewöhnlich Schola X anth a genannt) 
habe ich in diesen Mitteilungen 1888 S. 208-232 gehandelt und mit Hülfe der 
Fundberichte des 16*®" Jahrdts. den Beweis zu führen gesucht, dass das Ge- 
bäude nicht zwischen Saturntempel und Tabularium, unterhalb der porticus 
deorum consentium, sondern westlich vom Saturatempel am Clivus, zwischen 
Tiberiusbogen und Rostra gelegen habe. Entscheidend ist es, dass Funde, wel- 
che zusammen mit denen der Reste der Schola gemacht sind, genannt werden 
ante aedem S. Sergii et Bacchi. Die chronologische Ansetzung der Bau- 
inschriften, deren eine die Gründung, die zweite die Erneuerung zu nennen 
scheint, ist bisher nicht richtig getroffen : die scheinbare Restaurationsinschrift 
ist vielmehr die ältere, wie aus onomatologi sehen Gründen in der dem Aufsatz 
angehängten Nota sopra i nomi doppi di servi e liberti della casa imperiale 
gezeigt wird. 

Nordseite des Forums. 

Th. Mommsen giebt Hermes XXIII S. 631-633 mit Hülfe mehrerer 
Stellen aus Cassiodor und Ennodius den Nachweis, dass im sechsten Jhdt. die 
Bezeichnung Atrium Libertat is für einen Teil der Curie gebräuchlich 
gewesen sei, womit die Bedenken Jordans (Top. I, 2 S. 460) erledigt werden. Zu 
den beiden mit Recht herangezogenen Inschriften C. I. L. VI, 1794 (S. Adriano) 
u. VI, 470 (S. Martina) hätte wohl auch noch VI, 472: Libertati ab imp. Nerva 
Ga[es\aii^e'\ Aug. anno ab urbe condita DCCCXXXIIX Xini[K.} öc[f]. resti- 
tut^ae] s.p. q. R. hinzugefügt werden können. Dieselbe steht beim Anonymus 
Einsidlensis (C. /. VI p. XII n. 39) mit der Ortsangabe 'in Gapitolio\ d. h. der- 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 241 

selben welche die Inschriften der drei Tempel am Clivus, der unmittelbar 
vorhergehende Bogen des Marc Aurel neben dem Concordientempel [G. Z L. 
VI, 1014; vgl. praef. p. XII n. 38) und die bald darauf (n. 43) folgende Inschrift 
der curatores tabulariorum (C. I. L. VI, 916) haben. Ich möchte sie daher 
statt einem unbekannten Libertas-Heiligtum auf dem Kapitol, einem der- 
selben Gottheit geweihten Monument bei der Curie zuteilen. Die Inschrift 
CLL. VI, 470 könnte nach den Massen der Buchstaben wohl als Dedications- 
inschrift einer aedicula mit dem Bilde der Liberias gedient haben. Sollte 
sich das von Mommsen mit Kecht als aufEallig hervorgehobene vielfache 
Vorkommen des atrium Libertatis in der allerspätesten römischen Zeit, 
nachdem vom ersten bis fünften Jahrhundert fast nie von dem Gebäude die 
Rede ist, in der Weise erklären, dass man nach Entfernung der alten Schutz- 
göttin der Curie, der Victoria, geflissentlich die benachbarte Libertas in den 
Vordergrund stellte ? — Hinsichtlich dess Stadtplanfragments Jord. 25 mit 
LIBERTATIS ist nach dem oben S. 229 bemerkten sicher, dass es die nach 
Quirinal, nicht die nach dem Kapitol zu gelegene Apsis des Trajansforums 
vorstellt : damit schwindet m. Er. die Möglichkeit, es mit dem alten atrium 
Libertatis in Verbindung zu bringen. Was die Inschrift (deren Parallelisirung 
mit VI, 470 sich von selbst erledigt, da an letzterem Ort der Dativ steht) 
bedeutet, ist schwer auszumachen ; ob Trajan ein sacellum Libertatis auf 
seinem neuen Forum nach Muster des alten errichtete ? die von Früheren 
versuchte Beziehung der Stelle Plin. Panegyr. 36 : eodem foro utuntur prin- 
cipatus et libertas ist freilich chronologisch unmöglich. 

Einen anderen Beitrag zur Forumstopographie der spätesten Zeit 
bietet De Rossi's Aufsatz il luo g o app ellato ad p almam e suo 
emiciclo nel for o Romano {Bull. com. 1887 p. 63-66). Er fügt den 
von Jordan (Top. 1, 2 S. 259, Anm. 91) gesammelten Belegen aus Cassiodor, 
dem Anonymus Valesii etc. zwei neue hinzu. Erstens ist der Beiname der 
römischen Synode von 502, synodus palmaris, nicht, wie früher angenommen, 
von der porticus ad palmata beim Vatikan abzuleiten, sondern von dem Orte ad 
palmam bei der Curie, wo die kirchlichen Abgeordneten mit dem Senat ver- 
handelten. Die zweite ältere Belegstelle findet sich in den Gesta promulga- 
tionis codicis Theodosiani von 438, wo der Palast des praefectus praetorio 
Anicius Acilius Glabrio Faustus gesetzt wird ad palmam {^). 



(') Einen Nachtrag geben De Eossi und Gatti in dem soeben erschienen 
Heft 7. 8 des Bullettino municipale (p. 363): die Basis C. I. L. VI 1767. 
von dem genannten Anicius Glabrio seinem Schwiegervater Tarrutenius Maxi- 
milianus geweiht, und gefunden in Campo vaccino, hat vielleicht zum Schmuck 
der domus palmata (der Dedicant nennt sich ornator huius loci) gehört. 
Ferner wird vermutet, dass das Atrium Libertatis der auf Peruzzi's Plan 
(bei Lanciani Vaula e gli ußzi del Senato tav. I) ersichtliche saalartige Raum 
zwischen Curie {S. Adriano) und Secretarium (ß. Martina) sei. 



242 JAHRESBERICHT ÜEBER 

Da die im Zusammenhang mit den neuen Strassenanlagen geplante 
Freilegung der Nordseite des Forums zwischen S. Adriano und S. Lorenzo 
in Miranda in diesem Jahre noch keine Verwirklichung gefunden hat, so 
sind wir über das wichtigste dort gelegene Gebäude, die Basilica Aemi- 
1 i a , nach wie vor auf Vermutungen beschränkt. Eine solche zuerst von 
Jordan (Top. I, 2 S. 219. 393) ausgesprochene, dass nämlich die nur aus 
architektonischen Aufnahmen des 15*®" u. 16*®" Jhdts. bekannte Ruine bei 
S. Adriano (von den San Gallo 'Foro boario' genannt ; von Lanciani als 
'Janustempel' publiziert ; vgl. meinen Aufsatz Annali 1884 p. 323 ff.) in 
Wahrheit eine Seitenfront der Basilica Aemilia gewesen sei, erhält eine ge- 
wichtige Stütze durch die neu aufgefundene Zeichnung aus dem Codex Esco- 
rialensis (s. o. S. 237), welche den Bau durch den einen Seitenbogen des Arcus 
Severi sehen lässt, womit das bisher vermisste genaue Zeugnis über die Lage 
der Ruine erbracht ist. Ich habe dies in der Sitzung des Instituts vom 27*®" Ja- 
nuar 1888 erörtert, und hinzugefügt, dass ein 1885 am Nordrand des Forums 
gefundenes Triglyphon mit Bukranium, in der Gliederungenfolge nnd einzelnen 
Maassen zu den Zeichnungen San Gallos und Fra Giocondo's stimmend, das 
einzige z. Z. nachweisbare Fragment dieses Baues ist. — Eine weitere Diskussion 
über die Basilica Aemilia wurde in der Institutssitzung vom 3*®" Februar 1888 
geführt (Mitteilungen 1888 S. 95 ; vgl. röm. Quartalschrift 1888 p. 407). Die 
von Lan ciani aufs neue verfochtene Ansicht, dass die Pavonazzetto-Säulen von 
S. Paolo fuori le mura aus der B. Aemilia stammten, fand Widerspruch, sowohl 
weil diese Säulen den aufgemalten Namen der Julia Sabina (d. h. der Gemahlin 
des Hadrian) tragen, als auch weil das Fortbestehen der Basilica Aemilia noch 
ein halbes Jahrhundert nach Erbauung von S. Paolo bezeugt wird durch den 
laterculus des Polemius Silvius. 

Mitte des Forums. 

lieber die Phokassäule hat F. M. Nichols in der Sitzung des 
Instituts vom 13*®" April 1888 (Mitt. 1888 S. 99) die Vermutung geäussert, 
dass sie nicht ursprünglich für den Usurpator aufgerichtet, sondern aus einem 
älteren Monument, vielleicht einem ursprünglich Theodosius d. Gr. geweihten 
zurecht gemacht sei. Die Profilirung der Basis sei für das beginnende 
7*® Jhdt. zu elegant, und die Inschrift stehe auf Rasur. — Ich kann mich 
diesen Ausführungen nicht anschliessen : so sicher es ist, dass, wie die Säule 
selbst, so auch die Blöcke der Basis schon einmal verwendet waren, so giebt 
doch die Beschaffenheit der Inschriftfläche keinen Beweis dafür, dass die 
Dedication an Phokas nach Tilgung einer älteren eingetragen sei. Die 
Stufenpyramide als späteren Zusatz zu betrachten ist unmöglich, wie sich 
jeder, dem die genaue Valadiersche Aufnahme vorliegt, leicht überzeugen 
wird. Die Errichtung eines Monuments aber, welches den ganzen Eindruck 
der Nordfront des Forums so verdarb wie die Säule mit ihrer Stufenbasis, 
wird man dem vierten Jahrhundert noch nicht zutrauen dürfen. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 243 

Für das mehrfach (von Henzen, Brizio, Jordan") behandelte Fragment 
einer M o n u m e n t a 1 i n s c h r i f t {C. T. L. VI, 3747), welches man anfangs 
der Basis Domitiani, dann einem Denkmal des Augustus zuwies, habe ich nach 
erneuter Untersuchung des Steines die sichere Ergänzung auf Vespasian vor- 
schlagen können (Mitt. 1888 S. 90). Welcher Art das Denkmal, das sehr 
bedeutende Dimensionen gehabt haben muss, gewesen sei, ist bisher nicht 
auszumachen. 

Ostseite des Forums. . 

0. Richter, Der Tempel des Divus Julius und der Bogen des Augustus auf 
dem Forum Romanum. (Alte Denkmäler Ip. 14.15; Taf, 27. 28). 
— — Die Augustusbauten auf dem Forum Romanum. Jahrbuch des Instituts 
1889 p. 137-162). 
Es sind vornehmlich die im März und April vergangenen Jahres unter 
Richters Leitung am Caesartempel gemachten Ausgrabungen (vgl. Notizie 
1888 p. 226; Bull. com. 1888 p. 167; Mitteilungen 1888 S. 99-100), deren 
Resultate die vorstehend genannten sich ergänzenden Arbeiten bringen. Für 
den Tempel des Divus Julius haben dieselben eine vollständige Reconstruc- 
tion ermöglicht, welche die Aufriss-und Grundrisszeichnungen F. 0. Schulze's 
(Jahrb. S. 140. 141) geben. Die Grenzen des Tempels nach Norden, Süden und 
Osten sind durch Aufdeckung der Grundmauern genauer bestimmt, wobei sich 
zeigte dass an der Nordseite Reste älterer Bauten (Caesarische Rostra ?) in die 
Fundamente aufgenommen sind. Die seit Rosa allgemein angenommen An- 
sicht, dass gewisse in 2,95 m. (= 10 Fuss röm.) Abstand von einander lie- 
gende Travertinblöcke an der Südseite die Stereobaten einer umlaufenden 
Säulenhalle gewesen seien, ist widerlegt. Die Entfernung der Schuttmassen 
aus dem Kern des Unterbaues hat sichere Ansätze für die Cella ergeben. 
Der Tempel war demzufolge ein Prostylos mit sechs Säulen in der Front, die 
Cella auffallend breit aber wenig tief, die Säulenordnung wahrscheinlich 
komposit. — Für die Nische in der Mitte der Vorderfront vermutet Richter 
sie habe zur Aufbahrung der verstorbenen Mitglieder des Kaiserhauses gedient, 
welchen, vielleicht nach einer ausdrücklichen Bestimmung des Augustus, 
hier die laudationes funebres gehalten wurden. Dagegen lässt sich ein- 
wenden nicht nur, dass die rostra ad divi Julii wenigstens noch im Jahre 
745/9 für Gesetzvorschläge dienten (Frontin de aq. 102), sondern vor allem, 
dass eine solche Einrichtung für den ersten Bau von 718 unmöglich 
ist : von einem eingreifenden Umbau in früherer Augustischer Zeit spricht 
aber R. in der « Geschichte des Caesartempels » nicht. 

Die Fortsetzung der Ausgrabung südlich nach dem Castortempel zu 
führte sodann zur Aufdeckung der Fundamente eines in der Queraxe des 
Caesartempels stehenden Triumphbogens. Derselbe hat drei Durchgänge, die 
mittleren Pfeiler sind erheblich breiter als die äusseren. An den südlichen 
Mittelpfeiler ist in spätester Zeit ein Steinring (Brunnenumfriedigung?) lie- 
derlich angelegt, den man bisher Lacus Juturnae oder Puteal Libonis betitelt 



244 JAHRESBERICHT UEBER 

hat. Die Steine desselben sind vielleicht vom Bogen selbst genommen, der 
im übrigen gründlich zerstört worden ist, da sich sicher ihm zugehörige 
Architekturstücke bisher nicht gefunden haben. Eichter versucht daher 
eine Wiederherstellung des Bogens wie der ganzen Ostfront mit Hülfe der 
Schriftstellernachrichten und der Münzbilder. Wir erfahren aus den Histori- 
kern von zwei Bogen des Augustus, einem nach dem aktischen Triumph und 
einem nach der Rückgabe der an die Parther verlorenen Feldzeichen er- 
richteten ; Darstellungen dreithoriger Triumphbögen finden sich auf zwei 
Münzen der augustischen Zeit, einem Denar von 18/17 v. Chr. (Eckhel VI, 101 ; 
Cohen Aug. 82) und einem des L. Vinicius (Eckhel VI, 106 ; Cohen Aug. 
544). Richter folgt nun der Ansicht von P. Graef, dass beide Münzen ver- 
schiedene Triumphbögen darstellen, und dass die Darstellung des Partherbo- 
gens auf der Münze von 18/17 die Möglichkeit ausschliesse, als gehörten 
die gefundenen Fundamente diesem Bogen an; mithin hätten wir uns den 
Tempel des Divus Julius flankirt zu denken auf der Südseite vom aktischen, 
auf der Nordseite vom Partherbogen, und besässen für die architektonische 
Reconstruction des ersteren einen Anhalt in der Münze des Vinicius. Mit dem 
Partherbogen werden, wenn auch zweifelnd, einige an der Nordseite des 
Caesartempels gefundene Grundmauern in Verbindung gebracht; ferner wird 
die Vermutung geäussert, dass er noch im 15'«° Jhrdt. existirt habe. Es soll 
nämlich der sowohl auf die Escorialzeichnung (oben S. 237), wie auf dem Fresko 
Sodomas in Monte Oliveto vor der Südwestecke des Faustinentempels sicht- 
bare, in ein mittelalterliches festungsartiges Haus eingebaute Quaderbogen 
nichts anderes sein, als der bis an die Kämpferansätze verschüttete Parther- 
bogen. Diese Vermutung scheint mir durch die Niveauverhältnisse ausge- 
schlossen: ein Bogen, dessen Kämpferansatz nach der Reconstruction bei 
Richter kaum 5 m. über dem antiken Planum gelegen hat, kann nicht so in 
das — m. Er. durchaus mittelalterliche — Gebäude eingebaut gewesen sein, 
welches auf der Eskurialzeichnung mit seinem Giebeldach die Säulenhalle 
des Faustinentempels fast ganz verdeckt. Die Benutzung der Münzbilder scheint 
mir wenig glücklich : eine durchgeführte Vergleichung der Abbildungen be- 
kannter Gebäude mit den Bauwerken selbst würde entgegen den von Graef aufge- 
stellten Prinzipien zeigen, dass eine Ableitung tektonischer Eigentümlichkeiten, 
wie sie zur Unterscheidung des aktischen Bogens und des Partherbogens von Gr. 
versucht sind, nicht thunlich ist. Auch bleibt zu erwägen, ob ein dreithoriger 
Bogen, wie ihn Graef an der Nordseite des Caesartempels annimmt, nicht mit 
der Basilica Aemilia in Collision kommen würde. Hierüber können nur fort- 
gesetzte Ausgrabungen Klarheit verschaffen : die geringen an und unter der 
Nordmauer des Tempels gefundenen Reste sind , wie der Verfasser selbst 
zugiebt, ungewisser Deutung. 

Für das Bestehen eines Aichungsamts am Castortempel sind 
die Zeugnisse von Jordan, Top. I, 2, p. 374, Anm. 83 zusammengestellt. Es 
kommt dazu ein neues (Eev. arch. 1888, 1, p. 422), welches hier erwähnt werden 
mag, da es vom Herausgeber missverstanden ist. In Brimeux (Departement Pas 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 245 

de Calais) ist ein Satz von sieben Bronzegewichten, in der Form von inein- 
anderpassenden Cylindern, gefunden, welche die in Silberbuchstaben einge- 
legten Inschriften tragen : 1) ex ad I CAS ; 2) ex a S CAS ; 3) ex a :: 
CAS ; 4) EX A *.• CAS ; 5) EX A • • CA ; 6 fehlt , 7 ist unleserlich. Eine 
in der Form nach entsprechende Serie, aber beginnend mis dem Zehnpfund- 
gewichte und heruntergehend bis zum quadrans (die kleineren fehlen) befindet 
sich im Museum der Brera in Mailand (C. /. L. V, 8119, 4). Es verdient 
bemerkt zu werden, dass sämtliche Exemplare mit der Bezeichnung des 
Aichungsamts am Castortempel von Bronze, sämtliche Gewichte mit der 
Legende exactum ad Articuleianum (Gatti u. de Rossi Annali 1881 p. 181 ff.) 
von Stein sind. 



Hans Auer, Der Tempel der Vesta und das Haus der Vestalinnen am Forum 
Eomanum (22 S., 8 Tfif. gr. 4: aus dem XXXVI. Bande der Denkschrif- 
ten der philosophisch-historischen Klasse der kaiserl. Akademie der 
Wissenschaften in Wien, 1888 S. 209-228), 
untersucht zunächst das Vestalenhaus auf seine Baugeschichte eingehender, 
als dies Jordan und Lanciani gethan hatten, und kommt zur Unterschei- 
dung von wenigstens drei Bauperioien : 1) der Osttract, sog. Tablinum 
mit den sechs Zellen und austossendem Wirtschaftshof — cella penaria bei 
Jordan — ; 2) der Südflügel, in welchem die Mühle und andere Wirtschafts- 
räume, weiter Wohnzimmer und ein Saal mit ehemals prächtiger Marmordeco- 
ration; 3) Nordflügel samt dem alle Teile zu einer Einheit verbindenden 
grossen Säulenhof. Den ersten Teil setzt der Verfasser ins erste Jhdt. n. Chr., 
den zweiten in die hadrianische, den dritten in die nachseverische Epoche, 
oder vielleicht noch später. — Ueber den Tempel der Vesta wird mit Hülfe 
sehr exacter Messungen namentlich der Kassettendecke, deren Steine in radia- 
len Fugen gelagert waren, so dass je zwei Platten die dazwischenliegende 
trugen, sowie aus den Dimensionen des Unterbaues, der Beweis erbracht, dass 
die Halle 20 Säulen (welche Zahl auch Schulze, statt der 18 von Lanciani 
vermuteten annahm) gehabt habe. Die Kassettenplatten sind von ungewöhn- 
licher Stärke, und offenbar bestimmt, Cellawand und Säulenreihe zu einer 
gemeinsamen Stütze für das Gewölbe zu vereinigen, wesshalb Wand und 
Säulen einzeln verhältnissmässig schwach gehalten werden konnten. Für die 
Rekonstruktion des Inneren wird aus einem Architravstücke, welches beider- 
seitig bearbeitet ist. Gewissheit über die Höhe des Gewölbeansatzes ge- 
wonnen, eine Dreiviertelsäule (besonders genau gemessen Tf. VI) der Thüröff- 
nung in der Cellamauer zugewiesen ; endlich die bisher falsch gedeuteten 
Stege an einigen Säulenfragmenten als Kerne und Stützen von Thürgewänden 
erklärt. Für die äussere Form des Daches ist der flachen Wölbung in 
Schulzes Reconstruction ein kegelförmiges Zeltdach als wahrscheinlicher 
vorgezogen. In dem ganzen Bau ist das Vielfache des römischen Masses 
(aber des Fusses von 0,295, nicht dessen Viertel, des palmus, wie der Vf. S. 8 
und 19 annimmt) nachzuweisen. 



246 JAHRESBERICHT ÜEBER 

Die baugeschichtlichen Eesultate sind ein bedeutender Fortschritt Ober 
die bisherigen Arbeiten, wenn auch im Einzelnen für Zweifel Raum bleibt. 
So z. B, ist der Einwand des Vf. gegen die bisher beliebte Annahme 
einer zweistöckigen Säulenhalle gewiss insofern begründet, als weder die 
Cipollin- noch die Breccia-Schäfte einer Stockwerkshöhe von S*/» m., wie die 
des Südtracts ist, entsprechen können. Aber ebensowenig ist seine Ansicht 
plausibel, dass wir uns nur « eine relativ ziemlich niedrige, weitgesäulte 
Halle um den Hof vorstellen dürfen, deren schräg geneigtes Dach an die 
Umfassungsmauer ziemlich unterhalb der Fenster des Obergeschosses an- 
gelehnt gewesen sei». Auer hat selbst mit Eecht hervorgehoben, dass das 
Peristyl seiner Anlage nach mit dem Nord(und West)tract zusammenhängt. 
Sollte nicht hier, worauf schon die geringere Mauerstärke schliessen lässt, auch 
die Stockwerkshöhe in der That geringer, etwa 7 m. gewesen und die Säu- 
lenhalle in zwei Stockwerken, deren Höhe sich nach dem Westtract richtete 
angelegt sein, um die ungleichmässigen Höhenverhältnisse der verschiedenen 
Bauteile zu verdecken? ('). — Die Zweckbestimmung der einzelnen Räume 
unterliegt natürlich grossen Bedenken, namentlich möchte ich Einspruch 
erheben gegen die wie es scheint allgemein werdende Ansicht, als hätten 
wir im Osttract « den Saal und die Schlafzimmer der Vestalischen Jung- 
frauen n vor uns. Wohnräume dürfte das ganze Erdgeschoss nicht enthalten 
haben, dieselben vielmehr, gerade wie heutzutage in Rom, in die oberen 
Stockwerke gelegt worden sein. Der Vf. spricht sich am Schluss (S. 24) gegen 
Jordan dahin aus " dass die Wohnung der sechs Jungfrauen nicht so gesund- 
heitsgefährlich und weit davon entfernt war, den bedenklichen Eindruck zu 
machen, den jetzt die grünüberzogenen, durchnässten Mauern, die ein Jahrtau- 
send in der Erde steckten, hervorrufen.» Ich glaube nicht, dass Jordan, der 
Klima und Gesundheitsverhältnisse von Rom aus jahrelanger Erfahrung kannte, 
seine Ansicht auf eine solche Anschauung begründet hatte. Die sechs Zellen, 
schlecht beleuchtet (trotz der Ausführungen des Vf.), nicht unterkellert und vor 
der Bodenfeuchtigkeit durch eine Amphorenschicht notdürftig geschützt, wären 
heutzutage wahre Fieberlöcher, und können auch im Altertum nie gesund ge- 



(1) Der Westtract ist bei Auer gar nicht behandelt, auch auf dem 
Plan I aus den Notizie 1882 weniger genau gegeben als bei Jordan Tf. 1. 
In einer der Mauern fand ich, sicher an ursprünglicher Stelle, nämlich in 
einem Bogen, einen Ziegel mit dem Stempel 

O O D EX PR -DOKmlu^VEK CL Q_V 

ANT IUI -E VER II 

COS P- C. 145 

(Marini 503 = C. L L. XV. 1072^«), welcher den von Drossel und Jordan 
{Bull. delVIst. 1884 p. 99 ff.) gesammelten hinzuzufügen ist, und gleichfalls 
für den nachhadrianischen Ursprung dieses Teiles spricht. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 247 

Wesen sein; das ist nicht nur im Winter, sondern erst recht wenn die Julisonne auf 
den (nicht mehr grünüberzogenen) Mauerresten brennt, augenfällig. Weiter 
sagt Auer a. a. 0. « Andrerseits kann ich aber auch die Begeisterung 
nicht theilen, in die der genannte Gelehrte gerät, indem er sich im Geiste 
in den weiten mit Marmorsäulen und Statuen geschmückten Hof versetzt. » 
Als Gründe werden angeführt u. A. « das dünne Plattenwerk der Ver- 
kleidung n (durch das der Beschauer doch nicht auf den Ziegelkern durch- 
sehen konnte; dass überhaupt die römische Bauweise in Ziegelwerk mit 
Plattenbelag statt in Quadern aus Haustein keineswegs durch Sparsamkeit, 
sondern durch klimatische Rücksichten bedingt ist, hat z. B. Viollet le Duo 
durchaus treffend ausgeführt) ; die aneinander gestückelte Fussbodenpflasterung 
(ist frühmittelalterlich); der über dem Peristyl nicht in den Axen, sondern 
seitlich aufragende Osttract (wird im Vergleich mit den Palatinischen Bauten 
nicht sehr ins Auge gefallen sein) ; die verschieden gruppirten Teile des 
Nord- und Südflügels — « welches alles zusammen vielleicht eine malerische 
Wirkung gemacht habe, gewiss aber längst nicht mehr den Eindruck herab- 
gekommener Grösse verbergen konnte. » Ich glaube Vf. tliut dem Gebäude 
ebenso Unrecht, wie der Zeit des Severus. Doch können diese Nebendinge 
wie einige andere, wo Vf. auf das philologische Gebiet übergeht (*) dem 
Verdienste der trefflichen Arbeit keinen Abbruch thun. • 



Die Kaiser fora. 

Die Freilegung der südlichen Hälfte des Augustusforums, welche 
seit December 1888 von der Commissione archeologica comunale mit an- 
erkennenswerter Energie und erheblichem Kostenaufwand durchgeführt ist, 
hat den daran geknüpften Erwartungen bisher nur in beschränktem Masse 
entsprochen. Das Pflaster des Forums liegt mehr als sechs Meter unter dem 
jetzigen Strassenplanum, Reste des kostbaren Marmorpaviments und Architek- 
turstücke von vollendeter Technik . sind gefunden. Von den Augustischen 
Elegien sind bisher nur unbedeutende Trümmer zu Tage gekommen : das 
lehrreichste ist das von Lanciani (Not. 1889 p. 16-33; Bull. com. 1889 



(1) so z. B. S. 18, wo «der Ansicht entgegengetreten wird, dass in 
diesem Tempel... auch Heiligtümer und Reliquien... aufbewahrt waren » ; 
vielmehr sei « die Aufstellung irgend welcher anderer Objecte im Inneren 
des Tempels ausgeschlossen. » Die Ansicht stammt nicht von Jordan, der 
citirt wird, sondern aus Varro und Veranius, an deren deutlicher Angabe penus 
vocatur locus Intimus in aede Vestae durch Interpretationskünste nicht 
vorbeizukommen ist. Auch die Ableitung des Namens 'Atrium Vestae^ von 
dem Osttract « in welchem die einst hölzerne Decke dem Gewölbe gewichen 
sei Ti wird angesichts der mannigfachen Verwendung des Namens atrium 
(Jordan Top. I, 533), für welche ein einheitlicher baulicher Typus ebenso- 
wenig zu statuiren ist, wie für das deutsche von J. zur Uebersetzung von 
atrium mit Vorliebe gebrauchte 'Hof,' schwerlich überzeugen. 



248 



JAHRESBERICHT ÜEBER 



p. 78) mit Hülfe des Arretiner Exemplars {C. I. L. I p. 287 n. XXVIII) 
zusammengesetzte des Appius Claudius Caecus : 



appius Claudius 

c. /. caecus 

censor coif. bis dict. interrex iii 

pr. ii. aed. cur. ii. q. tr. mil. iii 



complurlA • o P ? \ d a de samnitibus. cepit 
sabinoru\iA ' ET ' Tvslcorum exercitum fuditX 
pacem. fie\K\ -cwfm pyrrho rege prohibuit 
in censura viam appiam stravit e{i'\Ciuama 
in urbem adduxit aedem bellon\KE-'P^]ßit\ 



Also wenigstens ein Teil der Elogien war auf zwei nebeneinander stehenden 
Tafeln, jede mit besonderer Umrandung, eingehauen. Die gleiche Anord- 
nung zeigen C.VI, 1311 = I p. 278 elog. n. V.VI; C. VI, 1283=1 p. 279 
elog. IX. X (1), wo aber die Zweiteilung durch die Doppelzahl der Personen 
motivirt ist. Diese auf grosse Platten {^) eingehauenen Inschriften befanden 
sich wahrscheinlich unter den Nischen in der Umfassungsmauer des Forums. 
Eine andere Serie besteht aus wirklichen Statuenbasen (Vorderfläche 0,88 
X0,87 ; Dicke 0,37) : dazu gehören 




und 



FELIX 



die letztere von Lanciani ergänzt l. Cornelius l. f. sulla] felix nict. 
Derselben Serie lassen sich mit ziemlicher Sicherheit zuweisen C. VI, 1279. 
1310, vielleicht auch C.VI, 1271. 1273. Charakteristisch ist für beide Serien 
die Angabe der Collegen, mit denen zusammen die Dargestellten die höchsten 
Würden bekleidet hatten. Zahlreiche Fragmente von Elogien, meist nur 
wenige Buchstaben umfassend, harren noch der Zusammensetzung und Pu- 
blication {Not. 1889 p. 69). — Von anderen inschriftlichen Funden sind zu 
nennen: 1) kleine Marmorbasis mit Zapfenlöchern auf der Oberfläche: Imp. 
Caesari \ Augusto p.p. \ Hispania ulterior \ Baetica quod | beneficio eius 

(1) Ein Bruchstück dieses seit dem 17. lahrhundert als verloren gelten- 
den Steines, die Worte... eneficis pr .... | .... cum M. Perperna enthaltend, ist 
1879 bei S. Martino a' Monti wiedergefunden und veröflfentlicht Bull. com. 1880 
p. 318, wo aber die Zugehörigkeit nicht erkannt ist. 

(2) Das von Lanciani in seinem ersten Aufsatz geäusserten Bedenken 
gegen die Zugehörigkeit des Elogiums des L. Albinius [C. VI n. 1272 =1 p. 285 
n. XXIV) erledigt sich damit ; dagegen ist das angebliche des L. Furius Ca- 
millus auszuscheiden, s. C I. L. VI, 895. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 249 

et I perpetua cura \ provincia pacata \ est. Auri \ p{ondo) c{entum) ('). 
2) Piedestal, aus dem Fragment eines geriefelten Kindersarkophags roh 
zurechtgearbeitet : Divo \ Nigriniano \ nepoti Gari \ Geminius Festus v. d. \ 
rationalis. Die erste bezeugt die Teilung Spaniens schon unter Augustus 
(Mommsen Res gestae D. A. p. 222), die zweite klärt über die Verwandt- 
schaftsverhältnisse des bisher nur aus Münzen bekannten Nigrinianus (Eckhel 
Vn, 520) auf. 

Auf dem Fries des Nervaforums hatte man die Darstellung der 
Minerva als Ergane und die Züchtigung der Arachne längst erkannt. Pe- 
tersen (Mitteil. ob. S. 88) giebt nunmehr auch die Deutung der Figuren des 
westlichsten Stückes (n. 48-57 auf Monum. ined. X, t. XLI*). Es sind dort zwei- 
fellos die neun Musen, Minerva und eine Berggottheit, wahrscheinlich der 
Helikon, zu erkennen. 

Kapitol. 

Ueber die Massverhältnisse des Kapitolinischen Jupiter- 
tempels hat kürzlich L. Holzapfel (Hermes XXm, 1888 S. 477) die Vermu- 
tung ausgesprochen, dass dieselben auf den oskischen Fuss von 0,275 zurück- 
gengen. Die Gründe, die dafür angeführt werden (die Seitenlänge des Tempels 
des Jupiter Feretrius, nach Dionys. 2, 34 eXärxovag ij neyje no(fwy xtd Ssxa r«? 
fieiCovg nXevQag s^oy. eine Dimension « welche in auffallender Weise mit der zwi- 
schen der Länge und der Breite des grossen Jupitertempels bestehenden Dif- 
ferenz übereinstimmt n sei wahrscheinlich 16 X 0,275 = 4,21 m. = 14,86 Fuss 
römisch-attischen Masses von 0,296 gewesen ; durch analoge Anwendung auf den 
grossen Tempel erhalte man 208 und 192 Fuss: ein Verhältniss von 12: 13, 
wie solches aus Gründen der Symmetrie wahrscheinlich sei) sind so schwach, 
dass man sich billig wundern darf, die Verwendung des oskischen Fusses in 
Eom als eine keinem Zweifel mehr unterliegende Thatsache ausgesprochen 
zu hören. Bei dem Zustande der Trümmer und den sich nur als ungefähre 
gebenden Zahlen des Dionysios ist es m. Er. überhaupt vergebene Mühe da- 
rüber zu debattiren, ob von zwei nur drei Millimeter von einander abweichen- 
den Fussmassen das eine oder das andere beim Bau zu Grunde gelegt sei, 
und nachdem Mommsen (Hermes 1886 S. 421) und Richter (Hermes 1887 S. 17) 
die Möglichkeit bewiesen haben, den römischen Fuss mit den Zahlen des Dio- 
nysius und den Trümmern in Einklang zu bringen, sollte man sich bei dieser 
Annahme beruhigen. 

In meinem Aufsatz Osservazioni s o pr a Varchitettura 
del tempio di Giove Gap itolino (Mitt. 1888 p. 150-155) habe 

(1) zwischen est und auri fehlt nichts ; auch z. B. die Inschriften der 
Weihgeschenke aus dem Concordientempel (C. VI, 91-94) haben die einfache 
Gewichtsangabe ohne Praeposition. 



250 ■ JAHRESBERICHT ÜEBER 

ich über zwei in den Uffizj in Florenz befindliche San Gallosche Handzeich- 
nungen berichtet, deren eine die Maasse eines kolossalen im Garten Caffarelli 
1540 gefundenen Säulenstumpfes, die andere (reproduzirt auf Tf. V) ein eben- 
dort gefundenes Gesimsfragment wiedergiebt. Letzteres wird zwar zum Gebäude 
gehört haben, kann aber nicht das Hauptgesims gewesen sein. Ueberhaupt 
lässt der Umstand, dass von einem Hauptgesims, dessen Dimensionen ganz 
kolossale (7 m. freitragender Architrav) sein raussten, sich niemals die ge- 
ringste Spur gefunden hat, es glaublich erscheinen, dass auch der domi- 
tianische Bau, gleich den früheren, ein hölzernes Epistyl trug. 

A. AuDOLLENT, Desseiu inedit dfun fronton du temple de Jupiter Gapitolin 

{Müanges de VEcole franQaise de Rone, IX, 1889, p. 120-123. 
publizirt aus dem Skizzenbuche eines französischen Künstlers {un scul- 
pteur de Reims fort connu dans son pays), der um 1576 Italien bereiste, 
eine Zeichnung nach dem Relief mit der Darstellung des Kapitolinischen 
Tempels, welches bisher nur aus dem ungenauen Stiche Piranesis {della ma- 
gnificenza ed architettura de'Romani, p. 198, 'ex schemate veteris anaglyphi 
quod adservatur in bibliotheca Vaticana') und dem Codex Coburgensis (publ. 
von E. Schulze, archäol. Zeitung, 1872, Tf. 1) bekannt war: und zwar mit 
der (bisher unbekannten) Ortsangabe in Campidoglio. Der Herausgeber hat 
die Zusammengehörigkeit dieser Zeichnungen erkannt, und auch das Original 
des Piranesischen Stiches in dem bekannten Ursinianus Vaticanus 3439 f. 83 
nachgewiesen. Letzteres Blatt (reproduziert auf S. 251) ist von besonderem Wert, 
da es nicht nur, wie die Zeichnungen des Coburgensis und des Bildhauers 
von Rheims, das Giebelfeld, sondern das vollständige Relief darstellt, und so 
die Identificirung des seit dem sechzehnten Jahrhundert als verschollen gel- 
tenden Marmororiginals ermöglicht. Die Opferdarstellung ist nämlich keine 
andere als das in den Louvre gelangte, bei Clarac tav. 151, n. 300 abgebil- 
dete Relief. AudoUent hat letzteres gekannt, leugnet aber die Identität, car 
le fronton manque au temple repr^sentS par ce has-relief, et ne semhle pas 
avoir jamais existö. Diese Schwierigkeit löst sich m. Er. sehr einfach : als 
das Relief aus dem Kapitolinischen Besitz an die Borghese kam, wurde es 
zum Einmauern in die Ostfassade des Kasinos bestimmt, und zwar als Pen- 
dant (1) zu dem gleichfalls jetzt im Louvre befindlichen Clarac tav. 195 n. 311. 
Da letzteres sehr viel geringere Höhe hatte, schnitt man von ersterem den 
beschädigten Oberteil mit dem Giebelrelief kurzweg ab (die jetzigen Höhen- 
masse sind nach Clarac für das früher Kapitolinische m. 1,968, für das zweite 
m. 1,663). Auch die Köpfe der Figuren, — mit Ausnahme des auf dem Re- 
liefgrund haftenden Jünglings mit dem Apex — dürften damals ergänzt worden 



(1) Montelatici V. Borghese (1700) p. 171 : {la prima tavola) ... rap- 
presenta sei ßgure in hahito consolare, che stando d'avanti ad un ara ras- 
sembrano d''assistere a qualche sacrificio : et a questo basso rilievo si puö 
dire che corrisponda Vultimo... nel quäle fra malte altre figure si vede un 
toro steso supino in terra u. s. w. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



251 




252 JAHRESBERICHT ÜEBER 

sein. Die drei Zeichnungen der Giebelgruppe — da Piranesis ungenaue 
Kopie wegfUüt (i) — stimmen in einer Weise überein, dass fast sämmtliche 
bei E. Schulze a. a. 0. bemerkten Widersprüche verschwinden. Die Weglassung 
des einen Pferdes vor dem Wagen der Luna kommt auf Rechnung des Vati- 
kanischen Zeichners, der auch in der Angabe des Thrones hinter den Göttinen 
weniger genau scheint. Dagegen hat er allein die Angabe des Adlers über 
der Ecksäule : das Relief im Louvre scheint auf dieser Stelle jetzt über- 
arbeitet zu sein. 

Zu den im ersten Bande des C I. L. unter n. 587-589 zusammenge- 
stellten Inschriften von Weihgeschenken lykischer Gemeinden 
nach dem ersten mithridatischen Kriege sind in den letzten Jahren neue 
Stücke gefunden, welche von Mommsen in Sallets Zeitschrift für Numismatik XV 
(1887) S. 207-219 erörtert, sind. Topographisch bieten sie ein Interesse, weil 
sie sich nach dem Fundorte in zwei Serien scheiden, von denen die eine auf 
dem Capitol, die andere auf dem Quirinal beim Capitolium vetus unweit 
Palazzo Barberini ihren Platz hatte. Mommsen hat diesen von ihm selbst 
zuerst {Ann. delVIst. 1858 p. 206 ; C. I. L. I p. 170) hervorgehobenen Ge- 
sichtspunkt in seiner neuesten Behandlung fallen lassen ; und da auch 
ausserdem seit 1887 einiges nachzutragen bleibt, gebe ich die Texte hier 
vollständig, und zwar zunächst die Kapitolinische Gruppe (die Quirinalische 
s. u. S. 276). Die Inschriften stehen sämmtlich auf grossen Blöcken von Tra- 
vertin, welche 0,45 dick, 0,95 hoch und am oberen Rande mit einer kleinen 
0,13 hohen und etwa 0,01 vorspringenden Randleiste geschmückt sind. 

1. {Notizie 1886 p. 452; 1887 p. 110; Bull. com. 1886 p. 403j. 



rex metradates pilopator et pil ADELPVS -regvs- JsijBrflJADATi-F 
populum romanum amicitiai e|T-sociETATis-ERGo\Q/vAE-iAiw 

inter ipsum etromanos? ojo^m.ET-LEGATi-coiRAVERVNT 

nemanes ne man ei f. etma i-ies • mahei-f 

ßaaiXevg fxid-Qaddrrjg (pikpTl\TCi? KAI *IAAAEA<I>05: 



OY TON AHMON TON 
Z Y JW M A X O N A Y T O Y 
ENEKEN THZ EI2 AYTON 



rov ßcca iXs (ag /utO-gadfir 
xüi V Q w fi a i (0 f cp iX o v x al 
svvoirc g xai sveQyealag 
n Q ea ßeva ävx <av »/«t^/VNOYZ TOY nAIMANOYZ 
fjit'covrovfiaov I 

Der Block hat links antike Stossfläche und ist, zugerechnet das auch 
auf ihm stehende griechische Fragment 2a 0,80m lang. Als ich den Stein im 



(1) Es erklärt sich andrerseits aus der Orsini'schen Zeichnung sehr wohl, 
wie bei Piranesi aus der Schmiedegruppe r. ein Mann unter einem Baum 
werden, und wie die Luna auf dem Giebel r. ihre verkehrte Stellung sitzend, 
den Rü^en halb den Pferden zugekehrt, erhalten konnte. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



253 



Mai 1888 im Garten Moroni in Via Leopardi sah, war er in zwei Stücke 
gebrochen und dadurch wenige Buchstaben der beiden ersten Zeilen verloren 
gegangen. Die Ergänzungen sind von Mommsen, welcher die Beziehung auf 
einen König der paphlagonischen Dynastie begründet hat. 

«. a. Not. 1. c; Bull. 1. c— ö. Not. 1887 p. 110; Bull. 1887 p. 125; 
1888 p. 138. — c. Not. 1888 p. 189 ; Bull. 1888 p. 138. 



0\\TJ fl O 



s/D TABHNSüN 






VO? K: AI CYJWMAXO C 
fi ß töiJ N 



P ( 



T O Y F 



> P V L 



P C) P V Li 



Der Stein b hat eine Länge von 0,80 m. und zwei Stossflächen; der von 
Gatli vorgeschlagenen, von Mommsen gebilligten Zusammenstellung mit 
CLL. I, 587 = VI, 394 kann ich sowohl wegen des verschiedenen Fundorts als 
wegen der Massverhältnisse nicht beistimmen. — Gatli selbst hat seine frühere 
Lesung Zeile 1, (^.^^.^abhnwn (danach Mommsen 1. c. p. 218) in Not. 1888 
p. 134 und Bull. com. 1888 p. 139 berichtigt, und bemerkt dass die Dedicanten 
die Einwohner der Stadt Tabae in Karien sind. Stück c habe ich nicht ge- 
sehen : nach Gatti's Angabe hatte es beiderseits antike Flächen. 

:«. Not. 1887 p. 16. 112; Bull. com. 1887 p. 14. 124; Mitteilungen 1887 
p. 59. 146. 

r\EX • ARIOB' arsanes 



T RFniNiA / athenais 



•I. Not. 1887 p. 110; Bull. 1887 p. 125. 




Grosser Block, 1,10 m. lang, zwei Stossflächen, wohl vom rechten Ende 
des Monuments. 



17 



254 JAHRESBERICHT ÜEBER 

Dazu kommen noch zwei im IG'«"» resp. Anfang des 17*«"* Jhdts. in Ca- 
pitolio abgeschriebene, seitdem verschollene Stücke : 
5. C. I. Gr. 5880 ; G. I. L. I, 589 = VI, 372. 

ab cojmuni restitutei in maiorum leibert[atem 
Lucei] Eomam Jovei Capitolino et poplo Eoraano v[irtatis 
benivolentiae beneficique causa erga Lucios ab comu[ni. 

Avxitav x6 xoivov xofiiacc/nevov x-^v nÜTQiov &f]fio- 
XQuxiav xijy 'Poiy,rjv Jd KanerwXlwi xal xcSt, 6rjfxu)i rcJ[t] 
PoDfXfdoiv UQBtfjg Epsxev xcd svvoiag xfd evEoyeaiccg 
xrjg Eig xo xoivov xwv Avxicov. 

«. C. I. Gr. 5882 = G. I. L. I p. 169. 

[i; noXig rj . . ^mv Evegyexrjd^sTacc r« [xiyLaxa vno xov örj^ov 
[toi 'Pco^uaiwv g)iX]ov ovxog xal avfifiä^ov )ruQiairjQia Jd Kanetio- 
Xi(oi nQs]<fß6v<fc(vx(ov Bax/iov xov Ak^uttqIov 
.... xov Jijovvaiov , ^alSQov xov Ilavaccviov. 

Die Zusammengehörigkeit von 6 mit der neuerdings auf dem Quirinal 
gefundenen (unten S. 276), welche Mommsen S. 211 annimmt, ist mir nicht 
wahrscheinlich. Ueber die bauliche Gestaltung des Monuments lässt sich 
aus den Fragmenten 2abc entnehmen, dass die Basis aus abwechselnd 
schmalen und breiten Quadern (Läufern und Bindern ?) bestand. Da weder 4 
an 2, noch eins der beiden im Original verlorenen Stücke sich an 2 oder 4 
anschliessen lässt, so erhalten wir, selbst ohne das Fragment 3 (dessen 
Schriftcharakter ein von dem übrigen etwas verschiedener ist ; Gatti bei 
Mommsen S. 213) zu rechnen, eine lineare Gesamtlänge von über 10 m. Ob 
sämmtliche Dedicationen in einer Eeihe standen, oder auf verschiedenen 
Seiten eines grossen quadratischen Unterbaus, kann gefragt werden, doch 
haben mich verschiedene Combinationsversuche zu keinem bestimmten Re- 
sultat geführt. 

Die grossartigen Arbeiten für das Monument König Victor Emanuels auf der 
Höhe von Araceli, der alten Arx, haben für die Topographie nur geringe 
Ergebnisse geliefert, und aufs neue erkennen lassen, dass die Zerstörung auf 
der nördlichen Kuppe des Kapitolinischen Hügels nicht minder weit gegangen 
ist als auf der südlichen. An der Ostseite ist eine Mauer aus 4-5 Lagen 
Tuffquadern freigelegt {Not. 1887 p. 113; Bull. com. 1887 p. 175. 220), 
welche aber eher Substruction eines Gebäudes aus der Kaiserzeit als uralte 
Hügelbefestigung ist: dieselbe war auch bereits auf Nollis Plan (1748) ein- 
getragen. Wirklich zur ältesten Befestigung gehört dagegen die in Via della 
Pedacchia hinter dem ehemaligen Palazzo di Pietro da Cortona constatirte 
künstliche Abschroffung des Felsens [Bull. com. 1887 p. 275). Wenig westlich 
davon, hinter der Kirche der Beata Kita, ziehen sich Privatbauten in mehre- 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 255 

ren Stockwerken, entsprechend den von Bunsen und Urlichs (Beschr. Koms 3, 
1 S. 34) und Reber (Ruinen Roms^ p. 201) beschriebenen am Berg hinauf, 
bis fast an die Fundamentmauern von Araceli; ausser Resten von Marmor- 
pflaster und Wandbekleidung (beschrieben Not. degli scavi 1889 p. 68) haben 
sie jedoch keine Funde geliefert. Im Inneren des Berges ist ein weitver- 
zweigtes System von Gängen teils antiken teils mittelalterlichen Ursprungs 
constatirt: eine Beschreibung der in mehreren Stockwerken übereinanderlau- 
fenden Stollen und Schachte ist ohne einen detaillirten Plan, dessen Aufnahme 
die Bauverwaltung sich angelegen sein lässt, nicht zu geben. Die Arbeiten 
dauern fort. 

Gelegentliche Funde unter der von Piazza del Campidoglio .nach der 
Seitenfront von S. M. in Araceli führenden Treppe haben Reste von Privat- 
gebäuden, welche, wie namentlich aus der Beschreibung des Sturms der 
Vitellianer bei Tacitus bekannt war, die ganze mittlere Einsattelung des 
Kapitolinischen Hügels einnahmen, zu Tage gebracht. Wertvolles Marmor- 
pflaster bedeckte den Fussboden eines saalartigen Raums. Die Mauern wie 
die gefundenen Hausgeräthe trugen Spuren der Beschädigung durch Feuer 
(Not. 1888 p. 497 ; Bull. com. 1888 p. 331). 

Die berühmte mittelalterliche Haupttreppe von Araceli, das einzige mo- 
numentale Werk aus der Zeit des Avignoneser Exils, ist im Jahre 1887 einer 
Reparatur unterworfen, indem die vielfach schadhaften Marmorstufen grossen- 
teils durch solche aus Travertin ersetzt wurden. Die Hoffnung bei dieser 
Gelegenheit wertvolle antike Reste zu finden, ist nicht in Erfüllung ge- 
gangen : fast alle beschriebenen oder sculpirten Marmorquadern stammten von 
antiken oder mittelalterlichen Grabmonumenten {Not. 1887 p. 234. 276 ; 
Bull. com. 1887 p. 173). Insbesondere ist die von Pomponius Laetus in Curs 
gesetzte Behauptung, dass die Trümmer des Quirinustempels auf dem Quirinal 
zu der Treppe das Material hätten liefern müssen — der schon Gregorovius 
(Gesch. d. St. Rom VI, 370. 791) energisch widersprochen hat — nunmehr 
auch durch die Thatbestand der Funde widerlegt. 

Palatin. 

Der palatinische Hügel ist durch Ausgrabungen in den letzten Jahren 
so gut wie gar nicht berührt worden : dagegen sind mehrere wertvolle Ar- 
beiten über die Ruinen der Kaiserpaläste zu verzeichnen. 

H. Deglane, le palais des C4sars au Mont Palatin. Gazette arch^ologique 
1888 p. 124-130. 145-163. 211-244. 

Der Verfasser konnte ausser eigenen Aufnahmen auch solche von 
Clerget (1838), Arthur und F. Dutert (1868. 1871), Pascal (1870), von Vespi- 
gnani und Scellier de Gisors benützen und auf Grund dieses Materials eine 
Reconstruction des sog. Flavier- und d«s Augustuspalastes unternehmen. Der 
Text ist, so weit er historisches behandelt, wesentlich abhängig von Lanciani. 



256 JAHRESBERICHT ÜEBER 

Die eigenen Torschungen des Vfs. betreffen namentlich den südöstlichen Teil 
des Berges. In den bisher ungenügend bekannten Ruinen unter S. Bonaven- 
tura sucht D. die Bibliothek des Palatinischen Apollotempels nachzuweisen : 
in der That ist der imposante im Grundriss ein griechisches Kreuz bil- 
dende Saal, den er nach den vorhandenen und in älteren Quellen gezeich- 
neten Eesten construirt, wohl geeignet zu diesem Zwecke wie zu Senats- 
versammlungen und Aufstellung einer Colossalstatue zu dienen. Hingegen 
kann ich der Gleichheit in der Construction mit der sog. Domus Augustana ('). 
kein entscheidendes Gewicht beilegen, da der augustische Ursprung dieses 
Complexes keinesweges als sicher gelten darf. Die ausführliche Beschreibung 
der Reste unter S. Bonaventura und in den anliegenden Vignen in den von 



(1) Richter bezeichnet Top. p. 108 die Reste unter Villa Mills als 
sicher domitianisch, « nach der Bauart, den dort gefundenen Ziegelstempeln 
und Bleiröhren, n Die beiden letzten Argumente sind nicht beweiskräftig da 
Wasseranlagen, die gewiss einer häufiger Erneuerung bedurften, nicht notwen- 
dig dem ersten Bau anzugehören brauchen. Das sog. Haus der Livia setzt 
doch auch Richter nicht in domitianische Zeit, obwohl die dort gefun- 
denen Röhren den Stempel dieses Kaisers — überhaupt auf römischen 
Bleiröhren einen der häufigsten — tragen. Betreffs der Ziegelstempel, mit 
denen R. in seiner Geschichte des Palatins vielfach operirt, wäre wohl der 
Hinweis am Platze gewesen, dass wir Stempel aus augustischer Zeit, wie über- 
haupt mit Namen oder Consulaten aus der ersten Kaiserdynastie, in Rom 
nicht haben. — Auch einer zweiten von Richter mehrmals und mit Nachdruck 
ausgesprochenen Behauptung muss ich widersprechen. Er sagt (Top. p. 107, 
Anm. 1): « Gewöhnlich nimmt man an, es seien auf dem Palatin mehrere 
Kaiserpaläste zu unterscheiden. Dem steht vor allem der Sprachgebrauch 
entgegen, dass man immer nur von dem Palatium redet, resp. gleichlautende 
Bezeichnungen braucht. Trotz der vielen Erweiterungen der kaiserlichen Re- 
sidenz bleibt doch immer ihre Einheit gewahrt, etwa wie beispielsweise 
der Vatikan, der zu verschiedenen Zeiten entstanden, verschiedenartige Bauten 
in sich schliesst, aber doch immer als ein Ganzes gilt, dessen einzelne Teile 
nur gelegentlich nach ihren Urhebern bezeichnet werden ». Er setzt demge- 
mäss auf seinem Plane den Nomen ' Palatium ' dorthin, wo Visconti u. a. die 
'Domus Flavia' annehmen. Aber den Sprachgebrauch lernen wir doch am 
besten aus offiziellen Schriftstücken kennen, und hier entscheidet schon die 
Notitia, die freilich keine Domus Caligulae, Commodi u. dgl. kennt, wohl 
aber unzweideutig nennt domum 'Augustianam et Tiberianam. Ferner über- 
sieht Richter ganz die Inschriften der kaiserlichen Hausbedienten, in denen 
der Ausdruck Palatium nicht vorkommt (denn das colleyium cocorum Aug. 
n. quod consistit in Palatio C. I. L. VI, 7458. 8750 ist etwas anderes), son- 
dern stets domu{u)m oder domus Palatinarum (Plural!) resp. die Teilbezeich- 
nungen domus August{i)ana und domus Tiberiana: beide häufig und nicht 
nur im ersten Jhdt. sondern auch in trajanischer und antoninischer Zeit 
(C. /. L. VI, 8640-8661). Auch der Vatikan ist als Beispiel nicht glücklich 
gewählt: wie die Existenz von Sonderbezeichnungen sich mit der eines Ge- 
sammtnamens wohl verträgt, zeigt z. B. das Heidelberger Schloss. Es ist daran 
festzuhalten, dass Palatium im urkundlichen Sprachgebrauch noch bis ins 4'® 
Jhdt. den ganzen Berg , die domus templa und sonstigen Baulichkeiten 
zusammengenommen, bezeichnet; wenn die Schriftsteller der Wort für die 
Kaiserburg gebrauchen, se ist das eine Uebertragung, gerade wie der Gebrauch 
des Namens Quirinale im modernen Italiänischen. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 257 

De Rossi publizirteii note di ruderi e monumenti antichi per la pianta di 
G. B. Nolli (Rom 1884) hätte erwähnt zu werden verdient. 

Für den sog. Flavierpalast benutzt der Vf. die Originalaufnahme Du- 
terts, aus welcher Einzelnheiten genauer gegeben werden als in der stark 
verkleinerten Publication [Revue afchMogique 1873). Besonders erwähnei.- 
werth ist der Grundriss des « Triclinium du palais de Domitien n mit den 
beiden anstossenden NjTnpheen, von denen das südliche unter Villa Mills un- 
zugänglich ist und bisher nicht aufgenommen war. Ausser mehreren Textil- 
lustrationen sind vier Tafeln beigegeben, darunter Tf. 23 ^tat acluel des 
fouilles, 30 plan restaur^, beide in eleganter und detaillirter Ausführung 
einen wesentlichen Fortschritt auch über die neuesten Arbeiten (Lanciani- 
Visconti, Middlcton) bezeichnend. Auf dem restaurirten Plan has Vf. für die 
durch Ausgrabungen weniger berührten Gebiete seiner Phantasie manchmal 
etwas stark die Zügel schiessen lassen: das sacrum Vestae sammt anliegendem 
atrium und lucus hätte lieber wegbleiben sollen ; über die Lage des Apollc- 
tempels bleiben Zweifel, und in dem Garten des Klosters S. Sebastiane wird 
man, statt der nirgends bezeugten grossen Kaserne, mit Rücksicht auf dortige 
ältere Funde (Bartoli Mem. 6. 7 ; pianta del Nolli p. 68. 69) lieber die pracht- 
vollen Gartenanlagen der Adonaea setzen. 

Eine zweite Arbeit desselben Verfassers in den MÜanges de V^cole 
frangaise IX (1889) p. 184-229 behandelt das palatinische Stadium, 
doch wird einleitungsweise der die Augustusbauten betreffende Abschnitt des 
vorgenannten Aufsatzes, meist in wörtlichem Abdruck gegeben. Die etwas 
grössere Wiedergabe des Plans der Reste bei S. Bonaventura {Bibliotheca 
Apollinis), welche in der Gazette arch^ologique sehr stark verkleinert war, 
ist dankenswert. Der das Stadium behandelnde Hauptteil (p. 205-229) ist na- 
türlich erheblich erweitert. Drei Lichtdrucktafeln geben den Zustand der 
Ruinen und die Restauration sowohl im Grundriss wie im Durchschnitt. De- 
glane unterscheidet zwischen dem ursprünglichen Bau der Domitianischen 
und den Neubauten der Antoninischen-Severischen Epoche. Zum ersten Bau 
gehört, wie er gegen Lanciani ausführt, auch die grosse Exedra (tribune 
imperiale), wenigstens in ihren unteren Teilen, während in den oberen spä- 
tere Ausbesserungen anzunehmen sind. Auch die Porticus — eingeschossig 
mit flachem Dach für die Zuschauer — gehört dem Plane nach schon in 
den ursprünglichen Bau, während die jetzigen Reste einer Reconstruction, 
vielleicht unter Septimius Severus, ihre Gestalt verdanken : der frühere Bau 
wurde bei dieser Gelegenheit durch Wandpfeiler verstärkt, welche die Ein- 
gänge zu den Sälen unterhalb der kaiserlichen Loge zum Teil schliessen. — 
Weiter wird die Arena (i) und die anschliessenden Thermen beschrieben ; 



(1) Zu dem figürlichen Schmuck der Arena rechnet Deglane p. 194-227 
(ebenso Sturm S. 41) die von Flaminio Vacca mem. 78 genannte dieciotto o 
venu torsi di statue di Amazzoni poco maggiori del naturale, welche ge- 
funden seien in der vigna del Ronconr, quäle ? inclusa neue ruine del pa- 



258 JAHRESBERICHT UEBER 

letztere sollen unter Augustus erbaut und unter Hadrian wiederhergestellt 
sein. Eine Fortsetzung der Ausgrabungen, welche wir mit dem Vf. wünschen, 
könnte über diesen interessanten Complex neues Licht verschaffen. 

Neben dieser besonders durch ihre technische Untersuchungen und das 
reiche Material an Plänen ausgezeichneten Arbeit bleibt auch der kurz vor ihr 
erschienenen Schrift von J. Sturm : das kaiserliche Stadium auf dem 
Palatin (Progr. des königlichen neuen Gymnasiums zu Würzburg, 1888. 62 
SS. 8, 1 Plan) das Lob ungeschmälert, welches ihr 0. Kichter (Berl. philol. 
Wochenschrift 1889 p. 600) zu Teil werden lässt : dass sie durch klare und 
ruhige Erörterung ausgezeichnet, in jeder Hinsicht ein wertvoller Beitrag 
zur Geschichte des Palatin sei. Das historische Material findet sich bei Sturm 
vollständiger und kritischer zusammengestellt als bei Deglane : schätzenswert 
sind die Bemerkungen über den Süden des Palatin im Mittelalter (S. 14. 15), 
wo der Vf. die unzweifelhaft richtige Erklärung des rätselhaften Porticus 
qui vocatur ^(a^QÜfxvbDyy supra Septem solia (Urkunde von 975), als porticus 
Materniani (Urkunde bei MitarelU Ann. Cam. 4, 337), aufweiche auch Stevenson 
gekommen ist, selbständig gefunden hat. Gegen einige Annahmen Sturms 
z. B. seine Benutzung der Acta S. Sebast'iani, der älteren Stadtpläne, der 
Beschreibung des Palatius aus der Hschr. von Farfa hat Kichter Bedenken 
geäussert, denen ich mich anschliessen muss. Auch für das rein bauliche 
behauptet Sturms Aufsatz einen selbständigen Wert neben Deglane durch die 
Berücksichtigung der späten Einbauten aus dem IV/V Jahrhundert. 

Ausgrabungen welche im Frühjahr 1889 an der Stelle des Septizoniums 
gemacht sind, haben keine nennenswerten Funde geliefert; dagegen bietet 
eine wertvolle aus älteren Quellen geschöpfte Bereicherung unserer Kenntniss 
der Aufsatz von E. Stevenson : il settisonio Severiano e la distruzione dei 
suoi avanzi sotto Sisto V {Bull. com. 1888 p. 269-298). Eine von ihm in 
dem Codex IV, 149 der Marciana in Venedig aufgefundene Zeichnung giebt 



lazzo maggiore. Deglane identificirt diese vigna Ronconi ohne weiteres mit 
den auf Nolli's Plan verzeichneten orti Roncioni, welche die Stelle des Sta- 
diums einnehmen. Dies ist schwerlich richtig. Die Bemerkung, welche Bian- 
chini an den Fund der von ihm mit den Danaiden im Vörhof des Apolln- 
tempels identificirten amazzoni knüpft {essendomi finalmente riuscito di 
rilevare ove in tempo del Vacca il Ronconi tenesse la vigna) wäre absurd, 
wenn er den zu seiner Zeit existirenden Garten des conte Eoncioni {iVote per 
la pianta del Nolli p. 68) gemeint hätte. Es ist aber auch nicht richtig 
wenn Lanciani sagt {Bull. com. 1883 p. 192): nel corso deWopera il Bian- 
chini non rwela altrimenti il segreto della sua scoperta, und darauf be- 
hauptet, der Garten Ronconi sei identisch mit Villa Mills. Vielmehr besagt 
die Legende zu Tafel XVIII des Bianchinischen Werkes ausdrücklich vinea 
Ronconi ubi postea coenohium S. Bonaventurae constructum est, und ähnlich 
Tf. VIII. Von einer Zuteilung dieses merkwürdigen Statuenfundes an ein be- 
stimmtes Gebäude auf dem Palatin wird man also lieber vorläufig absehen. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 259 

nicht nur die Masse des unteren, sondern auch der beiden Oberstockwerke. 
Genaue Angaben über diese letzteren fehlten in allen bisher bekannten Zeich- 
nungen, und geben dem Blatte des Marcianus einen besonderen Wert ; Steven- 
son erörtert sachkundig und eingehend die Berichtigungen, welche sich zu der 
von P. Graef und mir (im Winkelinannsprogramm der Berliner archäologischen 
Gesellschaft von 1886) versuchten Reconstruction ergeben. Ich bin sogar ge- 
neigt, die Zuverlässigkeit der Marciana-Zeichnung in einem Punkte noch höher 
anzuschlagen, als Stevenson, nämlich betreifs der Dimensionen des Oberstocks. 
Die genannte Reconstruction nahm über zwei Hauptgeschossen ein niedrigeres 
Obergeschoss an, wegen der perspektivischen Zeichnung San Gallos und 
unter Verwerfung der Angabe Serlio's, dass die Stockwerke nach oben zu 
um ein Viertel ihrer Höhe abnahmen. Letztere Angabe wird nun aber 
bewahrheitet durch die detailHrten Masse des Marcianus, aus welchen auch eine 
etwas grössere Gesamlhöhe als die a. a. 0. angenommene hervorgeht. Dass 
die cubische Berechnung der beim Abbruch gewonnenen Materialien, wie sie 
Stevenson nach Fontanas Papieren anstellt, für die geringere Höhe zu sprechen 
seheint, ist kein entscheidender Einwand, da die Hintermauer des Gebäudes 
nicht an allen Stellen gleich hoch erhalten gewesen sein wird. Die Bau- 
rechnungen Sixtus V im Vatikanischen Archiv zeigen ferner, dass die Zer- 
störung des Gebäudes Ende d. J. 1588 begonnen und bis zum 15*®" Mai 1589 
vollendet war; die gewonnenen Säulen und Quadern sind verbraucht für die 
Basis des Obelisken auf Piazza del Popolo, die Restaurirung der Colonna 
Antonina, für die Kapelle Sixtus V in S. Maria Maggiore, das Hauptportal 
der Oancelleria, die Fabrikanlagen des Papstes in den Diocletiansihermen, 
den lateranischen Palast. Die genauen Massangaben Fontanas gestatten Rück- 
schlüsse auch auf die ursprüngliche Gestalt des Gebäudes , besonders über 
den Stylobaten und die Fundamente. Betreffs der Schicksale des Septizoniums 
im Mittelalter wird die rätselhafte porticus ftwdQwnfiayy in der Urkunde 
von 975 überzeugend erklärt, eine unbeachtete Urkunde von 1067 nachge- 
wiesen, endlich die ungenaue Angabe Zaccagnis, dass die Kirche S. Lucia in 
Septisolio erst von Sixtus V zerstört sei, berichtigt. 

Auf die Künstler Bupalos und Athenis, deren Werke nach Plinius von 
Augustus zum Schmuck des Palatinischen Apollotempels verwandt 
waren, führt Petersen (Mitteilungen 1889 S. 88) einen jüngst in Villa Lu- 
Ludovisi gefundenen Amazonentypus zurück. 

Dass die von Lanciani auf das palatiuische Sacrarium der Vesta bezo- 
genen Zeichnungen des Dosio und Panvinius wahrscheinlich auf Ausgrabungen 
im Flavierpalast zurückgehen, habe ich oben S. 185 gezeigt ; ebendort, dass 
die beiden zusammengehörigen Stücke 163 und 144 (i) der forma Urbis Romae 

(*) Letzteres ist, was ich a. a. 0. übersehen habe (auch in Jordans 
Ausgabe fehlt der Hinweis) schon von Thon {palazzo de'Cesari tav. I n. X) 
ganz richtig als Fragment der ' casa di Augusto ' erkannt. 



260 JAHRESBERICHT UEBER 

einen Teil der sog. domus Augustana samt den anstossenden Eäumen des 
Flavierpalastes darstellen. 

Die südlichen Stadtteile 

haben wenig erwähnenswerten Funde geliefert. Die seit Jahrhunderten so oft 
durchwühlten Gräberstrassen zwischen Appia und Latina beim Grabe der 
Scipionen hat man im letzten Jahre aufs neue zu durchsuchen begonnen, aber 
mit sehr dürftigem Eesultat {Not. 1889 p. 31. 65). — Der Aventin ist 
von Ausgrabungen ziemlich unberührt geblieben. Ausgrabungen am östli- 
chen Abhänge beim jüdischen Begräbnisplatze haben die Westgrenze des 
Circus maxiraus constatirt. Ueber den Fund von Sitz stufen mit Inschrift 
(wenige Buchstaben unsicherer Deutung) ebenda berichten Notisie degli scavi 
1888 S. 191. 227. — An der Westseite, nach dem Forum Boarium zu, wur- 
den Ende Oktober 1887 auf dem Grundstücke der suore della caritädiS. Vin- 
cenzo di Paolo Beste einer gewaltigen Mauer aus Tuffquadern, etwa rechtwin- 
kelig auf den Tiber zulaufend gefunden. Von den mehr als 10 Quaderschichten, 
welche gefunden sein sollen, sah ich am 21'*" Oktober 1887 nur noch die 
untersten in situ, da die oberen für Durchführung der neuen Kanalisation hatten 
entfernt werden müssen : ebensowenig habe ich den wohlerhaltenen Quader- 
bogen (3, 30m. Weite) gesehen, welcher nach Borsari's Vermutung {Bull. com. 
1888 p. 21) der porta Trigemina angehören sollte : letzteres allerdings nach 
dem was wir über den Lauf der Serviusmauer wissen, wenig wahrscheinlich. — 
Für die Strassennamen des Aventin bietet neues Material der Aufsalz 
von De Eossi : collari di servi fuggitivi con indicazioni topografiche delle 
regioni XII e XIII {Ball. com. 1887 p. 286-296). Es sind folgende Halsband- 
inschriften : 1) die schon Bull. arch. crist. 1879 p. 165 tav. XI publicirte : 
Hilarionis \ so{=sum), tene me et revo\ca me quia fugi de r{egione) XII 
a balin{eum) Scrib\oniolum Borne. A. i2. Dieselbe ist gefunden in Grottafer- 
rata, vielleicht im Gebiet der Tusculaner Villa der Scribonii Libones. 
2) unedirt, gefunden in einem Grabe bei Frascati, noch um den Hals eines 
Skelettes geschlossen und verlöthet : tene me et reboca me Aproniano pala- 
tino ad mappa aurea in Abentino quia fugi ; 3) aus der Gegend von To- 
lentino in Picenum {Not. degli scavi 1884 p. 220): fugiti\bus so, revo\ca 
me in Aben\tino in domu \ Potiti v. c. | ad Decia\nas. Die Mappa aurea, 
bereits bekannt aus der Not. reg. XII, muss eine Strasse auf der Nordseite 
des Berges gewesen sein, über den carceres des Circus Maximus nach der 
Seite des Velabrum und Forum Boarium zu : vielleicht sind Eeste derselben 
1881 zwischen S. Alessio und S. Maria del Priorato entdeckt {Not. degli 
scavi 1881 p. 138). Die domus Potiti ist sonst nicht bekannt; vielleicht 
ist der Mann identisch mit dem vicarius Urbis, welcher im Cod. Theodo- 
sianus zwischen 379 und 381 öfter genannt wird, und auf den sich Symma- 
chus Ep. 1, 19 bezieht. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



2^1 



Caelius. 

Die Basilica S. Giovanni e Paolo ist der Tradition zufolge erbaut an 
der Stelle, wo auf Befehl des Kaisers Julian zwei hohe Hofbeamte, Johannes 
und Paulus, in ihrem eigenen Palaste den Märtyrertod erlitten. Seit 1887 
hatte einer der Passionisten des Klosters, P. Germano, in den Räumen unter 
der Kirche Nachforschungen anstellen lassen, welche zur Entdeckung eines 
altrömischen Hauses mit heidnischen und christlichen Wandmalereien führten 
iNot. degli scavi 1887 p. 532; Bull. comm. 1887 p. 321). Bisher ist nur ein Teil 
der mit Schutt gänzlich ausgefüllten Räume gereinigt, und auch dieser 
noch nicht ganz veröffentlicht (Rom. Quartalschrift 1888 p. 137-147; 322-32G; 
404-405 ; Tf. XII); der beigefügten Planskizze, auf welcher dies antike schwarz, 
die heutige Basilika im Umriss eingetragen ist, liegt eine vom Leiter der Aus- 




grabungen überlassene Copie der vollständigen Original-Aufnahme zu Grunde. 
Soviel lässt sich bereits erkennen, dass der Grundriss nicht dem Typus des 
altern römischen Atrienhauses, sondern den Plänen auf der Forma Urbis Romae 
entspriecht. Von der gewöhnlich mit dem Clivus Scauri identifizierten Via dei 
SS. Giovani e Paolo führen sechs jetzt vermauerte Bogenthüren auf ebensoviele 
rechteckige Gemächer, Eine zweite und dritte hinter diesen liegende Flucht von 
Zimmern zeigt weniger regelmässige Anlage, da die Hinterwand mit Rücksicht 
auf die Lage am Abhänge des Hügels sich stumpfwinkelig mit den Seiten- 
wänden schneidet. Die Säle der dritten Reihe haben von der älteren Dekora- 
tion die bedeutendsten Reste. Ein besonders wohlerhaltener Saal (a), vom 
Entdecker tahlinum genannt, ist an den Wänden mit einer Marmorbelag 



^62 JAHRESBERICHT UEBER 

nachahmenden Malerei geschmückt; die Wölbung zeigt, ausser den üblichen 
Meerwesen, Blumen und Masken, auch drei christliche Darstellungen (Moses 
am Horeb, derselbe die Gesetztafeln empfangend, eine Orantin). Dem Stil nach 
kann die Decoration dem 4'en-5*«" Jhdt. angehören. Ein anderer Raum (b) 
hat einen etwa 2,5 m. über dem Boden laufenden Fries : auf weissem Grunde 
nackte Genien in halber Lebensgrösse, hinter deren Schultern sich Blumen- 
gewinde hinziehen ; zwischen ihnen auf dem Boden Vögel. Ausführung und 
Farbengebung sind geschickt, ob die Malereien dem dritten Jahrhundert oder 
einer früheren Zeit angehören, ist bei dem Mangel an Vergleichsmaterial für 
Rom schwer zu sagen, jedenfalls sind sie die ältesten und künstlerisch vollen- 
detsten des Hauses. Der gänzliche Mangel an Fenstern lässt für diesen Raum wie 
für das sog. Tablinum Beleuchtung durch Oberlicht notwendig voraussetzen ; 
mithin kann das Gebäude an dieser Stelle kein oberes Stockwerk gehabt haben. 
Für andere Teile wird die Existenz eines solchen (in dessen Höhe die jetzige 
Kirche liegt) verbürgt durch die Erhaltung der Aussenmauer an der Nordseite 
(Höhe bis 15 m.) und die Spuren alter Treppen. Hinter der Gruppe von 
Zimmern, welcher a und b angehören, liegen nach dem Hügelrande und den 
Bögen der Neronischen Wasserleitung zu einige kleine Gemächer, welche der 
Entdecker als Bäder und Küche bezeichnet. Wasserröhren (?) aus Terracotta sind 
daselbst gefunden: von einer Fortsetzung der Ausgrabung darf man auch über 
den Lauf der Aqua Claudia Aufschlüsse erwarten. Die ursprüngliche Anlage 
ist bisher nicht nur wegen der Unvollständigkeit der Aufdeckung und der 
Lichtlosigkeit sämtlicher Räume schwer zu erkennen, sondern namentlich weil 
das antike Haus bereits in frühchristlicher Zeit zu einer Stätte der Verehrung 
für die Märtyrer Johannes und Paulus umgewandelt wurde. Mancherlei Ein- 
bauten mit Fresken, die frühesten nach dem Urteil der Herausgeber aus dem 
Ende des 4*^° oder Anfang des 5'®° Jhdts,, spätere bis ins 12'® Jahrhundert 
zu datiren , verdanken diesen Aenderungen ihre Entstehung. Erst Fort- 
setzung der Ausgrabung, zu der hoffentlich die Mittel nicht mangeln werden, 
wird ein klareres Urteil über die Einzelnheiten der ursprünglichen Anlage 
ermöglichen. 

Beim Bau eines Kanals in der Via Annia auf dem Caelius, unweit 
SS. Quattro Coronati, ist folgendes für die Stadteinteilung vor Augustus 
interessante Fragment gefunden : 



MAG • HEi 

SVFFRAGIO • PAG • PRI-M 
LVDOS • FECERW 



Das Material ist griechischer Marmor, die Schrift gut und wohl der cicero- 
nischen Zeit angehörig. Zeile 1 wird zu ergänzen sein mag{istri) He[rculani\ ; 
das sujfragio pag{i) prim[i facti] bringt Mommsen (bei Gatti Bull. com. 
1888 p. 326) mit der Wiederherstellung der 690 unterdrückten, 696 durch 
die lex Clodia wiederhergestellten ludi compitalicii zusammen. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 263 

Das Marsfeld. 

Nördlicher Teil. Bei einem Neubau in Via dei Banchi recchi 
unweit des Vicolo del Pavone fanden sich Bleiröhren, darunter eine mit der 
Aufschrift /acTiONis • prasinae- Der Herausgeber Gatti {Bull. com. 1886 
p. 393; 1887 p. 10) bemerkt die Wichtigkeit für die Ansetzung der in der 
Regionsbeschreibung genannten stabula quattuor factionum und namentlich 
der prasina, von welcher die Kirche S. Lorenzo in Damaso auch den Bei- 
namen in prasino führt. 

Bei Piazza della Chiesa Nuova sind Reste eines grossen monumentalen 
Gebäudes 5 m. unter dem jetzigen Strassenplanum aufgedeckt (Not. degli scavi 
1887 p. 180; Bull. com. 1887 p. 276. 277). Unter den Fundstücken ver- 
dienen besondere Aufmerksamkeit zwei Blöcke (Länge 2,50, Durchmesser 
0.80) von den pulvini eines grossartigen Altares (im Bull. 1. c. falsch als 
« Säulen » beschrieben). Die Arbeit, Blattornamente, Mäander, an der Kopf- 
seite Rosette, ist äusserst fein ; da das Mäanderband, welches die Mitte des 
Stückes ausmachte, erhalten ist, lässt sich die Gesamtlänge auf 3,40 m. be- 
rechnen. Eine eingehende Erläuterung des für die Topographie des Marsfeldes 
wichtigen Monuments ist demnächst von Hrn. Lanciani zu erwarten. 

Dass in der Gegend zwischen Chiesa Nuova, Piazza Navona und Piazza 
Nicosia in antiker Zeit viele Steinmetzwerkstätten lagen, lehren frühere Funde 
(Flam. Vacca Mem. 32 Schreiber ; P. S. Bartoli Memorie 68-70 bei Fea 
Miscdl. 1, 239; Ficoroni Mem. n. 100 bei Fea 1, 146; Urlichs Beschr. 
Roms III, 3 S. 82 ; NotÄzie 1883 p. 14). Die Entdeckung einer grossen 
Granitsäule unter der Kirche S. Antonio de' Portoghesi melden die No- 
tizie degli scavi 1889 S. 391. Ich erwähne bei dieser Gelegenheit einer 
ähnlichen, welche, obwohl zu den grössten in Rom existirenden gehörig, 
selbst dem fleissigen Sammler Faustino Corsi unbekannt geblieben ist : die 
Nachweisung verdanke ich Hm. Cav. A. G. Spinelli. Im Keller des Hauses 
Via del Governo vecchio 99 liegt etwa 4 m. unter dem Niveau der heutigen 
Strasse ein Granitschaft von 'dem kolossalen Durchmesser von er. 2,30 m. 
Er ist oifenbar nie zur Verwendung gekommen, hat am einen Ende eine 
umlaufende 0,06 m. vorspringende Leiste von 0,77 Breite, und an der einen 
Endfläche (die andere ist gebrochen) noch die Einkerbungen für die Holzbalken 
des Gerüsts, in welches er zum Zweck des Transportes eingespannt war. Die 
Gesamtlänge ist nicht sicher zu konstatiren, da die Fundamente des Hauses 
(das seiner Bauart nach dem 15'*" oder Anfang des lö'^^Jhdt. angehört) quer 
über die Säule weggehen, und ein Stück sogar noch im Keller des Neben- 
hauses sichtbar wird : sie war aber nicht geringer als 7 m. 

Die von mir in den Mittheilungen des Instituts 1889 p. 41-64 ver- 
öffentlichtan Berichte von Fr. Valesio und Fr. Bianchini über Ausgrabungen 
auf Monte Citorio 1703 und 1704 ermöglichen eine genauere Localisirung 



264 



JAHRESBERICHT ÜEBER 



der Säule des Antoninus Pius, und bezeugen ferner die Aufdeckung eines 
bisher gänzlich unbekannt gebliebenen antiken Monuments (um eine quadra- 
tische Basis von 13 m, Seitenlänge doppelter Mauergürtel, äussere Seiten- 
länge 30 m.), dessen Beziehungen zu den benachbarten Denkmälern (Säulen 
des Pius und Marcus) durch Höhenverhältnisse und Orientirung ausser Zweifel 
steht. Von Bianchini ist es nicht unwahrscheinlich für das ustrinum der 
Kaiser des Antoninischen Hauses erklärt. Die immer noch auftauchende 
Vermutung über die Existenz eines Schaugebäudes (Amphitheater des Sta- 
tilius Taurus nach Piranesi ; stadio delle Equirrie nach Canina) wird damit 
definitiv beseitigt. 

Südlicher Teil. Circus Flaminius, Theater u. s. w. Geringe 
Ausbeute hat die Niederlegung des Ghetto zwischen dem Fluss und der 
Porti cus Octaviae gebracht. Die Dedicationsinschrift der letzteren, 




if». ÄRA VI 
ASCL 
2. f. Ca/Uj} a Coütii/naAA. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 265 

seit dem 14'°"* Jhdt. oft, aber stets mit einer Lücke im Anfang der Zeilen 
abgeschrieben (C. /. L. VI, 1034) ist vollständig frei gelegt {Notizie degli 
scavi 1887 p. 448; Bull. com. 1887 p..332}, doch bestätigt das nun zu Tage 
gekommene lediglich die im Corpus a. a. 0. gegebenen Supplemente. Ueber 
die zur Sicherung des Freigelegten und zur weiteren Erforschung des Ter- 
rains in Aussicht genommenen Massregeln berichtet das Bull. com. 1888 
p. 132-134. 

In via de'Chiavari, gegenüber dem Seiteneingang zur Kirche S. Andrea 
della Valle, fanden sich 5,50 m. unter dem jetzigen Niveau Reste eines mit 
Travertin gepflasterten Platzes, südlich davon eine Strasse mit Basaltpflaster. 
Letztere wird die dem modernen Corso Vittorio Emanuele fast parallel lau- 
fende sein, welche die Bauten des Agrippa und des Pompeius schied. 
Daselbst fanden sich Gebälkstücke mit Relief (Opferdarstellung, beschrieben 
von Visconti Bull. com. 1888 p. 420) ; Fragment eines kolossalen Hoch- 
reliefs (Barbarenstatue, ;9onä! anassiridi e calzari: Notizie 1888 p. 569); 
Fragment eines grossen bogenförmigen Architravs (lg. m. 1,48, hoch 0,68). 
Die Zugehörigkeit des letzteren zum Pompeiustheater oder zum Hekatostylon 
an dessen auf der Forma Urbis verzeichnete halbkreisförmige Nischen man 
zunächst denkt, ist zweifelhaft wegen des Fundortes wie des Stiles (s. Vi- 
sconti Bull. 1888 p. 478); dagegen mag man an einen fast genau an derselben 
Stelle gemachten Fund erinnern, von dem Flaminio Vacca Mem. 2 erzählt 
(vgl. Lanciani Ann. 1883 p. 15. J6). 

Aus dem Gebiet der pompejanischen Bauten stammt eine Kolossal- 
statue , gefunden in Via Tata Giovanni [Not. degli scavi 1889 p. 34 ; 
Bull. com. 1889 p. 93) ; die Reste einer monumentalen Treppe bei S. Carlo 
a' Catinari {Not. degli scavi 1889 p. 34) ;eine in den Fundamenten des Palastes 
Santacroce bei S. Carlo a' Catinari verbaut gefundene Basis, welche eine (verlo- 
rene) Büste des Antinoos als Hermes trug, wie die Inschrift besagt {Not. 
1889 p. 17) : 

'ASQiuyrj avyodög ae veov d-eov \ 'EQfxdwfa \ 
arriaa^sv, nl^öfxspoi top | xccXav ^Jvtivoou 

Nixiov l^Qvauviog, oy ciQrjTfJQa | &Efxeaftci \ 

(SSV fidxKQog ßioxrjv TTQsaßvy | vnoa^oueyoy. 

Die Zufahrtstrasse zu dem im vorigen Jahre vollendeten Ponte Gari- 
baldi, Via Arenula, durchschneidet das Gebiet westlich der Bauten des Pora- 
pejus. Bei Anlage derselben fand sich, kaum 100 m. vom Flussufer, an der 
Kreuzungsstelle der früheren Strassen V. della Mortella und di S. Bar- 
tolomeo de' Vaccinari, 8 Meter unter dem modernen Boden {Notizie degli 
scavi 1888 p. 498; Bull, cornun. 1888 p. 327. 379; 1889 p. 69-72), noch am 
ursprünglichen Platz auf einem Basament von Travertinblöcken mit der 
Inschrift macisTKX vici aescleti anni vmi ein M arm oral tar mit fol- 
genden Weihinschriften : 



266 



(Vorderseite) 



JAHRESBERICHT UEBER 
LAKj^J- AVGVST, 

r-e-S-pVS -C-N/ 

MAG • viel • ANNI NONI 



(Eechte Nebenseite) 



(Linke Nebenseite) 



P • CLODIVS • p • L> 



/S • L • L • SALVIVS 



Die Inschrift gehört wahrscheinlich (aber nicht sicher, vgl. Henzen zu 
C. I. L. VI, 454) ins Jahr 2 n. Chr. Der Name des vicus Aescleti ist neu : 
die Lokalität hat vielleicht zu thun mit dem von Varro L. L. 5, 152 und 




TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



267 



Plinius N. H. 16, 37 {Q. Hortensius dictator cum plebs secessüset in lani- 
culum, legem in Aesculeto tulit, ut quod ea iussisset omnis Quirites teneret) 
genannten Hain. Der Eeliefschmuck der Ära ist den beiden bekannten im 




Vatikan {Sala delle Muse) und in den UflBzien ähnlich, nur dass die auf den 
genius Caesaris bezüglichen Darstellungen fehlen. Die linke nicht abgebil- 
dete Seite zeigt einen Lar von entsprechendem Typus, die stark beschädigte 
Rückseite das Unterteil einer corona lemniscata (i). 

Im Zuge derselben Strasse, unweit piazza de' Cenci, sind Reste eines 
grossen Gebäudes aus Travertin, etwa 5 m. unter dem heutigen Boden, ge- 

(}) Technischer Schwierigkeiten halber hat die erste Quader der Fun- 
damentinschrift nicht herausgehoben werden können, so dass die von Gatti 
{Bull. com. 1888 p. 330) copirten Buchstaben vor /tri an dem jetzt im 
kapitolinischen Museum befindlichen Original fehlen. — Am Altar selbst ist 
der grössere Teil der Bekrönung, in der Vorderseite das Stück links über 
dem Lictor, rechts über noni in Stack ergänzt. 



268 JAHRESBERICHT ÜEBER 

funden worden. Zwei Säulen standen noch aufrecht {Not. 1888 p. 135). 
Andre Reste bedeutender Ziegelbauten bei Via de' Falegnami erwähnen Not. 
1888 p. 277. 

Die rüstig fortschreitenden Arbeiten der Tiberregulirun g haben mehrere 
Monumepte von hohem topographischem Wert ans Licht gefördert. Hinter 
der kleinen Kirche dl S. Biagio della Pagnotta in Via Giulia, 660 Meter 
nördlich von ponte Sisto, fand man im Sommer 1887, noch an seinem alten 
Platze, einen Travertincippus mit der Inschrift : Paullus Fabius Persi[cus\ 
C. Eggius Maruü[us] L. Sergius Paullus C. Obellius Rulfus] L. Scribo- 
niu[s Libo] curatore\ß riparum] et alv[ei Tiberis] ex auctorit[ate'\ Ti. Claudi 
Caesaris Aug. Germanicli] principis s.... ripam cippis pos[itis] termina- 
verunt a tr[ig']ar{io) ad pontem Agrippae. Das trigarium, aus der Regions- 
beschreibung und der Inschrift C. I. L. VI, 8461 bekannt, wird dadurch 
nicht näher lokalisirt {}), ausser dass es stromaufwärts gelegen haben muss. 
(Ueber den Pons Agrippae s. unten S. 285). 

Eine 1887 gefundene Inschrift von Bajä, dem Schriftcliarakter nach 
aus Augustischer Zeit stammend, ist von G. B. De Rossi [Not. 1888 p. 709-714) 
scharfsinnig ergänzt worden : ^orizcMS tri[umphi] long. effic{it) pe\_d. DLVI}, 
itum et red{itum) pe[d. MCXII'], pass{us) GGXXII [semis] ; quinquies 
it[um et red{itum)\ eßcit pa\ssus\ MCXII. Zwei Inschriften, die eine gefun- 
den vor porta Metrovia (Orelli 660Q), die andere in der Villa Hadriana (C. /. L. 
XIV, 3695^), sichern die Supplemente und bezeugen die Existenz von porticus 
triumphales wie in Bajä so auch in der Nähe von Rom. Alle drei sind Nachah- 
mungen der für die pompa triumphalis im Marsfelde bestimmten, deren Lage 
zwar durch kein directes Zeugniss gesichert, aber höchst wahrscheinlich in 
der Nähe des Circus Flaminius und der Villa Publica zu vermuten ist. De 
Iiossi glaubt, dass ursprünglich ein Teil der Porticus der Saepta oder der Villa 
Publica triumphalis geheissen habe, dieser Name aber durch die glänzenden 
Umbauten der späteren Kaiserzeit in Vergessenheit geraten sei (2). 

(1) Der von Richter p. 144 (vgl. den Plan von Rom) ausgesprochenen 
Vermutung, es habe zwischen Ponte S. Angelo und S. Giovanni de'Fiorentini 
gelegen kann ich mich nicht anschliessen. Dieses Gebiet scheint in der 
Kaiserzeit von Privatbauten so eingenommen gewesen zu sein dass für einen 
ronog onov l'nnoL yvfxyä^ovTca schwerlich Raum blieb : in nachaugustischer 
Zeit durchschnitten es mindestens zwei grosse Strassen, die auf den Pons 
Aelius und Pons triumphalis zuführenden. Wahrscheinlicher ist die Lage 
nördlich von Piazza Navona, in Verbindung mit dem Stadium Domitiani 
und den stabula IUI factionum. 

(2) Einen Nachtrag zu obigem Aufsatz giebt De Rossi Bull, comun. 1889 
p. 355, wo die von Lanciani Bull, comun. 1885 p. 100 n. 1019 publizierte 
Inschrift einer unweit Ponte Sisto gefundenen Priapusherme : s~\patia X in 
ci\r]cuitu effic\i\unt passu[s'] mille pedes [v] angeführt, und zu der aus Villa 
Hadriana (welche nur auf einer Abschrift Ficoroni's steht) folgende Ergänzung 
Bortolotti's mitgeteilt wird: porticlus triumphi?^ circuitum, hab\et^ ped. 
MCCCCL; hoc niießcit] passius) MMXX(X]. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 269 

Die Seite rechts von ViaFlaminia. Das templum Solis 
Aureliaui localisirt Urlichs (Mittheilungen des Instituts 1888 p. 38) überzeu- 
gend in der Gegend von S. Silvestro in Capite. Abgesehen von den Berichten 
über Säulen- und Mauerfunde in dieser Gegend beweist dafür die Inschrift 
C. I. L. VI, 1785 (Tarif über Transport u. s. w, der Weine vom Tiberhafen ad 
templum, gefunden 1787 unter dem Kloster von S. Silvestro in Capite) in 
Verbindung mjt der Notiz Vita Aureliani c. 48: in porticibus templi Solis 
fiscalia vina ponuntur. 

Bei den Erweiterungsarbeiten für Palazzo Sciarra sind vier wohlerhal- 
tene Bögen der A q u a Virgo (Tuif mit Schlusssteinen und Gesims in Tra- 
vertin) gefunden worden, welche die Vermutung Lancianis über den Lauf der 
Leitung in ihrem letzten Teil [Bull. com,. 1881, p. 21) bestätigen : nicht 
rechtwinkelig auf den Corso, sondern mit geringer Ausbiegung nach Nordost (}). 
Bei Publication dieses Fundes {Bull. com. 1888 p. 61-67) weist Gatti darauf 
hin, dass die bisher in den Worten Frontins {aq. 1, 20: arcus Virginis 
initium habent sub hortis Luculianis, finiuntur in Campo Marlio secundum 
frontem Septorum; und 1, 10: opere arcuato passuum septingentorum) 
gesuchte Schwierigkeit in der That nicht existirt. Man hat finiuntur in 
Campo Martio secundum frontem Septorum nicht zu übersetzen : « sie 
endigen neben der Front der Septa, » sondern « sie endigen, längs der Front 
der Septa entlang gehend, im Campus Martius. n Letzterer ist der durch 
cippi eingegrenzte Campus minor (C. I. L. VI, 874 ; Lanciani in Bull. com. 
1883 p. 11). Die Leitung der Aqua Virgo endigte etwa in der Gegend von 
Palazzo Serlupi ; so wird auch die Angabe Frontins über die 700 passus 
betragende Länge der Bogenreihe gerechtfertigt. 

Collis hortorum. 

Die seit 1808 geschlossene Porta Pinciana (2) ist im vergangenen 
Jahre aufs Neue geöffnet. Dabei ist constatirt, dass für den Belisarischen 
Bau derselben, wie von Porta Flarainia und Porta Salaria längst bekannt 



(1) Die ungefähr an derselben Stelle 1885 zu Tage gekommenen Eeste 
(Zicgelmauern, Porticus mit Cipollinsäulen) gehörten keineswegs einem mo- 
numentalen Gebäude aus früher Kaiserzeit, wie Richter Top. p. 149 aus dem 
Berichte Not. degli scavi 1885 p. 70. 250 zu folgern scheint, sondern einem 
späten Privathaus an. Borsaris Widerspruch (Mitteil. d. Instituts 1886 p. 61) 
gegen die von Manzi geäusserte ganz haltlose Vermutung (Castell der Aqua 
Virgo) kann ich mich als Augenzeuge der damaligen Ausgrabung durchaus 
anschliesseu. 

(2) Den Namen Pincius bezeichnet Eichter Top. S. 151 als unerklärt : 
m. Er. ist die schon von früheren aufgestellte Ableitung von der Gens Pincia 
zweifellos richtig. Allerdings kommt das Gentilicium nur einmal in einer 
Inschrift aus dem Jahre 395 n. Chr. (VI, 1754 : Aniciae Faltoniae Probae 
Amnios Pincios Aniciosque decoranti etc.) vor ; aber es scheint bisher über- 
sehen, dass der Pincio im 4'«" Jhdt. im Besitz des Gemahles der Anicia Faltonia, 

18 



270 JAHRESBERICHT ÜEBER 

war, ältere Gräber Material hatten beisteuern müssen. Die Schwelle war ge- 
bildet durch ein Grabepistyl aus Travertin mit der Inschrift erotidJj in 
grossen und schönen Buchstaben {Not. 1888 p. 60; Bull. com. 1888 p. 41). 

Unweit des Thores, nördlich vom Casino deWAurora der ehemaligen 
Villa Ludovisi (Via Lombardia) ist eine Reihe von Ziegelpilastern mit Be- 
krönung von Travertin gefunden worden {Not. 1888 p. 729), vielleicht einer 
auf das Thor zuführenden Porticus angehörend (Richter Top. 151) : doch ist 
letzteres nicht sicher. 

Gleichfalls aus der Nähe von Porta Pinciana stammt eine Votivinschrift 
(Not. degli scavi 1887 p. 275 ; Bull. com. 1887 p. 223) : numini domius) 
Aug{ustae) | T. Marius Processus | signum Bei Silvan\i'\ | ... (zwei aus- 
radirte Zeilen) ... | aedem ipsius marlmoratam a solo su a pecunia fecit 
[e]t I templum marmoris (sie) | stravit idemq{ue) dedic[avit). Der Herausgeber 
nimmt templum als den weiteren {tutta Vq.rea destinata a luogo sacro), 
aedes als den engeren Begriff. Die Ausführungen Jordans (Hermes XIV, 
p. 571 ff.) über den Sprachgebrauch aedes, aedicula u. s. w. sind dabei nicht 
berücksichtigt : unter den von J. angeführten Inschriften berührt sich mit der 
neugefundenen besonders nahe die der cultores Silvani von Philippi [CLL. 
III, 633), in welcher zuerst, unter mehreren bedeutenden Spenden, tegulae 
GGGC tectae ad templum tegendum (dies der grössere Bau), und dann die 
statua aerea Silvani cum aede (das ist also die kleinere Kapelle im Inneren) 
verzeichnet werden. Auch in der städtischen Inschrift wird also wohl aedes 
marmorata nur die Nische für das Götterbild sein. — Dass zahlreiche Funde 
im Gebiet der Villa Ludovisi {G. I. L. 583. 640 ; Bull. com. 1887 p. 223. 
224; 1888 p. 402; Not. degli scavi 1888 p. 267) ein dort befindliches 
Heiligtum des Silvan bezeugen , hat Gatti {Bull. 1888 p. 402) richtig- 
bemerkt. 

Der Aufsatz Lanciani's 'la Venus hortorum Sallust ianorum' {Bull. 

com. 1888 S. 3-11), 
geht aus von der Memoria 58 des Flaminio Vacca, in welcher der Fund 
eines Rundgebändes mit prächtigem Marmorschmuck in der Vigna des Ga- 
briele Vacca bei Porta Salara erzählt wird. Nicht bekannt war bisher, da^ s von 
demselben Gebäude ein Plan im Vaticanus 3439 enthalten ist, der, von Pan- 
vinius Hand mit erläuternder Beischrift versehen, die Angaben Vaccas teils 
bestätigt teils ergänzt. Die Combination ist höchst ansprechend und interessant ; 
dagegen kann ich mich den weiteren von Lanciani gezogenen Folgerungen 



des Petronius Probus, gewesen ist (Inschr. G. I. L. VI, 1751, gefunden bei 
Trinitä dei Monti). Es mag ihm das Palatium Pincianum von seiner Gattin 
als Erbin der Pincii zugebracht sein. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 271 

nicht anschliessen (i). Er erklärt nämlich das Gebäude für den Tempel der 
Venus in hortis Sallustianis, welcher mit dem der Venus Erycina ad portam 
ColUnam identisch sein soll: eine Annahme, welche bei genauerer Prüfung 
des Grundrisses unzulässig scheint. 

Lanciani nennt hier wie in früheren Arbeiten die architektonischen 
Zeichnungen des Vat. 3439 disegni del Ligorio posiülati dal Panvinio. 
Dies ist nicht richtig , der Codex enthält, soweit er sich auf römische 
Baureste bezieht, überhanpt keine Ligorianischen Autographen, und ist zum 
grössten Teil nur ein von Panvinius für seinen Privatgebrauch geraachter 
Auszug aus noch ex'istirenden Büchern des Ligorius, daher mit wenigen Aus- 
nahmen ohne selbständigen Wert. Die Grabgrundrisse finden ihre Vorlagen 
im 49'*° Buche des Neapolitanus, die Tempelzeichnungen teils im Bodleianus 
(vgl. Ann. delVInst. 1884 p. 327), teils, und dies ist der Fall für die Venus 
hortorum Sallustianorum, im Parisinus {fonds St. Germain 86) : eine Ab- 
schrift des bezüglichen Passus verdanke ich Hrn. Prof. W. Klein. Es heisst 
in dieser Hschr. fol. 309 : 

In una testa della piazza o vogliamo dire foro Sallustiano (^j fu un 
tempio di cinquanta dui piedi diametro con tutto il perittero o circuitioni 
di colonne. Le quali erano di dui piedi grosse, del marmo caristio giallo 
svenate di alcune macchie rosse . erano striate . il portico era di vano sei 
piedi, i muri dentro del tempio erano grossi tre piedi senza la parastate 
a incontro delle colonne, che sportavano infuori un quarto di palmo. Le 
spire delle colonne cioh basi non hanno il plinto o vogliamo dire socco, 
erano alte impiede senza intagli, deWordine composito cioi (?) i capitelli 
i quali erano alti dui piedi un quarto, i fusti delle colonne piedi deciotto 
manco vn quarto di piede. I nichi di fori erano larghi tre piedi e mezzo, 
quelli di dentro al tempio piedi due e mezzo. Questi erano ornate di co- 
lonnette picciole picciole, due terzi di piede, del marmo alabastrino che 
posavano sopra a certi modelleti [che] ornavano essi nicchi, de' quali non 
havemo demostrate altezza alcuna,per esser stati giärovinati per gli tempi 



(1) Ebenso scheint mir die von L. versuchte Beziehung von Bartoli 
Mem. 33 auf denselben Fund durch die Verschiedenheit von Zeit und Ort 
ausgeschlossen. 

(2) zur topographischen Fixirung diene folgender Passus aus Ligorius 
Taur. 15 = Ottobon. 3374 p. 265 : Forvm salvstii era una piazza nel 
fondo dein Horti Salustiani, opera giä di Salustio Grispo incominciata, ma 
per essere luogo hello, et uario fu dalli imperatori sempre mantenuto, et 
ornato, et haueano gV horti attorno per portico un deambulatorio di mille 
colonne, come scriue Philone. Vi furono templi, bagni, et alberghi uarij, et 
innumerabili statue, et la cui uarietä hauemo dissegnata et rappresentata 
nella Roma stampata (die Eßgies Romae des L. setzt das forum Sallustii 
in dieVl'halsenkung, welche spätere Topographen Circo di Flora zu nennen 

pflegen) oue sono hoggidl motte uigne, trä le quali i quella delli 

uenerandi Padri di S. Saluatore del lav.ro, la vigna del vescouo Mutti, quella 
delvescouo di Pauia, del vescouo Colotio, et di Francesco SiliUa, et di uenti 
altri padroni. . 



272 JAHRESBERICHT ÜEBER 

passati, e quel che era rimasto sotto delle rovine ci ha insegnato la forma 
di quanto ho scritto c demostrato in questa pianta circolare. Era di dentro 
e di fuori incrostato con tavole sottili di alabastro, di porphidi, serpentini 
ei altri niarmi , come anche era fatto il suo (?) piano del pavimento suo 
di fuori e di dentro del tempio, in cui s'ascendeva per se (') gradi que (?) 
attorno tutto il circuivano. Certamente opera picciola, ma di grandissima 

spesa et di vaghezza mirabile L'architravi e le cornici sue tutte per altri 

tempi ftirono portati via. Fu trovata una inscrizione che diceva veneri • 

HORTORVM • SALLVSTIANORVM • C • SALLVSTIVS • DVRDVS • AEDITVVS ■ D • D 

e furono gli horti prima fatti da Sallustio che scrisse le cose di Catilina, 
e dopo dalla fameglia mantenuti et nobilitati dalV imperatori (2). 

Es folgen ein Plan , dem von Lanciani publizierten (3) entsprechend ; 
eingetragen sind folgende Masse : piedi XXX il vano del tempio; zwischen 
der äusseren Säulenstellung und der Cellawand piedi 6 ; als Intercolumnium 
piedi 8 ; als Masse der Nische 3 */2 und 2 V2 . Ferner Zeichnung von Säulen 
und Gebälk. 

Auf Grund dieser Angaben ist beifolgende Skizze nach metrischem Masse 
aufgetragen (*) : sie lässt keinen Zweifel, dass wir es nicht mit einem ve<ag 
ahöXoyog sondern mit einem kostbar ausgestatteten Pavillon der Sallustischen 
Gärten zu thun haben. Wahrscheinlich war er in Verbindung mit Wasser- 



(1) So in der mir übersandten Abschrift ; im Original wahrscheinlich tre. 
■ (2) Der Vollständigkeit halber mag auch noch die das templum Veneris 
hortorum Sallustianorum betreffende Stelle aus Taur. vol. 15 Platz finden, obwohl 
die Zuverlässigkeit dieser späteren Eecension gering scheint : fu ancora esso 
picciolo tempio, ma ornatissimo, tutto del marmo pario con colonne striate 
bianchissime, deWordine Corintio, di forma rotonaa con peryptero attorno, 
cioi circondato di portico, come havemo posto nei disegni degli Horti Sal- 
lustiali, lo quäle era in un poggio soprastante al foro Sallustiano, incirca 
della valle verso V Oriente, dove appunto havemo veduto cavare delle sue 
rovine pretiosissime, et d'ammirabile diligentia lavorate, et quivi incirca 
fu trovata questa dedicatione, la quäle hebbe Mr. Angelo Uolotio (C. VI 
n. 122). 

(3) 'Auf dem Holzschnitt Bull. com. a. a. 0. S. 4 ist aus Vat. 3439 nach- 
zutragen das Mass zwischen Säulen und Cellawand p{iedi) 6; statt des unver- 
ständlichen L*^ PALMi zu berichtigen d"' palmi. Die von Lanciani nur zum 
Teil entzifferten, freilich auch schwer lesbaren Beischriften des Panvinius 
(welche ich wiederhole um das Verhältnis zwischen Original und Excerpt 
deutlich zu machen) besagen : T{emplum) Veneris Salustianae in capite fori 
Sallustii. Columnae e marmore caristio hialo, svenate di alcune macchie 
rosse, striate ; spirae basium sine plinto vel zoccolo alte p. 1, sine intalio, 
ordo co{m)positus, capitula alta p. 2 et un 4.^° Columnae p. 18 minus 4." pedis. 
Columellae (ein Stern auf der Zeichnung beweist, dass P. damit die inneren 
meint) e marmore alabastrico: incrustata tabulis alabastrinis porphyrcticis 
serpentinis. Etiam solum . a pavimento ascensus tribus gradibus circum circa. 

(■*) Lanciani scheint das gar nicht versucht zu haben, es wären ihm 
sonst die Wiedersprüche in Panvinius Massangaben, besonders das unmögliche 
vano del tempio piedi 20 (eine Tempelcella von 6 m. Durchmesser!) auf- 
gefallen. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



273 



künsten, wenn nicht überhaupt eine Badeaulage, worauf trotz Lanciaui's 
Widerspruch die von Vacca erwähnten marmorgetäfelten Gänge und Leitungs- 
röhren am ehesten führen. Ich verweise z, B. auf die Aehnlichkeit mit dem 




# I • 



' liiij nur 



4^. 



als lavacrum bezeichneten Grundriss forma U. R. fr. 59 lord., welcher vier 
Eingänge und Stufen im Inneren hat, gerade wie Vacca von unserem Gebäude 
zagt : detto ovato aveva quatlro scale che scendevano in esso al pavimento 
fatto di mischio. Uebrigens melden die Notizie degli scavi 1888 p. 497 den 
Fund vortrefflicher Marmorfriese, die ihrer Decoration nach für ein Nympheum 
der Sallustischen Gärten wohl passen würden, an der Ecke von Via Buoncom- 
pagni und via Quintino Sella, also gerade im Bereich der Vigna Vacca. — 
Für die Gestaltung des Inneren hat Ligorio wahrscheinlich seine Phantasie 
walten lassen, und wie häufig, durch Zuthat von Nischen und Säulchen 
den Grundriss zu beleben gesucht (vgl. Lanciani bei Henzen Scavi nel bosco 
degli Arvali p. 105. 106). 

Der von Lanciani am Schluss seines Artikels versprochenen Behandlung 
einer Eeihe von topographischen Fragen sehen wir mit Interesse entgegen, 
ohne auf das Einzelne vorläufig einzugehen. Nur mag bemerkt werden dass 



274 



JAHRESBERICHT UEBER 



die Ansetzung des Monumentum libertorum Q. Sallustii [C I. L. VI p. 1100- 
1102) in der Nähe der porta Salaria trotz des Fundes zweier Grabschriften 
von Freigelassenen der ens Sallustia nicht mehr ist als eine recht unsichere 
Vermutung. 

Quirinal. 



Beim Bau des Teatro drammatico in Via Nazionale, hinter Pal. Colonna 
sind Bleiröhren mit der Inschrift dec sacerdotivm videntalivm gefunden. 
Diese bidentales sind, wie Gatti Bull. com. 1887 p. 8 ff (vgl. Not. degli scavi 1887 
p. 15) ricthig bemerkt, eine in dem alten Heiligtume des Serao Sancus 
auf dem Collis Mucialis fungirende Priesterschaft, welche auch vorkommen auf 
einer im 16'^"» Jahrhundert ganz in der Nähe, im Garten der Kirche S. Silveslro, 
gefundenen Dedication an den Sancus (C /. //. VI, 568). Möglicherweise gehören 
dem Unterbau des Tempels die 1878 fra il casino Rospigliosi deW Aurora e 
la porta dHngresso delle stalle del Bernini aufgedeckten Beste eines Guss- 
werkkernes an, der Not. 1878 p. 92 (vgl. auch 1879 p. 39) irrtümlich als 



y\A \ aä>ua«w 




\^'\^^^^-- — I 






tempio del Sole (s. oben p. 269) bezeichnet wurde. Jedenfalls passen Lage 
und Dimensionen dieser Reste besser auf das Heiligtum des Sancus, als die 
von Lanciani [Bull, comun. 1880 p. 5) vermutungsweise auf die aedes Sanci 
bezogenen Bauten unter dem Refectoriura von S. Silvestro (drei Fundamente, 
das grösste 6X12 m., wohl eher Basen oder Altäre als Tempelchen). — In 
unmittelbarer Nähe des Heiligtums lag bekanntlich die Porta Sanqualis : von 
ihr herab auf das Marsfeld führte eine Strasse, deren oberer Lauf durch das 
zuletzt von Lanciani {Bull, munic. 1876 p. 126) beschriebene aus republika- 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 275 

nischer Zeit stammende Grab der Sempronii bestimmt wird. Die Lage des 
Grabes ist auf unserer Skizze nach freundlicher Mitteilung Lanciani's ange- 
geben (1). Auf diese Weise ist die Lage der Porta selbst bis auf einen 
Spielraum von wenigen Metern bestimmt. 

Auf der entgegengesetzten Seite der Via Nazionale, zwischen der Strasse 
und der kleinen Kirche S. Maria del Carmine sind unter anderen antiken 
Resten auch mehrere Travertinsäulen in situ gefunden. Gatti {Bull, comun. 
1889 p. 84) erinnert an die 10 Jahre früher an der anderen Sirassenseite 
ausgegrabenen [Not. degli scavi 1879 p. 14. 39). Damals fanden sich in be- 
deutender Tiefe dorische Säulen von Travertin und Peperin ; wenn diese wirk- 
lich ihrer Grösse und ihrem Stil nach einem Monumentalbau aus republika- 
nischer Zeit angehört haben — ich habe sie nicht gesehen — , so könnte man sie 
vielleicht der porticus ab porta Fontinali ad Afartis aram zuweisen, welche 
in der für Eoms Baugeschichte so wichtigen Aedilität des Aemilius Lepidus 
und Aemilius Paulus (193 v. Chr.) aufgeführt wurde. Mit dieser Porticus 
können jedoch die neu gefundenen Baureste nichts zu thun haben, tragen 
vielmehr den Charakter der Kaiserzeit. 

Beim Bau eines der Amministrazione della R. Casa gehörigen Hauses in 
via Venti Settembre, südwestlich von der Rundkirche S. Andrea in Quirinale 
fand man etwa 3 m. unter dem Strassenplanum einen mit Travertin gepflaster- 
ten Platz; in der Mitte erhebt sich, umgeben von grossen pyramidal auslaufenden 
cippi aus Travertin, der Kern eines grossen Altares aus dem gleichen Material, 
dessen Marmorbekleidung grossentheils zerstört ist. Das Monument, zunächst 
für die Ära Quirini {Bull, comun. 1888 p. 300), dann für eine ara compita- 
licia {Not. 1888 p. 493) erklärt, ist neuerdings von Lanciani {Rendiconti del- 
Vaccademia dei Lincei 1889 p. 264) durch die überzeugende Corabination mit 
der an gleicher Stelle im 17*^" Jahrhundert gefundenen Inschrift C. I. L. VI^ 
826 (cf. add. p. 839) als einer der zum Andenken an den Neroni- 
schen Brand errichteten Altäre, bei welchen an den Volca- 
nalien ein Sühnofer gebracht wurde, 6rka,nnt worden. Eine Publikation des 
Fundes ist demnächst von Lanciani zu erwarten. (2). 

Auf demselben Terrain, etwas weiter östlich, fanden sich grosse Traver- 
tinpfeiler, welche zum Teil noch die rot aufgemalte Steinbruchsmarke 11 
( einmal /R ) in fast meterhohen Buchstaben trugen. Dieser Marke ist zweimal 
das Datum ///. K . Afr . (in Ligatur), einmal der Name totil in fast cursiver 
Schrift hinzugefügt ; letz terer weist in die Periode der Gothenherrschaft 
im 6'«° Jhdt. n. Chr. {Not. degli scavi 1888 p. 187 ; Bull, cbmun. 1888 p. 108). 



(1) Im Text des Bull. ist. a. a. 0. statt : nelVangolo sud-est del cortile 
deito di S. Feiice zu lesen nelVangolo nord-est. 

(2) Dieselbe ist inzwischen im 7. Heft des Bull. Comunale 1889 p. 331- 
339 erfolgt. 



276 JAHRESBERICHT UEBER 

Etwas weiter südlich, neben der Kirche S. Vitale und dem Kunstaus- 
stellungspalast, sind zahlreiche Reste von Privatgebäuden aus früherer Kaiser- 
zeit, und darin allerlei kloine Kunstwerke und Hausgeräte gefunden worden. 
Eine Bleiröhre nennt den Namen der Besitzerin aemilia pavlina asiatice. 
Spuren der Zerstörung durch Brand sind mehrfach constatirt {Not. 1887 p. 275. 
321. 374. 400. 446. 1888 p. 225. 275. 390; Bull, comun. 1887 p. 222. 253. 
283. 320. 329. 1888 p. 173). 

Bei Niederreissung einer modernen Mauer im Garten des Kapuziner- 
klosters S. M. della Concezione (i) ist, unter anderen antiken Fragmenten, 
folgende Inschrift verbaut gefunden worden {Not. degli scavi 1887 p. 321 ; 
Bull, comun. 1887 p. 251): 

OIWANVM . COGNATVM - AMICVM- SOCIv\ 
lAEI • BENEFICIQVE - ERGA - LVCIOS - IN - COM\\ 

Das Material ist Travertin (nicht wie Bull, comun. 1. c. angegeben wird, 
Marmor), Länge m. 0.62 (beiderseits Stossfläche), Höhe 0.16, wovon 0.12 auf 
die O.Ol vorspringende Randleiste kommen, welche die Inschrift trägt. Es gehört, 
wie Gatti a. a. 0. richtig auseinandergesetzt hat, der auf dem Capitolium 
vetus aufgestellten zweiten Reihe von Weihgeschenken kleinasiati- 
scher Gemeinden nach dem Mithridatischen Krieg an, von deren kapitoli- 
nischer Serie oben (S. 252) die Rede war. Die Inschrift entspricht etwa der 
n. 5 der kapitolinischen Serie. Die Ergänzung von Z. 2 Anfang macht Schwie- 
rigkeiten, da aller Wahrscheinlichkeit nach ein Steinmetzfehler vorliegt. Doch 

empfiehlt sich die nächstliegende Ergänzung populum R\omanum cognatum 

amicum sociu\m honoris causa erga se et benevolent]iae beneficique erga 
Lucios in comu[ne immer noch am meisten. Die beiden bisher bekannten 
derselben Serie, gefunden 1637 unter Palazzo Barberini, jetzt im Vatikan, siehe 
C. I. L. VI, 373 (Weihung der Ephesier) und 374 (Block von 0,75X0,55, Weihung 
der Laodicener). Beide haben die charakteristische 0.12 m. hohe Leiste am 
oberen Rande ; die auf dem zweiten links neben dem griechischen Text sicht- 
baren Buchstabenreste S | N | N können nicht als Schluss der letzten Zeilen 
des kapitolinischen Fragments 2,c betrachtet werden (s. o. S. 253), eben- 
sowenig als Rest einer älteren radirten Inschrift. Eigentümlich ist, dass sie 
(wie auch auf Ritschis Tafel P. L. M. LXXII. B angedeutet und wie ich bei einer 
mit der Leiter angestellten Untersuchung verificiren konnte) auf einer etwas 
erhöhten und umrandeten Fläche stehen, wofür ich keine Erklärung weiss. 

Von den älteren Bauten, welche Diocletian bei Anlage seiner 
Thermen {coemptis aedificiis pro tanti operis magnitudine: C. I. L. VI, 1130) 
demolirte, haben sich zu verschiedenen Zeiten ansehnliche Reste gefunden : 
so auch 1888 bei Anlage der neuen Fontäne auf Piazza Termini, gegenüber 

(') Nicht wie Zeitschr. für Numismatik XV S. 211 angegeben ist, als 
Schwelle verbaut im Palast Ludovisi. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 277 

der Kirche S. Maria degli Angeli in der Axe der Via Nazionale {Not. 1888 
p. 60; Bull, comun. 1888 p. ?jQ). — Die Niederreissung des Hauptpalastes 
der ehemaligen Villa Massirao an Piazza Termini hat zur Aufdeckung einer 
der grossen Nischen der Umfassungsmauer der Thermen geführt {Not. 1888 
p. 627 ; Bull, comun. 1888 p. 414) ; dass dieselbe einen Hauptteil der Fun- 
damente des 1580 von Domenico Fontana erbauten Palastes bildete, war u. A. 
schon aus NoUi's Plan (1748) ersichtlich. 

Aus dem Gebiete der Castra praetoria kommen einige epigra- 
phische Funde : eine sehr verstümmelte grosse Ehreninschrift, vielleicht an 
Severus und Caracalla {Not. 1888 p. 188 ; Bull, comun. 1888 p. 109) ; ein der 
Dea Fortuna Restitutrix geweihter Altar, dessen Inschrift schon im Altertum 
zum Teil getilgt war ; ferner Eeste des Mosaiks eines Atrium, in der Nord- 
westecke des Lagers {Not. 1888 a. a. 0.). Gleichfalls aus dem Prätorianerlager 
stammt ein Inschriftenfragment, welches Gatti im Pflaster des Umgangs der 
Kirche S. Vitale auf dem "Quirinal gefunden und durch glückliche Conjectur 
mit einem seit über 100 Jahren im Vatikan befindlichen {C. I. L. VI, 16) wie 
folgt vereinigt hat {Bull, comun. 1888 p. 140) : 



NVJWINI SANCTI DEI \AESC 



V i\ap 



S1^DRINAE REG • PHJIL I PP O PO L I Ua 
NAE • AVR • MVCIANvfs • SACERDOS • MI ^ 
l COH • X PR • P • V • G^iRDIANAE J S^ v\e 
5 rVS • VOTVM QVODfsVSCEPERAT LIBEN 
S SOLVIT • CVM CIVI BVS • ET COMMIL 
iTONIBVS • SVIS • vi- IDVS MAI • IMP • G 
OZ-DIANO • AVG/U -ETPOMPE 
i A N c/ • C O S 

Der Herausgeber bringt auch mit Recht die in Z. 1. 2 genannte Gottheit 
zusammen mit dem Asclepius Zimidrenus der Inschrift C I. L. VI, 2799 (vom 
J. 227 n. Chr.), unter dessen Verehrern sich auch ein Prätorianer der 10*«° Co- 
horte M. Aarelius Mucianus civis PhiUppopolitanus findet. In Zeile 4 hatte der 
Steinmetz zuerst geschrieben gordiae r SVV, dann corrigirt in gordianae • 
7 SEV , dagegen das falsche vs für i im Anfang von Z. 5 stehen lassen. 

Ausserhalb der Mauern nicht weit von der Nordostecke des Prätoria- 
nerlagers, fanden sich Reste umfangreicher und glänzender Privatbauten aus 
früher Kaiserzeit, darunter besonders zwei Säle mit wohlerhaltenem Marmor- 
fussboden. {Not. 1888 p. 735; Bull, comun. 1889 p. 89). Die Fortsetzung der 
Erdarbeiten für die grosse dort zu erbauende Poliklinik wird voraussichtlich 
weitere Funde zu Tage fördern. 



278 



JAHRESBERICHT UEBER 



Esquilin. 

Nur kurz Erwähnung gethan sei der Funde archaischer Gräber 
in Via dello Statute, Via S. Martino, Piazza Vittorio Emanuele (i), welche 
den städtischen Sammlungen Zuwachs an den üblichen namentlich bronze- 
nen Grabgeräten, jedoch ohne hervorragende einzelne Stücke, gebracht haben. 
Für die wichtigen Anfang 1887 gemachten Funde von Votiv-Terracotten zwi- 
schen den Titusthermen und Via Merulana , welche die Localisirung des be- 
rühmten Tempels der Minerva Medica ermöglichen {Not. 1887 
p. 179. 446; 1888 p. 133; Bull, comun. 1887 p. 151. 327; 1888 p. 125 fF. 
699), wie für die ebendort gefundene Weihinschrift der magistri et flamines 
Montan{orum) montis Oppi (2) {Not. 1887 p. 177; ßull. comun. 1887 p. 156) 
kann auf Richters Referat (Topogr. p. 184) verwiesen werden. 




(1) Notizie 1887 p. 372. 373. 534. 1888 p. 59. 132. 699 ; Bull, comun. 
1887 p. 278. 328. 

(2) Ich bemerke nur, dass das Original des Steines bestätigt, was das 
Facsimile {Bull, comun. 1887 tav. VIII) vermuten lässt, das nämlich der 
Schriftcharakter keineswegs ein besonders altertümlicher ist : ständen nicht 
innere Gründe im Wege, so würde man geneigt sein, unter die von Mommsen 
St. R. HI, 1 p. Vni vermutungsweise gegebene Ansetzung auf ciceronische 
Zeit um ein halbes Jahrhundert herunter zu gehen. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 279 

Im Gebiet der Villa Wolkonsky sind bei Durchlegung einer neuen 
Strasse östlich von Via Emanuele Filiberto, etwa 100 m. nördlich vom 
Aquaeduct der Aqua Claudia antike Gräber aus dem Beginn der Kai- 
serzeit, an der zum Teil mit ihrem Pflaster wohl erhaltenen Via L a b i- 
cana {Not. degli scavi 1888 S, 624. 679; 1889 p. 12) gefunden. Eins der- 
selben, aus Tuffquadern erbaut, im Inneren 2,65 m. im Quadrat messend, zeigte 
noch Reste seiner Decoration : die Thür mit 0.65 weiter Oeffnung hatte zwei 
Pfosten aus Travertin von 40X40 cm. ; das Thürgewände (einfach profilirle 
Leiste), der Sturz (mit Ohren) bewahrten ihren Ueberzug mit feinem weissem 
Stuck, auf welchen zwei hellrote und eine gelbe Linie dem Laufe der Profile 
fjlgten. Die Wand dem Eingang gegenüber hatte auf weissem Stuck sehr 
verloschene Malereien : einen Mittelbau mit Giebel, daneben r. u. 1. in halber 
Höhe zwei rechteckige Felder mit Delphinen. Ein anderer Grab aus grossen 
Tuffblöcken, zeigte dorische Architektur, Thürpfosten und Oberschwelle aus Tra- 
vertin, letztere mit der Inschrift in • fronte • p • xxvm • in • agro • p • xx 
{N'ot. 1888 p. 624, von mir nur zum Teil gesehen). Die Gräber haben wegen ihrer 
tiefen Lage, mehr als 5 m. unter dem Niveau der Villa Wolkonsky , wie- 
der verschüttet werden müssen. Unter den gefundenen Inschriften bietet topo 
graphisches Interesse die eines 1/. Octavius M. l. Attalus centonar(ius) a 
turre Mamilia. Der Mamilierturm in der Subura war bisher nur aus der 
berühmten Stelle des Festus (p. 178) über die Opferung des Oktoberrosses 
bekannt. — lieber die Reste einer sehr alten hier gefundenen Wasserleitung 
8. 0. S. 235. 

Zu den früher in der Gegend der Scala Santa gefundenen Denkmälern 
der e qui t e s s in g ul ar e s, durch welche die Lage der Kaserne dieser 
Truppe flxirt wird, tritt folgendes neue, aus der früheren Villa Giustiniani bei 
Via Merulana {Ä''ot. 1889 p. 66; Bull comun. 1889 p. 145): pro salute \ eq. 
sing. I genio turmes | Herculi sancto \ Aur. Hermogenes \ et {V'\ibius Sali- 
nus I et Aur. Maximianus \ tec[t]ores n. s. s. f. \ Maximi ex votum | tu[r]- 
malibus bene \ mer[e]ntes animo | animo (sie) pleno \ posuerunt \ columna et | 
lucerna aenea \ Decio Aug. \ II et Grato cos. Z. 8. 9 liest der Herausgeber 
Gatti tec[t]ores n{umeri) s{upra) s{cripti) lt]iurma) Maximi, und macht auf 
den befremdlichen Umstamd aufmerksam, dass tectores als militärische Charge 
bisher in ächten Inschriften nicht nachzuweisen waren, wohl aber in mehreren 
Ligorianischen Fälschungen {C. I. L. VI, 688*. 1788*. X, 73*; XIV, 104*) 
vorkommen. Es ist wohl möglich, dass Ligorius zu diesen Erfindungen durch 
eine ihm bekannte, jetzt nicht mehr nachzuweisende Inschrift veranlasst wurde. 

Das Isis-Heiligtum, welches der dritten augustischen Region den 
Namen gegeben hat Q), ist schon von Frühern unweit der Kirche SS. Pietro 

(^) Parisotti ricerche sul cullo cflside e Serapide in Roma (studj e 
documenti di storia e diritto 1888 p. 43-55) geht auf die topographischen 
Fr.igen nicht näher ein. 



280 JAHRESBERICHT ÜEBER 

e Marcellino gesucht worden; eine neue Stütze erhält diese Ansicht durch 
Statuen- und Inschriftenfunde. Beim Abreissen einer fast ganz aus antiken 
Marmorbruchstücken gebauten mittelalterlichen Mauer zwischen den Titus- 
thermen und der genannten Kirche, etwa 200 m. von letzterer, fand man zahl- 
reiche Fragmente, welche nach Stil und Darstellung aus dem Isis-Heiligtume 
stammen müssen, darunter nicht weniger als vier Isisköpfe und einen Sera- 
piskopf [Not. 1887 p. 140; C. L. Visconti Bull, comun. 1887 p. 132 ff.). Die 
meisten Fragmente, z. Z. im sogen. Auditorio di Me:enate aufbewahrt, er- 
warten noch ihre Zusammensetzung. — Aus derselben Gegend kommt eine 
Weihinschrift, gefunden beim Anlegen der Kloake der neuen Via Labicana : 
hidi Lydiae \ educatrici \ valvas cum \ Anubi et ara \ Mucianus Aug \ üb.» 
proc. {Not. 1888 p. 626 ; Bull. 1889 p. 37. 38). 

Beste eines grossen Gebäudes, u. A. eine grosse Treppe mit Marmor- 
stufen in 2 Läufen, fand man bei Fortsetzung der Via Galilei westlich von 
Via Merulana {Not. 1888 p. 222). 

Der im 16**" Jahrhundert neben S. Lucia in Selci erhaltene, von Pal- 
ladio im Grundriss aufgenommene, jetzt fast verschwundene Euinencomplex , 
den die neueren Topographen als Trajansthermen bezeichnen ist, wie ich 
in der Sitzung des Instituts vom 25*®"^ Januar 1889 dargethan habe, vielmehr 
PorticusLiviae zu benennen (s. o. S. 78. 79). Die a. a. 0. erwähnten 
Grundrisse der esquilinischen Thermen aus der Sammlung Destailleur hoffe 
ich bald an anderer Stelle zu publizieren ; über die Consequenzen für Orien- 
tirung der Forma Urbis Romae s. o. S. 229. 

In via S. Martine ai Monti, ungefähr gegenüber der Apsis der Kirche, 
wurde bei der Fundamentirung eines Hauses etwa, 3 m. unter dem modernen 
Strassenplanum ein wohlerhaltenes Compitalsacellum aufgefunden 
{Not. 1888 p. 224. 225 ; Bull: 1888 p. 149). Gatti, welcher über den Fund 
ausführlich Bull. 1888 p. 221-239 gehandelt hat, unterscheidet zwei Bau- 
schichten : zu der jüngeren aus augustischer Zeit gehört eine Marmorbasis mit 
der Inschrift : Imp. Caes[ar\ Divi f. August{us) \ pontif. maccimus cos. XI \ 
tribunicia potest. XIIII | ex stipe quam populus Romanus \ k. lanuariis 
apsenti ei contulit \ lullo Antonio (i) Africano Fabio cos. \ Mercurio sacrum. 
Die Inschrift reiht sich den früher auf dem Forum gefundenen G. I. Z. VI, 456-458 
an : betreffs der Weihung an Mercur erinnert der Herausgeber mit Recht an 
den vicus sobrius auf dem Esquilin, in welchem dieser Gott verehrt wurde 
(Festus. p. 397 ; C. I. L. VI, 9714). Die Basis stand wie es scheint unter 
freiem Himmel : Säulen und Gebälkreste, die in der Nähe gefunden sind, ge- 



(ij Ueber diese für die Horazüberlieferung nicht unwichtige Constatirung 
der wahren Namensform des Sohnes des Triumvirn vgl. meine Bemerkungen 
in der Berl. philol. Wochenschrift 1888 p. 667 ; Mommsen Hermes 1888 p. 155; 
Bücheier Rhein. Museum 1889 p. 317-319. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 281 

hören zu benachbarten Privatgebäuden. Die Basis ruht auf einem ehemals 
mit Marmor verkleideten Unterbau aus grossen TufFblöcken ; die Orientirung 
ist genau nach Süden ; das wohlerhaltene Strassenpflaster vorn und seitlich 
zeigt, dass es sich in der That um ein compitum, eine Kreuzung mehrerer 
Strassen handelt, an deren Schnittpunkt sich ein ziemlich geräumiger Platz 
bildete (i). — Die Basis lehnt sich rückwärts an einen älteren Bau aus Tra- 
vertinquadern, dessen vorderer Sockel bei Aufstellung des Augustusmonuments 
durchschnitten wurde. Gatti findet darin einen Kest des alten Argeerheilig- 
tums, des sexticeps der zweiten Region cpud aedem lunonis Lucinae, ubi 
aeditimus habere solet. 

Von dem Larenkult in derselben Gegend legt auch eine an der Nord- 
ecke des Klosters S. Lucia in Selci gefundene sehr fragmentarische Inschrift 
Zeugnis ab, welche von der Erbauung oder Wiederherstellung eines den lares 
Augusti geweihten Monuments durch Severus und Caracalla 203 p. C. spricht 
{Not. 1888 p. 389 ; Bull. 1888 p. 211). Ebendaher kommt ein Kalenderfrag- 
ment (Apr. 1-3. 18-29. Mai 1-4), welches nach Gatti's sehr wahrscheinlicher 
Vermutung zu demselben Exemplar gehört wie die nur aus Sammlungen des 
15/16 Jdts. bekannten, gleichfalls bei S. Martin o ai Monti abgeschriebenen 
sog. Fasti Esquilini [C. I. L. vol. I p. 310 n. VII; vol. VI n. 2206). 

Von der Compitalcapelle nur durch Strassenbreite getrennt liegt die 
mittelalterliche Torre Cantarelli : neben dieser wurden 1888 sehr alte Sub- 
structionen aus grossen TufFquadem aufgedeckt {Bull, comun. 1888 p. 394), und 
weiter westlich eine Mauer aus kleinen rechtwinkligen Tuffsteinen, deren einer 
die eingeritzte Inschrift trägt 

I 

K • MA 
• C • VAL DAT 

Gatti {Not. 1889 p. 13 ; Bull. 1889 p. 40) bezieht diese auf ein VTeihge- 
schenk in dem berühmten, am 1*^" März dedicirten Tempel derluno 

(1) Auf die Regulirung dieses Platzes- bezieht Gatti eine gleichzeitig 
gefundene Inschrift (Travertincippus, am ursprünglichen Orte), welche er mit 
Hülfe von C. I. L. VI, 1262 wie folgt ergänzt : 

imp. Caesar augustus 
ex privKVo in publicum 

RESTITVI« 
IN PARTEM SINISTRAM REC^Ö 
5 REGIONE AD PROXIM CIPPMm 

PED CXLIVS 

et in partEiA • dextram recta regione 

AD • PROXIM • cippwm 

PED • LXXVI 



282 JAHRESBERICHT ÜKBER 

L u f i n a auf dem Esquilin. Die Combination ist ansprechend, wenn auch 
die Art der Anbringung der Inschrift aufiallig bleibt, und die Annahme der 
Vermutung zu der Folgerung führen muss, die bekannte Inschrift C. I. L. VI, 
358 (gefunden etwa 200 m. davon auf der anderen Seite der Via S. Lucia in 
Selci, beim Bau des Klosters der Oblate di S. Francesco di Paola 1763) sei 
in einiger Entfernung von ihrem ursprünglichen Standorte zu Tage gekommen. 
Gewissheit kann erst die Fortsetzung der Ausgrabungen bringen. 

Bei Durchlegung der Via Cavour, zwischen den Kirchen S. Francesco 
di Paola und S. M. dei Monti, fand man folgende in zwei Stücke gebro- 
chene Inschrift : Flavius Phüippus v. c. praef. urbi \ nymphium sordium 
squalorem (sie) | foedatum et marmorum nuditate defor\mem ad cultum pri- 
stinum revocavit. Von derselben sind mehrere Exemplare bekannt {C. VI 
1728 ab) ; da eins derselben im 16*«" Jhdt. unweit des Trajansforums, bei dem 
Spolia Christi genannten Ort, abgeschrieben ist, vermutet Gatti (Not. 1887 
p. 445; Bull, comun. 1887 p. 333-335) die Lage des N'y mp h a e um Phi- 
lipp i an der Südseite des Quirinals, zwischen piazza del Grillo und via 
S. Agata de' Goti. 

Die in der Gegend von S. Lorenzo in Panisperna gefundenen Eeste von 
Privatbauten (Badezimmer mit Mosaiken, zum Teil von "künstlerischem Wert : 
Notizie 1888 p. 437. 492. 728; Bull, comun. 1888 p. 263) haben kein allge- 
meineres topographisches Interesse. Die von Gatti N'ot. 1888 p. 437 mit aller 
Reserve versuchte Beziehung auf die Thermae Olympiadis ist nicht eben wahr- 
scheinlich. 

Der Tiber und die Brücken. 

Da der Flussarm westlich der Insel erheblich verbreitert wird (von 48 
auf er. 76 m.), so muss der Pons Cestius (S. Bartoloraeo) vollständig um- 
gebaut werden, und ist die Abtragung bis zum Wasserspiegel bereits vollendet. 
Die neue Brücke wird, statt des einen Bogens mit seinen zwei kleinen Sei- 
tendurchlässen, drei grosse Bögen von fast gleicher Spannung erhalten.' Der 
Ingenieur P. Bonato, welcher in- den Annali della Societä degli ingegneri e 
degli architetti Italiani [tom. IV fasc. 2, Eom 1889 S. 139-152 und Taf. VI- 
VIII, wonach unsere Figuren) einen interessanten Bericht über diese Ar- 
beiten geliefert hat, beklagt die auf Veranlassung der archäologischen Com- 
mission getroffene Entscheidung, dass der Neubau des Mittelbogens in den 
alten Formen und mit dem alten Material erfolgen solle. Kaum ein Drittel 
der Bogenquadern sind so erhalten, dass sie beim Wiederaufbau verwendet 
werden können. Viel Schuld trägt die von den antiken Architekten be- 
liebte Construction, welche, sei es in der Absicht die Wölbung im höchsten 
Grade zu sichern, oder um die Gerüste für die Brückenbogen während des 
Baus möglichst zu entlasten, die einzelnen Quadern durch ein complicirtes 
System bleivergossener Eisenklammern verbunden hatten (s. S. 284): der Erfolg 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 



283 



ist kein günstiger gewisen, da die vielen Löcher die Zerstörung durch atmo- 
sphärische Einflüsse begünstigten, und die Last der Verbindungen die Stabi- 
lität der Wölbungen beeinträchtigte, lieber die Fundirung der Pfeiler sind 
Aufschlüsse gewonnen, welche, wie zu erwarten war, Piranesis Zeichnung (Ant. 
di Roma tom. IV tav. 23. 24) als gänzlich phantastisch erweisen. Während 
nach ihm die Pfeiler auf einem Fundament von kolossalen Travertinblöckeil, 
diese wieder auf einem Pfahlrost — der nicht weniger als 26 m. unter dem 
Flussbette läge — ruhen, haben sich jetzt die Fundamente schon in einer 
Tiefe von 1,52 unter Niederwasser (3,48 ü. M.) zu zeigen begonnen. Sie be- 
stehen aus Gusswerk, welches von einem doppelten Gürtel (etwa 1,10 m. breit) 




eingerammter Eichenpfähle umgeben ist: unmittelbar darüber beginnt die 
Construction in Travertin. Zwischen den Quadern fand sich Mörtel an kei- 
ner Stelle verwendet. Aus dem Umstände, dass sich Löcher zum Einlassen von 
Rüstbalken in den Pfeilern 0,70 unter dem jetzigen (durchschnittlichen) Nie- 
derwasser finden, schliesst der Vf. auf eine (unbedeutende) Aufhöhung des 
Flussbetts seit der römischen Zeit. 

Es hat sich herausgestellt, dass die Restauration der Brücke unter Gra- 
tian eine äusserst tumultuarische gewesen ist. Unter den damals zum Aus- 
flicken verwendeten Materialien haben sich gefunden: Architekturstücke, welche 
Lanciani aus stilistischen Gründen dem Marcellustheater rcsp. den anschlies- 



286 



JAHRESBERICHT üEBER 



ist der des ponte Sisto nicht parallel, sondern weicht um etwa 20° nach 
Norden ab, was auf eine Aenderung des Tiberlaufes, der früher weiter nach 
der Seite des Marsfeldes ausbog, schliessen lässt. In der That haben die Arbei- 
ten für die Quaimauern in dieser Gegend keine Eeste von antiken Gebäuden 



i^ccax c^ n.e^.c^/n ijx/n^ i£>-e.v-^,t^. 




c/fCowi^^'CaJ' J4^ cCce "^^/tc^ 



^--t- 



■* ■^.'"> ■% 



auf dem linken Ufer, sondern nur Anschwemmungen von Flusssand constatirt : 
Palazzo Falconieri und die benachbarten Häuser sind deshalb auf Ffahlrosten 
erbaut. 

Von den sonstigen in den letzten lahren zum Vorschein gekommenen 
Grenzsteinen des Tiberufers beansprucht ein besonderes Interesse 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 2S7 

der Not. degli scavi 1886 p. 363 und Bull, comun. 1887 p. 15 publizirte : 
[ex auctoritate Imp. Gaes. Vespasiani Aug. ;?.] m. tr. p. {iiii] imp. X p.p. 
COS. an desig. V censor . . . Dillius Aponianus curator riparum et alvei 
Tiberis [terminajvit rip. Veimt. \r. r. prox. cipp.] p. CCCXXXVI, durch 
die hier zum ersten Mal ausgeschriebene {}) Bezeichnung des rechten Tiber- 
ufers als ripa Veientana (*). 

Die Verbreiterung des Flusses bei Ponte S. Angelo würde, nach dem 
ministeriellen Entwurf, teilweise Abtragung und Neubau der Brücke und 
Demolirung eines Teiles des Unterbaus der Moles Hadriana zur Folge 
haben. Die archäologische Commission des Municipiums hat sich gegen 
dieses Project ausgesprochen [Bull, comun. 1888 S. 129-131), und es bleibt zu 
hoffen, dass es gelingen wird, den technischen Ansprüchen zu genügen, ohne 
die einzige noch ziemlich erhaltene antike Brücke Koms in ihrem Bestände 
zu gefährden. 

Das rechte Tiberufer. 

Auf den früheren Pr ati d i Gast e Ho haben die Erdarbeiten für 
den neuen Justizpalast begonnen ; über die dort gemachten Funde und den 
Bauzustand der Gegend im Allgemeinen berichtet Lanciani Bull, comun. 1889 
S. 173 ff.. Demzufolge bezeichnet eine Linie in der Axe des neuen Palastes 
annähernd die Grenze zwischen den kaiserlichen Bauten {horti Domitiae) welche 
sich hinter der Moles Hadriani erstreckten , und den Privatvillen. Auf dem 



(1) Wahrscheinlich ist sie auch zu verstehen auf dem früher, gleichfalls 
unterhalb des Gartens der Farnesina, gefundenen Cippus {Not. degli scavi 1880 
p. 142) des Severus und Caracalla (des einzigen von dieser Termination erhal- 
tenen) wo es heisst : terminos vestustate dilapsos exaltavit et restituit r{ipa) 
V(eientana) . . lius Valerius Macedo curator alvei Tiberis et riparum et ctoa- 
car. urbis. 

C) Die Thatsache, dass im ersten und zweiten Jahrhundert n. Chr. das 
rechte Tiberufer « der Vejantaner Quai » hiess, fällt vielleicht ins Gewicht 
für die Erklärung der bekannten Horazstelle I, 2, 6: Vidimus flavum Tibe- 
rim retortis litore Etrusco violenter undis ire deiectum monumenta regis 
templaque Vestae. Die meisten Ausleger verstehen litus Etruscum von der Mee- 
resküste und retortis undis von dem Eückstau an der Mündung. Ganz abge- 
sehen davon, ob letztere Theorie möglich ist (Nissen Italische Landeskunde 
1, 322), darf man wohl fragen : werden die Wasser des Tiber litore zurück- 
geworfen, wenn sie bei starkem Scirocco nur langsam sich ins Meer ergiessen 
können ? ist es richtig an der Tibermündung von litus Etruscum zu reden ? und 
vor allem wird der Zuschauer, der beim Hochwasser die Tiberwellen am rechten 
Ufer anschlagen sieht, und gewärtig sein muss, sie baldigst an den gefahr- 
detsten Stellen — zu Horaz Zeiten am Forum, heut beim Pantheon und der 
Ripetta — sich in die Stadt ergiessen zu sehen, dabei an die hydrographi- 
schen Verhältnisse der meilenweit entfernten Mündung denken ? Mir ist diese 
Auffassung immer äusserst unpoetisch vorgekommen, während andrerseits der 
Gebrauch von litus stalt ripa nicht mehr als eine dem Dichter gestattete 
Freiheit sein dürfte. 



288 JAHRESBERICHT UEBER 

erstgenannten Terrain finden sich ausgedehnte einheitliche Anlagen in Eeti- 
culat mit kostbaren Marmorresten ; das letztere zeigt Bauten aus später Zeit in 
viel schlechterer Ausführung. Eine Bleiröhre {Bull, comun. 1889 p. 212) trägt 
den Namen des Crispus Passienus, wohl des Gemahls der Domitia, der Vaters- 
schwester Neros. Im ganzen Bereich des neuen Quartiers der Prati sind weder 
gepflasterte antike Strassen, noch Cloaken, noch Eeste von städtischen Wohn- 
gebäuden gefunden. — Am 10. Mai 1889 wurden, 8 ra. unter dem jetzigen 
Boden, zwei antike Sarkophage, in die Erde eingesenkt ohne jegliche Spur 
eines oberirdischen Denkmals, ausgegraben. Der eine hat am Kopfende die 
Inschrift, in sehr schlechten ungleichmässig tiefen Buchstaben D m | e L 
CREPEREi* ö EVHOD* ß (Gcnetiv aus Dativ corrigirt), der andere auf der einen 
Schmalseite des Deckels, mit etwas besseren Buchstaben, den Namen e cre- 
PEREIA CS TRYPHAENA , darunter ein sehr roh gearbeitetes Relief (die Todte 
mit zwei Trauernden, wohl den Eltern). Der Sarkophag enthielt den Goldschmuck 
der Verstorbenen (Kranz; drei Fingerringe, davon einer mit dem Namen 
FILETVS, einer mit zwei verschlungenen Händen; zwei Ohrringe; eine Gürtel- 
schnalle mit Amethystgemme : Greif eine Hirschkuh verfolgend ; eine Halskette), 
ferner eine Puppe aus Eichenholz, 30 cm. hoch, von guter Arbeit, mit zwei 
Miniatur-Fingerringen, die Haartracht etwa die der älteren Faustina (vgl. Lan- 
ciani u. Castellani im Bull, comun. 1889 S. 173-180, wo auf Tf. VIII diese und 
noch einige weniger bedeutende Objecte in Lichtdruck wiedergegeben sind). 

Zwischen Ponte di Ripetta und Via Reale wurden im Mai 1888 Reste 
einer Villa aus guter Zeit (Reticulat), u. a. ein Saal mit schönem Marmorfuss- 
boden aufgedeckt; doch gestattete dier Ortlichkeit und der hohe Wasserstand 
keine Fortsetzung der Ausgrabung. Unter den gefundenen Kunstwerken ver- 
dient eine weibliche Figur in halber Lebensgrösse (Haltung der sog. Pudi- 
citia) wegen der wotlerhaltenen Bemalung (roter Mantel mit violettem clavus) 
erwähnt zu werden. (Bull, comun. 1889 p. 174; Beschreibung mit Plan von 
D. Marchetti in den Notizie degli scavi 1889 p. 188-189). 

Am laniculum ist zwischen Palazzo Salviati und Salita S. Onofrio 
ein Grab aufgedeckt, nach der Beschreibung Not. 1888 S. 499 aus später Zeit. 
Die Ziegelstempel (Marini 459 vom J. 130 ; Mar. 335. 388 vom J. 123) lehren 
über die Zeit nichts. 



Im eigentlichen Trastevere sind die Funde, trotz der grossen Erd- 
bewegungen bei Anlage der neuen Quartiere, spärlich. An der Ecke von 
Piazza S. Callisto und Vicolo della Cistema wurde eine sehr zerstörte Inschrift 
gefunden, welche in 26 Zeilen das Statut eines Handwerkercollegiums enthält, 
aber nicht, wie der Herausgeber Borsari (Not. 1887 p. 17; Bull 1887 p. 3-7) 
gelesen hat, der Gerber und Citronenhändler, corariorum et citriariorwn, 
sondern der Elfenbeinarbeiter und Kunsttischler, eborariorum et citriario. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 289 

rum (1). Damit fällt die von B. aufgestellte Corabination mit den im Cu- 
riosnm genannten coraria Septimiana der 14**" Region. Gleichzeitig zu Tage 
gekommen sind Architekturreste (Kapitelle, Gesimse, Säulenfragmente), viel- 
leicht von dem in der Urkunde öfter genannten tetrastylum. 

Eine in der Campagna, 15 Miglien vor Porta del Popolo an der Via 
Clodia gefundene Inschrift muss hier erwähnt werden wegen der in ihr ge- 
nannten Anlagen des Augustus in Trastevere. Der Stein, in eine spätere Was- 
serleitung verbaut und auf allen Seiten unvollständig, besagt : 



fc 



' AVGVSTVS 
O N T I F • MAX 
JVIAM • MENTIS • ATTRIB 
IVO • AQVAE • AVGVSTAE 
VAE PERVENIT • IN 
N EMVS • CAESAR VM 
EX • EO • RIVALIBVS • QVI 
VCCINAM-ACCIPIEB 



Das nemus Caesarum, bekannt aus Mon. Ancyr. 4, 44 (vgl. Moramsen 
Res Gestae D. A.]^. 95), Sueton Aug. 43, Tacit. Ann. 14, 15 (2), umgab die 
Naumachie des Augustus bei S. Francesco a Ripa ; stadtrömische Inschriften 
hatten sie bisher nicht erwähnt. Auf die Ergänzung der Inschrift im Einzelnen 
kann nicht eingegangen werden ; für den Schluss hat Barnabeis {Not. degli 
scavi 1887 p. 186) Ergänzung et] ex eo rivalibus qui [jper h]uccinam acci- 
pieb\ant aquam perennem dedit] d. h. statt stundenweiser Zumessung dauernde 
Gewährung, den Sinn wohl getroffen (obschon die Orthographie buccina auf- 
fallig ist), doch müssen die Lücken zu Anfang und Ende der Zeilen erheblich 
grösser gewesen sein. Dass (Z. 1. 2) Augustns in einer öffentlichen Inschrift 
einzig den Titel pontif. maximus geführt habe, wie B. annimt, ist schwer 
glaublich : eher könnte der Pontifikat (was sehr selten, aber nicht beispiellos 
ist ; Mommsen St. R. 11* p. 783 Ann.) in der Titelreihe nicht die erste 
Stelle eingenommen haben. Auch Z. 5. 6 scheint quae pervenit in ne- 
mus Caesarum ohne Erwähnung der Stadt oder der Naumachie bedenklich, 



(1) Bekannt sind als Luxusmöbel die monopodia mit Citrusplatte und 
Fuss aus Elfenbein : Friedlaender zu Martial 2,43. Eine Publikation des in- 
teressanten Dokuments nach berichtigter Lesung ist in der Zeitschrift für 
geschichtliche Rechtswissenschaft zu erwarten. 

(2) Die von Mommsen a. a. 0. citirte Stelle Strabo 13, 1, 19 p. 590 
wird nicht hierhergehören, da sie zwar von der Aufstellung eines Lysippischen 
Werkes cV tw aXaei rw fisxa^v xijg Ufxprjg xal rov si'qltjov spricht , aber 
durch Agrippa, also mindestens 10 lahre vor Einrichtung der Naumachie. 



288 JAHRESBERICHT UEBER 

erstgenannten Terrain finden sich ausgedehnte einheitliche Anlagen in Eeti- 
culat mit kostbaren Marmorresten ; das letztere zeigt Bauten aus später Zeit in 
viel schlechterer Ausführung. Eine Bleiröhre {ßull. comun. 1889 p. 212) trägt 
den Namen des Crispus Passienus, wohl des Gemahls der Domitia, der Vaters- 
schwester Neros. Im ganzen Bereich des neuen Quartiers der Prati sind weder 
gepflasterte antike Strassen, noch Cloaken, noch Reste von städtischen Wohn- 
gebäuden gefunden. — Am 10. Mai 1889 wurden, 8 m. unter dem jetzigen 
Boden, zwei antike Sarkophage, in die Erde eingesenkt ohne jegliche Spur 
eines oberirdischen Denkmals, ausgegraben. Der eine hat am Kopfende die 
Inschrift, in sehr schlechten ungleichmässig tiefen Buchstaben D M | ts l e 
CREPEREi* o EVHOD* es (Genetiv aus Dativ corrigirt), der andere auf der einen 
Schmalseite des Deckels, mit etwas besseren Buchstaben, den Namen e cre- 
PEREIA ß tryphaena , darunter ein sehr roh gearbeitetes Relief (die Todte 
mit zwei Trauernden, wohl den Eltern). Der Sarkophag enthielt den Goldschmuck 
der Verstorbenen (Kranz; drei Fingerringe, davon einer mit dem Namen 
FILETVS, einer mit zwei verschlungenen Händen; zwei Ohrringe; eine Gürtel- 
schnalle mit Amethystgemme : Greif eine Hirschkuh verfolgend ; eine Halskette), 
ferner eine Puppe aus Eichenholz, 30 cm. hoch, von guter Arbeit, mit zwei 
Miniatur-Fingerringen, die Haartracht etwa die der älteren Faustina (vgl. Lan- 
ciani u. Castellani im ßull. comun. 1889 S. 173-180, wo auf Tf. VIII diese und 
noch einige weniger bedeutende Objecte in Lichtdruck wiedergegeben sind). 

Zwischen Ponte di Ripetta und Via Reale wurden im Mai 1888 Reste 
einer Villa aus guter Zeit (Reticulat), u. a. ein Saal mit schönem Marmorfuss- 
boden aufgedeckt; doch gestattete dier Ortlichkeit und der hohe Wasserstand 
keine Fortsetzung der Ausgrabung. Unter den gefundenen Kunstwerken ver- 
dient eine weibliche Figur in halber Lebensgrösse (Haltung der sog. Pudi- 
citia) wegen der wotlerhaltenen Bemalung (roter Mantel mit violettem clavus) 
erwähnt zu werden. {Bull, comun. 1889 p. 174; Beschreibung mit Plan von 
D. Marchetti in den Notizie degli scavi 1889 p. 188-189). 

Am laniculum ist zwischen Palazzo Salviati und Salita S. Onofrio 
ein Grab aufgedeckt, nach der Beschreibung Not. 1888 S. 499 aus später Zeit. 
Die Ziegelstempel (Marini 459 vom J. 130; Mar. 335. 388 vom J. 123) lehren 
über die Zeit nichts. 



Im eigentlichen Trastevere sind die Funde, trotz der grossen Erd- 
bewegungen bei Anlage der neuen Quartiere, spärlich. An der Ecke von 
Piazza S. Callisto und Vicolo della Cistema wurde eine sehr zerstörte Inschrift 
gefunden, welche in 26 Zeilen das Statut eines Handwerkercollegiums enthält, 
aber nicht, wie der Herausgeber Borsari (Not. 1887 p. 17; Bull. 1887 p. 3-7) 
gelesen hat, der Gerber und Citronenhändler, corariorum et citriariorum, 
sondern der Elfenbeinarbeiter und Kunsttischler, eborariorum et citriario. 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 289 

rum {}). Damit fällt die von B, aufgestellte Corabination mit den im Cu- 
riosum genannten coraria Septimiana der 14**" Region. Gleichzeitig zu Tage 
gekommen sind Architekturreste (Kapitelle, Gesimse, Säulenfragmente), viel- 
leicht von dem in der Urkunde öfter genannten tetrastylum. 

Eine in der Campagna, 15 Miglien vor Porta del Popolo an der Via 
Clodia gefundene Inschrift muss hier erwähnt werden wegen der in ihr ge- 
nannten Anlagen des Augustus in Trastevere. Der Stein, in eine spätere Was- 
serleitung verbaut und auf allen Seiten unvollständig, besagt : 



fc 



' AVGVSTVS 
O N T I F • MAX 



IVO • AQVAE • AVGVSTAE 
VAE PERVENIT • IN 
N EMVS • CAESAR VM 
EX • EO • RIVALIBVS • QVl 
VCCINAM'ACCIPIEB 



Das nemus Caesarum, bekannt aus Mon. Ancyr. 4, 44 (vgl. Moramsen 
Res Gestae D. A. p. 95), Sueton Aug. 43, Tacit. Ann. 14, 15 (2), umgab die 
Naumachie des Augustus bei S. Francesco a Ripa ; stadtrömische Inschriften 
hatten sie bisher nicht erwähnt. Auf die Ergänzung der Inschrift im Einzelnen 
kann nicht eingegangen werden ; für den Schluss hat Barnabeis [Not. degli 
scavi 1887 p. 186) Ergänzung et] ex eo rivalibus qui [jper b]uccinam acci- 
pieh\ant aquam perennem dedit] d. h. statt stundenweiser Zumessung dauernde 
Gewährung, den Sinn wohl getroffen (obschon die Orthographie buccina auf- 
fällig ist), doch müssen die Lücken zu Anfang und Ende der Zeilen erheblich 
grösser gewesen sein. Dass (Z. 1. 2) Augustus in einer öffentlichen Inschrift 
einzig den Titel pontif. maximus geführt habe, wie B. annimt, ist schwer 
glaublich : eher könnte der Pontifikat (was sehr selten, aber nicht beispiellos 
ist ; Moramsen St. R. 11' p. 783 Ann.) in der Titelreihe nicht die erste 
Stelle eingenommen haben. Auch Z. 5. 6 scheint quae pervenit in ne- 
mus Caesarum ohne Erwähnung der Stadt oder der Naumachie bedenklich, 



(1) Bekannt sind als Luxusmöbel die monopodia mit Citrusplatte und 
Fuss aus Elfenbein : Friedlaender zu Martial 2,43. Eine Publikation des in- 
teressanten Dokuments nach berichtigter Lesung ist in der Zeitschrift für 
geschichtliche Rechtswissenschaft zu erwarten. 

(2) Die von Mommsen a. a. 0. citirte Stelle Strabo 13, 1, 19 p. 590 
wird nicht hierhergehören, da sie zwar von der Aufstellung eines Lysippischen 
Werkes eV tw uXaei, rw (xetu^v xrjg Xifxvrjg xai rov svqinov spricht , aber 
durch Agrippa, also mindestens 10 lahre vor Einrichtung der Naumachie. 



290 JAHRESBERICHT UEBER 

und Z. 3. 4 formam mentis attrib'uit) in rivo aquae Augustae bleibt mir 
trotz des Citats aus Vitruv (4, 3, 6 mentum = Hängeplatte) dunkel. 

Die Anlage der neuen Eisenbahnstation in Trastevere samt ihrer der 
Via Portuensis folgenden Zufahrtslinie hat eine Anzahl von Funden her- 
beigeführt, welche hier erwähnt werden mögen, obwohl sie eigentlich schon 
über die Grenzen dieses Berichtes hinausgreifen. Dass in dem Gebiet dier 
horti Caesaris (Vigna Bonelli) Kultusstätten für orientalische Lichtgot- 
theiten (Belus ; Juppiter Beellefarus) sich befanden, war aus früheren Funden 
bekannt (vgl. Marucchi Bull. com. 1886 S. 124 ff.). Dazu kommt jetzt ein 
neues ebenda gefundenes Fragment : 

^I V L 1 V S( 
V I C E T V S 

TO • SVSCEPTOi 
PRIMAM PORTICV/ 
OLIS • CVM • MARJWORIbI 
OPERE NOVO • AMPLIa/ 
NTIS • INCHOATIs • SV 
A • A SOLO • RESTITVIT 
^ ATORVJA PONTIFICV 



Über welcher Borsari {Notizie 1887 p. 144; Bull, comun. 1887 S. 90-95) 
handelt. Er bemerkt treffend, dass dies Fragment zusammenzusetzen sei mit 
dem C. I. L. VI, 2185 gedruckten, ferner dass der Z. 1. 2 genannte Julius 
Anicetus aller Wahrscheinlichkeit nach identisch ist mit dem C. 1. L. VI, 709 
als Dedicant einer Basis an den Sol Divinus verkommenden: er ergänzt 
denmach Z. 5 Anf. cellam oder aram S]oUs. Mit ziemlicher Sicherheit lassen 
sich auf dasselbe Heiligtum beziehen die Inschriften C. I. L. VI, 708. 709. 
712. 755. 2269, deren Provenienz zwar nicht genauer bekannt, die aber sämtlich 
zuerst in Trastevere abgeschrieben sind. 

In der Pozzo Pantaleo genannten Gegend sind antike Puzzolangruben 
und Gräber aus der Kaiserzeit entdeckt {Not. 1888 S. 136): nach Lanciani 
{Not. 1889 S. 72) ist wahrscheinlich das ganze Thal ein künstlicher, durch 
die sehr ausgedehnten Puzzolangruben bewirkter Einschnitt. 

Ein von Helbig {Notizie 1888 p. 229) bekannt gemachter Fund kleiner 
Bronzen beansprucht ein topographisches Interesse, welches noch höher sein 
würde wenn die Stelle des Fundes genau bekannt wäre. Es tauchten Ende 
des Jahres 1887 im römischen Kunsthandel zahlreiche Votivstatuetten aus 
Bronze auf, unter welchen Helbig, der 28 Stück davon genau untersucht hat, 



TOPOGRAPHIE DER STADT ROM 291 

zwei verschiedene Typen unterscheidet. Sämtliche Figuren sind männlich. Die 
einen, offenbar griechischer Import, ähneln archaischen Apollofiguren ; andere 
einheimischer Fabrik tragen als charakteristisches Abzeichen den pileus. Ueber 
die Provenienz war nur zu erfahren, dass sie vor Porta Portese gefunden seien, 
was auch durch die anhaftenden Erdspuren bestätigt sein soll. Heibig ist 
geneigt, diese Figürchen für Votive der Arvalbrüder zu halten, da es unwahr- 
scheinlich sei, dass z. B. der Fortuna nur Weihgeschenke von Männern ge- 
widmet seien. Es darf aber wohl daran erinnert werden, dass die Fortuna an 
der Via Portuensis so recht die Göttin der Sklaven war : führte doch auch 
die Tradition die Gründung des Heiligtums auf den guten König Servius 
zurück (Ovid Fasti VI, 772 und die Ausleger z. d. St.). Es wäre wohl möglich 
dass diese ärmlichen Votive von Sklaven zum Dank für die Freilassung ge- 
stiftet waren : teils — vielleicht anfänglich — bediente man sich beliebiger 
männlicher Figuren griechischen Imports, dann fand sich auch die einheimische 
Kunst im Stande, ähnliche, und zwar mit dem charakteristischen Abzeichen 
der Freiheit, dem pileus, herzustellen. 

Eom, August 1889. 

Ch. Hülsen. 



BIBLIOGEAFIA POMPEIANA. 



1. lieber antike Steinmetciseichen, fünfundvierügstes Programm 
zum Winckelmanns feste der Ärchaeologischen Gesellschaft zu 
Berlin^, von Otto Richter, mit drei Tafeln. Berlin, Gr. Rei- 
mer 1885. 

L'autore tratta degli antichi segni di scarpellino in sei capitoli : 1, dif- 
fusione dei segni suddetti ; 2, Roma ; 3, Pompei ; 4, Perugia ; 5, origine e 
significato dei segni ; 6, la fortificazione di Erice. A Pompei si riferiscono i 
capitoli 3 e 5. 

Nel cap. 3 Tantore da Telenco dei segni di scarpellino esistenti a Pompei, 
divisi in tre classi : 1, quelli nel rauro di cinta; 2, quelli dei massi di tnfo 
negli ediflzi dell'epoca « sannitica » ; 3, quelli dei marciapiedi. Soltanto dei 
primi alcuni si trovano in pietra calcare, gli altri tutti esclusivamente nel 
tufo. La prima classe e indubitatamente molto piü antica delle altre. Eimane 
ancora a studiarsi il rapporto cronologico fra la seconda e la terza : ambedue 
contengono segni desunti dall'alfabeto osco (58. 68a), e degli altri alcuni (46. 
47 = 65. 51 = 63. 57. 55 = 58) ricorrono, con esecuzione un po' diversa, in 
ambedue le classi ; il n. 50 = 66 non si trova in alcun edifizio che indubita- 
tamente appartenga a quell'epoca. 

La minore grandezza e profonditä dei segni nei marciapiedi non di- 
pende, come crede l'a., dalla maggiore durezza di quelle pietre : una tale dif- 
ferenza non esiste; nö pu6 sostenersi che in tutti i casi di segni piü grandi 
anche nei marciapiedi (68a. 50) la pietra sia piü moUe. Dipende invece 
dalla minor cura che si aveva nel lavorar queste pietre, e forse i massi con 
segni piü grandi e piü profondamente incisi erano in origine destinati per 
edifizi. In fatto il carattere di tali segni h quello della classe 2% ed fe 
perfetta l'analogia fra 53 (nli) e 68a (rnk), Si noti ancora, che il marciapiede 
sul lato dei vico delle Terme h composto dei massi dei cornicione dell'an- 
tico portico dei foro. Uno di essi ha i due segni 57h, 11 primo (con qualche 
aggiunta) lateralmente, l'altro sulla superficie. E quest'ultimo ö inciso anche 
in un masso dei portico superiore dei foro, ora nella basilica. 



BIBLIOÖRAPIA POMPEIANA 293 

Poco potrei aggiungere all'elenco (cap. 3) dei segni esistenti a Pompei. 
Dopo 3 deve inserirsi un segno simile a K, con qualche distanza fra le linee 
oblique (VI is. occid. 13, due volte, una volta col segno 17). Nel 23b il segno 
riprodotto con linee sottili h moderno. Del 47 evvi nel tempio di ApoUino 
un esemplare soltanto ; l'altro ö IX. II n. 53 ö assai rozzamente inciso ; un 
segno simile, (la linea obliqua ascende verso d.; invece della linea sovraposta 
due lineette verticali sopra la superiore obliqua) b inciso bene in uno dei massi 
della trabeazione dell'adiacente atrio n. 21. II n. 46 s'incontra tre volte nei 
marciapiedi (VII, 10 lato E, VII, 11 lato e S), 47 ancbe in uno dei gradini 
dei tempio di Giove, 55 anche in un capitello dei Capitolium (« tempio di 
Esculapio »). 

A ragione l'a. sostiene (cap. 5) che non sono segni di richiamo per la 
coUocazione, ma marche della cava o dello scarpellino. Ciö dimostra la stessa 
loro distribuzione, e lo conferma il fatto che i segni sono diversi secondo lo 
qualitä della pietra. Quest'ultima osservazione puö essere completata. L'a. nc 
parla a pag. 33 sg. E evidente che i segni incisi nella pietra calcare sono 
diflferenti da quelli owii nel tufo. Quanto a quest'ultimo, le accurate notizie 
dei Dressel, su cui si fonda l'a., non furono fatte con l'intenzione di classi- 
ficare le varie qualitä di tufo, e perciö quelle descrizioni non si escludono a 
vicenda. Inoltre, chi vuol classificare non deve teuer conto della differenza 
nei colori, giacche non mancano massi di cui una parte h chiara e giallastra, 
l'altra piü scura ed azzurrognola; e lo stesso vale per il piü o raeno di cruma. 
Esaminando attentamente le pietre dei tratto di muro visibile incontro alla 
strada di Mercurio, non ho potuto distinguere con qualche certezza che due 
specie di tufo. l'una con pezzi piü grandi, l'altra con pezzi piccoli di cruma. 
Di quella e composta la parte superiore, di questa l'inferiore ; s'incontrano 
nel sesto strato, contando da sopra. Ora i segni 20. 25. 26. 27. 29. 30. 32 si 
trovano esclusivamente nella prima, i nn. 21. 22. 23. 24 esclusivaraente nella 
seconda ; e si noti che fra questi undici segni son compresi tutti quelli di cui 
vi sono molti esemplari. Per gli altri non sono arrivato ad un risultato ben 
chiaro. 

NuUa di simile ho potuto osservare nei massi degli edifizi. Riguardo 
poi ai marciapiedi, h degno di nota che dei due segni che per il numero 
degli esemplari superano di gran lunga tutti gli altri, l'uno (57) h inciso quasi 
sempre in un tufo che da un poco nell'azzurrognolo, l'altro (58) in un tufo 
piü giallastro. 

L'a. nulla sa dirci di ben sicuro o di molto probabile intorno a quei 
massi che portano piü d'un segno. (p. 41 seg.) Rigetta l'opinione che i pic- 
coli segni (specialmente il n. 17) siano quelli della cava, quei piü grandi, ai 
quali sono aggiunti, quelli dei singoli lavoranti ivi occupati, perchö, dice egli, 
i segni aggiunti s'incontrano indistintamente su tutte le specie di tufo. Debbo 
osservare perö, che incontro alla strada di Mercurio il segno 17 si trova 
quasi esclusivamente au pietre della seconda specie e congiunto coi segni di 
essa. Una sola volta (n. 26) si trova con un segno della prima specie. Ciö 
contradice, mi pare, all'ipotesi accennata dall'autore (p. 42), che cioh questi 



294 BIBLIOGRAPIA POMPEIANA 

segni aggiunti siano marche di controUo, apposte alle pietre consegnate sul 
luogo della fabbrica, e fa supporre che anch'essi appartengano alla cava. 
Qnanto perö al loro significato, non so indovinarlo neppure io. 

2. W. Deecke. Bemerkungen über Bau und Pflastermaterial in 
Pompeji (in Mittheilungen des naturwiss. Vereines für Neu- 
vorpommern und Rügen zu Greif swaldj 1886 p. 61 sgg.). 

L'autore, figlio del noto indagatore della lingua etrusca, h geologo e 
dobbiamo essergli grati di avere intrapreso una ricerca di interesse esclusi- 
vamente archeologico. 

Paria delle pietre adoperate in Pompei, ed in primo luogo della lava. 
Dice che nei muri lava compatta non si trova che sporadicamente. Ciö che 
nelle descrizioni degli edifizi (basilica, teatri) si chiama lava, non essere che 
scoria, presa dagli strati superiori e meno compatti delle lave : i Pompeiani 
cioh, secondo l'a., per fondare gli edifizi sulla lava compatta, rimovevano prima 
la scoria e se ne servivano per le costruzioni stesse. 

Non credo che i Pompeiani avessero tanta cura delle fondamenta. Dietro 
la basilica son visibili, in un cavo modemo, quelle di un grosso muro (pa- 
rallelo all'attuale museo) : non ostante la straordinaria profonditä di circa 
m. 3,20 distano ancora circa m. 0,80 dalla scoria. Quelle della basilica, per 
poggiare su d'essa, dovrebbero aver la profonditä affatto incredibile di m. 5 
airincirca. Lo strato di terra che cuopre la lava h tenue sul declivio, presso 
i teatri, ma ciö nuUa prova per il rimanente, ove non v'ö occasione di veri- 
ficarne l'altezza. Quanto al fatto stesso, che cioö il materiale p. es. della ba- 
silica, duro, compatto e pesante, sia scoria, confesso di non esser pienamente 
convinto, e vorrei che fosse nuovamente esarainato sia dall'autore stesso, sia 
da altri esperti. — Oltre la pompeiana l'a. distingue tre altre varietä di scoria, 
secondo il prevalere dell'augite o del leucite. 

Della lava compatta egli distingue sei specie vesuviane, ma non prove- 
nienti dalla collina stessa di Pompei : 1, quella del selciato ; 2, quella dello 
zoccolo del tempio di Giove ; 3, quella della scala addossata all'angolo SE 
della basilica ; 4, quella delle soglie e delle lastre che portano i puteali ; 
5, una lava che sembra macchiata a causa dei molti (e grandi) augiti ; 6, quelle 
dei molini (piü recenti). 

Non posso permettermi un giudizio sulla giustezza di tali distinzioni. 
Mi par certo perö che il n. 2 sia o scoria pompeiana, quäle si vede sotto il foro 
triangolare, o lava d'uno strato vicinissimo ad essa. Le diflferenze fra le lave 
1, 3 e 4 sfuggono all'occhio mio, e vedo che non le distingue neanche il 
comm. M. Ruggiero, il quäle prima del Deecke ha parlato — pur troppo in modo 
assai succinto — delle lave di Pompei (i): egli ritiene che le lave 1. 3 e 4 siano 

{}) Della eruzione del Vesuvio nell'anno 79, nel libro : Pompei e la re- 
gione sotterrata dal Vesuvio nell'a. 79 a. C, Napoli 1879, pag. 5 segg. 



BIBLIOGRAFIA POMPEIANA 295 

quella compalta della coUina di Pompei, quäle 6 visibile nel teatro minore ; 
ed in fatto, l'aspetto esterno h, per l'occhio mio, identico. Certezza non potra 
aversi che da esarai microscopici, che il sig. Deecke non ha potuto fare. In- 
tanto Credo utile di indicar brevemente, in quäl modo le lave di Porapei si 
presentano a chi non h deirarte : cio poträ servire come punto di partenza per 
le ricerche dei geologi. 

1. L'epoca antichissima(i) pare che non conosca lave all'infuori della scoria 
pompeiana (rossastra, qualche volta macchiata di bianco per i grandi leuciti) 
dispersa qua e lä fra la pietra calcare di Sarno, che h il materiale di quel 
tempo. 

2. Fin dalla seconda epoca, nelle facciafe e per le colonne in tofo (2), 
comparisce la lava che chiamerö « lava comune», la piü diffusa cioh negli 
edifizi di Pompei, il materiale prediletto di quell'epoca, e ancora dei primi 
tempi della colonia romana (basilica, terapio di Giove, teatri, anfiteatro, Ca- 
pitolium (3), terme minori). Di essa furono lästricate le strade e fatte, le soglie 
e le scale. Piü volte questa pietra, molto solida, fu adoperata soltanto nelle 
parti piü basse dei muri ; cosi nelle terme stabiane ed in epoca piü tarda 
nel macello {*). Consiste di una massa grigia che da un poco nel paonazzo, 
con molti cristalli di leucite ed augite, ma non grandi, assai ugualmente di- 
stribuiti ; a causa degli Ultimi la pietra mostra molte piccole macchie nere ; 
pochi sono i cristalli di olivino. L'aspetto estemo h quello della lava com- 
patta di Pompei quäle h visibile nel teatro minore, e tale la giudica il Rug- 
giero 1. c. 

3, Accanto a questa s'incontra, ma in quantitä piccola, una lava che chia- 
merö « lava macchiata " con grandi augiti, i quali nella massa grigia, che qualche 
volta da nel paonazzo, compariscono come grandi macchie nere; pochi leuciti, 
pochissimi olivini {^). Essa si trova nel muro di cinta a d. di chi esce dalla 
porta d'Ercolano, e qua e lä per le case ; in quantitä piü grande nella casa 
VI, 1?, 13, specialmente nel muro , accanto al posticum n. 18 («). 

(1) Fiorelli Gli scavi di Pompei dal 1861 al 1872, pag. 78-83, tav. 14-19. 
Nissen Pompej. Studien pag. 397 segg. Mau Pompej. Beiträge pag. 47 segg. 
Overbeck-Mau Pompeji * pag. 499 segg. 

(2) Fiorelli 1. c. pag. 83-85. 

(3) Overbeck-Mau Pompeji * pag. 110 segg. con la nota 49. 

(4) Mau Pompej. Beitr. pag. 118. 258. 

(5) Nella casa VI, 8, 22, nel muro dei corridoio che sul lato sin. della 
casa porta nelle parti posteriori, vicino ad un pezzo come sopra ve n'ö un 
altro che per la perfetta uguaglianza della massa grigia si potrebbe credere della 
medesima specie, ma con molti piü leuciti, molti ma piü piccoli augiti, pochi 
olivini. 

(ö) Nel muro posteriore dei giardino della villa di Diomede; nel muro 
di fondo della bottega VII, 5, 26 (terme minori); nella casa VI, 14, 6; una 
pietra nella facciata dei tempio di Giove, a d. in alto; non poca nel selciato 
dei vico dietro il macello ; un gran masso nella bottega VII, 4, 63 ; un altro 
nel pavimento della bottega V, 2, 1 ; una meta d'un molino a mano VI, 9, 6, 
Camera a d. deiringresso ; due recipienti nel locale anteriore d''un pistrino sul 
lato N dell'isola VH, 12. 



296 BIBLIOGRAPIA POMPEIANA 

Conteraporaneamente perö anche la scoria pompeiana (o ifiia lava molto 
somigliante) fu piü di prima adoperata nelle costruzioni. Nel tempio di Giove 
essa s'incontra in grandi lastroni nello zoccolo, accanto all'ingresso e accanto 
alla scala che porta sopra le tre celle, che pure sono fatte della stessa pietra. 
In essa b costruita la domus Cornelia (VIII, 4, 15) ; gran quantitä se ne 
trova nelle case del Fauno, di Pansa, della parete nera, intorno al serbatoio 
d'acqua presse l'angolo NO delle terme stabiane. Di parallelepipedi di pietra 
simile h anche composto un tratto di muro sul lato N dell'isola VI, 14, del 
quäle non si pu5 definir l'epoca (i). Negli ultimi tempi si ritornö alla pietra 
di Samo, che prevale di gran lunga nelle costruzioni dell'epoca imperiale. 

Alcune altre lave furono adoperate per usi speciali. 

4. La lava dei molini piü antichi (2) differisce dalla lava comune per la 
maggiore durezza e porositä della massa grigia, la quäle, com'anche nella 
lava comune, prende un colore scuro ove sta al cpntatto deH'aria (3). 

5. La lava di un piccolo molino nella casa VII, 12, 22 e 23. La massa 
grigia, che da nel paonazzo, quasi nera al contatto dell'aria, h di grana fina 
con molti piccoli vuoti ; molti leuciti piccoli, pochi piü grandi, pochi olivini ; 
non vidi augiti. 

6. La lava dei molini piü recenti. La massa grigia pallida, con molti 
piccoli vuoti, sembra quasi verdastra vedendola accanto ai molini antichi; 
molti grandi leuciti, spesso uniti in massi dal diametro di 2 ctm. e piü ; au- 
giti piccoli e che non danno neH'occhio ; olivini non ne vidi, ma furono con- 
statati dal sig. Deecke, il quäle rileva come questa pietra fosse adattissima 
all'uso cui era destinata. Egli ritiene per certo che sia una lava del monte 
Sorama : tutt'al piü egli ammetterebbe come possibile la provenienza dai laghi 
di Bracciano e di Vico, poco probabile in s5 stessa. Invece secondo il Rug- 
giero h lava dei vulcani di Roccamonfina ; e dice che pietra similissima ancor 
oggi si Cava a Valogno neirantico territorio di Suessa Aurunca. 

7. La lava del trapeto esistente nella casa VI, 10, 6 (*): massa grigia 
durissima con grandi vuoti ; leuciti molti, di forma, come pare, non regolare; 
non vidi altri cristalli. II Ruggiero la dice dissimile affatto dalle rocce finora 
conosciute del Vesuvio, e lascia indeciso se provenga da qualche cava ora 
smarrita ovvero da paese lontano. 

8. La lava di una base non finita e di alcuni massi quadri che stanno sul 



(1) Nissen Pompej. Stud. pag. 6; Mau Pomp. Beitr. pag. 46. 

(2) Pariert fra breve in questo Bullettino dei molini di Pompei e della 
difi'erenza fra i piü antichi e quelli degli ultimi tempi. 

(3) II Ruggiero dice che fra i molini alcuni sono di lava pompeiana, 
alcuni di lava di Cisterna; non so se egli abbia voluto indicare questi ed il 
seguente (5). Della lava dei molini antichi mi pare che siano fatti il sommo 
gradino ad E della terrazza avanti alla domus Epidi Ruß (IX, 1, 20), una 
pietra con buco quadrato nell'atrio della casa stessa, un massiccio puteale nella 
casa del Toro (V, 1, 7); in quest'ultimo i cristalli sono piü grandi che nella 
lava comune, piü numerosi e piü grandi anche gli olivini. 

(*) Ruggiero 1. c. pag. 7; tav. 3 n. 1. 



BIBLIOGRAFIA POMPEIANA ^ 297 

lato N della strada della Marina ; b durissima e di grana molto fina ; mol- 
tissimi piccoli leuciti, che perö a causa del color chiaro della massa grigia 
danno poco nell'occhio ; augiti compariscono soltanto come puntini. Della 
stessa pietra, o di una molto simile, b fatto il basamento del sepolcro di 
Naevoleia Tyche (^). 

L'autore parla poi delle due qualitä di tufo, il grigio ed il giallo. Pare 
che il tufo grigio adoperato a Pompei egli lo creda proveniente dalle parti del 
Gragnano, mentre suppone che la pietra di Nocera sia una pietra somigliante 
al piperno dei campi flegrei. Ma secondo quelli che a Pompei si occupano di 
queste cose, appunto il tufo grigio di cui h tanto esteso l'uso per facciate, 
portici ecc. b in generale tufo di Nocera e solo eccezionalmente di Gragnano. 
Quanto al tufo giallo, l'autore ci dice che non si trova piü vicino di 20 chi- 
lometri da Pompei (fra Poggio Reale e Pizzofalcone) ; e quindi egli spiega 
l'uso scarso che ne fu fatto. Perö h affatto incredibile che i Pompeiani siano 
andati tanto lontano a prendere quantitä relativamente piccole di un materiale 
assai mediocre e per il quäle evidenteraente non avevano predilezione alcuna; 
e mi si assicura che anche oggi il tufo giallo si cava a Nocera. 

Intorno alla pietra calcare di Sarno l'a. nulla ci dice di nuovo. Si me- 
raviglia della raritä negli edifizi pompeiani della pietra calcare grigia delle 
vicine montagne ; ma la pietra di Sarno, cavata in luoghi molto piü vicini, 
fu creduta un materiale sufficiente. 

I mattoni di Pompei, il sig. Deecke non li crede fatti di argilla pura, 
di cui non si trovano colä strati maggiori, ma della pozzuolana dei campi 
flegrei con poca argilla aggiuntavi : ciö risulta, dice egli, dalla stessa strut- 
tura del materiale. Debbo osservare perö, che oltre ai mattoni di materiale 
arenoso ve ne sono anche di argilla piü o meno pura. Tali sono i pochi mat- 
toni adoperati nell'epoca preromana, p. es. nella basilica. Nei primi tempi 
romani poi, almeno flno alla fine della repubblica, prevale il materiale are- 
noso, mentre nell'epoca imperiale h prediletta l'argilla pura ; ambedue i ge- 
neri si trovano p. es. nel macello : questo nelle parti piü recenti, cioe in quasi 
tutto l'edifizio, quello nelle parti piü antiche. 



3. F. PoüQüE Sur les materiaux de construction employes ä 
Pompei (in Association frangaise pour V avancement des 
Sciences, Compte-rendu de la 15^ Session, Nancy 1886. Paris 
au secrHariat de l'association). 

L'a. parla della lava, del tufo e dell'argilla. Oltre la scoria adoperata 
secondo lui nelle volte delle fogne e degli acquedotti (?) egli distingue tre 
specie di lava, fra cui due provenienti dalla corrente sulla quäle e fondata 

(}) Credo che di questa stessa lava parla lo Schöne nelle Pompej. Stud. 
del Nissen p. 6. 



298 BIBLIOGRAFIA POMPEIANA 

Pompei : 1, quella delle cave (moderne) presso Tanfiteatro : leucotefrite all'oli- 
vino, simile alle lave recenti del Vesuvio (= 2 sopra p. 295) ; 2, massi neri 
giallo-rossastri cavati nel suolo della cittä stessa (= 1 sopra p. 295) o lava 
da strati vicini ; 3, quella dei molini (piü recenti), proveniente o dalla base 
del monte Somma o dai massi vulcanici di Eoccamonfina (= 6 sopra p. 296). 

Oltre al tufo grigio e giallo, ambedue andesitici ed anteriori al Vesuvio, 
che egli non dice ove fossero cavati, l'a. distingue un tufo leucitico d'origine 
pivi recente, adoperato (egli non dice dove) sporadicamente, cavato in riva al 
mare presso Pompei. 

Dice i mattoni esser formati di eleraenti vulcanici, andesitici e leucote- 
fritici, e fabbricati, a causa di questi ultimi, al piede del Vesuvio, probabil- 
mente dalla parte di Napoli. Invece il materiale delle tegole e delle anfore 
essere di grana piü fina e d'origine sedimentaria ; la massa argillosa essere 
ferruginosa ; non osservarvisi altri cristalli che lamelle di mica e numerosi 
fraramenti di quartzo. Secondo l'a. questi manufatti o sono fabbricati sul ter- 
reno argilloso-calcare del Sarno, o importati. 

Non h esatto che con l'occupazione romana alla costruzione in pietra 
calcarea con argilla sia succeduta quella in materiali vulcanici con cemento 
a base di calce (vd. sopra p. 297), nfe che 1' introduzione del tufo abbia cagio- 
nato l'abandono della pietra calcarea : sono note le facciate (preromane) com- 
poste di lastroni di tufo, mentre per i muri interni non fu adoperato che spo- 
radicamente. 



4. Les eleetions municipales ä Pompei, par P. Willems. Paris, 
Thorin, 1887. 8, 142 pagg. 

E uno studio dettagliato e diligente sui programmi elettorali dipinti sui 
muri delle strade di Pompei. II dotto autore da un quadro vivace di quelle 
elezioni municipali ; raduna quanto si puö sapere intorno ai candidati e le 
loro famiglie ; mostra come trovarono aderenti chi in una chi in un'altra re- 
gione, come furono appoggiati dai loro vicini, come presero parte alla lotta 
le associazioni religiöse e quelle dei commercianti ed artigiani e non se ne 
astenevano neanche le donne. Tratta poi in otto paragrafi di öclaircisaements 
(p. 79-142) alcune questioni relative alle antichitä pompeiane. E qui in vari 
punti non sono d'accordo con lui. 

§ 1. L'autore crede che i programmi con ro.^. cup. e forraole siraili siano 
anteriori alla professio dei candidati e destinati ad incoraggiarli a presen- 
tarsi, posteriori quelli con facit, perch^ in essi chi scrive dichiara di votare 
per 11 candidato : distinzione, a raio awiso, priva di fondamento. Per lo piü 
dicono semplicemente p. es. Casellium aed. ovvero Casellium aed. ovf (i. e. 
oro vos faciatis). Qualche volta rog. o prende il posto di ovf {Marcellum 
aed. rog.) o vi si aggiunge {Paquium Ilvir.i.d.d.r.p.o.v.f. rog. IV 366; 
cf. 706). II nome poi di chi raccomanda, con rog., o s'aggiunge a ovf {Mar- 
cellum aed. ovfcognatus rog.) o ne prende il posto {Marcellum aed. agrico- 



BIBLIOGRAFIA POMPEIANA 299 

lae rog.). Tutti questi programmi, ed anche quelli che al posto di rog. hanno 
qualche sinonimo (cupit, volunt, fieri rog.) dicono in modo poco diverso una 
stessa cosa, nh evvi ragione alcuna per far distinzioni quanto alla situazione 
cui si riferiscono. liO stesso vale per i programmi con facit{ . . . Ilvir. i. d. 
Baibus facit) o fecit ( . . . aed. Baibus fecit) : chi vuol raccoraandare un tale, 
puö pregare gli altri di votare per lui, puö, se crede di aver qualche autoritä, 
dichiarare di votare o di aver votato per lui egli stesso, puö finalmente far 
l'uno e l'altro (IV 699 . . . rogat et facit). Del resto facere significa fare eleg- 
gere, sia col voto, sia facendo valere la propria influenza, e possono perciö 
facere anche le donne (IV 425. 457. 923), e si puö dire Firmum aed. ovf 
Capella facit, nel quäl caso facit h evidentemente sinonimo di rogat. Non 
sono in alcun modo stringenti le ragioni che l'a. adduce in contrario. Nä mi 
pare che sarebbe stato logico di dipingere sui muri ciö che doveva incorag- 
giare una singola persona. 

§ 2. I forenses (IV 783), Salinienses (128j e Campanienses (470. 480) 
sono, secondo l'autore, gli abitanti di tre sezioni elettorali {tribus o curiae) 
intorno al foro, presso la porta d'Ercolano e quella di Nola. Ma non e atfatto 
probabile che i candidati fossero raecomandati da sezioni elettorali, la cui vo- 
lontä era un'ignota fino all'atto della votazione. 

I Salinienses certo non erano nö locatari nö operai delle saline, nh ven- 
ditori di sale, ma probabilmente gli abitanti di un villaggio (pagus o vicus) 
formatosi presso le saline. Cosi, il fullo Crescens poteva distinguerli dai Pom- 
peiani, scrivendo sulle colonne d'un peristilio deirisola V, 2 i suoi saluti ai 
Sorrentini, Stabiani, Pompeiani e Salinesibus (Not. d. sc. 1884 p. 50 sg.) ('): 
Avevano un conventus (*); se poi formassero una circoscrizione elettorale, non 
lo sappiamo. Venendo a Pompei entravano per la porta d'Ercolano, ed era na- 
turale perciö che ivi stasse il loro programma. E giova ricordare il veru sa- 
rinu delle note iscrizioni dipinte osche, che difficilmente puö essere altro se non 
la porta d'Ercolano, e che il Nissen propose di tradurre porta Saliniensis {^). 

I Campanienses non s'incontrano che nei due sopracitati programmi. Ma 
in due iscrizioni graffite (IV 1216. 2353) sono acclamati i Campani, e secondo 
una terza nella nota rissa soccombettero coi Nucerini anche i Campani (1293- 
Campani victoria una cum Nucerinis peristis). E poco probabile che vi fos- 
sero in quelle parti due classi ben distinte di persone chiamate Campani e 
Campanienses. E se vi era li vicino un luogo i cui abitanti (in origine Ca- 
puani) si chiamavano Campani, e avevano simpatia per i Nucerini, e forse in 
quella rissa presero la loro parte, e se questo luogo si chiamava p. es. vicus 
pagus Campanus, allora quei Campani potevano anche chiamarsi, con un 



(1) Cf. IV 1611 Salinesibus feliciter; e poco probabile che simili accla- 
mazioni s'indirizzassero ad una semplice circoscrizione elettorale. 

(2) Not. d. Sc. 1880 p. 185 d-, cf. anche Bull. d. Inst. 1874 p. 201. 

(3) Zvetaieff Inscr. Italiae mediae dialecticae pag. 56 n. 160. 161 ; cf. 
Nissen Pompej. Studien pag. 497 segg., specialmente pag. 504 ; Overbeck-Mau 
Pompeji * p. 56. 



300 BIBLIOGRAFIA POMPEIANA 

nome derivato da quello del luogo, Gompanienses (i). I programmi dei Cam- 
panienses furono letti verso la porta di Nola : possiamo dunque sospettare che 
fuori di questa fossc situato il luogo da loro abitato. 

Chi fossero i forenses, non lo sappiaino. II Nissen {Pomp. St. p. 268) li 
crede i negozianti autorizzati a commerciare sul foro ; e mi pare che cio sia 
xneno improbabile che l'opinione del W., per lo stesso motivo addotto sopra a 
proposito dei Salinienses e Campanienses. 

§§ 3. 4- 5. 6. L'a. crede di poter dedurre dai programmi — che egli a ra- 
gione dimostra (§ 4} essere in generale posteriori al terremoto delFa. 63 — 
chi fossero i candidati dell'a. 79 e con probabilitä anche quelli degli anni pre- 
cedenti fin dal 74. Dispone cioö i candidati alFedilitä, e cosi anche quelli al 
duumvirato, in una serie ordinata secondo il numero dei programmi di ognuno. 
Prendendo poi per base la serie delle candidature edilizie ne attribuisce aH'ul- 
timo anno quelle che hanno il maggior numero di raccomandazioni, e le altre 
agli anni precedenti, sempre secondo il numero dei programmi, unendo per6 
fra loro quelle la cui contemporaneitä risulta da iscrizioni contenenti piü nomi. 
Assegna quindi ai singoli anni i candidati al duumvirato parte sulla testimo- 
nianza dei programmi che li nominano unitamente agli edili, i rimanenti an- 
ch'essi secondo il numero delle raccomandazioni. 

La ricerca h fatta con somma diligenza, ma il metodo stesso non ha 
base sicura. Se l'avesse , dovrebbe risultarne una serie di candidature duum- 
virali ordinata anch'essa secondo il numero dei programmi. Invece nella lista 
del W. 

quelle del 79 hanno 57, 48, 30, 22 programmi 
« n 78 ^ 22, 17, 16, 12 « 

" 77 r, 50, 26, 8, 12 w 

" " 76 " 24, 6, 3 » 

Vale a dire che i due criterii non danno aifatto risultati identici. 

In fatto, quello del numero delle raccomandazioni ä assai fallace, e non 
fe sicuro nemmeno quello dei programmi in favore di piü candidati. Un nu- 
mero piccolo puö dipendere dal poco favore incontrato dal candidato. E quando 
ve ne sono molti, egli puö avere ambito piü volte la medesima carica. E per 
questo stesso motivo, quando lo troviamo unito in comuni programmi ora con 
uno ora con un altro candidato, non possiamo dedurne con sicurezza che anche 

(1) Cosi a Koma gli abitanti del vico Tusco in principio erano Tusci, 
ma piü tardi non meritavano piü questo nome, mentre nulla avrebbe impedito 
di chiamarli Tuscienses. Forse il questore 0. Campanio, che fece fare il pa- 
vimento del tempio d' Apolline (Bull. d. Inst. 1882 pag. 223; Overbeck-Mau 
Pompeji * p. 636 nota 40) era oriundo del pagus Gampanus. Lo Henzen cre- 
dette che Campanienses fossero Gampani vel cives Capuani Pompeiorum in- 
colae, ma a ragione osserva il W. che nh cosi si spiega il nome, ne e proba- 
bile che questi, come tali, si siauo immischiati nella lotta elettorale. II W. 
pensa che la parte della cittä assegnata agli antichi abitanti quando fu de- 
dotta la colonia romana, sia stata chiamata curia o tribus Gampaniensis : ma 
non h probabile che le sia stato dato un nome che ricordasse l'antica auto- 
nomia. 



BIBLIOGRAFIA POMPEIANA 301 

queste candidature siano fra loro contemporanee. Infine ci sfuggono le circo- 
stanze che potevano in un anno determinare una lotta piü vivace che in un 
altro, contribuire in qualche caso a conservare un nuraero maggiore di pro- 
grammi d'una candidatura piü antica. 

Anche per la lista , proposta dal W., dei candidati nel 79 appena puu 
ammettersi una certa probahilitä. Che le due coppie 

edili: L. Cuspius Pansa 

L. Popidius Secundus 
Ilviri: M. Holconius Priscus 
C. Gavius Eufus 

fossero fra loro contemporanee, egli lo deduce da un sol programma che unisce 
Olconio e Pansa. Ma quest'ultimo puö avere ambito l'edilitä due volte, una 
volta con Popidio, un'altra con altri competitori e mentre Olconio e Gavio 
Eufo ambivano il duumvirato. E viceversa Olconio poteva arabire il duumvi- 
rato una volta con Gavio Enfo, un'altra con altri e mentre Pansa e Popidio 
ambivan l'edilitä. 

A queste due coppie il W. aggiunge: 

edili: Cn. Helvius Sabinus 
Ilviri : C. Calventius Sittius Magnus 
L. Ceius Secundus 

Elvio cioe e Sittio Magno si trovano uniti ognuno in un programma con Ol- 
conio, e si trovano anche uniti fra loro (i), e Elvio con Pansa; Ceio e rac- 
comandato una volta con Elvio, un'altra con Pansa: sono dunque contempo- 
ranei a Olconio Ilviro e Pansa edile. Ma siccome ognuna di queste due can- 
didature puö essere stata posta piü volte, cosi nulla impedisce di distribuire 
le sette candidature su tre anni: 

1. Ilviri: Olconio, Sittio Magno, Ceio; edili: Elvio, Pansa. 

2. Ilviri: Olconio e Eufo. 

3. edili: Pansa e Popidio. 

E possibile, ma non necessario, che i gruppi 1,2 o 1,3 o 2,3 o infine 1,2,3 
siano contemporanei. 

Nessun legame evvi fra questi sette e gli altri tre candidati all'edilitä 
che il W. ascrive al medesimo anno: 

M. Casellius Marcellus 

L. Albucius Celsus 

M. Cerrinius Vatia 

Sono incertissime le congetture con le quali egli vorrebbe veder congiunti in 
alcuni prograrami Casellio e Albucio con Olconio, Albucio con Ceio, Marcello 
con Ceio, Cerrinio con Sittio e con Albucio. 

(1) G.J. L. IV 843; Not. d. Sc. 1879 pag. 45 n. 8. 9: questi due numeri 
in fatto formano un sol programma, mentre ne h diviso quelle di Olconio n. 7. 

20 



302 BIBLIOGRAFIA POMPEIANA 

E dunque tutt'altro che sicuro che le dieci candidature si riferiscano 
ad un medesimo anno. Per tatte il gran numero dei programrai accenna agli 
Ultimi tempi, ma piü di questo non oserei dire. Quanto agli anni anterior! 
al 79, sono persuaso che l'a. stesso non s'illuda sul grado di probabilitä della 
sua lista. Qui non possiamo fare altro che riunire gruppi di candidature con- 
temporanee, e aspettare che ulteriori scoperte , specialmente di programmi 
sovrapposti uno aH'altro, ci mettano in grado di stabilir fra essi , poco per 
volta, una cronologia relativa. 

§ 7. A ragione, credo, l'a. sostiene che non vi sia differenza fra gli edili 
V. a. s. p.p. (chiamati anche II v. v. a. s.p.p.) e gU edili semplicemente detti. Tutti 
quelli che in qualche programma isolato si raccomandano per l'edilitä v. a. s. 
p. p., sono noti come candidati all'edilitä ; ricorrono le stesse coppie (Casellio 
e Albucio, Q. Mario Rufo e M. Epidio Sabine). Qualche volta poi quelle let- 
tere son divise da aed. e stanno fra le formole di raccomandazione (C. Cuspium 
Pansam aed. d. r. p. v. a. s. p. p. iuvenem probum ovf) ciö che sarebbe im- 
possibile, se aed. non bastasse a indicar la carica. Un programma in ottima 
forma (IV 222) congiunge i duumviri e gli edili s. v. a. p. p. Le lapidi non con- 
tradicono: in esse di edili non v'e esempio sicuro anteriore all'epoca nero- 
niana (i); prima si dicono Ilviri (X 819) o, unitamente ai duumviri i. d., 
Illlviri (X 800. 938). In quelle poi relative al culto d'Augusto, e in X 803, 
che non sappiamo se avesse un tale significato, troviamo i d. v. v. a. s.p.p., cui 
fin dall'epoca neroniana si sostituiscono gli edili (826. 827). Forse quest'ultimo 
titolo, nsato al tempo dell'autonomia, fu soppresso appunto perciö nella colonia 
romana. Rimase perö nell'uso non uflficiale (programmi antichissimi) e piü tardi 
fu riammesso anche nelle iscrizioni pubbliche. — II supplemento v{iis) a{edi- 
bus) s(acris) p{ublicis) p{rocurandis) non manca di probabilitä. 

§ 8. L'a. rileva come anche a Pompei si distingueva i figli per il co- 
gnome, preso spesso, per il secondo ed i seguenti, dalla famiglia materna, e 
come in modo speciale si costumava, nelle grandi faraiglie, di aggiungere al 
prenome e gentilizio del padre gentilizio (omesso nell'uso non ufificiale) e co- 
gnome della famiglia materna o d'altra famiglia congiunta, p. es. D. Lucretius 
(Satrius) Valens. E curioso il fatto del figlio del noto banchiere L. Cecilio 
Giocondo, che si chiamö Metello, assumendo un cognome della celebre famiglia 
dei Cecilii: l'a. lo deduce bene dall'iscrizione d'un'anforetta (Caecilio Jucundo 
ab Sexsto Metello) trovata in una bottega della casa stessa ove abitavano, come 
si rileva da un programma, Q. S. Caecili lucundi. 

Voglio rettiflcare ancora un malinteso dell'a. (p. 4). I programmi anti- 
chissimi non sono punto anterior! all'uso di rivestire i muri di stucco, ma 
soltanto a quelle del dealbare. 

(1) Certo l'edilitä di L. AUeio Luccio Libella (X 1036) era anteriore 
all'a. 26 d. C. (X 896), ma l'iscrizione fu posta dopo la sua morte. Ignoriamo 
l'etä di T. Terentio Feiice (X 1019) e di P. Sextilio Rufo (X 1273); quest'ul- 
tima, a causa dell'ortografia aid. puö credersi piü antica; ma uu titolo sepol- 
crale poteva bene scostarsi dal linguaggio ufSciale, specialmente essendo posto 
in altra cittä (Nola). 



BIBLIOGRAFIA POMPEIANA 303 

5. Römisches Staatsrecht von Theodor Mommsen. Dritter Band, 
Leipzig 1887. 

L'illustre autore a pag. 349-351 parla dei prograrami elettorali di 
Pompei. Egli h d'opinione che essi non facciano testiraonianza di vere ed 
effettive elezioni popolari ; non crede che, aboliti i comizii elettorali di Koma, 
abbiano potuto sopravivere quelli dei municipii. E ciö gli pare confermato 
dal silenzio deir epigrafia municipale — le poche iscrizioni con menzione di 
comizii (C /. L. X 7023 ; XIV 375. 2410) sembra che parlino di fatti ecce- 
zionali — e dagli stessi programmi di Pompei, nei quali non compariscono 
le sezioni elettorali. Giacchö l'a. rigetta l'opinione dei Willems (sopra p. 299) 
intorno ai Campanienses ecc. Crede dunque che, come in Eoma al senato, 
cosi nei municipii le elezioni fossero trasferite all'öriio dei decurioni, e che 
ai comizii non rimanesse che la facoltä dell'acclamazione. Quanto alle dispo- 
sizioni della legge di Malaga, data da Domiziano, ritiene possibile che simili 
leggi fossero date secondo l'antico sistema, mentre l'applicazione degli ordi- 
namenti contenutivi dipendesse, per disposizione imperiale, dall'iniziativa del- 
Vordo dal permesso dei preside della provincia; crede possibile anche che 
i comizii municipali continuassero nelle province, sotto la sorveglianza dei 
presidi, non perö in Italia, ove mancava un tale controUo. I programmi 
dunque o s'indirizzerebbero all'ör^o, o non sarebbero che complimenti ai 
candidati da questo designati. 

La questione oltrepassa i limiti d'una bibliografia pompeiana; nö io 
sarei competente a discutere le considerazioni su cui si fonda l'autore. 

Mi limito dunque ad osservare che, se la grande maggioranza dei pro- 
grammi (anche quelli con facit: vd. sopra p. 298) non si oppone ad una tale 
supposizione, ve ne sono perö alcuni che poco vi si prestano. Dico quelli che 
s'indirizzano ai caupones, pomarii ecc. {caupones facite) : non so spiegarmeli 
se quelle persone dovevano soltanto a,cclamare fra la folla. Quanto poi alle 
sezioni elettorali, non so se l'argomento ex silentio sia stringente. Non trat- 
tandosi di eleggere un rappresentante per ogni sezione, nö riferendosi queste 
ad altro che al modo di votare, non era forse impossibile che l'agitazione si 
facesse in comune, senza teuer conto delle sezioni. Ciö poteva dipendere da 
abitudini, da circostanze infine che si sottraggono alla nostra investigazione. 



6. Memorie storiche dell'antica Valle di Pompei., per Ludovico 
Pepe. Valle di Pompei, scuola tipografica editrice Bartolo 
Longo 1887. 152 pagg. e 8 tavv. 

L'amtore narra la storia, con la scorta dei documenti, dell'abitato che 
col nome di Valle sorse nella pianura sottostante alla sepolta Pompei. Tombe 
pagane (vd. p. 18) attestano che fin da tempi antichi quel sito era di nuovo 



304 BIBLIOGRAFIA POMPEIANA 

abitato. Fin dal 1093 poi si conosce la chiesa di S. Salvatore di Valle, fin 
dal 1327 si fa menzione del " casale » di Valle, e fin dal 1511 si conosce 
la parocchia. Valle dal 1093 al 1323 dipendeva dal convento di S. Lorenzo 
in Aversa; divenne poi feudo dei Caracciolo e, dopo esser passato per varie 
mani, dei Piccolomini (discendenti dei duchi d'Amalfi), che fin dal 1647 por- 
tavano il titolo di prineipi di Valle. Essi, costruendo palizzate nel Sarno, 
resero malsana la regione, ciö che ebbe per conseguenza l'abandono di Valle : 
nel 1662 fu tolta la parocchia, che solo nel 1842 potö essere ripristinata, 
essendosi verificato, fin dalla seconda metä del secolo passato, un aumento 
di popolazione, dovuto agli scavi di Pompei. Oggi intorno alla nuova chiesa 
del Eosario, cominciata a costruirsi fin dal 1880, si sta formando un villaggio 
di popolazione sempre crescente. 

Tutto ciö sia qui accennato brevemente. Agli studi nostri si riferisce: 

1. La relazione sopra uno scavo, fatto sotto la direzione e sorve- 
glianza dell'a. nel podere De Fusco dal 10 die. 1886 fino al 6 maggio 1887 
(p. 13-17, tav. I), ristampata dal giomale II Kosario e la nuova Pompei, fasc. 
15, giugno 1887 p. 356 sgg. 

2. L'appendice (p. 135-146): La Pompei dei superstiti dopo l'anno 
LXXIX. 

Intorno a quello scavo una relazione piü estesa e piü dettagliata del 
prof. Sogliano si trova nelle Not. d. sc. 1887 p. 246-251. Si tratta di una 
fabbrica rustica coiitenente un opificio industriale, che l'a., senza ragioni 
sufficienti, sospetta che possa essere una fuUonica. L'unica pittura incontra- 
tavi mostra il genio sacrificante fra i due Lari ed in ogni estremitä un Pane. 
Fra le tombe posteriori al 79 merita menzione una, la quäle, lunga 1,40, 
composta di quadroni ed assicurata con cemento, col tetto a capanna, aveva 
perpendicolarmente situato sul comignolo un condotto formato da tre tubi in 
terracotta (p. 17). Certo si tratta d'un apparecchio per le libazioni: cf. Bull. 
1888 p. 120 sgg. La tomba conteneva, oltre i resti umani combusti, due 
unguentarii di vetro, una lucerna fittile con un gallo in rilievo, e parec- 
chi chiodi, serviti senza dubbio per la costruzione del rogo (cf. Bull. 1888 
p. 141). 

Nell'appendice l'a. ristampa un suo opuscolo pubblicato anteriormente 
intorno al noto passo di Martino monaco (pressö Borgia, Mem. stör, di Bene- 
vento 1 Q): in Pompio campo qui a Pompeia urbe Campaniae nunc deserta 
nomen accepit. Egli si oppone aH'opinione del Fiorelli, seguita dal Breton 
e dal Beul^, che cio^ quel passo si riferisca ad una nuova Pompei, sorta 
dopo il 79, 6 che avanzi di questa fossero trovati con certi scavi fatti a 
Boscoreale. In fatto deserta puö credersi un'espressione impropria per « di- 
strutta, sepolta », e quegli scavi incontrarono edifizi anteriori al 79 ; le ra- 
gioni dell'a. sono buone, ma potevano esporsi in modo piü breve e con pole- 
mica meno vivace, sia per l'importanza non grandissima del soggetto, sia per 
i meriti di chi aveva sostenuto un'opinione diversa, pienamente riconosciuti 
dall'autore nel libro seguente: 



BIBLIOQRAFIA POMPEIANA 305 

7. Gli scavi di Pompei^ notüie tratte dai documenti originali, 

per LuDOvico Pepe. Valle di Pompei, tipografia editrice del- 
l'avv. Bartolo Longo 1887. 8° 40 pagine. 

E una breve storia degli scavi di Pompei, composta sulla base dei docu- 
menti pubblicati dal Fiorelli. L'autore non si h prefisso uno scopo scientifico; 
il suo libro sarä letto con piacere da chi, senza studi speciali, vorrä infor- 
marsi suU'andamento e suUe vicende di quegli scavi. 

8. Le case ed i monumenti di Pompei disegnati e descritti (Nic- 

coLiNi). Napoli. 

Finita la parte sistematica Fa. seguita a pubblicare T« Appendice », ed 
e amvato al fascicolo 95. I fascicoli si succedono a brevi intervalli e sono 
privi di valore sia artistico sia scientifico. Sarebbe terapo che gli associati si 
mettessero d'accordo per por fine ad una speculazione fondata sul desiderio, 
specialmente delle biblioteche, di non restare con esemplari incompleti. 

(Sarä continuato). 

A. Mau. 



DUE MONÜMENTI DELL'ITALIA MERIDIONALE. 
(Tavv. X e XI). 



1. '^qIY Archaeologischer Aiiseiger 1867 p. 110 sgg. comunicai 
come i due frammenti della « base di Sorrento « , tolti dal posto ove 
stavano murati, erano stati riiiniLi con altre antichitä sorrentine, 
tin allora disperse, in un piccolo Museo miinicipale. Scoperto in tal 
modo il terzo lato (<?) del frammento maggiore (I) lo feci dise- 
gnare da im artista napoletano. Ma quel disegno non riusci sod- 
disfacente, e se ora si pubblica la base completa, lo si deve al 
mio chiarissimo amico sig. Otto Donner von Richter, il quäle sog- 
giornando, anni sono, a Sorrento, ne feee un nuovo disegno e lo 
mise, con la sua solita cortesia, a mia disposizione. Lo pubblico 
piü tardi che non ayrei voluto, riferendomi alle circostanze sopra 
esposte e rinnovando all' artista amico i miei ringraziamenti. Ripe- 
tendosi qui le altre rappresentanze della base, aggiungo poche pa- 
role di spiegazione tolte dai miei appunti. 

I due frammenti disuguali, se non combaciano piü esattamente, 
pure stante 1' identitä del marmo, la conformitä del lavoro, degli 
ornamenti e della grandezza d.-lle tigm-e non si puö in alcun modo 
dubitare che non facessero parte d'uno stesso monumento. Cf. la 
pianta della base e le figure sulla tav. X. 

Ib: riprodotto Gerhard Antike Bildiv. tav. 22. — Müller- 
Wieseler Deakm. d. a. K. II 63, 810. 
la: riprod. Gerhard tav. 21. 

I c : riprod. per la prima volta dietro il disegno del Donner. 

II d : riprod. Gerhard tav. 24. — Baumeister Benkm. klass. 
AUerth. III n. 2173; qui dietro un nuovo disegno del Donner. 

II(?: riprod. Gerhard tav. 23. 

21 



308 DÜE MONUMENTI DELL'iTALIA MERIDIONALE 

Era la base di forma quadrangolare bislimga ed aveva la lun- 
ghezza di circa m. 1,36 {d 0,57 piü c 0,69 ; lacuna in mezzo non 
piü di 0,10), il lato corto di m. 0,82 senza la cornice, ora in gran 
parte smussata, con essa di circa 0,94, l'altezza di 1,18: misure 
che la dimostrano destinata per una figura seduta grande press' a 
poco al vero, sul genere del Menandro vaticano {^) e di statue simili. 
Un gruppo di diie statue in piedi una accanto all'altra, non sa- 
rebbe compatibile con la composizione dei lati lunghi della base, 
in ciascuno de' quali le divinitä sedenti son dirette verso il lato 
corto e come lato di fronte. Verso questo stesso lato dunque do- 
veva essere rivolta la figura seduta. Di quäl genere essa fosse, 
forse le rappresentanze della base possono aiutarci ad indagarlo, 
dovendosi ammettere, a quanto pare secondo analogie antiche, una 
relazione piü o meno stretta fra la statua e le tigure ond' e adorna 
la base. 

Nel bei mezzo del lato principale, di cui pur troppo non ri- 
mane che la metä, siede, avanti alla facciata d'un tempio ionico (^), 
una divinitä, virile a giudicarne dal corto chitone, che sul grembo 
e nella sinistra regge una grande cornucopia. Le corregge dei san- 
dali (non indicate sul disegno) arrivano fino ad una certa altezza. 
Avanti a lui sta un duce armato che alza la d. in atto di ado- 
razione ; il fanciullo nudo che gli sta accanto pare che l'abbia 
condotto qui e che con la d. lo additi. Sopra la divinitä una Co- 
rona di foglie e tenuta da un putto alato (Erote), cui nella metä 
perduta corrispondeva una figura simile. Dietro la divinitä poteva 
stare un guerriero, qualcuno del seguito del duce, o un seguace 
ossia inserviente della divinitä, in ogni modo una figura, senza 
che si possa dire alcun che di piü preciso. 

Sul lato stretto opposto i figli di Leto si riconoscono a prima 
vista; Apollo citaredo fra Artemide con la face e Leto con lo 
scettro. Apollo, in lungo chitone, epiblema e mantello, con cin- 
tura e nastri che s incrociano sul petto (sie) sta li tranquillamente, 
seduto di faccia, poggiato sul piede sin., reggendo nella sin. la 
lira, nella d. probabilmente il plettro : figm'a che rimonta ad un 



(1) Le misure del plinto di questo sono : larghezza posteriore, 0,73, an- 
teriore 0,95; lunghezza 1,0; cf. Fürster Arch. Ztg 1884 p. 100, 

(2) L' indicazione degli strati delle pietre e aggiunta posteriore. 



DÜE MONÜMENTI DELL'ITALIA MERIDIONALE 309 

bell' originale — si confronti p. es., la nota statua di Monaco di 
Baviera, che ne differisce soltanto nella posizione delle gambe — 
e deve aggiungersi alle rappresentanze di Apollo vestito con la 
cetra enumerate dall'Overbeck Kunstmyth, Apollon p. 270 n. 25. 
Dietro il dio s'erge un gran tripode. A d., rivolta al fratello, sta 
ritta Artemide con la gamba sin. incrociata, con la d. poggiata 
nel fianco menfcre con la sin. tiene aiferrata ima lunga face pog- 
giata per terra ; e vestita di lungo chitone ed epiblema con nastri 
che s' incrociano sul petto. Sall'altro lato stä Leto, in chitone e 
mantello che le cuopre l'occipite ; per lo scettro cf. p. es. la Leto 
ax^Ttvqov exovda di Scopa (Strahl p. 640). Avanti ai suoi piedi 
sta seduta per terra una donna in veste lunga, con mantello che 
le cuopre l'occipite ; il chitone, scivolando dalla spalla d., lascia sco- 
perto il petto {sie) ; il capo chino e la d., che pende fiacca sulle 
ginocchia dimostrano grande tristezza ; la mano sin., abbassata mi 
sembrava che riposasse sopra un vaso. La spiegazione fin qui ac- 
cettata (proposta da Gerhard Prodromus p. 269 ('), che cioe essa 
sia la tebana Manto, e priva di fondamento ; potrebb' essere p. es. 
Pythia : il vaso che credetti di dover ravvisare conterrebbe allora 
sia oracoli sia l'acqua santa della fönte Castalia. Ovvero — e allora 
l'evidente tristezza sarebbe meglio giustificata — la donna rappre- 
senta una provincia vinta ; il yaso potrebb' essere un simbolo, un 
attributo della provincia stessa, sul cui significato perö non saprei 
proporre nulla di soddisfacente. 

Piü agevole riesce 1' interpretazione dei lati lunghi, di cui uno 
{d-\- e) e completo. Cinque figure di donne {-) in lungo chitone 
e manto che nel maggior numero cuopre loro anche l'occipite, in at- 
teggiamento solenne (con le braccia aderenti ai corpi) e in mossa 
sostenuta s'avvicinano ad una donna in trono, che accogliendole 
stende loro incontro la destra; l'avambraccio sin., che stava tran- 
quillo e aderente al corpo, e rotte. La dignitä e nobiltä della fi- 
gura e accresciuta dal bei panneggiamento, che rileva le forme, 
del chitone e dell'ampio mantello che cuopre la testa e la parte 
inferiore del corpo, dallo scabello e dalla spalliera riccamente or- 



(1) Cosi anche Otfr. Müller Handbuch^ p. 692 § 412, 3 ; Overbeck, Sa- 
genkr. p. 162,4; Panofka Arch. Ztg 1848 Beilage p. 74*; ecc. 

(2) Baumeister 1. c. senza ragione alcuna vi riconosce Vestali. 



310 DÜE MONUMENTI DELL'iTALIA MERIDIONALE 

nata del trono. Ad analogia dell'altro lato lungo possiamo ricono- 
scere qui forse una divinitä,, forse una sacerdotessa che tiene il 
luogo della divinitä stessa. Due donne leggermente vestite, che 
possono credersi sue compagne o inservienti, stanno una ad ogni 
lato di lei ; l'una raette il braccio sin. sul petto e china la testa 
sulla mano d. alzata, mentre l'altra con la d. tira su il raantello 
all'altezza della spalla.Tutte le figure femminili provengono anch'esse 
da egregi modelli riprodotti piü o meno esattamente. 11 fondo die- 
tro di esse e chiuso con tappeti sospesi, al di sopra dei quali com- 
pariscono qua e lä colonne ioniche del peribolo d'un tempio. Sopra 
e dietro la figura in trono vedönsi tre doni votivi coUocati su pi- 
lastri alti e larghi : avanti alle para'^ietasmata due aniraali con 
le teste alzate che io notai come vacca o toro e vitello, aggiun- 
gendo perö non esser sicura quest' ultima denominazione ; fra essi, 
dietro e sopra il tappeto, comparisce un piccolo simulacro di Atene, 
caratterizzata in modo indubitabile dal grande scudo nella sin., 
alzata; pare che la testa sia coperta dall'elmo e che la d. afferä 
la lancia poggiata per terra. Per quanto la figurina stia in alto 
e per quanto sia piccola, pure avremo a ravvisarvi la statua del 
tempio, del quäle sopra di essa, che sta fra due colonne, e accen- 
nato il tetto; l'altezza e le piccole dimensioni dipendono dal de- 
siderio di mostrar completo l'idolo non ostante il parapetasma. 
Cosi la donna in trono potrebb' essere la sacerdotessa d' Atene, in 
atto di accogliere avanti al sacrario della dea^ circondata dalle sue 
inservienti, una schiera di donne supplicanti. 

ün soggetto simile era forse rappresentata sull'altro lato lungo, 
del quäle per disgrazia rimane soltanto una metä {b). Sopra un 
trono pomposamente ornato ('), con sgabello per i piedi {sie) siede 
riccamente vestita Cibele (o ßhea) ovvero la sua sacerdotessa; le 
sta accanto il leone accoccolato. Dietro il trono due altre figure: 
prima un Curete o Coribante in elmo, esomide e balteo, che dan- 
zando alza nella sin., lo scudo (-) (l'intero braccio d. e rotto); 
sul quäle si riconosce 1' insegna di due galli combattenti. Quindi 



(1) II bracciuolo visibile parc ornato d'una testa di Medusa; ravvisarvi 
un timpano (Gerhard) h impossibile. 

(*) E piuttosto uno scudo che un timpano, al quäle pure si potrebbe 
pensare. 



DUE MONUMENTI DELL'iTALIA MERIDIONALE 311 

una nobile figura di donna (*) in chitone e liingo mantello che le 
cuopre anche l'occipite ; tiene la mano d. sul ventre e con la sin. 
tira sopra il mantello press' a poco all'altezza della spalla (sie) : non • 
si puö disconoscere la rassomiglianza, nel vestire e nell'atteggia- 
mento, con quella donna che suU'altro lato lungo (c) sta anch' essa 
airestremitä della rappresentanza accanto (dietro) alla donna in 
trono ; soltanto le messe delle mani e dei piedi sono inverse. Se tale 
rassomiglianza sia casuale ovvero debba indicare 1' identitä delle 
due figure, non saprei deciderlo ; si potrebbe pensare ad una donna 
(o alla regione personificata) messa sotto la protezione qui di Ci- 
bele, lä di Atene. Con piü sicurezza si puö supporre suUa parte 
mancante avanti a Cibele una processione di donne adoranti ac- 
colte dalla dea come suU'altro lato lungo dalla supposta sacerdo- 
tessa d'Atene. 

Abbiamo finito la descrizione di quanto e conservato e rap- 
presentato. senz'aver potuto proporre, quanto alla interpretazione 
di tutto r insieme e delle particolaritä, altro che congetture. Forse ci 
avviciniamo alla veritä riconoscendo sul lato di fronte (e) il duce 
vittorioso, la cui statua consolare stava sulla base, nel tempio di 
quella divinitä cui egli maggiormente si sentiva obbligato, mentre 
gli altri tre lati ci mostrano la provincia vinta, o amministrata, 
nella tutela di tre divinitä, e in atto di adorarle : Rhea-Cibele {b), 
Atene (de) ed i Letoidi. Non m'avventuro a dir di piü ; forse un 
altro sarä piü ardito e piü felice. 

Rimane a dir qualche parola sul lavoro e sull'epoca dell'opera 
in discorso. Per quanto sia cousunta la superficie, traspira per tutto 
l'originaria bellezza ; greco, come il marmo, mi sembra anche il 
lavoro. Puö appartenere al primo secolo avanti Cristo ; in ogni modo 
la base di Sorrento, per quanto incompleta e logora, nuUadimeno 
e uno dei piü belli monumenti antichi che possegga l'Italia me- 
ridionale, ed e perciö giustificato che qui di nuovo si richiami su 
di essa l'attenzione degli archeologi. 

2. In Ruvo, mentre vasi dipinti adesso come per il passato 
si trovano in abbondanza, sono estremamente rare le antichitä di 
altro genere. Ciö m' induce a pubblicare una piccola statuetta in 
bronzo di Mercurio, scavata l'anno passato in Ruvo ed ora conser- 

(1) Gerhard 1. c. qui pure riconosce « Manto ». 



312 DUE MONÜMENTI DELL'iTALIA MERIDIONALE 

vata nella bella collezione del mio venerato amico Jatta. AUa sua 
gentilezza si deve il disegno che qui si pubblica, alla sua dottrina 
l'esatta descrizione nelle Not. d. scavi 1888 p. 533, alla quäle vo- 
lentieri mi riferisco. 

La piccola figura e discretamente conservata : non manca che 
la mano d., con l'attributo che una volta portava. Pur troppo la 
superficie ha sofferto molto per l'ossido, in modo che le particolaritä in 
parte possono esser indovinate soltanto. L'altezza e di m. 0,09. II 
figlio di Mala e rappresentato non come l'ellenico messaggero degli 
dei e preside della palestra, ma come il dio romano del commer- 
cio, quäle spesso lo rappresentano, ed in modo simile, i piccoli 
bronzi, parte serviti da doni votiyi, parte coUocati nei lararii, che 
in gran numero si trovano nei musei ; cf. p. es. Ant. di Ercol. VI 
33.34; Sacken Wien. Broten X 4; XII, 3; XVII 8; ecc. 

Mercurio sta li poggiato sulla gamba d., con la clamide sulla 
spalla e sul braccio sin.; ha la testa cinta da una Corona di fo- 
glie ('), i cui nastri cadono lunghi sulle spalle; regge nella sin. 
il grande caduceo; nella d. protesa ora mancante, deve supporsi 
con assoluta certezza la borsa, il quäle, insieme col caduceo, e 
nei tempi romani il piü frequente attributo del dio. Accanto al piede 
d. sta un piccolo ariete, che spesso lo accompagna (cf. p. es. Paus. 
II 3, 4; Ann. d. Inst. 1863 tav. Q 1; Sacken 1. c. tav. 20; ecc), 
fin dai tempi piü antichi il dio e noto nei mito e nell'arte come 
xQiotfoQoc, ed ancora nei rilievi panteistici di provenienza gallica 
e germanica (-) non di rado Variete si vede in compagnia di Mer- 
curio come simbolo della tutela degli ai'menti. 

L'epoca cui appartiene la figurina puö essere determinata sol- 
tanto approssimativamente : puö ascriversi non meno bene al primo 
che al terzo secolo d. C. Con maggior precisione possiamo giudi- 
care suU'epoca dell' originale al quäle in ultima istanza rimonta il 
Mercurio di Ruvo. II messaggero degli dei sta li tranquillo « la 
gamba su cui poggia il corpo vista di profilo, di faccia l'altra, il 
cui piede tocca il suolo non con 1' intiera pianta ma con la parte 



(1) Cf. ora Wieseler, Archäol. Beitr. II p. 21 sgg. {Abh. d. Ges. d. Wiss. 
zu Göttingen, vol. XXXV). 

(*) Benndorf, Arch. epigr. Mitth. Oestr. II 1 sgg.; 10. Hall. Progr. 
Nota 130. 



DÜE MONÜMENTI DELL'iTALIA MERIDIONALE 313 

anteriore soltanto; la gamba sgrayata del peso del corpo non h 
piegata nel ginocchio, ma stesa lateralmente con mossa leggera. 
II fianco corrispondente alla gamba che sorregge il corpo sporge 
infuori, con che e ottenuto l'eftetto di riposo completo ». Tale po- 
sizione di figure che stanno ritte tranquillamente i\ Winter {Jung, 
att. Vasen p. 8 sgg.), a ragione come pare, fa rimontare a Fidia, 
e cosi la figura originale che fu il modello del Mercurio Jatta e 
delle sue repliche, appartiene circa alla metä del quinto secolo 
a. Cr, Naturalmente non e ne, necessario ne probabile che quest' ori- 
ginale sia stato im Hermes. 

H. Heydemann. 



Non molto dopo questo articolo ci giunse la triste notizia della morte 
prematura del suo autore, nostro socio benetnerito. La lunga serie di dotti la- 
vori di cui egli ha arricchito le pubblicazioni deH'Istituto fin daH'anno 1867 
si chiude con queste osservazioni, la prima delle quali si avrebbe voluto in 
onore del defunto corredare di una migliore riproduzione del monumento, 
poichö la litografla del sig. Mariani (tav. X) non ä potuto eseguirsi sui di- 
segni originali, non esistenti piü, ma su lavori di altro litografo. Non riu- 
scimmo pero ad averne una fotografia. 

La Red. 



I RILIEVI TONDI DELL'ARCO DI COSTANTINO ('). 

(Tav. XII). 



Tutti sanno che l'arco di Costantino e stato ediflcato con ma- 
teriali di costruzioni anterior!, nia Topinione comune, che cioe tutte 
quelle parti che non mostrano il rozzo lavoro dell'epoca costanti- 
niana, appartengano ai tempi di Traiano, e falsa senz'altro (-). La 
parte costantiniana si riconosce facilraente ; ma, tolta questa, non 
tutto il rimanente puö attribuirsi a Traiano. Gli si attribuiscono (^) 
le colonne con i pilastri, a parer mio senza ragione. Le mezze co- 
lonne ed i trequarti di colonne degli archi traianei d'Italia, di Be- 
nevento cioe e di Ancona, conformi tra loro, hanno la base e la 
scanalatura differenti dalle nostre, e per quanto queste, fusti e ca- 
pitelli, siano superiori per la scultura a quelle dell'epoca costan- 
tiniana, pure non possono paragonarsi al cornicione e all'unico pi- 
lastro che ha conservato almeno la parte superiore col capitello, 
degno dell'epoca traianea, voglio dire il primo da sinistra sul lato 
Nord, l'unico, se non m' inganno, di giallo antico. Degli altri cre- 
derei antichi i soll capitelli; ma questi sono di esecuzione assai 
diversa, benche di disegno simile. Di piü il monumento traianeo 
spogliato da Costantino pare sia stato senza colonne, non giä 
perche gli archi di Traiano sufBcientemente conosciuti non ave- 

(1) V. sopra p. 88, Sitzung sprotocolle dei 22 marzo. 

(2) II Nibby, Borna etc. parte I ant. p. 445, volendo distinguere una 
terza parte, ha commesso il grosso eiTore di attribuire l'una metä del magni- 
fico rilievo quadripartito a Traiano, l'altra ai Gordiani. Acconsenti p. e. Dj'er, 
city of Rome p. 312. 

(3) Rossini, Gli archi p. 11 ; Graef in Baumeister Denkmäler p. 1881; Mid- 
dleton, Rome p. 270. 



I RILIEVI TONDI DELL'aRCO DI COSTANTINO 815 

vano che mezze colonne (^), sibbene perche il cornicione non aveya 
fia dalla sua origine le sporgenze corrispondenti, o alnieno non le 
aveva sporgenti abbastanza per colonne. 

L'epistüio col fregio, essendo di epoca posteriore, non prova 
nuUa ; ma del cornicione, che si e soliti a dire sommariamente del 
tempo di Traiano, non sono di lavoro originario che le parti diritte, 
mentre i membri sporgenti posti sulle colonne sono di un' esecuzione 
molto inferiore, e debbono senz' altro ascriversi alla fabbrica attiiale. 
Inoltre si noti che ciascimo degli otto membri sporgenti non consiste 
di im pezzo solo, come la parte sottoposta della trabeazione, bensi 
di tre pezzi, di cui sempre uno forma il lato maggiore del rettan- 
golo scolpito da tre lati, e meglio scolpito sulla fronte che sui 
iianchi, mentre gli altri due formano gli angoli rientranti con le parti 
attigue piü o meno grandi del cornicione diritto (-). Questo dunque, 
se per l'assenza di parti sporgenti non poteva avere colonne ap- 
plicate, per un'altra ragione non poteva nemmeno esser sorretto 
da colonne libere, per la diversa lunghezza cioe dei singoli pezzi : 
essendone due di 30 e 33 dentelli, due di 21 ^ e 22, dieci di 
11 a 15, sei di 7 a 9 i. Ne sono congiunti perö sei da formare 
tre pezzi angolari di 11 e 7 l'uno, di 14 ^ e 7 l'altro e di 33 e 7 il 
terzo. Salta nell'occhio una proporzione delle quattro grandezze 
prese in media di 



a 


71 


( 6 esemplari) == n 


b 


13 


(10 « ) = 2n 


c 


22 


(2 " ) = ^n 


d 


3U 


(.2 ^ ) = 4n 



Potrebbe credersi che siffatta differenza di lunghezza facil- 
mente si spieghi dalla pianta di archi come quegli eretti a Traiano 

(1) Rossini, Gli archi ecc. Tav. XXXVIII sgg. XLIV sgg. Graef. 1. c. 
p. 1881 sgg. 

(2) Contando da mano sinistra sul lato Nord si troverä di aggiunta po- 
steriore a sinistra della prima sporgenza nessun dentello, a destra 5, a sin. 
della seconda 5, a d. 2 |, a sin. della terza 8, a d. 3, a sin. della quarta 3, 
a d. nessuno ; sul lato Sud a sin. della prima 5, a d. 4 ; a sin. della seconda 3, 
a d. 5; a sin. della terza 3, a d. 2 | ;,a sin. della quarta 2 ^ : a d. nuUa si 
puö aifermare, essendo tutto quell'angolo di ristauro moderno ; ma per cou- 
gettura suppongo nel mio calcolo che esso abbia rimpiazzato un pezzo angolare 
antico. Si vede inoltre che i pezzi antichi sono commessi sonza esattezza alcuna 



316 I RILIEVI TONDI 

in Ancona ed in Benevento ; ma ne a questi ne a quello che for- 
mava l'ingresso al foro di Traiano mancavano parti sporgenti della 
trabeazione. 

Ne questo e l'unico argomento contrario all'opinione general- 
mente adottata, che cioe l'arco di Costantino sia stato costruito e 
ornato soltanto con materiali d'un arco di Traiano ; anche quel 
magnifico rilievo rappresentante le vittorie e il ritorno di Traiano non 
trova posto, per la sua grandezza, in un arco. Prima del Rossini, 
il quäle pare ne meni vanto, il Bellori ed il Santa Bartoli (') rico- 
nobbero che i quattro rilievi ora occupanti i lati corti dell'attico 
ed i lati destro e sinistro del passaggio principale sono parti di 
im sol fregio grandiose, non segato in quattro, come stranamente 
dicono alcuni (-), ma soltanto scomposto, essende anzi ciascuna 
delle quattro parti formata da due lastre invece d'una sola. Ri- 
composte, le otto lastre danno un bassorilievo lungo di quasi 45 
piedi metri 15, e tale dimensione, giä per se troppo grande in 
qualunque arco, manca nel caso nostro ancora di qualche parte. I 
rilievi stessi (meglio che i disegni pubblicati dal Rossini 1. c. 
tav. 70 e dal Bellori tav. 42 e 45) fanno vedere che a sinistra {^) 
come a destra doveva continuare la rappresentanza, dimodocche ai 
45 piedi di lunghezza se ne aggiungono almeno altri 11. 

Anche le statue dei prigionieri barbari, poste suUe colonne, 
mancano di analogia negli archi di Traiano, mentre figure simili 
furono trovate negli scavi del suo foro. Ma io lascio ad altri il 
giudicare, se il racconto di Ammiano Marcellino XVI 10, 15, essere 
stato Costanzio stupefatto dalla magnificenza del foro di Traiano, o 
altra cosa (^) impedisca veramente di credere spogliata in quel tempo 
anche una parte di questo foro. Certo e che, se alcune parti, delle 
quali abbiamo parlato o parleremo in appresso, potevano provenire 
da un arco di Traiano, ve ne sono altre di arte traianea si, ma non 
poste nella loro origine in un arco. 

(1) Rossini, Gli archi ecc. p. 11, Bellori, Veteres arcus ecc. tav. 45 
haec et antecedentes tres unam olim conficiehant tahulam in arcu vel in 
aedificiis fori Trajani ecc. 

(2) Come Reber, Ruinen p. 425; Burn, 1. c. p. 171 e Middleton, 1. c. p. 278. 

(3) A sinistra quelle figure che troppo chiaramente accusavano come 
incompleto il rilievo furono rozzamente abrase. 

(4) Cf. Jordan, Topogr. I, 2 p. 457. 



DELL'aRCO DI COSTANTINO 317 

Vi e poi una terza parte, che benissimo puö attribuirsi ad 
un arco piü anti'co, ma certo non di Traiano, benche queste rap- 
presentanze — sono i rilievi dell'attico sui lati lunghi — da tutti (') 
dopo il Bellori siano stati riferiti alla vita di Traiano. Mostrano 
qiiesti rilievi in piü d'una parte imitazione manifesta di opere 
traianee, ma per lo stile, per l'esecuzione, e per essere quasi 
tutti i maschi di etä virile, soldati, ufficiali e le persone del cor- 
teggio imperiale barbati, hanno da ascriversi all'epoca degli An- 
tonini. Anzi, le dimensioni delle singole tavole e la loro incor- 
niciatura le dimostrano compagne di quelle quattro che dalla chiesa 
di S. Martino furono traslocate al palazzo dei Conservatori, ma 
che non si sa donde venissero a S. Martina. Molti li pongono 
a raffronto con i due rilievi in cima della scala del palazzo dei Conser- 
vatori e con un terzo nel palazzo Torlonia a piazza di Venezia, 
i quali si sa aver fatto parte della decorazione dell'arco di M. Au- 
relio e Lucio Vero presso il palazzo Fiano. Ma questi, benche di 
Stile simile, sono di un'esecuzione forse un po' migliore e certo di 
dimensioni differenti, e mancano della cornice. II fatto stesso che 
queste rappresentanze furono spiegate dalla vita di Traiano, le di- 
mostra non riferibili ad una determinata individualitä. Di fatto 
pompa ed ingresso nella cittä, sagrifizio, allocuzione, giudizio di 
prigionieri supplichevoli o scene simili dovevano ripetersi nella vita 
di vari imperatori. Egualmente difiicile poi, per non dire impossi- 
bile, riesce il volerle disporre tanto secondo le linee e la simmetria 
delle composizioni, quanto secondo il loro significato. 

Da quanto abbiamo esposto si rileva che piü d'un monu- 
mento anteriore ha dovuto fornire materiali per la fabbrica co- 
stantiniana, e che appunto per questa mescolanza di elementi ete- 
rogenei, scelti e disposti arbitrariamente, sarebbe ardito il voler 
precisare natura e forma dei monumenti spogliati. Vi e perö 
una certa serie di rilievi che per argomenti intrinseci lasciano 
travedere un po' piü della loro disposizione e del loro numero ori- 
ginario, e questi appartengono alla parte migliore, voglio dire traia- 



(1) Non vi si oppose nerameno lo Zoega, BR. I p. 147. Di altri v. Venuti, 
Descriz. topogr. I» p. 22 ; Beschr. Roms III, 1 S. 316 ; Braun, H. u. M. p. 7. 
Reber 1. c. p. 428. Graef. 1. c. p. 1881 ; Burgess, Topogr. I p. 258. Burn, 
Rome p. 172. Dyer, city of R. p. 112 ; Middleton 1. c. p. 278, 280. 



318 I RILIEVI TONDI 

nea, dell'opera, cioe gli otto tondi o medaglioni dei lati hmghi. 
Essi si vedono riprodotti in eliotipie piü grandi e secondo l'ordine 
attuale nelle Antike Denkmäler herausgegeben vom K. D. Ar- 
chaeologischen Institut, vol. I tav. XLII (lato Nord) XLIII (lato 
Sud); riprodotti sulla nostra tav. XII in eliotipie piü piccole e 
secondo l'ordine che nelle seguenti osservazioni si vorrebbe provare 
essere stato l'origina'rio ('). 

E prima d'ogni altro il fatto che ai lati corti si do vettere 
aggiungere due simili tondi di lavoro contemporaneo porta a de- 
durre che il monumento spogliato ne fornisse solo otto, a meno 
che non si voglia credere l'architetto dell'arco tanto invaghito 
dell'idea di rappresentare 1' Oriente sul lato Est e l'Occidente sul 
lato Ovest, da rinunziare piuttosto al materiale pronto che alla 
sua idea. Ma gli otto tondi traianei, benche scomposti e nuova- 
mente aggruppati dall'architetto costantiniano, formano precisamente 
quattro paia. e questo e un altro argomento, ch' essi non fiirono 
mai in numero maggiore (2). 

Ora e manifesto che anche la disposizione attuale non e for- 
tuita, ma secondo un concetto. Ai commentatori non sfuggi che i 
medaglioni sono disposti in modo da esibire un alternarsi regolare 
di cacce e di sagrifizi. E certo perö che questo ordine, il cui 
Schema sarebbe a b a b, h tutt' altro che originario. Siccome un 
arco trionfale doveva essere disposto simmetricamente, sia nell'ar- 
chitettura stessa che nelle figure che vi erano sovrapposte, cosi 
s'intende che anche i tondi dovevano essere ordinati simmetrica- 
mente a sin. e a d. del passaggio, non secondo la formola ab ab, 
ma piuttosto secondo quell'altra abba ovvero baab. E questa 
legge di composizione non era ignota all'architetto di Costantino; 
lo dimostrano le rozze figure di Vittorie sugli zoccoli delle co- 
lonne, disposte tutte verso il passaggio centrale, come anche le 
Vittorie voianti nei sesti della volta grande e le figure di fiumi 
nei sesti di quelle piccole (3). Se niente di meno per il riordina- 

(1) Sull'arco di Costantino si trovano verso Nord da sin. a d. i nostri 
nn. 3. 1. 7. 8, sul lato Sud parimente da sin. a d. i nostri nn. 2. 5. 6. 4. 

(2) Tre delle paja furono riconosciute giä dal Fabretti, de columna Trajana 
p. 171, seguito dal Montfaucon, Ant. expl. II p. 200. 

(3) II vedere i Daci prigionieri al di sopra delle colonne posanti tutti 
ugualmente sulla gamba sinistra, forse sarä un altro motivo per non crederli 



DELL'aRCO DI COSTANTINO 319 

mento dei tondi hanno trascurato questa legge, la causa dev' es- 
sere che, dimenticata o confusa la disposizione primitiva, si h 
seguito piuttosto un calcolo alla buona che un sentimento arti- 
stico. Lascio in sospeso per ora se l'intenzione di riui ire nel lato 
Nord i tondi, ove la figura principale e adorna del nimbo, sia 
stata una ragione della disposizione attuale ; il nimbo perö in dne 
tondi pare sia di aggiunta posteriore, nel primo cioe e nel terzo 
da sinistra : sopra questa particolaritä e suUo stato attuale dei 
rilievi, come suUe deformazioni che i tondi hanno soiferto per la 
traslocazione, ed anche suUa loro policromia, si troveranno le indi- 
cazioni necessarie nel testo delle Antike Denkmäler (I tav. XLII). 
ove sono pure accennate le interpolazioni del Sante Bartoli (*), in 
parte, ma non tutte, rigettate dal Rossini. In questo luogo invece, 
prima di poter ricercare la disposizione originaria di tutti, bisogna 
accertare ciö che e rappresentato nei singoli tondi, non seguendo 
l'ordine attuale, ma riaccoppiandoli secondo indizi manifesti. 

Ed e rimasta inseparata almeno uno coppia, quella a destra 
cioe del lato Nord (XII, 7 e 8). Vi si vede nel tondo a sin. la caccia 
finita: un gran leone ucciso giace prostrato ai piedi dei cacciatori, 
i quali, per guardare piü da vicino la belva, sono scesi dai ca- 
valli, tenuti per le briglie da due giovanetti. L'imperatore imberbe, 
con fattezze non troppo somiglianti ai ben noti ritratti di Traiano, 
mentre pare non possa essere altro che lui, e, come sempre (^), di 
statura un poco piü alta delle altre persone, e adorno del nimbo 
(v. Denkmäler 1. c). Egli sta sopra la parte anteriore del lione, rivol- 
gendosi con un gesto della sinistra al compagno, uomo di aspetto 
dignitoso, forse per offrirgli qualche cosa. ün altro barbato, che 
sta fra loro, rassomiglia un poco ad Adriane (3). 



coUocati originariamente in un arco. Le vergini xöqcu che sorreggono il tetto 
della piccola Tigöaraoig ngog rw KexQon'uo deirEretteo di Atene, posano 
le tre a man sinistra sulla coscia destra, le tre a destra sulla coscia sinistra. 

(1) AI sig. 0. Kern debbo alcune notizie sui disegni del Dal Pozzo con- 
servati a Windsor. Ne risulta che quesi disegni sono senza interpolazioni. 
Forse uno dei nostri coUeghi inglesi farä un confronto della nostra tavola col 
Codice di Windsor, per mettere in evidenza lo stato nel quäle si trovano i 
rilievi in quel tempo. 

(*) Sulla colonna traiana questa legge talvolta non e stata osservata. 

(') Piü rassomigliante serabra a una bella testa del Museo capitolino 



320 I RILIEVI TONDI 

Nel tondo compagno a destra si vedono quattro cacciatori, 
caratterizzati come tali dagli spiedi con vesti cittadine. II prin- 
cipe, col capo coperto del manto, sta libando sopra un altare 
dinnanzi l'idolo d'un Ercole giovane (del quäle parlerö piii oltre) 
seduto in alto sopra la sua pelle leonina. Qui certamente egli 
non e Traiano. Non ostante il naso rotto si riconosce con perfetta 
chiarezza un personaggio piü vecchio, con molte rughe nella fronte, 
con chioma e barba molto corte. Anche i suoi eompagni, almeno 
quanti hanno la testa conservata, tanto quello che gli sta din- 
nanzi dall'altra parte dell'altare, quanto il giovane a sinistra, pos- 
sono dirsi con certezza differenti da quelli del primo tondo, raentre 
con uguale certezza si riconosceranno in qualche altro. Ma la pelle (') 
d'un lione colossale, sospesa come un ex voto alla base dell'idolo (-) 
unisce questo medaglione a quell' altro, da non lasciare alcun dubbio. 

Un secondo paio (XII, 3. 4), disunito, essendo un medaglione il 
primo a sinistra sul lato Nord, 1' altro il primo a destra sul lato Sud, 
mostrano quello la caccia del cinghiale (3), questo un idolo di 
Diana cui viene offerto un sagrifizio di ringraziamento per l'uccisione 
d'un cinghiale, la cui testa si vede collocata sull'albero al disopra 
della dea. Anche qui debbono intendersi due cacce al cinghiale 
diverse fra loro, essendo differenti, secondo tutta l'apparenza, i cac- 
ciatori della prima scena dai sagrificanti della seconda, meno 
forse l'imperatore, il quäle nel sagrifizio ha il viso tanto logoro 
da potersi affermare soltanto possibile l'identitä di persona in 



(galleria n. 32) falsamente spiegato Domizio Enobarbo. Nei rilievi della co- 
lonna Trajana, ove tante volte rafBgurato si vede Trajano coi eompagni, fra 
questi non ho mai potuto riconoscere un solo personaggio dei nostri medaglioni. 

(1) Anthol. Palat. VI, 57 la pelle di un leone sospesa su di un pino si 
dedica a Pane. Cf. anche VI, 262 e 263. Ad Ercole s'indirizza VI, 114 con 
dedicazione di una pelle di toro con le coma posta ilyu nQonvXoy, come 112 
tre teste di cervo si dicono fissate vn ai&ovatjoii' di Apolline, mentre in altri 
epigrammi simili doni vengono attaccati con chiodi agli alberi (VI, 96, 110, 
112, 255), semplicemente sospesi sui rami (VI, 35, 57, 106). 

(*) Una strana spiegazione di questo rilievo si trova presso Middleton* 
p. 278 : ' in the sky among clouds is a figure of Jupiter and by him a 
small figure of Minerva \ 

(=<) Cf. la caccia d'un cinghiale su moneta di Adriane, Cohen 502, d'un 
lione Coramodo 867, di una pantera Commodo 957, ove sempre l'imperatore 
a cavallo insegue la belva fuggente. 



DELL'aRCO DI COSTANTINO 321 

ambedue le scene. Invece nell'altro tondo la testa e assai bene 
conservata, e qui si osservano meglio le specialitä dei ritratti 
di Traiano. Gli altri due cacciatori a cavallo credo riconoscerli 
nella scena del lione ucciso, ove pure di quelli che assistono al 
sagrifizio sembrano ricorrere i due airestrema destra e sinistra, 
mentre l'uomo robusto a sin. dell'altare, che tiene la spada nel fo- 
dero con la sin., si riconosee nella caccia all'orso a sinistra del 
principe. II simulacro di Diana sopra base tonda, ombreggiata — non 
molto perö — da due alberi (fogliame e frutti paiono di lauro) e 
graziosissimo. Nel chitone succinto credo ravvisare quella stoffa a 
pieghe fine, prediletta dall'arte greca arcaica e tornata di moda, 
se non m'inganno, fin dalla fine del secolo quarto. E cinta da una 
cordicella non molto sotto le mammelle; la dea inoltre si e av- 
volta la vita con un panno affaldato, la cui estremitä pende din- 
nanzi alFornero sinistro. Dietro l'omero destro apparisce il tur- 
casso; sul rilievo stesso ho creduto riconoscere una parte dell'arco 
nella manca abbassata; la destra alzata teneva la lunga fiaccola, 
di cui la parte inferiore si e conservata. Ove Sante Bartoli ha 
disegnato una piccola luna sulla fronte della dea, io non riconosco 
che due ricci della chioma raccolta da un nastro. La testa del cin- 
ghiale ucciso e propria di Diana (II IX, 548), e corae qui si vede 
consecrata suU'albero, cosi in altro rilievo un cacciatore l'ha at- 
taccata alla cappella (i). L'altare e coperto di varie frutta, con 
una grande pigna in ciraa, sopra legni incrociati non ancora ac- 
cesi. L'imperatore sta per consacrarle con la destra, mentre nella 
sinistra reggeva l'asta. 

II terzo paio (XII, 5. 6) e dedicato alla caccia dell'orso; i meda- 
glioni compagni sono divisi, benche non molto, e si vedono sul lato 
Sud,quello con la caccia stessa a destra del passaggio principale,quello 



(1) Sul bei rilievo Spada, con Adonide (?) ferito, in Guattani Mon. ined. 
tav. XXX, 'Qmnn, XII Basreliefs T. II; Schreiber, Relief bilder IN. Cf. Guat- 
tani XXXIV, Braun III, Schreiber V. NeH'Antologia Palatina VI, 111 un certo 
Licorma ha ucciso un cervo, deQfia de xcd dixeocuof... xov^cc d-rjxE ticcq', 
'Jygöndi. Alla stessa Artemis spettano forse i palchi attaccati a un pino nel 
n. 110; mentre la pelle di un cinghiale nel n. 168 si dedica a Pane. Cf. p. 322 
annot. 1 e Filostrato, Imagg. 1, 28 xcd xrjv \4yQotEQ(ip ngogiäyrss uaovxuv vm<; 
yccQ rig avz^s fxc? x(d (cya^/uu Xeiof vno zov ^QÖyov xcd aviov xecpa'Acd xcd 
aqxtcov. 



322 I RILIEVI TONDI 

col sagrifizio a sinistra. La composizione della caccia e quasi iden- 
tica quella del cinghiale : tre cacciatori perseguono la belva verso 
destra: perö per variare qui si e dato all'imperatore non il posto piü 
innanzi, ma quello piü verso chi guarda, e perciö egli e posto piü 
nel mezzo, e lascia indietro il giovanetto. L'imperatore non e piü 
riconoscibile ; il suo compagno a destra fu giä raifrontato con l'as- 
sistente al sagrifizio di Diana. L'orso, molto piccolo, non e forse 
la parte men lodevole della composizione; giacche il cavaliere 
piü avanzato, il cui cavallo, troppo gracile, sembra correre per 
aria, ha la gamba destra d'una liinghezza eccessiva, e simile 
sproporzione del cavallo e del cavaliere si osserva nell' ultimo. II me- 
daglione compagno si riconosce dalla pelle con la testa colossale, 
sospesa sull'albero accanto al simulacro. La pelle, di cui anche 
una gamba si vede pendente, non fu riconosciuta ne dal Bellori 
ne dal Rossini, e la testa nei loro disegni ha piuttosto l'apparenza 
di leone. Eppure e un orso evidente (riconosciuto giä da Fabretti 
p. 170, ove rafligura il tondo non interpolato); e ciö vien confermato dal 
nume al quäle e stato consecrato Q). Divinitä barbuta di forme erculee, 
perö non e Ercole, non solamente perche un Ercole giä l'abbiamo 
trovato in un altro medaglione, raa eziandio per l'acconciatura dei 
capelli, per la pelle piena di frutta sorretta dall'omero o braccio 
sinistro, pelle non di leone ma di capra, finalmente per un piü 
antico ex voto di una siringa {-) sospesa all'albero sagro, il 
quäle ora porta anche il nuovo dono della pelle d'orso. Tutto 
ciö accenna manifestamente al dio Silvano {^), dio venerato dal 

(1) A Silvano si fa una dedicazione ob aprum eximiae formae captum ; 
Corp. inscr. lat. VII, 451, e Silvano corrisponde al greco dio Pane, piü di 
ogni altro nume venerato dai cacciatori. A Pane si dedica testa o pelle di 
cervo nell'Antol. Palat. VI, 255, di lupo 106, di cinghiale 168, di leone 57. 

(2) La siringa viene sospesa come ex voto di Pane Antol. Pal. VI, 177. 
Pr^sso Silvano si vede Bötticher, Baumkultus fig. 16, 19. Cf. Tibull II, 5, 29. 

(3) Vd. Preller-Jordan, Rom. Mythologie I p. 392, Keifferscheid, An- 
nali 1866 p. 219. Nella nota 1 p. 225 quest'ultimo dice riguardo alla nostra 
figura ' certo e che non sia ne Ercole ne Silvano '. Invece egli lo crede Fauno. 
Ma non aveva riconosciuto bene i particolari del rilievo, perche parla di una 
testa di pecora pendente dall'albero e di un pedum nella raano del dio. Per 
Silvano l'aveva spiegato il Bellori, al quäle si oppose il Rossini, e lo chiamo 
Ercole, non basandosi che su interpolazioni del Sante Bartoli, sulla clava 
cioe ; ma non vi esiste oggetto che somigli ad una clava o ad un pedum, 



DELL'ARCO DI COSTANTINO 323 

cacciatori, e specialmente da Traiano ('). Il vero che mancano alcuni 
dei soliti attributi del niime silvestre : manca il cane e man- 
cano gli stivali, attributi non indispensabili. Indispensabile invece 
e il coltello, il quäle non manca che per difetto deiravambraccio 
destro : due puntelli, l'uno per la raano, l'altro un po' addietro, in- 
dicano un oggetto tenuto orizzontalmente dalla mano stessa, appunto 
come sarebbe tenuto il coltello. Se finalmente e o sembra almeno 
privo di Corona, gli e certamente perche, mentre l'Augusto si ap- 
presta al sagrifizio dinnanzi alla statua, uno dei compagni da dietro 
sta per incoronarlo. Dall'essere quest' ultimo scalzo e vestito d'eso- 
mide, e dalla sua stessa movenza di protendere il pie destro ed 
alzarsi(2), afferrando con la mano sinistra un ramo dell'albero per 
poter giungere alla testa della statua, si riconosce non essere egli 
un personaggio del seguito dell'imperatore, neppure un paggio, 
bensi un servo, quäle altrove non abbiamo trovato, ma che qui e 
richiesto dal concetto della rappresentazione. Neil' imperatore, beu- 
che ora sia perduta tutta la parte superiore del corpo, pure la fi- 
gura e la movenza richiamano piuttosto Traiano che quel vecchio 
dalla chioma corta ; e nell'uomo posto dietro di lui, di statura un 
po' pesante e dal collo robusto, non ostante l'assenza della testa 
credo ravvisare quelle ovvio nelle scene del leone e del cinghiale. 
Anche il giovane che con la destra alzata sta adorando il nume 
potrebbe identificarsi con qualche figura delle scene prelodate. 

Kestano due medaglioni, l'uno (XII, 2) il primo da sin.sul lato 
Sud, l'altro (XII, 1) il secondo da sin. sul lato Nord; e questi due s'ac- 
coppiano appunto per un motivo opposto a quello che unisce le altre 
coppie: lä i medaglioni con la caccia ad una bestia del medesimo ge- 
nere hanno per riscontro medaglioni con la bestia uccisa che si con- 
sacra al nume cui e prediletta ; qui nel primo si presenta non la caccia 



suUa pelle leonina, che invece h caprina, sui pomi delle esperidi, che 
sono frutta semplici. Per Silvano fu riconosciuto anche dal Braun R. u. M. p. 8. 

(1) V. Fabretti, 1. c. p. 172; Keifferscheid, 1. c. p. 223. Silvano sull'arco 
di Benevento presso Rossini, 1. c. Tav. XLI. 

(2) E raolto simile per l'azione la figura di un compagno d'Ippolito, il 
quäle sul sarcofogo di Costantinopoli pubblicato nel Bulletin de corresp. hel- 
lenique 1889, pl. V, sta per attaccare i palchi di un cervo al terapietto di 
Artemis. Nella tragedia conservata di Euripide Ippolito stesso incorona 11 si- 
mulacro della dea. Cf. l'annot. 1 p. 321. 

22 



324 I RILIEVI TONDl 

ma la partenza per la caccia, l'uscita dalla porta ; nell'altro un'ado- 
razione ossia sagrifizio, ma senza alciina preda. Anzi visto la mo- 
venza della persona incontro al principe, che sta per allontanarsi 
piuttosto che per assistere alla solennitä, si penserä non giä ad im 
sagrifizio di ringraziamento, ma ad uno di preghiera, fatto nel pas- 
sare, come prescrive Senofonte Cyneg. 6, 12 avrov 6i tag xvvag 
XaßovTa Uvai ngog rrjv vrrayoyyrjv rov xvvr^ytaioi^ xal ev^ccfisvov 
TO) 'AtiÖXXmyi xal Tji 'Agrefudi rfj 'AyQorsQa {.israSovrai rrjg ^r^gag 
Xvaai lAiav xvva ecc. L'Apollo al quäle qui si fa la preghiera non 
e Y arcitenens^ ma, guardato dal suo grifone alla destra, con la 
sinistra afferra la cetra posta sul tripode allungato, nel quäle si 
torce il serpente; la destra pendente teneva senz'altro il plcttro. 
L'imperatore col nimbo non e Traiano, ma lo stesso vecchio con 
capelli e barba tonsi che abbiamo veduto sagrificare ad Ercole; 
e anche dinnanzi a lui si ripete il medesimo personaggio ; l'altro 
compagno che sta addietro, nel sagrifizio d' Ercole era senza testa; 
qui all'incontro l'ha conservata molto bene, ed e quelle che ab- 
biamo raffrontato ad Adriano nella scena del leone ucciso. Nella 
scena di partenza l'imperatore ed il suo compagno principale 
non hanno piü la testa ; ch' essi per altro siano diversi da quei 
che stavano a d. e a s. dell' Apollo, lo credo, parte perche nelle 
altre coppie vi era piuttosto diversitä che identitä di persone, 
parte perche i due giovani, che sono assai riconoscibili nella scena 
anteriore, per certo mancano nella seconda. E di questi giovani quello 
che sta sotto la porta forse si ritrova nella scena del leone ucciso 
a sinistra o dinnanzi a Silvano. L'altro, come venne osservato a 
proposito dal Bellori, rassomiglia ad Antinoo. 

Essendo cosi le persone delle due scene compagne assoluta- 
mente diverse, potrebbe credersi troppo debole il legame, per cosi 
dire negativo, che consiste nell'assenza di una belva uccisa e con- 
sacrata. Ma qnesto non e l'unico legame. Vi si aggiunge un altro 
positive, Tessere in ambedue riuniti i medesimi concetti, della 
sortita cioe e della preghiera : nella seconda, al santuario d' Apollo, 
prevale l'adorazione del nume, ma l'amico del principe, appena 
fermatosi, giä continua il cammino. Nelprimo tutti s'avanzano, e 
non si vede alcun santuario ; che perö esso sia vicino, lo si puö 
conchiudere dal fatto che l'imperatore va a piedi condiicendo egli 
stesso il suo cavallo per le briglie, ciö che certo non farebbe se 



DELL ARCO DI COSTANTINO 325 

fosse aucora lontano. Lo credo dunque sceso or ora vicino ad im 
santuario, entrato nel quäle lascerä la cura del cavallo ad iino 
dei compagni. 

Ma perche troviamo nelle scene accoppiate diversitä di per- 
sone? Forse perche si vollero celebrare non quattro cacce sole ma 
otto, due cioe al cinghiale, diie al leone ecc. In ogni caso la di- 
versitä di persona non puö contradire all'accoppiamento proposto, 
il quäle viene approvato anche per la disposizione tradizionale, no- 
nostante la parziale scomposizione. Confrontando cioe l'accoppia- 
mento attuale con l'originario, si troverä l'uno dall'altro meno di- 
vergente che non si crederebbe ; e ciö salterä negli occhi metten- 
doli in lila tutti ed otto e unendo con spranghe di sopra le coppie 
attuali, con spranghe disotto le coppie primitive: 

Lato Nord Lato Sud 

cinghiale Apollo Lione Ercole sortita Silvano Orso Diana (cinghiale) 



Basta ritirare la sortita di due o tre posti per avere unite 
le quattro paia. Nasce perö subito una nuova quostione, se cioe 
nelle rispettive coppie i singoli medaglioni abbiano conservato il 
loro posto a sinistra o a destra, e se le coppie abbiano mantenuto 
il loro ordine originario o no. Ciö che spicca subito si e che, come 
i medaglioni si accoppiano, cosi anche le quattro coppie fanno due 
quaderne : Apollo si unisce con la sorella ed Ercole con Silvano (^), 
e nella fila sopra proposta ancora si travede come stavano insieme. 
Ora confrontando le due quaterne: 

Cinghiale-Diana ; sortita-Apollo 
Orso-Silvano ; lione-Ercole, 

delle quattro scene di caccia due, una di ciascuna quaderna, ci 
rappresontano la caccia stessa (cinghiale e orso) in forma quasi 
identica; le altre due, anch'esse per consegueuza una in ciascuna 
quaderna, ci presentano l'una un momento prima della caccia 
(sortita) l'altra un momento dopo la caccia (leone ucciso), di 

(i) Sull'unionc di Ercole a Silvano v. Preller-Jordan, Rom. Mythol. II 
p. 282. Keiffersclieid, 1. c. p. 219. 



326 I RILIEVI TONDI 

modo che un certo progresso si fa sentire dal principio della caccia 
alla fine. 

Osservando poi nei singoli medaglioni la direzione nella quäle 
le figure, o tutte, o le principali e la maggior parte, si muovono, per 
il cinghiale e l'orso senz'alcun dubbio si puö affermare che vanno 
a destra (»-^), benche non ei sfugga come l'artista, per contenere, 
la composizione nel tondo, abbia piegato verso chi guarda la mossa 
di qualche figura. Negli altri due prevale la tendenza verso sinistra. 
Ponendoli dunque provvisoriamente in fila, secondo il progresso so- 
praccennato, e ordinandoli, com'e il piü naturale, da sin. a destra, 
e con rispetto ai quaterne giä costituite, abbiamo tale Schema : 

I II III IT 

sortita cinghiale orso lione 

^ '■"^ /f/r ^ mi ^ ^ WS. 

Che qui non ci lasciamo ingannare da qualche caso, lo si vede 
subito, rivolgendoci ora ai quattro medaglioni compagni, quelli 
cioe con i sagrifizi. E vero che non vi e mai una tendenza cosi 
forte e dominante ne verso sinistra ne verso destra come nella 
caccia del cinghiale o dell'orso. Ma vi e sempre la figura princi- 
pale, il principe che fa il sagrifizio ; e desso con tutta la certezza 
si puö affermare due volte dirigersi a sinistra, due altre a destra, 
ed essere la sua direzione sempre contraria a quella che egli ha 
nei medaglioni compagni : se cioe nella caccia va a destra, nel 
sagrifizio si volge a sinistra o viceversa, come lo mostra lo Schema 
seguente, confrontato con quelle sopraproposto. 

I II III IV 

Apollo Diana Silvano Ercole. 

Che questi contrapposti non siano Teffetto di un caso, si vede 
meglio ancora quando si osserva che in ciascuna quaderna l'impe- 
ratore si dirige in una caccia a sinistra, nell'altra a destra e rela- 
tivamente nelle scene compagne una volta a destra, l'altra a si- 
nistra, come fa vedere lo schema seguente nel quäle l'insieme, senza 
pregiudizio dell'ordine originario, si ritiene come sopra: 

sortita- Apolline ; cinghiale-Diana; orso-Silvano ; lione-Ercole. 

^ ^nV"» mr' ^ fiir ^ ^■' ' VlTv mr ^ ^" W*\ ^ V.Tv mt ^ 



dell'arco DI costantino 327 

Da ciö si deduce con sufficiente probabilitä, che i modaglioni 
accoppiati originariamente, messi a sinistra e a destra di un co- 
raune centro, erano disposti per equilibrarsi a due a due secondo 
la formola abb a ovvero b aab , e che per conseguenza le due 
quaderne ornavano non una ma due diverse facqate d'un medesimo 
monumento. La quäle supposizione inoltre vien raccomandata da 
altri momenti, da certe somiglianze cioe delle scene corrispon- 
denti. Apollo e Diana, adorati nella prima quaterna, riposano 
e vero, tutti e due suUa garaba destra, ma del resto tutte le parti 
del corpo si fanno riscontro : l'uno lascia pendere la man destra 
ed alza la sinistra alla cetra posta sul tripode ; l'altra abbassa Ja 
sin. ed alza la destra con la fiaccola; ambedue volgono la testa 
verso l'imperatore adorante, ma siccome questo si accosta al simu- 
lacro di Apollo dalla parte sinistra, a Diana dalla destra, cosi 
questa guarda a destra, quello a sinistra. L'uno perö come l'altra 
sta fra mezzo di due alberi ossiano due rami d'un medesimo 
tronco (1), e stanno ambedue nel bei mezzo del tondo. L'ApoUo 
essende, come fu detto, privo di selvaggina consacrata, e accom- 
pagnato, in compenso della testa di cinghiale, dal serpente e dal 
grifone, mentre a Diana manca e cane e cervo. 

I simulacri dell'altra quaderna, (Silvano, Ercole) mancano di 
una corrispondenza tanto dettagliata. La causa n' e manifesta. 
L'ApoUo e la Diana nell'insieme ci presentano tipi ben noti, ma 
le particolaritä sono accomodaie per la simmetria e per l'antitesi dei 
medaglioni e delle coppie. Per conseguenza e piuttosto un caso, 
se nei musei si trova una statua completamente identica {^). Lo 
stesso potrebbe concedersi riguardo al Silvano ; ma 1' Ercole, come 
vedremo in appresso, e un tipo speciale e perciö meno degli altri 
idoli e stato accomodato alla composizione, e la sua forma pro- 
pria poco corrisponde alla figura del Silvano; perö i posti che 
occupano nel tondo, non giä nel mezzo come i figli di Latona, 
ma piü da un lato, si corrispondono affatto : Silvano, al quäle 



(}) Nel tondo della Diana i due tronchi si vedono a destra come a si- 
nistra della base cilindrica e assai stretta; nell'altro tondo la base quadrata 
e molto piü larga non lascia vedere tronco nö a sin, ne a destra. 

(2) Eassomigliano assai all'Apollo e alla Diana due figure del dipinto 
pompeiano Mus. Borb. X tav. XX. 



328 I RILIEVI TONDI 

l'imperatore s'avvicina dalla parte destra, stassi a sinistra; il con- 
trario si verifica nell'Ercole. La pelle sospesa della belva si vede 
in ambedue. Questa somiglianza antitetica fra loro e dissomiglianza 
dagli altri due basterebbe a parer mio a provare che le coppie 
dl Apollo e Diana, nel monumento traianeo stavano in contrap- 
posto e miravansi insieme, ma separate dalle altre due con Ercole 
e Silvano. 

Ma la separazione delle quaterne viene confermata anclie da 
un'osservazione di natura opposta, da somigiianze cioe fra le due 
quaderne, le quali, siccome invece di antitesi mostrano paral- 
lelismo o ripetizione, cosi rendono probabile che fossero disgiunti 
piuttosto che uniti. La caccia all'orso e pur troppo simile a quella 
al cinghiale; ma anche il leone ucciso e l'uscita concordano nel 
prevalere la direzione a sinistra e nell'essere tutte le figiire in piedi. 

Pare adunque che la disposizione originaria dei medaglioni 
non fosse tanto diversa dall'attuale, e che per essi almeno si 
debba pensare ad un arco di Traiano spogliato da Costantino, come 
hanno pensato tutti. Fra gli archi eretti a Traiano quello di An- 
cona (Kossini, tav. XLIV sg, Graef Taf. LXXXIV) non offre analogie; 
le oifre invece quello di Benevento (Rossini tav. XXXVIII sgg.), 
sebbene i molti suoi rilievi hanno tutti la forma bislunga, e sono, 
essendo l'arco a itn passaggio solo, posti a sinistra e a destra, 
non a coppie ma l'uno sopra l'altro. I rilievi corrispondenti perö 
contrastano sempre per lä figura deH'imperatore, il quäle a sinistra 
sempre si volge verso la destra, a destra sempre verso la sinistra : 
la loro composizione dunque, come il loro ordinamento, sta in 
relazione col centro. L'arco piü grande poi che faceva ingresso al 
Foro di Traiano, come e stato copiato suUe monete, era adorno di 
tondi, due a sinistra, due a destra del passaggio principale, e uno 
centrale sopra quest' ultimo. 

Ora depo aver riconosciuto gli olto medaglioni aver formato 
due quaterne, coUocate sulle due facciate di un arco e disposte a 
raffronto, sorge la domanda, se sia possibile indagare anche il posto 
preciso di ciascun medaglione. Non si puö rispondere, s'intende, 
con certezza, ma per farlo con qualche probabilitä ci possono aiu- 
tare i quattro argomenti seguenti: V la tradizione ossia l'ordine 
attuale; 2° la simmetria e l'equilibrio dei medaglioni riguardo 
all'azione caccia o sagrifizio) ; 3° la simmetria dei medaglioni 



DELL'aRCO DI COSTANTINO 329 

corrispondenti riguardo alla direzione della figiira principale ; 4° il 
progresso che si e potuto osservare nelle scene di caccia : 1 sor- 
tita, 2 caccia, 3 caccia, 4 caccia terminata, ovo la ripetizione della 
seconda azione parmi che sia un niiovo indizio della ripartizione su 
diie lati diversi. Tale progresso, siccome secondo l'uso greco e 
romano andrebbe dalla sinistra alla destra ('), cosi ci aiiita anche 
esso a ricostituire l'ordine originario. üna disposizione raccomandata 
concordemente da tutti questi argomenti sarebbe quasi certa; ma 
tale disposizione non esiste. 

Imperciocche quella che qiianto piü e possibile ritiene l'or- 
dine attuale : I. Diana-cinghiale ; IL sortita-Apollo ; III. leone- 
Ercole ; IV. Silvano-orso, (essendo A B le due facciate d'nn arco) 

. , B IV III 
'''' A 1 if 

ha contro se gli argomenti 2 e 4 ed in parte anche il primo. 
Offende cioe la simmetria dell'azione (2), essendo fatto sul lato A 
secondo la formola b aa b , siiH'altro secondo quella ab b a , e fa 
sparire il progresso (4). 

Sulla nostra tavola XII si vedono disposte ^osi : I. Apollo- 
sortita; II. cinghiale-Diana ; III. Silvano-orso; IV. lione-Ercole, 

. . B IV III 
'''' A 1 II 

II progresso (4) va bene; la simmetria dell'azione (2) e completa, 
ambedue le quaterne essendo disposte secondo la formola b aab;\B, 
simmetria della direzione (3), e vero, nel lato B e opposta a quella 

del lato A (A B ) e 

l'ordine tradizionale (1) e invertito quanto alle coppie, mentre per 
i singoli medaglioni delle coppie III IV e ritenuto. AI difetto di 

(1) A meno che non sia richiesto un'altro ordine dalla natura dell'edi- 
fizio. Cosi p. e. i grandi rilievi nell'arco di Tito hanno Tuno la direzione a 
sin., l'altro a destra, perchö ambedue, rappresentanti l'entrata dei vincitori, 
sono diretti verso la eitta e il Campidoglio. L'ha imitato l'architelto di Co- 
stantino, quando, quadripartito il gran fregio di Traiano, scelse le due parti 
per ornare il passaggio principale del suo arco : e nell'uno e nell'altro si vede 
Timperatore diretto verso la cittä. 



330 I RILIEVI TONDI 

simmetria si potrebbe supplire contrasposizione delle coppie III e IV, 
ma a costo del progresso e con rinunzia completa alla tradizione. 

Credo dunque che la disposizione da me preferita soddisfi 
piü d'ogni altra i quisiti proposti. Inoltre pare ragionevole di met- 
tere le scene di sagrifizio, come posteriori, verso la parte esterna, 
le cacce, come anteriori, verso il centro. La ' sortita ', poi, fa- 
cendo vedere un arco dal quäle escono l'Augusto col corteo vol- 
gendosi a sinistra, pare esiga un posto a sinistra del passaggio 
principale (^) ; e ciö ammesso si vorrä anche ammettere che con la 
sua quaderna doveva occapare il lato davanti o di fuori, mentre 
l'altro con Silvano ed Ercole, con le cacce piü pericolose stava 
sul lato interno, che si guardava dopo. — 

Tra i simulacri adorati ve n'era uno che meno degli altri si 
prestava alla simmetria, e perciö piü degli altri doyeva ritenersi 
per un tipo individuale: l'Ercole cioe, solo di tutti e quattro se- 
duto, solo senza base, solo rappresentato come posto dentro un 
tempio, adorno di festoni. Ed essere questo tipo di Ercole pur troppo 
individuale ed insolito, ce lo prova il fatto che fin dai tempi di Sante 
Bartoli e del Bellori quasi {-) tutti l'hanno preso piuttosto per un 
Marte che per un Ercole ; per lo piü segnende lo Stark {^) il quäle 
non dubitö identificarlo col Mars .... sedens colossiaeus eiusdem 
(Scopae) manu in tempio Bruti Callaeci apud circum {Flaminium) 
di Plinio h. n. 36, 26, benche, quand'anche fosse Marte, non altra 
congruenza vi sarebbe che quella dello star seduto, mentre la statua 
del medaglione certo e tutt'altro- che colossale. Ma non e punto 
Marte. L'asta fuuna interpolazione del S. Bartoli, rifiutata dal Rossini 
nella tavola, ritenuta perö nel teste. Un'asta, aiferrata come nella ta- 
vola del Bellori, non avrebbe potuto fare a meno di lasciare qualche 
traccia come le tante aste dei cacciatori, lavorate tutte nel marmo 
stesso con puntelli qua e lä. Invece l'avambraccio d. del giovane 
dio seduto nel tondo faceva aggetto, appoggiandosi su qualche 



(1) Sarebbe questa una relazione fra la rappresentanza ed il monumento 
che ne h adorno, come nel fregio del Partenone e stata osservata in piü 
luoghi: vd. Petersen, Kunst des Pheidias p. 199. 302. 

(2) II Reber, Ruinen giustamente l'ha detto Hercules victor e cosi Mar- 
chetti nelle Notizie d. scavi, agosto 1889 p. 244. 

(3) Philologus XXI p, 435 ; Overbeck, Gesch. der griech. Plastik n» p. 13. 



DELL'aRCO DI COSTANTINO 331 

attributo, di cui ora resta solo un puntello sulla corazza alla sua 
destra. Le corazze, essendo due, sono attributi del dio, non nel 
senso che egli ne facesse uso, ma come trofei ; anzi pare un dio 
senz'arrnatura egli stesso, vincitore di nemici armati. Di Marte 
dunque manca ogni indizio : aU'incontro la teniä, la pelle leonina 
di cui e coperto il suo sedile, e di cui si vede la testa sulla co- 
razza a destra, piü signiflcativa poi l'altra spoglia, consecrata dal 
principe cacciatore, e perfino le forme del corpo e della testa, tutto 
ciö indica piuttosto Ercole. E come mai Marte farebbe riscontro 
a Silvano, adorato come questo da cacciatori? 

Fu una bella scoperta di C. L. Visconti, esposta nel Bullet- 
tino comunale 1887 p. 299 con tavola XVII sg., di riconoscere il me- 
desimo tipo di Ercole — da lui perö con gli altri creduto Marte — 
nei frammenti di tre Statuette : la piü bella (1. c. fig. 1, 2) tro- 
vata non molto fa in via Leonina ; un'altra da molto tempo con- 
servata nella Galleria lapidaria del Vaticano {Beschreibung Roms 11 
p. 32, 14 ; 1. c. fig. 3) ; la terza posseduta dal Visconti.(l. c. fig. 4). 
Se ne puö aggiungere una quarta esistente a Liverpool (vd. A. Mi- 
chaelis Ancient marbles in Great Brilain p. 423, 2). Quest'ultima 
sola, che e di lavoro meschino, ha conservato la parte superiore del 
corpo meno le braccia, come si vede nella fig. 1 riprodotta da una 
fotografia favoritami dal sig, Entwistle per mediazione del Michaelis 
e senza confronto fu riconosciuta per Ercole. Come tale e designato 
neir iscrizione della base, pubblicata giä, come vide Michaelis, nel 
Corpus inscr. lat. VI, 1, 322 (ristretta in due righe) ed il cui 
teste: Ilerculi Invicio\sacrum\M. Claudius Esychus d.d. sulla 
fotografia si rintraccia quasi completamente. Una statua simile, ri- 
conosciuta sempre per Ercole, e quella del palazzo Altemps, de- 
scritta Matz-Duhn I, 123, pubblicata dal Clarac 802 F, 1988 A. 
Nonostante le dimensioni colossali e la mancanza dei trofei ed un 
cambiamento di r^ovimento che hanno subito le braccia essa pure 
mostra affinitä certissima, come si rileva dalla zincografia fig. 2. 
Si osservi la larga roccia, coperta dalla pelle leonina, la cui testa 
tanto cospicua si alza a destra ,per dare appoggio a qualche at- 
tributo. I piedi hanno conservato la posizione, avanzato il destro, 
ritirato il sinistro (col ginocchio di rozzo ristauro) mentre quella 
delle braccia e cambiata, essendo alzato il sinistro (non di ristauro) 
invece del destro, e protesa la destra (la mano oggi di ristauro) 



332 



I RILIEVI TONDI 



invece della sinistra. L'attributo principale trovandosi nella mano 
protesa come nelle altre repliche, e la testa rivolgendosi ad essa, 
il cambiamento delle braccia produsse anche un'altro movimento 
della testa. La te«ta stessa perö, rotta, raa senza ristauro, con la 
siia benda e con le forme alquanto simili a quelle trattate dal Graef 
suUa p. 189 sgg., ma piü arcaiche, piii di ogni altra parte con- 
ferma l'identitä del tipo (')• 




Fig. 1. 



In questo tipo dunque l'eroe o dio, tntto ignudo, sta seduto con il 
piede desti-o piü in avanti, col sinistro piü indietro sulla roccia coperta 



(1) Si confronti la statuetta trovata negli orti di Cesare a deslra della 
via Portuense, anch'essa divergente in piir d'un punto. Notizie d. sc. 1889 
p. 245 ; finalmonte una della collezione Decpdenc 19 (Michaelis, Anc. marhles in 
Gr. Br. p. 286; Clarac 730 B, 1755) la quäle per la testa rimessasi dice un 
Sileno. 



DELL ARCO DI COSTANTINO 



333 



dalla pelle ('), la cni testa, a destra di chi guarda, molto elevata, 
porta le tracce di qiialche oggetto postovi sopra. Diie corazze stanno 
appoggiate contro la roccia, a destra e a sinistra di Ercolö (-), il cui 
piede sinistro calca uno scudo (nn. 1 3 e 4, una galea n. 2); e altri 
scudi di varia forma si vedono ai fianchi e addietro, special- 
niente nella statua di via Leonina. Tiitto questo particolare corri- 
sponde esattamente alla figura del medaglione, e mentre questo ci 




Fig. 2. 

fa comprendere le tracce sulla testa del leone nelle Statuette, quelle 
all'incontro ci aiutano a riconoscere nel medaglione lo scudo sotto 
11 piede sinistro. 



(^) Nel secondo e quarto esomplare, e forse ncl primo, uiia gamba dclla 
pelle era gettata sulla coscia destra del dio. 

(*) Nel n. 4 non sembra essere che una, e di altre armi vi si riconosce 
un arco e im turcasso, forse un' interpolazionc nata por errore del copista. 



334 I RILIEVI TONDI 

Ma per ristaurare gli attributi delle mani era necessario 
un altro dato, che fortunatamente ci ha somministrato l'accor- 
tezza del Dressel, il quäle partendo 1' ultima volta da Eoma a noi 
lasciö le impronte d'una moneta di Adriano e di un'altra diAn- 
tonino, del Museo di Berlino, tutte e due riprodotte qui in zinco- 
grafia, figg. 3 e 4. AI primo sguardo si scorge la loro perfetta con- 





Fig. 3. Fig. 4. 

cordanza con il tipo di cui stiamo ragionando. Si conferma la di- 
sposizione della pelle con una gamba gettata sulla coscia destra 
dell'eroe. La Vittoria a destra non apparisce che nel bronzo di 
Adriano, e neanche ivi con troppa chiarezza, in modo da lasciare 
dubbio se stia librata nell'aria ovvero, contro ogni usanza, poggiata 
sul braccio di Ercole : giacche per stare sulla testa del leone sembra 
essere troppo elevata. E certo perö che qui, come nel tondo, non 
sta sulla mano. La mano sinistra cioe tiene fermo un altro og- 
getto, piü chiaro nel bronzo d'Antonino. Ma bisogna confrontare 
anche altre monete descritte nell'opera del Cohen vol. II : Adriano 
n. 329-332 di argento, 1081 sg. di oro, di bronzo nessuno ; An- 
tonino 215 (pare il nostro di fig. 4) (^) di bronzo e 933 d' argento. 
Di queste descrizioni importa soltanto 1' essere raffigurato Ercole 
tre quattre volte di faccia (1081, 1082, 215, 933), tre volte 
verso la destra (330 sgg.), una volta a sinistra (329) (-) come anche 



Q) Anche presso Froehner, Les m4daillons de Vefnpire romain p. 57. 
(2) La Vittoria non e menzionata che ad Adriano 332, e per un errore 
molto spiegabile vi h posta nella mano dell'eroe. 



DELL'ARCO DI COSTANTINO 335 

le Statuette con le armi raffigurati ai fianchi e nella fig. 4 persino ad- 
dietro, provano l'originale fatto da essere veduto da ogni lato. L'at- 
tributo dell'una mano (non si dice di quäle, ma sarä la destra corae 
figg. 3 e 4) e sempre la clava. Quello della siuistra quasi sempre 
si dice des fleches, anche al n. 214, ove perö l'oggetto rafligurato 
corrisponderebbe piuttosto alla descrizione del n. 1082 wie que- 
nouille. Non occorre dire che il fuso in mano di questo Ercole 
e tanto impossibile quanto le frecce senza l'arco sono improbabili ; 
e sulla nostra moneta fig. 4, molto bene conservata, per certo non 
e ne l'uno ne l'altro, ma pare piuttosto un acrostolio, di modo 
che r Ercole si mostri vincitore o porgitore di vittorie non soltanto 
in terra ma anche in mare. 

E perche fu prescelto questo tipo di Ercole, ove non preda bellica, 
ma di caccia si consecra ? lo credo, anzi tutto perche egli rappre- 
senta un culto stabilito da Traiano, caduto depo i primi succes- 
sori di lui. Imperocche tutte le copie accennate ripetono un solo e 
medesimo originale ed appartengono tutte, come credo, alla prima 
metä del secolo secondo ; la piü antica pare sia quella nel me- 
daglione dell'arco. L'originale e nato dalla fusione di certi tipi 
piü antichi di Ercole seduto con un tipo di figura sedente su di 
armi. Belli tipi di Ercole seduto (-) con in mano la clava e il 
boccale, simboli quella delle fatiche, questo del dolce riposo, si ve- 
dono SU monete di Taranto, Crotone Eraclea ; per la clava appog- 
giata sul suolo si avviciuano un po' piii del nostro tipo una di 
Antioco {Catalogue Seleucid. IFI, 2, Coins 37, 14) e un' altra 
di Allaria in Greta {Coins 43, 28); piü ancora una di Agatocle 
{Coins 39, 27) ma piü di tutte Y01KI2TA2 di Croton {Coins 
25, 19 ; Gardner, Types V, 2 Head, H. n. p. 81) seduto su d'una 
roccia coperta della pelle d'innanzi ad un altare, con un ramo- 
scello nella destra, e la sinistra appoggiata sulla clava posta sulla 
roccia; ma niente di armi tranne l'arco col turcasso dietro la sede. 
Con armature di nemici vinti si vede su monete dei tiranni Timoteo 



(1) Non hanno nessuna relazione con questo tipo le rai)presentanze di 
Ercole divinizzato e condotto al cielo al di sopra della pira sulla quäle s'ab- 
brucciano le armi dell'eroe. V. Ghirardini, Kiv. di fllologia 1880 p. 20 
e Furtwängler in Röscher. Lexicon p. 2240. 

(2) Ved. l'articolo * Herakles ' in Koscher, Lexicoii p. 2160. 



336 I RILIEVI TONDI 

e Dionisio, e si crede voler erigere un trofeo ('); Portatore d'un 
trofeo si vede su monete di C. Antiiis ('). L'Ercole onXoifida'^ su 
monete di Smirne (3) si spiega altrimeiiti ; e veramente al tipo 
di cui ragioniamo il soprannome di d/iXo(fvXa^ non potrebbe appli- 
carsi che per iino scherze. Inoltre la testa deH'oTrAo^jU«^ e barbata. 
II sedere sopra o frammezzo di armi conquistate, che nelle 
tante rappresentanze di Ercole non si trova prima di Traiano o 
Adriane, si usava molto prima per altre divinitä o personificazioni. 
La piü antica ferse e im Apollo (?) su monete di Marathus, ignudo, 
seduto a sin. sopra degli scudi, con acrostolio e palma nelle 
mani (^). Meno soggetta a dubbii e l'Etolia che sulle monete della 
confederazione etolica (dal 279 al 168) suole raffigurarsi sediita, 
con un petaso, con la destra sull'asta e una Vittoria nella sinistra, 
circondata di armi, massimamente scudi, ma talvolta anche con 
una tuba ai piedi (Head h. n. p. 284 ; Coins 42, 14 sg. Catalogiie, 
Thessaly XXX, 3 sgg. ; Gardner Journal of hellenic studies IX 
p. ^ß). E quasi necessasio ravvisare in questa figura la copia di 
una statua e nelle armi soltanto una piccola parte di quelle che 
si vedevano accumulate sotto l'originale. Che questa perö fosse la 
statua descritta da Pausania 9, 18, 7 tQonciiöv rs xal yvvaixoq 
ayaXfia MTtXidfibvr^c, come vorrebbe lo Head 1. c, non lo credo, 
perche le armi sul suolo non sono un xQÖnaiov, ed escludono anche 
una tale aggiunta. Presse un trofeo invece di una figura seduta 
meglio ne starebbe una ritta in piedi, la quäle anche potrebbe dirsi 
piü adattata per essere dedicata nell'estero, come una seduta piü 
adattata al proprio paese. Credo dunque nelle monete essere co- 
piata piuttosto una statua posta p. e. a Thermen, capoluogo del- 
l'Etolia stessa. Certo si e che i ßomani, imitando, come solevano, 
tipi greci per la loro dea Roma, hanno adoperato quei due tipi, 
l'uno ritte in piedi presse un trofeo, per il quäle basta citare lo 
Zoega B. R. I p. 146, l'altro seduto su d'un mucchio d'armi. 
Quest' ultimo, ovvio giä nell' ultimo secolo della repubblica su mo- 



(1) Mionnet II p. 444, 179 e 181 Su. V p. 70. 359 Head, H. n. p. 442 
Gardner, Types XIII, 6. Coins 29, 25. Conf. Cohen, Med. imp. III Commodus 913. 

(2) Babelon, Monnaies de la rep. rom. I p. 155. 

(3) Vd. Eckhel, D. n. II p. 543. Mionnet 3 p. 209, 1149 sg. 
{*) Head, //. n. p. 670. Gardner, Types XIV, 13. 



DELL'aRCO DI COSTANTINO 337 

nete delle genti Carisia e Cecilia e Poblicia e Vibia (v. Babelon 
Monnaies de la republiqiie rom.), fii poi ripetuto innumerevoli 
volte da Nerone fino a Marco Aiirelio : una virago armata, il 
ciii sedile e stipato di corazze e scudi, mentre ella con un piede 
talVolta calca un elmo. Spesso anche una Vittoria le vien data 
in mano, ed e forse degno di nota che una Roma siifatta su d'una 
moneta di Domiziano presso Cohen vol. I 728 sta per essere inco- 
ronata da Ercole ('). La Virtü poi in monete di Adriano Cohen 714, 
di Marco Aurelio 1006 e Commodo 964, e la Vittoria in quelle di 
Marco Aurelio 356 e Commodo 483, l'una e l'altra assisa sopra 
armatura, non sono che varianti della dea Roma. Questo concetto 
e stato trasferito anche agli imperatori stessi, come a Claudio 
seduto sopra sedia curule con armi tutto intorno presse Cohen I 
p. 221 e similmente Tito n. 399. Finalmente il mucchio d'armi 
si rappresenta solo (M. Aurelio 154, 173. Commodo 89, 95, 103). 
II tipo di Ercole di cui ragiono nel titolo aggiunto alla sta- 
tuetta di Liverpool e designato come Hercules Imictus. Lo stesso 
cognome, ossia Victor, insigniva Ercole a Tibur e a Roma presso 
la porta Trigemina, ma sopra tutto quelle venerato al famosissimo 
santuario dell'ara massima, al quäle era uso romano di dedicare 
la decima. Lo Henzen nel BuUettino 1845 p. 74 e 76 sg. ed 
il Mommsen nel Corpus iascr. lat. I, 540 p. 149 hanno dimo- 
strato come prima di ogni altro guadagno era del bottino di 
guerra, che i generali vincitori e trionfanti dedicavano la decima. 
II simulacro piü antico era quello dedicato da Evandro raffigu- 
rato con la testa coperta dalla pelle leonina (Serv. Aen. 8, 288). 
ün altro tipo, Ercole cioe tutto ignudo, ci presenta la statua 
capitolina (-), trovata nelle rovine dioWlaedes rotunda Ilerculis in 
foro boario (Livio 10, 23), tempio che esisteva fino al secolo XV 
ed e stato illustrato dal de Rossi negli Annali 1854 p. 29 sgg. 
Non vi era quindi un tipo solo sagro ed inalterabile dell'/Zer- 



(^) In modo simile e rafBgurata anche in qualche rilievo, como in quello 
della villa Albani presso Zoega I tav. XXXI ; e nel raonumento degli Aterii 
Mon. Ined. d. I. V t. VII come statua posta nel passaggio dell'arcMS in sacra 
via summa (v. Ann. 1849 p. 10). Nella statua posta nel cortile del palazzo 
de'Conservatori in fondo le armi appoggiate contro il trono sono di ristauro. 

(2) V. Itighetti I tav. 36. 



338 I RILIEVI TONDI 

cules^ come nemmeno il suo cognome era uno ed immutabile. 
Secondo l'uso antico cioe generali ed imperatori trionfanti, quando 
consagravano la decima del bottino, non potevano fare a meno di 
dedicarla qualche volta sotto la forma di un simulacro coii o seoza 
tempio od edicola ('), come 1' iscrizione conservata {Corp. inscr. lat. 
I, 540) c' insegna aver fatto L. Miimmio ; o quäle era probabilmente 
anche (^\Q\Yaedes rotunda, che si e voluto identificare con la Mum- 
miana; e come finalmente secondo la tradizione favolosa di Masu- 
rio Sabino presso Macrobio III, 6, 11 aveva fatto M. Octavius 
Ilerrenus. Un tale ex voto credo dunque anche 1' originale del quäle 
abbiamo riconosciuto le copie nelle statue e Statuette, tutte di pro- 
venienza romana, e nel medaglione trajaneo, e la dedica di questo 
originale per congettura l'attribuisco a Trajano. Le armi accumulate 
attorno alla sede del nume sono forse la decima piü naturale del 
bottino bellico, come anche il tributo piü significativo che si po- 
tesse offrire al vietor o invictus, massimamente se s' immaginano 
arme reali, non raffigurate, addossate al sedile del nume di mar- 
mo ovvero di bronzo. Siffatte armi, se si suppongono dedicate si- 
multaneamente col simulacro, dovevano presto diventare parte 
essenziale del simulacro, nonostante la loro natura diversa; di modo 
che si copiassero come parte di essa con piü o meno esattezza, ma tal- 
volta anche si omettessero come nella statua Altemps (-). Anche la pic- 
cola Vittoria pare essere un' aggiunta posteriore, fatta per carat- 
terizzare meglio il Victor, ma poco conveniente al sentimento dei 
Greci, i quali anzi raffiguravano l'eroe divinizzato condotto all'Olimpo 
da Atene o da Nike. L'ultima di queste aggiunte, fatte per acco- 
modare al culto romano un simulacro greco piü antico, sarebbe 
l'acrostolio, se a ragione fu riconosciuto come tale. E questo po- 
trebbe spiegarsi dalla storiella di Masurio Sabino, la quäle puö 
ammettersi creduta dai Romani, benche fosse composta, a giudizio 
del Mommsen, per spiegare l'uso delle decime, comune a soldati e 
mercanti. Ercole, il quäle in tutta la sua mitologia greca poco si 
presta ad essere adorato come nume potente anche sul mare, da 
meritare spoglia navali, in quella istoriella almeno tale si mani- 



(1) V. Preller-Jordan, Rom. Mythol. II p. 205. 

(2) Quelle altre potrebbero credersi dedicate da soldati, quest' ultima da 
un mercaute o quando si faceva il voto o dai voti compotes. 



DELL'aRCO DI COSTANTINO 339 

festö a Octaoius Herrenus. Esso cioe navigans a praedonibm 

circiimventus fortissime repugnavit et vietor recessit per l'assi- 
stenza di Ercole, come questo gli rivelö in un sogno. 

ün'altra concordanza fra l'Ercole dell'ara massima e il simu- 
lacro del medaglione ci e data da quel passo di Ateneo 45, 65, 
tanto importante per l'uso della decima, e che ci fa sapere che 
C. Marius dedicö all' Ercole invitto anche preda di caccia, cioe 
qualche pelle di mostruose belve dell'Africa. 

Era falsa l'opinione che Marte fosse raffigurato nel medaglione, 
ma per falsa che sia, pure conferma in certo quäl modo la spie- 
gazione giusta, perche l'Ercole Victor o Invietus e quasi un'altro 
Marte, o Marte un'altro Ercole, äXXoq ovrog '^HQaxXr-g, quäle era il 
nome di una Menippea di Varrone (•) üi qua cum de Invicto Hercule 
loqueretur eundem esse ac Martern probavit. 

E. Petersen 

(1) V. Macrobio III 12, 6, corretto dal Mommsen. 



POSTILLA ALIA PAG. 168. 

L'iscrizione sulla p. 168, che per errore fu rovesciata, qui si ripete 
corretta : 



£rf 



Q\^^ 



23 



SITZÜNGSPEOTOCOLLE 



Festsitzung am 13. Dezember zur Geburtstagsfeier Win- 
ckelmanns. — Lumbroso : Pomponius Laetus und der piemonte- 
sische Graf Ludovico Tizzone. — Petersen : Ausgrabung eines 
ionischen Tempels im alten Lokri epizephyrii. 

Lumbroso : Pariare in questo luogo, in questo giorno, di uno dei padri 
delFepigrafia e topografia romana, e delle romane umanistiche adunanze solenni, 
quäle fu Pomponio Leto, h cosa tanto naturale che mi permette di entrar subito 
in raateria quasi senza esordio. 

Pomponio Leto non fece, non pare abbia fatto, una Silloge epigraflca 
propriaraente detta. Forse l'indirizzo de' suoi studi, nei quali Tepigrafia veniva 
ad essere soprattutto come un sussidio allarinascentee cara filologia, fors'altri 
motivi che mi sfuggono lo tennero lontano dall'impresa di un Corpus quäle 
si fosse. Ma fatto sta che amö singolarmente, ricercö, trascrisse, adoperö le 
antiche iscrizioni, 

Della sua attivitä in questo campo abbiamo varie testimonianze dirette 
ed indirette. C'fe, prima di tutto, un suo taccuino epigrafico, segnalato dal 
De Rossi, nella Vaticana (i). Cb qualche altro suo notamento dello stesso 
genere, accennato per le stampe dal signor De Nolhac, ed a me privatamente 
dal signor dott. Huelsen, in quella niedesima biblioteca (^). C'e il rauseo la- 
pidario della sua casetta sul Quirinale, non molti anni dopo la morte di lui 
ricordato, fragli altri, dall'Albertiui {^), e pubblicato nella raccolta Mazochi (■*). 
Ci sono sue lettere piene di ghiottornie epigrafiche, al Sabellico, al Poli- 
ziano {^). Ch l'uso ch'egli fa nel suo storico compendio dei ritrovamenti epi- 
grafici di Roma e d'Italia dei suo tempo {^), Ci sono le raccolte d'iscrizioni 

(1) Cod. 3311, f. 172-180: cf. De Rossi, Inscr. II, 1888, p. 401. 

(2) Cod. 3233, in principio: cf. De Nolhac, La Bibl. de Fulvio Orsini, 
1887, p. 198 sgg. 

(3) De mirabilib. Romae, 1509, f. XLII. 

(*) Epigrammata antiquae Urbis 1521, f. XLII, sgg. 
(5) Opera M. A. Sabellici, 1502, f. W;Politiani, 1539, 1, p. 20, 24. Cf. De 
Rossi, Fasti di Venosa, 1853, p. 16; Mommsen, in G. I. L. I, p. 300. 
(«) Opera Pomp. Laeti, 1515, f. IX'. 



SITZUNGSPROTOCOLLE 341 

di Fra Giocondo, di Pietro Sabino (i), di un Anonimo marciano (2), e soprat- 
tutto del bolognese Tommaso Gammaro (3),nelle qualiegli ebbe tanta parte. C'ö 
il ricordo di una passeggiata e conversazione epigrafica fra le rovine di Roma, 
fatta in compagnia di lui dall'Alessandri, l'autore dei « Dies Geniales » {*) 
Tutto cib h noto ed acquisito alla scienza. Ma non vedo segnalate in alcun 
luogo le due notizie ch'io ricavo da un Codice dell'Universitä di Torino (I, 
111. 13, giä L. IV. 22) e comunico quest'oggi all'Istituto. 

II codice nel suo insieme, e Tautore di esso, un personaggio piemontese 
di quel tempo, Ludovico Tizzone, conte di Desana nel Vercellese, il quäle 
copiö nel grosso volume membranaceo tutto ciö di cui gli piacque conservare 
tramandare memoria, sono stati sufficentemente descritti ed illustrati dal 
Gazzera {^). Ludovico Tizzone, unitamente a Benvenuto di s. Giorgio, e ad An- 
drea Novello vescoTO di Alba, fu dal marchese Bonifacio di Monferrato in- 
viato a Eoma coll'incarico di prestare la sua obbedienza al nuovo pontefice 
Alessandro VI. u Recatisi al Vaticano, vi comparvero, scrive il Gazzera, con 
tale maestosa e prestante dignitä, e con tanto sfoggio di rieche e preziose 
vesti e livree, da trarre lo sguardo ed eccitare l'ammirazione di una Corte usa 
pur troppo in que' tempi, allo sfarzo ed allo scialacquo delle ricchezze, ed al 
piü intemperante lusso». 

Probabilmente fin dal giorno di quel ricevimento e di quell'orazione mon- 
ferina, il conte di Desana ebbe occasione di conoscere Pomponio Leto (^). 
Ma io lascio stare le congetture e vengo dritte dritte al f. 107 del codice, dove 
in proposito di certa operetta che trascrive, il nobil uomo dice cosl : « Opus 
apud praeclarissimum poetam Poraponium Laetura in Urbe: in eius biblio- 
theca per me visum: dum apud Alexandrum sextum hispanum Pontificem 
Maximum pro eo salutando : pro Bonifacio Paleologo Marchione Montisferrati 
legationis munere fungor. Is ut erat natura mitis: perliberalis : ac penitus 
humanus: videns me eodem opusculo oblectari: non solum videndi copiam: 
sed eo me donavit: in quo nonnulla monumenta antiqua: tum ex triumpha- 
libus arcubus : ac Aquaeductibus : tum ex vetustissimis Marmoribus ac sepulcris : 
et ex Urbe : et ex tota Italia excerpta (erat enira Is reverende vetustatis ob- 
servator maximus): quorum nonnulla.. hoc meo libro annotabuntur » : il che 
egli fa, dopo trascritta l'operetta, dal f. 11?"" al f. 120'". 

AI f. poi 327'" di questo stesso codice trovasi copia di una lettera del 
Tizzone, da Desana 1506, al segretario dell'imperatore Massimiliano, Giovanni 
Collavero, giureconsulto e insieme « venerande antiquitatis sectator maximus : 
ac amator affectatus » ; nella quäle gli dice : « Libellum multarum antiqui- 



(1) Henzen in C. L L. VI, 1, p. XLIII. 

(2) De Rossi, Note di topogr. rom. ecc. Roma, 1882. 

i"^) Mommsen in Monatsber der k. Akad. der Wiss. zu Berlin, 1866, 
p. 372 sgg. 

(4) Lib. I, Gap. XVI. 

(5) Memorie storiche dei Tizzoni, Torino, 1842, p. 22 sg. Ne aveva giä 
parlato il Peyron nella Notitia librorum Valp. Calus., Lipsia, 1820, p. 85. 

(6) Cf. Petri Carae Orationes Torino, 1520, p. 19-20. 



342 SITZUNGSPROTOCOLLE 

tatum refertum tibi dono mitto : quas dum apud Alexandrum Pontificem max. 
pro Bonifacio etc. : Pomponio duce viro litteratissimo ac reverende antiquitatis 
observantissimo : a sepulcris: a vetustorum marraorum fragmentis: ab aquae- 
ductibus: a triumphalibus arcubus propriis manibus excerpti. De nonnuUis 
etiam Pompouius mihi copiam feeit: quas e Sicilia: et ab aliis Italiae ur- 
bibus (ut summus antiquitatis investigator erat) conquisierat ». 

In somma o l'erudizione dei piü competenti in materia di latine iscri- 
zioni mi tradisce, o noi abbiamo qui una fönte nuova di notizie intorno agli 
studi epigrafici di Pomponio Leto. Ond'io faccio voto, non oso dire che si 
cerchi in Germania il « libellus multarura antiquitatum refertus » donato al 
segretario di Massimiliano, ma che sia chiesto intanto a Torino e studiato 
in Roma il duplicato conservatone nel codice del Tizzone. 

Petersen : riferi come nell'estate 1889, condotto sul luogo dal cav. E 
Candida sindaco di Gerace, trovö sul sito dell'antica Locri epizefirii a tre 
chiloraetri da Gerace gli avanzi d'un tempio ionico (^), di cui, da una base 
di colonna, subito si riconobbe l'afiSnitä col tempio di Giunone Samia. 

II govemo italiano (il quäle, come si seppe piu tardi, ebbe da parecchi 
anni prima impedito la spogliazione giä molto avanzata del monumento), aderi 
presto airidea di una esplorazione, e ne diede l'incarico al R. Ispettore dott. P. 
Orsi, invitando cortesemente l'Istituto di mandare un suo rappresentante per 
assistervi e per studiare il tempio. Lo scavo incominciato al principio del no- 
vembre diede finora i risultati seguenti. II tempio ionico, eretto sui soliti tre 
gradini, era esastilo con diciasette colonne ai lati lunghi, con pronao ed opi- 
stodomo in antis, sul sommo gradino lungo metri 17.34, largo poco piü di 
metri 43 e mezzo. La costruzione solida ed esatta dello stereobata e stilobata 
occidentale, soli rimasti in situ, indica la migliore epoca greca. Le colonne 
di cui non furono trovati che scarsi frammenti, pare fossero composte ciascuna 
di quattro tamburi di quasi uguale altezza, e rassomigliano per la forma della 
base a quelle dell'anzidetto tempio di Samo, per l'anthemion sotto il capi- 
tello alle colonne dell'Eretteo di Atene, ma piü ancora a certi frammenti del 
tempio arcaico di Naucratis ; ed anche il capitello locrese per due singolaritä 
non trova riscontro piü esatto che in un capitello di Samo. La base della 
colonna con un plinto tondo ed un toro, di misure proporzionali, alti cio5 
quello m. 0. 350 ine, questo 0.175 ine. pare dia la chiave del sistema me- 
trologico, ed essere la larghezza il centuplo della priore misura o il cinquan- 
tuplo della seconda (2) 

Dell'epistilio come del fregio e del cornicione non fu trovato quasi niente, 
della grondaia e dei tegoloni diversi frammenti, di cui pochi con segni di 
scalpellino, l'unico scritto che si sia scoperto. 

(1) H tempio ionico era stato riconosciuto anche dal benemerito fu ispet- 
tore di Eeggio, ora vescovo di Mileto monsig. de Lorenzo. Nella pianta di cui 
h corredata l'utile opera di P. Scaglione, Storie di Locri e Gerace Napoli 1856 
il tempio non si trova indicato, se non fosse al n. 7, il quäle allora per isbaglio 
sarebbe messo all'Est del muro vicino invece aU'Ovest. 

(*) V. la relazione seconda p. 345. 



SITZÜNGSPROTOCOLLE 343 

Dinnanzi alla fronte Ovest poi si scavö un gruppo di marmo pario di- 
scretamente conservato : un giovane accanto al suo cavallo, e con esso sop- 
portato da un tritone, quasicchö da questo venissero trasportati pel mare. 
Questa scoltura pier lo stile a pena puö essere anteriore al 400, mentre per 
la figura del Tritone e per il sistema di difesa contro gli uccelli (') richiama 
alla memoria le metope del tempio di Giove in Olimpia, e per questo appa- 
recchio si mostra parte della decorazione architettonica. Prima si dubitava, 
se fosse an acroterio, ovvero parte di un gruppo frontonale ; m_a vinse la se- 
conda opinione, quando piü tardi piü a destra si trovarono pochi ma indu- 
bitabili frammenti di un gruppo corrispondente, mosso verso la sinistra di chi 
guarda, come quelle prima trovato era mosso verso la destra. Simili sculture 
si potevano supporre avere ornato anche la fronte Orientale, ma nelle trincee 
fatte per indagarle non se ne ritrovo niente. 

Invece vi vennero alla luce avanzi di un tempio molto arcaico, prede- 
cessore dell'iönico, di orientazione un po' differente, di dimensioni simili, di 
larghezza cioö quasi identica, ma di lunghezza alquanto minore, anch'esso in 
antis, esastilo e peristilo, benchö una certa diiferenza di costruzione e di ma- 
teriale facesse dubitare se questo peristilio non fosse un' aggiunta posteriore. 
Due pezzi di tamburi di colonne e due frammenti di lastre di terracotta con 
ornamenti dipinti pare appartenessero a questo tempio anteriore. — Per de- 
finire il nume culto in questo santuario finora mancano i mezzi. 

Zum Palilienfest waren ernannt worden : 

ö) zum Ehrenmitgliede : 

S. Exe. der Kaiserlich deutsche Botschafter in Constantinopel, 
Herr von Radowitz ; 

b) zu ordentlichen Mitgliedern die Herren Conte Agostino Antonelli in 

Eom, Ed. Brizio in Bologna, A. von Domaszewski in Heidelberg, 
Percy Gardner in Oxford, Ernest Gardner in Athen, Fr. Koepp 
in Berlin, G. Kieseritzky in Petersburg, P. Narducci in Eom, 
A. Sogliano in Neapel, Charles Waldstein in Athen, Franz Win- 
ter in Charlottenburg ; 

c) zu correspondierenden Mitgliedern die Herren Julius Centerwall in 

Söderhamm (Schweden), Botho Graef in Berlin, Joh. Ficker in 
Leipzig, G. Kawerau in Athen, Iphikratis Kokkides in Athen, 
Alexander Kontoleon in Smyrna, Fr. Pichler in Graz, Arthur 
Schneider in Leipzig, Cecil Smith in London, H. Winnefeld z. 
Z. in Rom. 

Zum Winckelmannstage wurden ernannt: 

a) zu ordentlichen Mitgliedern die Herren Dr. Richard Bohn in Nien- 
burg, Richard Borrmann und L A. Kaupert in Berlin, Robert 
Koldewey in Hamburg, Dr. Adolf Trendelenburg in Berlin, Dr. 
Lindenschmit in Mainz, Eugöne Müntz in Paris, Dr. Karl 
Schuchhardt in Hannover; 

(») V. Athen. Mittheilungen 1889 p. 233. 



344 SITZÜNGSPROTOCOLLE 

b) zu Gojrrespondenten die Herren Ernest Babelon, B. Haussoullier Ed- 
mond Pottier und Salomon Keinach in Paris. 

20 Dezember. Mau : Inschrift von Scafati. — Huelsen : Der 
Fundort des Apollon vom Belvedere. 

Mau : Facendosi certi lavori presse la chiesa parocchiale di Scafati fu 
trovata incisa in una lastra di marmo bianco con lettere buone, alte m. 0,067, 
riscr. seguent.e, copiata dal rif. in casa del sig. dott. Morlicchio a Scafati: 



J-,IVl/ö<-^l-lii 1 L O ivi V b 
MAG-PAGI • FELICIS . 
SVBVRBANI • EX • TESTAM 

ARBITRATV 
RVFIONIS • L • F+S CClOD 

La prima riga facilmente si supplisce liO'C-l-philomvso 
Nel principio h probabile che sia stato corretto Livs in Lio, non viceversa, 
sia perchö il dativo e piü usitato in iscrizioni di questo genere, sia perchfe 
col nominativo la riga diventerebbe soverchiamente lunga ; forse il motivo 
della correzione era appunto questo che il nome di Filomuso oltrepassava lo 
spazio assegnatogli e che, invece di aggiungere altre due lettere al cognome, 
si preferi di correggere il gentilizio. Quest'ultimo dev'essere stato lungo : altri- 
menti, anche adoperando un carattere piü grande per la prima riga, pure si 
sarebbe procurato di farvelo entrar tutto. Fra i gentilizi pompeiani finora 
conosciuti solo quello di Rusticelius vi si adatta. L'iscrizione dimostra che 
il pagus Augustus Felix non ebbe fin da principio il nome di Augustus. 
Questo nome probabilmente gli fu dato quando vi fu istituito il culto di 
Augusto nell'a, 7. a. C, nel quäle anno entrarono in ufScio i primi ministri 
pagi Augusti Felicis suburbani {C. I. L. X 924). Che il pago stesso fosse 
piü antico, fondato da Silla forse coi Pompeiani espulsi per far posto ai co- 
loni romani, lo si era dedotto dal cognome di Felix :, prova insufficiente, 
essendo stato portato quel cognome anche da colonie non fondate da Silla 
(Capua, Nola, Benevento). La nova iscrizione prova almeno l'esistenza del 
pago prima della istituzione del culto d' Augusto. La paleografia non contrad- 
dice ai primi tempi augustei. 

Huelsen : L'opinione adottata da quasi tutti gli archeologi moderni, 
l'ApoUo di Belvedere essere stato trovato fra le rovine della villa Neroniana 
in Anzio, si fonda principalmente sopra l'autoritä di Pirro Ligorio, scrittore 
posteriore di molto al ritrovamento, e di fede, come tutti sanno, sospettissima. 
La vera provenienza della statua pare la riveli una notizia nel codice Ambro- 
siano di Bartolomeo Suardi (tav. VI ed. Mongeri) : secondo questa l'ApoUo 
sarebbe stato trovato in una tenuta del cardinale della Rovere situata nel 
tenitorio Tusculano. 



SITZDNGSPROTOCOLLE 345 

10 Januar. Petersen legt die Mr. Entwistle in Liverpool ver- 
dankten Photographien einer vierten Replik des von C. L. Visconti 
(Bull, comun. 1887 p. 299) erläuterten Statuentypus vor (S. oben 
S. 331). — Derselbe: zweiter Bericht über die Ausgrabung in 
Lokri (S. Sitzung vom 13 Dez. 1889). — Mau : pompejanische 
Gladiatoreninschriften (S. Mittheill. unten.). 

Petersen immediatamente dt>po l'adunanza solenne era tornato a 
Gerace, ove Tispettore Orsi nel frattempo aveva sostenuto solo il lavoro cori 
molto disfavore del tempo. Dai 17 ai 21 vi si ebbe anche la pregevole assistenzadel 
collega Dörpfeld, venuto dopo l'invito del riferente secondato dalla direzione 
centrale. La sera del 23, allorquando i lavori necessarii parevano essere ter- 
minati, anche il riferente lasciö Gerace. La pianta del tempio come era stata 
esposta nella prima relazione in tutti i punti essenziali fu approvata dal 
Dörpfeld, il quäle perö con la solita prontezza ne levö una nuova piü di arte, 
da pubblicarsi nel Bullettino. Anche la quistione metrologica dall'egregio col- 
lega fu posta in piena luce. Egli riconobbe cioö che si avesse a unire le due 
parti della base di colonna e che sommati cosi i millimetri 525 ovvero 528 
rendessero appunto la differenza delle distanze assiali delle colonne laterali e 
delle frontali, essendo distanti i centri di queste m. 3.17 e di quelle 2.64, e 
che quest'ultima misura fosse il quintuplo come quella priore il sestuplo della 
raedesima misura. E questa misura egli si ricordö essere il braccio samio pa- 
ragonato da Erodoto al braccio egizio, il quäle dal Lepsius era stato calco- 
lato di m. 0.525. Di questi bracci sami dunque secondo il Dörpfeld il tempio 
ionico locrese misurava 36 di larghezza (suirinfimo gradinetto) Ö6 di lun- 
ghezza, 30 e 80 di distanza assiale delle colonne angolari, 18 di larghezza 
del naos, 9 di larghezza dei portici laterali ecc. Del gi'uppo creduto frontonale 
ovest il eh. Orsi aveva trovato il piede di una figura centrale come pare. 
AI fronte est ancora niente di simile. 

Anche pel tempio arcaico si ebbe qualche complemento : parte del fon 
damento del peristilio ovest, la cui distanza dalla fronte del naos e soltanto 
la metä incirca della corrispontente distanza sul lato opposto (i), (e questa 
fronte ovest si mostro senza propileo in antis); poi parte del muro est della 
cella. Nell'angolo Sud-Ovest finalmente di questa cella si scopri un basamento 
che per la sua posizione puo credersi aver sorretto l'aitare della cella nuova, 
come un'altra pietra poco distante il simulacro della cella arcaica. 

(1) Dopo la raia partenza perö l'ispettore Orsi fece un ultimo sforzo per 
ritrovare l'augolo Nord-Ovest di questo peristilio che si poteva supporre na- 
sc3sto sotterra, per andar fuori dell'area del tempio nuovo, e con ottimo suc- 
cesso. La filata Ovest pero, secondo mi scrisse il eh. Orsi sporge di m. 3.86 
SU quel pezzo trovato prirai. Dal quäle fatto pare risulti uua doppia colon- 
nata alle fronti. 



INHALT 



H. Dessau, Note di epigrafia S. 182-184. 

G. F. Gamürrini, // matrimonio italico (Taf. IV) S. 89-100 

B. Graef, Herakles des Skopas und Verwandtes (Taf. VIII, IX) 

S. 189-226. 

H. Heydemann, Dm monumenti dell'Italia meridionale (Taf. X, 
XI) S. 307-313. 

Ch. Huelsen, Antiehitä di monte Citorio S. 41-64. 

« 11 II cesto dei pugili antichi S. 175-181. 

» » Jahresbericht über Funde und Forschungen zur To- 

pographie der Stadt Rom 1887-1889 S. 227-291. 

A. Mau, Scavi di Pompei (Taf. I) S. 3-31 und 101-125. 

» » Bibliografia pompeiana p. 292-305. 

Th. Mommsen, Miscellanea epigraphica S. 172-174. 

E. Petersen, Hera von Alkamenes S. 65-74. 

» » / rilievi tondi dell'arco di Costantino (Taf. XII) 

S. 314-339. 

A. Schneider, Zu den attischen Kleinmeistern (Taf. VII) S. 153-165. 

C. Wernicke, Bromi di Epidauro S. 166-171 (vgl. S. 339). 
H. VP'innefeld, Antiehitä di Alatri (Taf. V, VI) S. 126-152. 
SiTZüNGSPROTOCOLLE, S. 75-88, 185-188, 340-345. 



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